Numero 1 - Novembre-Dicembre 1994



Un nuovo spazio aperto ai cittadini liberi, alle associazioni ed ai gruppi della società civile

PERCHÉ

Negli ultimi anni la cosiddetta "società civile" ha fuggito con orrore l'impegno politico, per le ragioni che tutti noi avvertiamo, ed ha indirizzato altrove le proprie migliori energie. Nell'impegno professionale, sociale e di volontariato essa ha rivelato notevoli capacità di ideazione e di intervento sui problemi, spesso in chiave di solidarietà e disinteresse. Tutte qualità di cui si avverte una tragica mancanza nel campo delle responsabilità pubbliche. Questo ha portato da un lato all'ulteriore impoverimento della politica, definitivamente abbandonata a logiche di interesse e di potere; dall'altro al ripiegamento, particolarmente da parte del mondo del volontariato e dell'associazionismo, in una funzione marginale e di supplenza rispetto ai centri decisionali di indirizzo della vita sociale ed economica.
Anche a Bologna, come nel resto del paese, c'è una miriade di gruppi, associazioni, persone che agiscono sul campo a diretto contatto con i problemi, ma che non hanno occasione di proporre all'esterno esperienze e riflessioni frutto del loro impegno. Si tratta di una riserva di competenze preziose che potrebbero essere offerte alla pubblica opinione, per una più diffusa coscienza civile dei problemi ed anche per una elaborazione progettuale (ovvero politica) di possibili soluzioni.
Il Mosaico nasce con questo obiettivo: dare voce a questo mondo, rilanciarne le idee e farle uscire dalla nicchia degli addetti ai lavori. Ce n'è bisogno, perché quello associativo e del volontariato è un mondo che spesso comunica solo all'interno del singolo gruppo, poco interessato (o poco capace) di riversare fuori di sè il "sapere" e la visione delle cose che gli deriva dal proprio lavoro. Mentre approfondisce un certo problema, ogni realtà rischia di assolutizzare la propria prospettiva e di chiudersi nel proprio settore di attività, rinunciando così ad incidere validamente sulla realtà sociale nel suo complesso. È dunque necessario un cambiamento di mentalità: occorre trasformare la propria esperienza in proposta, tradurla in obiettivi comuni di azione, e renderla patrimonio culturale di riflessione collettiva. Per questo c'è bisogno di collegamento tra i diversi gruppi, di integrazione e di confronto con competenze diverse (accademiche, scientifiche, economiche): di questo collegamento e confronto Il Mosaico vorrebbe essere strumento e stimolo.
Sono in molti, nel mondo laico come in quello cattolico, ad avvertire la necessità di un incontro culturale, pre-politico, di un confronto vero e coraggioso, di un dibattito onesto e realmente libero da etichette. Usciti dalla stagione dei partiti totalizzanti e delle ossessioni ideologiche, tale urgenza è ancora più forte oggi davanti allo strapotere dei mass-media, dei poteri che li controllano e che li usano per i propri scopi politici ed economici, mettendo in pericolo la libera formazione delle opinioni dei cittadini. Ci accorgiamo infatti che troppe volte il dibattito - pure su questioni concrete e vicine alla nostra vita quotidiana - nasce viziato all'origine, "polarizzato" in senso deteriore, perché caricato di valenze strumentali ai poteri esistenti: alla società civile resta solo la libertà di "prendere o lasciare", di porsi "o di qua o di là". Questa libertà non può accontentarci: non vogliamo andare a rimorchio di indirizzi e schemi imposti da altri. Perché in una democrazia compiuta la partecipazione dei cittadini non si può limitare alla promozione o bocciatura finale di soluzioni predeterminate, ma deve riguardare anche il momento dell'elaborazione di queste soluzioni.
Ecco allora l'idea di dare vita ad un nuovo periodico, certamente modesto, ma con alcuni obiettivi precisi. Il primo è desumibile dallo stesso nome: Il Mosaico allude ad una sintesi complessiva - ma non omologante - di tante diversità, che entrano a comporre un disegno che ha un suo senso unitario, ma che deriva colore e risalto proprio dalla distinta identità dei suoi componenti. In questo spirito ci rivolgiamo a tutti, persone, associazioni e gruppi (anche i più informali e sconosciuti), chiedendo di prendere parte a questo nostro tentativo, per farne un vero giornale-laboratorio. Un giornale che almeno inizialmente uscirà ogni due mesi e che nasce povero, senza alle spalle aiuti finanziari, dunque a spese di chi lo fa: con la speranza di arrivare a pagarsi da sè, con gli abbonamenti dei lettori. Esso inoltre non pretende di rappresentare nessuno al di fuori di quanti liberamente hanno scelto o sceglieranno di collaborarvi. Il Mosaico sarà distribuito, oltre che per normale abbonamento postale, anche attraverso Internet, la rete informatica di connessione dei calcolatori, affiancando così ai mezzi tradizionali della posta e del telefono un canale nuovo ed immediato di interazione con i lettori, grazie al quale si potrà costituire una sorta di "redazione diffusa". Si tratta, è vero, di un mezzo ancora limitato a pochi, ma destinato ad una rapida espansione: sulla quale sarà bene esercitare fin d'ora una attenta vigilanza, ad evitare il sorgere di ulteriori monopoli informativi. A voi la parola dunque, sul Mosaico.
Andrea De Pasquale


ALL'INTERNO

Allarme Costituzione

Anna Alberigo e Cristina Festi a pag. 2

POLIS: politica delle idee

DOSSIER a pag. 7

Rwanda: inevitabile?

Stefano Carati a pag. 12

Un esercito "nuovo"?

Michele Bellazzini a pag. 5

Impegno Democratico

Marco Calandrino a pag. 11

I diritti non acquisiti

Giuseppe Paruolo a pag. 4

Primarie, ma come?

Flavio Fusi Pecci a pag. 6



PAG. 2 - cittadini e Costituzione

Coscienza costituzionale come consapevolezza dei valori comuni, tra nocciolo duro e modifiche necessarie: a Monteveglio primo incontro nazionale dei comitati per la Costituzione.

UN PATTO DA RINNOVARE

"Se mi sono deciso già qualche volta a interrompere il mio silenzio abituale e a riprendere certi discorsi che potevo supporre troncati o chiusi da decenni, è proprio perché sento la gravità del momento e l'urgenza di aggiungere anche la mia voce a quella di molti altri che mi sollecitano, per i comuni interessi vitali che sono ora in gioco. Se posso fare un paragone, certo sproporzionato, penserei all'esempio degli antichi padri del deserto, che ritornavano in città in occasione di epidemie, di invasioni o di altre grandi calamità pubbliche". Con queste parole don Giuseppe Dossetti ha motivato il proprio intervento alla prima riunione di coordinamento dei Comitati per la Costituzione, che si è svolta presso l'Abbazia di Monteveglio lo scorso 16 settembre. L'incontro ha richiamato circa 200 persone tra cui molti giovani, un nutrito gruppo di cultori della materia (Barile, Barbera, Caponnetto), qualche parlamentare ed alcuni magistrati, ed ha avuto una significativa conclusione con le due relazioni serali tenute dallo stesso Dossetti e da Nilde Iotti nell'ambito del convegno Monteveglio, il comune dei diritti, organizzato da Amnesty International.
Fino ad oggi sono nati in tutta Italia - ed in special modo in Emilia Romagna - una trentina di comitati per la Costituzione, formati da cittadini che hanno aderito all'appello lanciato da Dossetti in una lettera al sindaco di Bologna in occasione delle celebrazioni del 25 aprile 1994. Va precisato che fra i comitati per la Costituzione vi sono alcuni gruppi che si erano già costituiti nel 1990 - dunque in un clima politico ben diverso dall'attuale - soprattutto al centro-sud del paese (Roma, Bari, Catania, Palermo, ma anche Venezia) per avere già allora avvertito "la sensazione forte di perdita progressiva dei luoghi di democrazia". Tali gruppi hanno poi ben volentieri recepito il grido di allarme lanciato da Dossetti.
Tentiamo ora di enucleare gli obiettivi principali del dibattito e le conclusioni cui è giunto, tralasciando la parte che riguarda le osservazioni e le dure critiche relative al progetto Speroni di modifica transitoria dell'art. 138 della Costituzione (di cui parliamo a parte).
Denominazione. Data una certa varietà di nomi tra i gruppi, a Monteveglio è stata scelta la forma più semplice di "Comitati per la Costituzione", volendo ricomprendere in essa non solo la difesa dei valori fondamentali contenuti nella Carta, ma anche una più vasta opera di riscoperta e di sviluppo della legge fondamentale.
Promozione ed autofinanziamento. Tutti hanno convenuto sulla necessità di promuovere capillarmente nuovi comitati, come unanime è stata la decisione di non collegarsi ad alcuna forza politica o sociale tramite finanziamenti, ma al contrario di autofinanziarsi e di chiedere aiuti indiretti, quali fa fruizione gratuita di locali ove riunirsi o di supporti tecnici (linee fax o altro).
Coordinamento. La discussione è stata vivace sull'opportunità o meno di definire sin dal primo incontro un coordinamento dei comitati, e sulle eventuali modalità di funzionamento. È stato poi proposto un coordinamento composto da tutti i sindaci delle località nelle quali si sono formati i comitati, che potrà essere eventualmente affiancato da un osservatorio di esperti con il compito principale di formulare controproproste alla Commissione Speroni, soprattutto sul piano della riforma in senso federalista delle autonomie locali. Si è quindi suggerito un coordinamento fra i parlamentari di diversa provenienza che hanno aderito all'appello di Dossetti. Infine il sindaco Vitali ha proposto di distinguere la forma (un gruppo ristretto che si occupi del coordinamento tecnico dei comitati) dalla sostanza (un osservatorio sui contenuti delle riforme), ed ha fissato, su richiesta unanime dei presenti, nel 15 dicembre il termine entro il quale i comitati si dovrebbero incontrare nella prima Assemblea nazionale.
Contenuti. Per cogliere appieno una prima finalità dei comitati si può citare ancora una volta Dossetti: "La grande differenza tra i comitati e i media semplicissimamente la vedrei così: non creare suggestione, ma insegnare a ragionare. Questa mi sembra la necessità per la formazione di una vera coscienza costituzionale". Nei comitati donne e uomini della base, laici e cattolici, dovrebberio cercare di riscoprire insieme i valori comuni, anche rileggendo la Carta fondamentale della Repubblica, ma non solo, e per riprendere il filo della costruzione di questa Repubblica. I cittadini, ragionando insieme, potranno anche individuare quei valori irrinunciabili, cioè quella soglia da non poter essere in nessun caso superata da una revisione esplicita o strisciante della Costituzione. Nell'incontro è stato rilevato come l'attuale maggioranza di governo si ponga a questo riguardo in continuità con la politica dei governi della cosiddetta prima Repubblica, disapplicando cioè o stravolgendo alcune parti della Costituzione (come è accaduto nella vicenda RAI o nel tentativo di parificare scuola pubblica e privata). D'altro canto si è però osservato come alcuni temi (quali l'ecologia, la centralità del minore nel progetto educativo, la posizione della donna nella società, le politiche comunitarie) siano profondamente mutati in 50 anni: sarebbe perciò da proporre un vero e proprio rilancio della Costituzione, inserendo in essa alcune tematiche mancanti ed aggiornando le altre alle esigenze della storia che stiamo vivendo.
Anna Alberigo

"Non posso non rilevare che attualmente i propositi delle destre (palesi ed occulte) sembrano mirare ad una modificazione frettolosa e inconsulta del patto fondamentale del nostro popolo, nei presupposti supremi e in nessun modo modificabili. Auspico la sollecita promozione a tutti i livelli, dalle minime frazioni alle città, di comitati impegnati e organicamente collegati per una difesa dei valori fondamentali espressi nella nostra Costituzione".
"Si può convenire sulla opportunità, oggi, di certe modifiche nelle funzioni e nella struttura delle camere, nel rafforzamento della figura del Presidente del Consiglio nei confronti dei partiti e dei singoli ministri, nell'ampliamento anche forte del potere delle regioni, eccetera. Ma è importantissimo essere ben chiari sul principio rigoroso che tali modifiche non possono avvenire altro che con la piena osservanza della procedura legittima prescritta dall'art. 138".
Giuseppe Dossetti


PAG. 3 - cittadini e Costituzione

Le modifiche alla Costituzione sono oggi regolate dall'articolo 138, che fissa tempi e modi per garantire l'indispensabile riflessione e concordia sul patto fondamentale. Ma è proprio su queste garanzie che il governo si appresta ad "intervenire".

138: PERICOLO PLEBISCITO

Il 24 agosto scorso il governo ha presentato al Senato un disegno di legge per la modifica dell'art. 138 della Costituzione, articolo che, nella sua attuale formulazione, assicura alla nostra Carta costituzionale il carattere della rigidità. Rigidità che non significa immodificabilità assoluta, ma modificabilità del tutto speciale, cioè ottenibile solo con un procedimento rafforzato rispetto a quello richiesto per qualunque altra legge.
Le attuali garanzie
La disciplina attuale è la seguente: le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive votazioni a intervallo non inferiore ai tre mesi. Solo nel caso in cui la legge sia stata approvata, nella seconda votazione, con una maggioranza inferiore a quella dei due terzi dei suoi componenti, è possibile sottoporre le leggi stesse a referendum qualora lo richiedano, entro tre mesi dalla pubblicazione, un quinto dei membri di una Camera, oppure cinquecentomila elettori o ancora cinque Consigli Regionali.
Il progetto di modifica dell'art.138 della Costituzione prevede invece, sempre e comunque, indipendentemente dalla maggioranza parlamentare che si sia pronunciata suo favore, il ricorso al referendum popolare. Ad una prima lettura può sembrare una concessione alle eventuali opposizioni e addirittura un rafforzamento della rigidità costituzionale. Può sembrare, come afferma la relazione del governo alla presentazione del progetto, che il referendum sia lo strumento più idoneo a rendere i cittadini protagonisti del processo di riforma e a garantire che essi sentano le nuove norme come qualcosa di proprio, come una conquista da rispettare e difendere.
Prendere o lasciare
Questa proposta quindi si presenta in modo molto attraente, ma il trucco c'è ed è trasparente, come fa osservare il costituzionalista Paolo Barile. Nell'art. 1 del progetto di revisione dell'art.138 si introduce il concetto di legge di revisione organica della Costituzione. Cosa si vuole intendere con il termine revisione organica? Un insieme cioè di riforme che investe molte parti della Costituzione, magari anche nei suoi principi fondamentali, e comunque qualcosa di molto diverso dalla semplice legge costituzionale. Ci troveremmo dunque di fronte ad un pacchetto di riforme che in alcune sue parti potrebbero essere condivisibili, frammiste però ad altre non accettabili. Anche se la proposta conterrà molte norme diverse, che modificheranno la Costituzione in vari punti, non sarà possibile dire no ad alcune e sì ad altre, ma occorrerà dire sì o no all'intero pacchetto.
E che dire dei principi e delle libertà fondamentali contenuti nella prima parte della Costituzione, che ne costituiscono il "nocciolo duro" e che, secondo l'opinione prevalente dei costituzionalisti, non possono essere oggetto di revisione costituzionale neppure nella forma prevista dall'art.138? E di tutte le maggioranze speciali, contenute nella seconda parte, previste quali reciproci contrappesi tra i poteri? Tutto questo può passare tranquillamente attraverso una revisione organica della Costituzione. Ecco dove sta il trucco. Su questo bisogna immediatamente insorgere e attirare l'attenzione della pubblica opinione.
Più che referendum, plebiscito
Per consolidata giurisprudenza della Corte Costituzionale il referendum abrogativo deve contenere quesiti chiari, semplici, omogenei. Ma questo è relativo ai referendum abrogativi quali sino ad ora sono stati sempre i referendum sottoposti al popolo. Si avrebbe così l'assurdo, osserva Dossetti, di un requisito necessario per il meno (cioè per l'abrogazione di una legge) e non per il più (cioè per l'introduzione di una legge costituzionale che potrebbe estendersi ad una complessa pluralità di istituti). Per la complessità e la disomogeneità dei quesiti proposti ci troveremmo dunque di fronte più che ad un referendum, ad un plebiscito.
Senza lasciar tempo per riflettere
In secondo luogo, il progetto prevede un solo mese di tempo, contro i tre dell'attuale normativa, dalla pubblicazione della legge all'indizione del referendum. Soprattutto nell'ipotesi di una riforma organica di tutta la Costituzione, o di gran parte di essa, come si può pensare che in un periodo di tempo così breve l'opinione pubblica possa essere adeguatamente informata?
C'è il rischio che tutto si risolva in un quesito implicito: sì o no alla politica del governo che lo propone. Dossetti pone un interrogativo inquietante: si vuole con questo progetto di legge carpire un consenso superficiale del corpo elettorale? E prosegue: "Il vero rimedio, la soluzione lineare, sarebbe che il Parlamento varasse una modifica della legge del 1971 sul referendum, per introdurre il controllo della Corte Costituzionale anche per il referendum confermativo e non solo per quello abrogativo. Sarebbe questo il modo retto e chiaro di dare una prova concreta di buona fede da parte dell'attuale maggioranza. Ma lo possiamo sperare?"
Cristina Festi

"Unità e indivisibilità del popolo italiano, principio personalistico e riconoscimento dei diritti inviolabili della persona, consistenza costituzionale attribuita ai corpi intermedi - fra la persona e lo stato - territoriali e non territoriali, principio della diffusione del potere fra una pluralità di soggetti distinti e dei reciproci contrappesi: principi fondamentali della nostra Costituzione che sono tuttora adeguati ai bisogni e ai caratteri della nostra società".
"La triplice firma apposta alla sua promulgazione il 27 dicembre 1947 sta a significare la coscienza unitaria dalla quale nasce: la firma di Enrico De Nicola, capo provvisorio dello stato, erede della tradizione liberale; la firma di Umberto Terracini, presidente dell'assemblea costituente e fondatore, con Gramsci e Togliatti, del partito comunista italiano; e la firma di Alcide De Gasperi, presidente del consiglio e già primo successore di Sturzo alla segreteria del partito popolare".
Giuseppe Dossetti


PAG. 4 - finanziaria: pensioni e giovani

Berlusconi prima rassicura nonne e zie sulle pensioni. Poi vara una finanziaria che risulta insieme iniqua ed insufficiente, tagliando in modo indifferenziato senza distinguere diritti e privilegi. Mentre opposizioni e sindacati mostrano una preoccupante incapacità propositiva.

ADDIO, DIRITTI NON ACQUISITI

NON È SEMPRE GIOVEDÌ
Settembre 1994, polemica al calor bianco sulle pensioni. Qualche ministro parla di tagli, ed è subito bufera. Si sollevano le opposizioni, brontola la maggioranza, Pilo fa qualche sondaggio, Berlusconi fa marcia indietro. Incontri, strette di mano, e l'annuncio: "Non si toccano i diritti acquisiti". Respiro di sollievo generale. Scalfari su Repubblica infierisce: che i diritti acquisiti siano intangibili è un'ovvietà, "è come se con un solenne comunicato essi ci avessero garantito che oggi è giovedì e che il governo non pensa di modificare questa realtà di calendario". Insomma, pare che nessuno abbia dubbi. Tutti sicuri. Tutti convinti che sia sempre giovedì.
PERICOLO: GOVERNO IN MANOVRA
Qualche giorno dopo, il 28 (mercoledì, per la cronaca) viene varata la finanziaria. È una bella sforbiciata sulle pensioni, senza peraltro alcuna seria riforma del sistema. Berlusconi annuncia di aver tagliato soltanto "le illusioni" (tanto ci pensano poi i suoi assicuratori della Mediolanum a rivendercele!). Ma in definitiva la manovra è in perfetta linea con gli interventi dei governi precedenti: si tosano tutti, così non si entra nel merito, le sacche di privilegio possono continuare a prosperare e chi ci rimette sono i deboli. Come sempre.
E I DIRITTI FUTURI?
Ma i più deboli in questo caso non sono solo i pensionati con la minima: accanto ad essi ci sono i giovani, e in generale chi è senza diritti acquisiti. Qui non si tratta di mettere in discussione un principio di legalità, ma l'equità di un sistema che non è pensato per durare, che si basa su debiti contratti ora e che dovranno essere pagati dalle generazioni future. Con il rischio di fare scempio dei diritti di chi non ha fatto ancora in tempo ad acquisirli.
IL FUTURO CI INTERESSA
Quando i politici parlano di giovani, tirano fuori temi tipo la scuola, l'occupazione, i divertimenti e il disagio giovanile. Mai la pensione. Perché al politico tipicamente interessa gestire il consenso al presente, e non sta a preoccuparsi dei danni che si proiettano oltre le sue esigenze elettorali.
Qui è bene chiarire che il discorso coinvolge non solo i giovani ma tutta la fascia di lavoratori che l'età pensionabile la vedono ancora distante. In secondo luogo, che non riguarda solo il problema della pensione, ma anche aspetti della vita lavorativa e sociale. Ed infine che la ricerca di una equità anche temporale non vuol dire fare del massimalismo, ma solo mettersi nell'ottica di disinnescare le mine prima che queste fatalmente esplodano.
NON SOLO PENSIONE
La ricerca di rendite di posizione, da mettere al sicuro a prescindere da considerazioni di equità, è una delle mine vaganti nella società italiana. Nel campo pensionistico questo si traduce nel mettere le spese sul conto delle generazioni future, ma è altrettanto vero anche in altri settori. Come esempio basta ricordare gli scioperi dei precari della scuola nel 1993. La loro richiesta: blocco di tutti i concorsi e assunzione in ruolo di tutti i precari. Come dire: noi nel castello, su il ponte levatoio, e chi è fuori è fuori.
L'errore di chi da sinistra sosteneva le ragioni dei precari era, anche allora, il dimenticare che i soggetti da considerare non erano solo i docenti in ruolo ed i precari, ma anche gli studenti e i laureati in attesa di un concorso per accedere all'insegnamento. Perché essere di sinistra significa essenzialmente impegnarsi per creare condizioni che garantiscano a tutti pari opportunità, in un quadro di giustizia e funzionalità complessiva.
IL RESPIRO DELLE IDEE
La verità è che la vicenda di questa finanziaria dimostra ancora una volta la prevalenza dell'interesse politico sulla capacità progettuale e le esigenze di equità. Berlusconi è riuscito a fare una manovra classista (i suoi interessi, innanzitutto), insufficiente (non è certo una riforma capace di un vero respiro), ed iniqua (tagli su tutte le pensioni senza saper discriminare).
Quello che si poteva fare di diverso era entrare nel merito del sistema, ripensandolo secondo criteri di equità e di durata nel tempo, sapendo discriminare fra diritti da salvare e privilegi da eliminare; con la dovuta gradualità ma anche con decisione. In questo l'incapacità ideale e propositiva delle opposizioni è certamente preoccupante.
Per esemplificare, fra le possibilità c'era quella di ricalcolare la pensione in base ai versamenti realmente effettuati, intervenendo solo sulle pensioni che risultassero maggiori ed incongrue rispetto ai versamenti: ad esempio fermandone temporaneamente l'adeguamento all'inflazione. Ciò consentirebbe innanzitutto la difesa delle pensioni che sono invece congrue, e in ogni caso la garanzia di non scendere sotto un certo minimo. Per far ciò occorre però distinguere fra previdenza e assistenza, ponendo quest'ultima a carico della fiscalità generale, che è lo strumento naturale per ripianare gli squilibri.
In sostanza si tratta di dimostrare una capacità progettuale, rifacendo i conti in modo che siano validi oggi come fra vent'anni, per una solidarietà che non sia solo al presente ma anche al futuro. Altrimenti si abbia il coraggio di dirlo apertamente: saranno le generazioni future a dover pagare il conto.
Giuseppe Paruolo



PAG. 5 - GAVCI

Servizio militare e nuovo modello di difesa: una riforma con pesanti conseguenze anche sulla vita civile, dall'accesso al pubblico impiego all'efficienza della protezione civile. E che sta passando nella sostanziale indifferenza e disinformazione dell'opinione pubblica.

UNA LEGGE IN GRIGIOVERDE

Nel silenzio generale, senza mostrare pubblicamente nulla di sè - tranne alcuni aspetti demagogici - la riforma del servizio militare sta diventando legge: si tratta del "Nuovo Modello di Difesa", un progetto che cambierà profondamente lo stesso modo di essere cittadini.
Tre soli sono gli elementi sui quali i proponenti (e la stampa) hanno maggiormente attirato la pubblica attenzione: la riduzione del periodo di ferma dei militari di leva, la possibilità per le donne di entrare nell'esercito, la costituzione di un esercito professionale su base volontaria. Questi punti fanno certamente molta presa sull'opinione pubblica ma sono solo alcuni aspetti di un modello che porta implicazioni ben più profonde e pericolose.
Nel giugno di quest'anno il Ministro della Difesa Cesare Previti ha presentato alla Commissione Difesa del Senato le linee di principio che orienteranno il Nuovo Modello di Difesa, riservandosi di esporre il conseguente disegno di legge in una fase successiva. Per sua stessa ammissione si tratta, in sostanza, del medesimo modello presentato dall'allora Ministro Andò nel 1991, dunque in perfetta continuità con l'idea di Difesa del PSI craxiano.
Oltre i confini
La idea fondante del nuovo modello è quella che estende la sfera nella quale deve essere esercitata la Difesa dal territorio nazionale a qualunque punto del pianeta nel quale si sviluppino gli interessi della Nazione. Questo è chiaramente il fulcro ideale che in sostanza aggira l'articolo 11 della Costituzione senza di fatto modificarlo: una volta accettata l'idea che una nazione non è contenuta nei suoi confini ma nei suoi interessi, l'intervento armato in un altro paese è giustificato. Nella udienza in Commissione Difesa il Ministro Previti ha chiaramente indicato gli scenari di intervento: l'area mediterranea, i balcani, i paesi produttori di petrolio. È evidente che si vuole costruire uno strumento atto alla difesa dei privilegi economici dell'Occidente ricco (richiamato continuamente dal Ministro) nei confronti dei paesi che detengono le materie prime. Questo è un fatto sul quale tutti quanti dovremmo profondamente meditare, in quanto in un futuro molto prossimo ci potremmo trovare corresponsabili (in quanto cittadini) di azioni cruente di stampo evidentemente neo- colonialista.
Ma non è su questo in particolare che voglio attirare la vostra attenzione quanto piuttosto su alcuni aspetti estremamente concreti che sono, a mio avviso, da prendere in seria considerazione. Il primo e più grave si è manifestato al momento della presentazione del disegno di legge in Commissione Difesa del Senato, il 9 settembre scorso. Il Ministro ha presentato una serie estremamente sommaria di provvedimenti (7 punti, a quanto pare) che costituiscono in sostanza una legge delega che lascerà al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale Incisa Di Camerana, la messa a punto della riforma. Pregiudiziale sarà l'approvazione, da parte del Parlamento, della legge (Corsera, 10/9/94) che di fatto metterà nelle mani di un militare il potere legislativo, seppure in un ambito ristretto. Certamente è un precedente molto preoccupante, a cui tutti i cittadini dovrebbero fare attenzione. Mentre si polemizza sugli sconfinamenti dei giudici in politica solo perché questi rilasciano dichiarazioni pubbliche, qui si dà in mano alla gerarchia militare una importante riforma legislativa.
Gli ulteriori punti che seguono sono desunti dalla esposizione generale fatta in commissione difesa, e non dal disegno di legge vero e proprio, che per il momento resta avvolto nel mistero e nella mente del Gen. Incisa di Camerana.
Assunzioni agevolate
Il nuovo esercito prevede l'arruolamento di un massimo di 78.500 volontari per i quali sarebbe prevista una ferma di 3 o 5 anni, seguita dall'acquisizione agevolata di un impiego nella pubblica amministrazione. Si noti che tale normativa è già legge dello stato in quanto fu inserita all'ultimo momento nella finanziaria del governo Ciampi. Le implicazioni anche in questo caso sono molteplici. Pensiamo solo che questo provvedimento significherà l'immissione di diritto di decine di migliaia di persone ogni 3/5 anni indipendentemente dalle reali necessità di organico, senza alcuna considerazione attorno alla competenza (saranno persone duramente addestrate ad azioni militari) e con grave discriminazione verso quei cittadini che non intendono entrare nell'esercito professionale. Pare forse un criterio di grande efficienza assumere nelle Guardie Forestali dei parà anzichè dei laureati in Scienze Forestali?
L'ultima norma che qui segnaliamo è quella che riforma la leva, con l'intento di ridurne la durata a 6 mesi nel giro di dieci anni. Questa prevede anche una sostanziale dequalificazione (se è possibile) del servizio di leva, durante il quale i giovani avranno un addestramento molto limitato ad impieghi leggeri, prevalentemente in patria, e comunque non adeguato alla costituzione di riserve mobilitabili (fonte: Corsera).
Un fucile per l'ambiente
Inoltre si afferma, nella presentazione generale, che i giovani riceveranno "l'addestramento militare necessario per l'applicazione in settori come la protezione civile e la difesa dell'ambiente eccetera". Noi abbiamo due importanti punti da eccepire a questa visione:
1) essa priva il cittadino del diritto/dovere di difendere la patria. Di fatto vi sarà un nucleo superattrezzato e controllato centralmente nell'ambito di una popolazione chiamata a delegare il suo ruolo nella difesa.
2) noi sosteniamo che la protezione civile e, ancor di più la difesa dell'ambiente, non necessitano in alcun modo di addestramento militare, ma che sono anzi un compito strettamente civile. Questo genere di uscite invece sono connesse con l'idea di protezione civile che si vuole egemone in Italia: nessuna prevenzione e grande efficienza nel raccogliere i cadaveri (vedi il caso Valtellina, e in generale il dissesto idrogeologico del paese).
Infine vorrei segnalare che i costi di tutta l'operazione saranno elevatissimi in quanto è previsto un notevole investimento in sistemi di arma ad alta tecnologia e, sempre in base ai dati del Corsera, la sola voce "stipendi" aumenterà almeno del 6%.
Questa breve esposizione vorrebbe almeno incuriosire e spingere qualcuno ad informarsi meglio, per vedere quali altre implicazioni siano connesse al Nuovo Modello di Difesa. Si può essere più o meno daccordo sulle valutazioni fatte qui (che sono in qualche modo di parte, come si chiarisce nella nostra presentazione, a piè di pagina), ma è indubbio che una riforma di tale portata non possa passare nell'ombra e nella vaghezza, senza che i cittadini siano a conoscenza di ciò che tale riforma comporta.
Michele Bellazzini

Il GAVCI è un gruppo di ispirazione cattolica attivo da ormai 18 anni nel campo del volontariato e dell'obiezione di coscienza. Ha sedi a Bologna, Modena e Napoli. Opera da sempre per la qualificazione del servizio civile (ad esempio organizzando due volte all'anno Corsi di Formazione residenziali della durata di un mese per gli OdC distaccati presso il gruppo) e per la promozione di una cultura di pace e di modalità nonviolente di difesa. Per informazioni: GAVCI, Via Chiesa di Calamosco 2, Bologna; Tel 051/504906



PAG. 6 - verso le amministrative

Con le primarie la scelta del candidato sindaco viene tolta ai circoli ristretti e restituita ai cittadini. Ma anche questa possibilità di ampia partecipazione democratica si vanifica se ai nomi non si accompagnano programmi e precisi impegni nei confronti della cittadinanza.

PRIMARIE: SÌ, MA COME?

"Preferite la Marini o la Parietti? E Lilli Gruber come vi sembra? Forse è meglio la Cuccarini, anche se appare un po' in calando. Ma è tanto telegenica! A proposito, cosa dice il sondaggio?" Non sembra un po' questo il tono delle primarie di cui si parla a volte sui giornali? Quasi che si debba eleggere Miss Italia o Mister Simpatia ed Efficienza. Succede così che persone di grande levatura e prestigio, magari contro la loro reale volontà, vengono sottoposte all'applausometro o scambiate e discusse come si faceva da piccoli con le figurine Panini dei calciatori.
Sono queste le primarie che vogliamo? No, sicuramente no. Primarie fatte in questo modo non servono, anzi non vorremmo che questa spettacolarizzazione crescente logorasse rapidamente un istituto fondamentale nella democrazia, volto a creare candidati e consenso sulla base di idee e programmi e non su vaghe impressioni o peggio, su una non meglio specificata "immagine".
Allora, bocciamo le primarie ancor prima di averle provate? No, le primarie vanno certamente fatte, ma il problema è "come" farle. È a questo che i cittadini devono stare attenti, magari per riuscire ad imporre un metodo per farle. Se ci guardiamo intorno, c'è in molti ambienti un grande fervore in proposito. Tutti i partiti compresi nell'area progressista dichiarano di volere fare le primarie, ed arrivano consensi anche dall'area di centro. Storicamente non ricordo che iniziative simili abbiano registrato successo a Bologna. Recentemente si è formato un "Comitato Promotore delle Elezioni Primarie dei Progressisti a Bologna" (tel. 051/555770) che ha lanciato per primo l'iniziativa e, invitando tutti i cittadini alla mobilitazione, ha proposto un primo "vademecum" sui metodi per garantire uno svolgimento corretto e significativo della consultazione popolare (tra cui l'esigenza di finanziare l'operazione da parte degli stessi aderenti, come segno di consapevolezza e responsabilità). Da vari ambienti più o meno legati all'area di centro sono venute, seppure in modo più informale, indicazioni simili. E diversi altri gruppi, non sempre riconducibili a partiti o schieramenti predefiniti, stanno lavorando e pensando in questa direzione.
Per quanto ci riguarda, noi vogliamo offrire un modesto spazio (speriamo in crescita sia in sostanza che in divulgazione) per raccogliere e presentare delle indicazioni agli eventuali candidati. Perché il cuore delle primarie sta nel fatto che le candidature - su cui i cittadini che lo vogliano potranno esprimersi- devono qualificarsi in base a risposte ed impegni che i candidati da subito assumono su temi, domande, questioni che i vari gruppi di volontariato, di studio, di base presentano e discutono.
In altre parole, noi riteniamo fondamentale che tutti coloro che con impegno, serietà e dedizione si occupano a vario titolo di problemi importanti per la collettività, presentino prima possibile "la sfida" (sul proprio settore di interesse o, comunque su temi su cui abbiano una reale "professionalità") ai possibili candidati perché essi possano riflettere e valutare lo propria capacità di risposta ed impegno. Solo così si potrà giudicare e scegliere senza preconcetti e influenze puramente mass-mediologiche e, soprattutto, si creeranno le basi per una vera e cruciale verifica "a posteriori" di quanti degli impegni dichiarati e garantiti siano stati poi realmente perseguiti e con quali risultati.
Mandateci dunque a qualunque titolo, ma possibilmente articolati in punti schematici e concreti, domande, proposte e quanto altro su cui ritenete importante avere un confronto con i futuri candidati. Saremmo lieti anche di ospitare contributi più estesi di movimenti, associazioni, gruppi che vogliano esprimersi al riguardo, offrendo loro una "palestra" piccola ma vivace di esercizio politico.
Flavio Fusi Pecci



PAG. 7 (DOSSIER) - POLIS - DEMOCRAZIA DELLE IDEE

Nel marasma della politica attuale tanti sperano nel sorgere di una alternativa vera e credibile al governo di Berlusconi e delle destre, ma non vogliono intrupparsi nei vecchi partiti. Esiste una via d'uscita? C'è chi pensa di sì. Tra questi POLIS, gruppo con cui iniziamo una panoramica su quello che si muove a Bologna (e dintorni).

POLIS - DEMOCRAZIA DELLE IDEE

"Subito dopo le elezioni di marzo, con un amico scriviamo una lettera e la mandiamo ad amici e conoscenti, con un invito a discutere insieme. Poi il giorno dell'incontro (26 aprile) invece dei venti-trenta previsti, ci ritroviamo con più di cento persone. A quel punto ci chiediamo se non valga davvero la pena di fare qualcosa tutti insieme. E allora ci proviamo, senza particolari velleità, ma anche senza paura: molto semplicemente." Così Giuseppe Paruolo racconta come da una lettera sua e di Flavio Fusi Pecci è nato a Bologna, a cavallo della scorsa estate, il gruppo "POLIS - Democrazia delle Idee".
D: Perché proprio ora?
R: Siamo preoccupati. La voglia di novità che c'era fra la gente è stata incanalata verso Forza Italia, che per molti versi è un distillato dei lati peggiori dei vecchi politici. E oggi è sotto gli occhi di tutti il rischio dell'instaurarsi di una informazione di regime, che ci allontanerebbe di un altro passo da una vera e matura democrazia.
D: Nostalgia del passato, o del sistema proporzionale?
R: No, nessuna. Il problema non è a livello di regole elettorali. Cambiarle non è bastato per superare il rigetto della gente verso la politica. I vecchi partiti per anni hanno predicato bene e razzolato malissimo. Per reazione adesso tanti pensano che non sia possibile una politica pulita e tanto valga affidarsi all'impresario di successo, o ancor peggio a chi riesce a far miglior figura in televisione.
D: Tra i contrari alla attuale maggioranza c'è chi auspica un Partito Democratico capace di riunire forze di sinistra e di centro. Anche voi vi collocate in questa prospettiva?
R: La prospettiva è giusta, ma il rischio da evitare è quello dell'ammucchiata a tutti i costi, con l'unico denominatore comune costituito dall'essere anti-Berlusconi. Essere "anti" può avere il senso di parare dei rischi, ma di certo non è sufficiente per aprire nuove prospettive. Per riuscirci è indispensabile che ci sia un dialogo ed una riflessione vera sui contenuti della politica. E che si arrivi a superare i vecchi partiti.
D: Che però rimangono oggi gli unici a contrastare Berlusconi...
R: Temo che questa sia solo un'illusione, o ancora peggio sia un modo di fare il gioco dell'avversario. L'alternativa non si costruisce facendo la somma PDS+PPI+forze minori. Lavorare in questa direzione equivarrebbe ad accettare la beffa di Berlusconi, che mentre convince metà degli italiani a votare per lui in odio ai vecchi partiti, costringe l'altra metà a tenersi i vecchi partiti pur di essere contro di lui.
D: E quindi che vie d'uscita ci possono essere secondo voi?
R: Forze nuove. L'unica speranza è che persone che finora non si erano avvicinate alla politica perché non erano disposte a sporcarsi con i vecchi partiti trovino il coraggio di cercare forme nuove di partecipazione. Questo è il motivo del nostro impegno, con la speranza che tanti altri facciano altrettanto. Dico che ci vuole coraggio perché la strada facile è quella di criticare i partiti, salvo poi giungere a compromessi in vista di posti da occupare. Non a caso uno degli aspetti più interessanti di POLIS è che gli amici che hanno accettato il nostro invito sono persone di diversa estrazione che, pur seguendo con attenzione i temi politici, non si erano finora impegnate nei vecchi partiti.
D: Non è un po' utopico pensare di fare a meno dei partiti?
R: È utopico pensare che una alternativa vera e credibile possa nascere da manovre al vertice di questi partiti. Anche se i vertici dicono di voler cambiare, il cambiamento vero può farlo solo la base. Detto ciò voglio sottolineare che noi non siamo per fare a meno dell'idea di partito: è fondamentale che la partecipazione trovi canali di vera democrazia. Ma vogliamo impegnarci per superare gli attuali apparati. Ecco, noi vorremmo provare a essere un pezzo di base di una nuova aggregazione che speriamo possa vedere la luce. Nulla di più.
D: Il vostro esplicito dichiararvi contro "questa destra" è una premessa per un impegno a sinistra?
R: Basta intendersi. Noi scegliamo di impegnarci per promuovere condizioni di giustizia ed equità, cercando di coniugare davvero efficienza e solidarietà e sapendo anteporre i valori fondamentali delle persone ai valori di mercato e alle ideologie. Se sinistra significa tutto ciò, allora il nostro impegno è già lì e la scelta di campo è già fatta. Se invece sinistra significa eredità di schemi mentali e vecchie concezioni ideologiche, noi non ci stiamo, anzi lavoriamo per il loro superamento. Comunque attenzione, cerchiamo di non usare le parole come vuote etichette.
D: Perché tutta questa paura di essere etichettati?
R: Oggi bisogna stare un po' lontani dalle etichette, perché non aiutano a pensare. E c'è un grande bisogno di pensare, ragionare, avere idee nuove. Tutti dicono di dare priorità ai programmi, poi finiscono col parlare soltanto di alleanze e schieramenti. Noi vogliamo procedere in modo diverso, e la scelta del nome ha in questo un senso preciso. POLIS: perché occorre riscoprire il vero significato del fare politica. Democrazia delle Idee: perché quel che manca oggi sono i contenuti, e la vera sfida è sulle idee e su come si attuano.
D: Dove pensate di arrivare?
R: Guarda, non lo so e in fondo non mi preoccupa. Noi semplicemente ci siamo convinti che "il nuovo" non ci arriverà a domicilio bello e infiocchettato, magari uscendo dalla TV. E che quindi è giunta l'ora di iniziare a ritagliare un po' di tempo dagli altri impegni, per dare il nostro contributo a costruirlo.
(a cura di A.D.P.)



PAG. 8-10 (DOSSIER) - POLIS - DEMOCRAZIA DELLE IDEE

Questo il documento base di "POLIS - Democrazia delle Idee".

IL NOSTRO MATTONE PER UNA NUOVA POLITICA

UN MANIFESTO IDEALE, UN IMPEGNO CONCRETO

Contro una destra individualista e consumistica manca una opposizione capace di promuovere davvero, sul piano culturale e politico, i valori della solidarietà e della ricerca del bene comune, superando vecchi schemi di partiti ormai non più credibili e lontani dalla gente.
Raccogliere questa sfida per noi significa ritrovarci, persone di varia provenienza (cristiani, ambientalisti, aderenti alla sinistra democratica) e tutti coloro che semplicemente credono che pensare agli altri sia il modo più giusto di pensare anche a se stessi.
Significa provare insieme a convergere su una base unitaria di valori e ad elaborare proposte su problemi concreti, sapendo anche guardare lontano. Significa costruire un approccio nuovo alla politica, perché il nuovo, quello vero, può nascere solo dal basso, col contributo di tutti.

PERCHÉ ADESSO
Alle elezioni del marzo '94 ha prevalso una prospettiva individualista, corporativa e consumistica, che per noi è del tutto inaccettabile. Avanza nella società l'idea che sia giusto e legittimo far politica per far prevalere esclusivamente i propri interessi particolari. In nome di quest'idea, applicata anche se non apertamente professata, nella vecchia classe politica sono dilagate inettitudine e corruzione. Ora questa destra ne costituisce l'espressione più recente, esplicita e compiuta.
Ecco allora il saldarsi di due aspetti: da un lato la difesa dei privilegi da parte di una classe dirigente vecchia ma prontissima a riciclarsi sotto nuove sigle; dall'altro l'ingenua speranza di novità da parte di chi è abituato a guardare la realtà solo attraverso la TV. Aspetti che convergono nell'esaltazione del successo e dei personaggi ricchi e vincenti, a cui delegare in bianco la gestione della cosa pubblica per rifugiarsi in un orizzonte di consumi privati. In definitiva, sotto la bandiera del liberismo, si lascia mano libera agli interessi forti e si favorisce la concentrazione dei poteri economici e politici in poche mani.
La nostra insoddisfazione è grande non solo per il risultato, ma anche perché non ci sentiamo pienamente rappresentati neanche dagli schieramenti usciti sconfitti, che non hanno la credibilità e le idee per costituire una vera alternativa a questa destra, sul piano culturale e politico. I vecchi apparati di partito sono inadeguati a raccogliere la sfida che ci troviamo davanti, incapaci di dialogare fra di loro e con la società civile, e quindi in prospettiva ancora perdenti. I tentativi di auto-rinnovamento si sono rivelati fallimentari: al centro si pretende ancora di far convivere spinte contrapposte (dall'ambizione di egemonizzare la destra alla speranza di dialogare con la sinistra) perpetuando così l'antica ambivalenza di marca DC; a sinistra l'identificazione del polo progressista con il vecchio PCI ha portato alla secca sconfitta delle forze che tentavano di caratterizzarlo come qualcosa di diverso.
L'inadeguatezza degli schieramenti non può stupire: nel momento in cui crolla un sistema non si può pretendere che il nuovo venga dall'alto, da chi finora ha governato o ha partecipato, a vario titolo, alla spartizione della cosa pubblica. Ma se il nuovo deve nascere dal basso, dalle persone, non possiamo pretendere che siano solo gli altri a darsi da fare.

IL NUOVO CHE VOGLIAMO
Alla base della nostra volontà di impegno c'è un approccio culturale che privilegia la ricerca del bene comune rispetto alla difesa ad ogni costo di ogni prerogativa individuale. C'è la volontà di recuperare l'idea di "servizio alla comunità" non solo nell'impegno politico ma anche nel comportamento civile e professionale di ognuno. C'è l'attenzione agli ultimi e ai valori della solidarietà e del volontariato civile.
Vogliamo privilegiare un approccio dal basso, che parte dallo studio dei problemi concreti e dal confronto fra le persone, stimolando la partecipazione diretta (e non televisiva) dei cittadini e recuperando la capacità di progettare un futuro migliore, magari rinunciando all'uovo di oggi per avere la gallina domani.

NUOVE IDEE
Il "crollo del muro" ha aperto la possibilità di un dialogo che consenta di superare antichi steccati e raccogliere le migliori istanze attualmente disperse fra centro e sinistra. Questo dialogo però non può svilupparsi nei vecchi schemi partitici: neanche un compromesso al vertice fra PPI e PDS sarebbe oggi credibile.
L'unica vera possibilità di cui disponiamo è quella di partire dalle persone e dalle associazioni che operano nel sociale. È quella di lavorare per costruire una nuova forza democratica e popolare fondata su valori che possano essere condivisi da persone di varia provenienza: sinistra democratica, impegno ambientalista, ispirazione cristiana.
Di fronte alle sfide che i tempi ci pongono, occorre avere il coraggio di progettare un nuovo modello di società e di sviluppo, in cui l'uomo e i suoi diritti vengano posti al di sopra degli interessi di parte. Affermare che prima dobbiamo risolvere i nostri problemi e poi eventualmente pensare a quelli degli altri non è solo egoistico, ma anche falso: non basta allontanare i rifiuti tossici dal nostro comprensorio perché essi cessino di essere un problema.
Occorre agire localmente e con concretezza, ma senza mai perdere la dimensione globale dei problemi, affrontandoli per risolverli e non per allontanarli, o lasciarli in eredità ai nostri figli. Occorre ripensare al valore del tempo e rivalutare come produttivo l'impegno in famiglia, nelle associazioni, nel volontariato, nella partecipazione alla vita politica e culturale. Una base condivisa di valori, una forte dimensione etica nella politica e nelle professioni, è un requisito essenziale per una vera capacità progettuale. Non si può pretendere di rendere efficiente lo stato senza cittadini che sentano il loro lavoro come un servizio alla comunità.
Non si può peraltro negare che l'ottica dei vecchi partiti e dei sindacati è stata quella di premiare i loro fedeli, in una visione di occupazione ed asservimento delle strutture dello stato, a tutto svantaggio dei cittadini-utenti. Come pretendere una vera progettualità, l'indicazione di valori-guida, da partiti che si sono finora distinti per l'ipocrisia di accettare come valore da promuovere ogni istanza purchè elettoralmente appetibile, che hanno pensato solo a gestire denaro e potere, chiedendo ai sondaggi le idee perché non erano più in grado di produrne di proprie?
Ecco allora perché i principi (ancora attuali) della nostra Costituzione, rimasti in larga parte inattuati per l'inettitudine e la corruzione dei vecchi partiti, rischiano oggi di soccombere di fronte all'attacco di chi vuole approfittare della situazione per smantellare lo stato sociale e im- porre interessi privati.

NUOVI METODI
Il nuovo si costruisce non solo con le idee, ma anche con i metodi. In un contesto di continua corsa ai posti di potere, in cui i vecchi partiti sono screditati ma anche tanti nuovi movimenti hanno dato una pessima prova di sè in termini di democrazia interna e riciclaggio di vecchi personaggi, in tempi in cui vige la regola che basta apparire qualche volta in TV e autodefinirsi portavoce di una certa realtà per sedere ai tavoli che contano, dove la gente viene cercata solo nell'imminenza delle elezioni, noi vogliamo fare una scelta diversa.
Non cerchiamo aspiranti candidati nè galoppini nè scorciatoie e accordi con chiunque pur di avere da subito un peso elettorale. Vogliamo partire dal basso, fare la fatica di andare a cercare davvero le persone e confrontarsi su temi concreti, per crescere insieme e perché nessuno possa sentirsi strumentalizzato per fini che non ha contribuito a definire. Vogliamo provare a costruire un movimento che dia voce a persone, gruppi, associazioni e organismi che hanno idee ed esperienze non solo da vivere, ma anche da tradurre sul piano politico. Siamo aperti al confronto e alla collaborazione con quanti altri decideranno di percorrere questa stessa strada.

PARTIRE DA BOLOGNA, EMILIA
Partire dal basso significa innanzitutto impegnarsi in ambito locale. Non vogliamo sfuggire, in prospettiva, alla bipolarizzazione imposta dal sistema maggioritario. Ma nel definirci da subito alternativi a questa destra vincente, non vogliamo neanche lasciarci omologare dagli altri schieramenti esistenti. Vogliamo piuttosto operare, non a livello di tavoli di potere ma sollecitando la partecipazione dei cittadini, per rimescolare questi schieramenti, definirli in modo nuovo e più credibile.
La presenza fra di noi di persone di diversa estrazione ideale vuol essere una prova della possibilità di costruire il nuovo partendo dalla gente in modo molto più vero che partendo dagli apparati o dalle posizioni di potere.

UNA PROPOSTA DI IMPEGNO
Vogliamo partire con un confronto sui valori di base, che consenta di chiarire in che senso termini come pace, solidarietà, rispetto della vita e dell'ambiente, libertà di espressione, famiglia e accoglienza sono alla base della nostra visione della società. Un confronto che concretamente dimostri la possibilità di scelte comuni che uniscano cristiani, ambientalisti, aderenti alla sinistra democratica e tutti coloro che pensano che agire per il bene della comunità sia l'unico modo per fare una politica degna di questo nome.
Contemporaneamente, a partire dall'ambito locale ma tenendo sempre presente la dimensione globale, vogliamo elaborare proposte e punti programmatici da portare all'attenzione delle amministrazioni e di tutti i cittadini. Vogliamo provare a costruire uno strumento per fare politica, aperto a chi - come noi - non ha la forza, i mezzi, gli spazi per farla, ma si sente sulla nostra stessa lunghezza d'onda.
È un cammino che vogliamo iniziare. Fin dove arriveremo dipende essenzialmente da noi.

Attualmente il gruppo di POLIS si ritrova tutti i secondi mercoledì del mese in una sede che è ancora in via di definizione (all'incontro del 4/11 contiamo di comunicarla). POLIS si articola in gruppi di lavoro, che vengono formati e si riuniscono in modo dinamico, consentendo di portare avanti più tematiche ed impegni, ed insieme permettendo ad ognuno di partecipare secondo le proprie possibilità, interessi e competenze.
Per mettersi in contatto o avere altre informazioni si può usare il numero fax 051/348867, oppure via e-mail: paruolo@cineca.it (Giuseppe Paruolo), flavio@astbo3.bo.astro.it (Flavio Fusi Pecci), cc_remote@ingbo1.cineca.it (Marco Miglianti), plg@arci01.bo.cnr.it (Pierluigi Giacomoni), calori@cineca.it (Luigi Calori).



Tanti amici negli incontri di prima dell'estate ci hanno chiesto di proseguire e di tenerli informati. Tanti altri con cui siamo venuti in contatto in seguito hanno manifestato il loro interesse. Oggi il giornale che avevamo pensato è una realtà. E il gruppo di impegno politico anche. Ferma restando la netta distinzione fra le due iniziative, che operano in ambiti differenti e coinvolgono persone e gruppi in larga misura diversi, vogliamo presentare in una unica serata il cammino percorso fin qui e i rispettivi progetti. Ecco dunque la ragione di questo invito:

IL MOSAICO e POLIS - Democrazia delle Idee

Venerdì 4 Novembre 1994 alle ore 21

Sala Polivalente del Centro Civico del Quartiere Savena, via Faenza, 4

INCONTRO PUBBLICO

Tutti sono invitati



PAG. 11 - IMPEGNO DEMOCRATICO

Il 24 settembre ha mosso i primi passi Impegno Democratico, un'altra realtà politica "nuova" di Bologna. Realtà che nasce fra giovani neo-laureati, come continuazione dell'esperienza di rappresentanza studentesca prima negli organismi della scuola media superiore, ed in seguito soprattutto nell'Università di Bologna.

DA IMPEGNO NASCE IMPEGNO

Era nell'aria già da mesi, in molti ci chiedevano notizie su "Impegno post-universitario", ma soltanto ora possiamo dire: "ci siamo!".
Il discorso per qualcuno di noi parte da lontano, dai banchi del liceo "Fermi", dalle assemblee di istituto, dalle elezioni studentesche per gli organi collegiali: è lì che si muove l'I.S.R. (Impegno Studentesco di Rinnovamento) ed è lì che maturano le prime esperienze di partecipazione politica e culturale. C'è la voglia di crescere insieme, di interessarsi dei problemi della scuola, di essere parte attiva nelle decisioni che riguardano tutti noi: e questo con spirito di servizio e in completa autonomia dai partiti. Poi si passa all'Università e il cerchio si allarga: non solo qualche ex dell'I.S.R. di Bologna, ma anche studenti romagnoli, danno vita a I.U. (Impegno Universitario): è il 4 luglio 1989.
È un'esperienza che porta molti frutti e si rivela positiva e costruttiva. Oggi I.U. è un punto di riferimento importante per chi vive, studia o lavora nell'Università di Bologna: l'impegno negli organi accademici e il largo consenso fra gli studenti, confermato anche dalle elezioni (oltre 30% dei voti validi lo scorso marzo), sono solo la punta di un iceberg che abbraccia sensibilità che vanno spesso ben oltre singole e specifiche tematiche universitarie. Lo stile è quello del dialogo e del confronto, le scelte sono quelle dell'autonomia da partiti e lobbies, del rinnovamento, della laicità, i valori guida sono la dignità della persona umana, la solidarietà, l'apertura verso altre culture. L'esempio è quello della Costituzione, in cui si è concretamente realizzata la collaborazione fra culture e sistemi di valori diversi. È un impegno disinteressato, vissuto come servizio ad una comunità di cui ci si sente partecipi e corresponsabili: solo questo permette una linea "politica" caratterizzata spesso da posizioni scomode; ci si batte, e si opera, per una vera trasparenza e per la diffusione ampia delle informazioni; si accompagna alla capacità di denuncia un forte atteggiamento propositivo. Nasce e si diffonde "University Post", giornale d'Ateneo, e le iniziative affrontano sempre più problemi di interesse generale.
Parte da qui, da questo orizzonte sempre più vasto, il desiderio di un passo successivo: I.D., Impegno Democratico. È un'evoluzione prodotta anche dall'intenzione di coloro che già si sono laureati di non disperdere un patrimonio comune fatto di esperienza, di stile, di ricerca e di servizio, ma anche di amicizia cresciuta in anni di lavoro insieme. Ora la scommessa è quella di mettere al servizio di una comunità più ampia il nostro impegno, con lo spirito di sempre: con gratuità (senza cioè interessi di parte) e pronti al dialogo e al confronto con tutti. Anche oggi sottolineiamo l'importanza di un impegno che nasca e cresca "dal basso", dalle istanze e con il primato della società civile; inoltre, ora più che mai, facciamo riferimento ai principi fondamentali della Costituzione, ai valori della persona umana, della solidarietà, in una ricerca costante del bene comune. Crediamo davvero che la politica debba dare speranza (e questo non vuol dire promettere illusori miracoli!), deve cioè far crescere una cultura di vita, di accoglienza e di fiducia nel futuro: si impongono pertanto scelte, anche coraggiose, a favore della famiglia, per un'effettiva parità della donna, in difesa dell'ambiente, per il diritto al lavoro, respingendo con decisione ogni discriminazione politica, religiosa, etnica.
Se per Impegno Universitario parlano i risultati concreti, per Impegno Democratico l'avventura è appena iniziata: a noi, e a tutti coloro che vorranno unirsi in questo cammino, non resta che viverla con determinazione e fiducia, ed anche molta umiltà.
Marco Calandrino

Per richiedere il Documento Base e lo Statuto di Impegno Democratico, e per informazioni si può telefonare a: Marco tel. 051-623.75.05 Ilaria tel. 051-46.45.05 Francesca tel.051-45.04.45 Marilena tel.0541-38.47.06 Antonio tel. 0541-37.47.59



PAG. 12-13 - AMICI DEI POPOLI

Un piccolo e sconosciuto paese nell'Africa centrale balza alla ribalta dei mass media per una guerra spacciata per etnica e costellata di massacri. Finchè non cala il sipario. Fra i tanti spettatori passivi non ci sono gli Amici dei Popoli (già Amici del Rwanda), organismo di volontariato internazionale con profonde radici a Bologna. Questa la loro testimonianza.

RWANDA, TRAGEDIA INEVITABILE?

Sono passati più di cinque mesi dall'inizio della tragedia del Rwanda, e ancora non è stato fornito un quadro preciso di quanto è successo, nonostante l'ondata di immagini e di notizie che ha investito l'opinione pubblica italiana e mondiale (soprattutto nei primi tempi: ora non se ne parla praticamente più, come di consueto in questi casi). Come Amici dei Popoli lavoriamo da oltre vent'anni in Rwanda, e crediamo di poter sottolineare con forza alcuni punti che riteniamo fondamentali per leggere la situazione in modo razionale, e non semplicemente sull'onda delle emozioni e dell'orrore.
Non sono un popolo di barbari
La nostra presenza in Rwanda ci ha portato a stringere profondi legami di amicizia con la gente, con i missionari, con i giovani e ci ha fatto conoscere un popolo ricco di valori umani, profondamente religioso, ospitale, pacifico. La stragrande maggioranza della popolazione non voleva questa guerra fratricida, di cui ha tragicamente subito le immani violenze.
Non si tratta di un conflitto etnico
La prima causa della guerra non è l'odio tribale tra due etnie, ma la lotta tra opposte fazioni che hanno come unico obiettivo la conservazione o la conquista del potere, nel totale disprezzo delle sofferenze del loro stesso popolo. Il fattore etnico è stato strumentalizzato secondo un preciso disegno politico e militare, nel momento in cui è scoppiata la contesa per accaparrarsi il potere e, con esso, il predominio economico e i privilegi che ne sono conseguenti. La lotta, in sostanza, riguarda principalmente èlites e fazioni politiche: queste hanno manipolato l'informazione e, facendo leva sulla paura della gente, hanno scatenato un conflitto, che sulla stampa e sulle TV di tutto il mondo continua ad essere frettolosamente presentato come una feroce guerra tribale, frutto di antichi odi razziali.
Dietro la guerra, gli interessi
Nonostante la proclamata non ingerenza da parte di potenze esterne ed il prodigarsi (spesso a parole) dei Governi occidentali per gli interventi umanitari e l'invio di contingenti ONU, di fatto la grande quantità di armi che sono affluite (e continuano tuttora ad affluire) alle opposte fazioni in campo comprova la forte presenza di interessi economici e politici stranieri. Il mercato di morte delle armi "tira" sempre e dovunque e c'è chi sviluppa il proprio fatturato ed i propri profitti sulla pelle dei rwandesi (così come su quella degli angolani, dei sudanesi, dei somali...).
Per riflettere sull'accaduto
Viene da chiedersi come mai le guerre in corso da anni in tanti Paesi poveri non trovino alcuno spazio, non suscitino alcun interesse; come mai dei massacri perpetrati soltanto un anno fa in Burundi (150.000 morti) non se ne sia praticamente parlato; come mai ci si preoccupi dei Paesi poveri soltanto quando accadono immani tragedie.
Quanti conoscevano la situazione del Rwanda prima del 6 aprile 1994? A chi opera da anni nel campo della cooperazione sorgono altri dubbi, altre riflessioni: perché si è giunti a questo punto? si poteva evitare di arrivare alla tragedia? la strada che porta ai convogli carichi di cibo e all'invio dei caschi blu è proprio inevitabile? Il Rwanda è il Paese più cattolico dell'Africa: perché cent'anni di evangelizzazione non sono bastati ad evitare le atrocità e i massacri? Molti si chiedono a cosa è servita l'opera dei missionari se anche i cristiani non hanno esitato a prendere in mano il machete o il fucile per uccidere gente inerme e bambini.
Informazione è solidarietà
Come cittadini non possiamo preoccuparci dei Paesi poveri soltanto dopo che si è superato un certo numero di morti. Dobbiamo informarci in modo corretto ed assiduo, cercando di capire i drammi di questi popoli: l'informazione è il primo dovere di solidarietà verso di loro. Dobbiamo renderci conto che i problemi dei poveri sono i nostri problemi, che tutti siamo responsabili di tutti: dobbiamo imparare a ragionare in termini di mondialità.
È indispensabile dare vita ad un "nuovo ordine mondiale": non quello che si sta instaurando in questi anni (basato sul ruolo di forza dei Paesi ricchi come "gendarmi" della sicurezza internazionale, a tutela più dei propri interessi politici economici e strategici che della pace e della legalità), ma un "ordine" fondato realmente sulla giustizia, sul rispetto dei diritti umani, sull'equa distribuzione delle risorse.
Vera cooperazione
La solidarietà e la pioggia di aiuti nelle situazioni di emergenza rischiano di essere il segno di un'atroce ipocrisia se sono disgiunte da questo "nuovo ordine" che regoli i rapporti tra le Nazioni. L'unica strada per non arrivare alle tragedie è una politica di cooperazione internazionale intelligente, solidale ed equa, che punti all'autosviluppo ed alla crescita economica politica e sociale delle popolazioni e non all'arricchimento ed al consolidamento di elite di potere.
Dobbiamo pretendere dai nostri rappresentanti in Parlamento e dai nostri Governanti che i fondi destinati alla cooperazione vengano spesi in progetti di autentico sviluppo per la gente. Dobbiamo infine attivarci ed adoperarci in tutti i modi perché la produzione ed il commercio delle armi vengano stroncati. L'Italia è uno dei maggiori Paesi produttori di quelle armi, che alimentano tante guerre come quella del Rwanda.
La Chiesa
La Chiesa rwandese sta vivendo oggi il suo venerdì santo. Ma è profondamente ingiusto dubitare della fede di tutto il popolo rwandese e permettersi di giudicare l'opera di missionari che hanno donato la propria vita per quelle comunità. D'altro canto, molti secoli di cristianità non hanno evitato atrocità, guerre, ingiustizie neppure nella nostra "civile" Europa. Dobbiamo, piuttosto, come cristiani (tutti assieme, italiani e rwandesi, abitanti del Nord e del Sud del Mondo) rimetterci coraggiosamente in discussione, riflettere su quale Cristo abbiamo predicato e quali scelte concrete abbiamo operato, cercare nuovi cammini perché la Parola sia davvero incarnata nella storia e non soltanto proclamata dai pulpiti.
La nostra esperienza
Come organismo di volontariato cristiano abbiamo riscoperto e consolidato, attraverso questa tragica esperienza, il senso profondo del nostro agire, che è ricercare il progetto di Dio sull'uomo, è lasciare che Dio metta dentro di noi un cuore nuovo e uno spirito nuovo, è lottare contro il peccato che ci condiziona tutti, è progettare la speranza nonostante tutto, è sognare ancora la pace e la giustizia. I progetti, la tecnologia, le strutture sono importanti, ma non bastano: tutto può essere distrutto in poche ore, come purtroppo è avvenuto in Rwanda.
Stavamo lavorando a due progetti in Rwanda, uno per la formazione professionale e l'avviamento al lavoro dei ragazzi di strada, l'altro per la formazione di animatori sociali e la gestione di micro-interventi nei campi-sfollati: i nostri volontari sono stati costretti a rientrare, i progetti sono stati interrotti, molte strutture distrutte e saccheggiate, molti amici e collaboratori rwandesi sono morti o fuggiti; tuttavia siamo certi che quel po' di solidarietà che siamo stati in grado di seminare non morirà e non andrà perduto. Ora ci stiamo adoperando per garantire una piccola presenza nei campi profughi in Tanzania e Burundi: non pretendiamo certo di affrontare l'emergenza (non ne abbiamo nè i mezzi, nè le capacità), ma intendiamo essere vicini alla gente in questo difficile momento, come umili testimoni di solidarietà, di amicizia e di speranza.
In attesa di poter tornare presto in Rwanda.
Stefano Carati
(Amici dei Popoli - tel. 051/460381 - via Genova, 7 - 40139 Bologna)

UN POPOLO DI PROFUGHI

Dallo scoppio della guerra, oltre 2.800.000 rwandesi sono fuggiti dalle loro terre e dalle loro case e vivono nella drammatica condizione di rifugiati (nei campi profughi dei Paesi limitrofi) o di sfollati (all'interno del territorio rwandese). Ecco le impressionanti cifre, rilevate all'inizio di settembre (fonte HCR - Alto Commissariato per i Rifugiati):
Zaire:  1.360.000 (Goma: 850.000
                   Bukavu: 320.000
                   Uvira: 190.000)
Tanzania: 500.000 (Ngara: 350.000 
                   Karagwe: 150.000)
Burundi:  200.000
Uganda:    15.000
Rwanda:   800.000 (sfollati all'interno)



PAG. 14 - la rete telematica

Internet è la rete telematica di cui tanto si parla, l'autostrada elettronica destinata ad entrare nelle nostre case. È certamente un'opportunità per sperimentare nuove forme di comunicazione, ed è anche uno spazio virtuale in cui dev'essere garantita libertà e democrazia. Con Il Mosaico l'impegno è in ambo i sensi.

IL MOSAICO IN RETE

Le reti telematiche sono nate dall'esigenza di trasferire dati tra calcolatori. La più estesa e "antica" di esse, Internet, è nata per le esigenze di comunicazione dei vari enti di ricerca americani (e non a caso su un progetto del dipartimento della difesa). Nei primi anni essa ha convissuto con altre reti della ricerca, basate su diversi standard, poi, per la sua possibilità di collegare calcolatori di differenti marche e per la sua "apertura", è diventata la più diffusa nell' ambito degli enti di ricerca, prima americani e poi mondiali. Essendo partita come supporto di comunicazione nell'ambito della ricerca, è stata impostata in modo molto libero: le nuove istituzioni che volevano connettersi alla rete esistente dovevano soltanto dotarsi della linea di connessione e delle apparecchiature: era interesse comune estendere le connessioni per potere scambiare informazioni.
Grazie al progresso tecnologico che ha accresciuto costantemente la velocità dello scambio di informazioni, è rapidamente aumentata sia la quantità degli utilizzatori che la qualità delle funzioni accessibili attraverso Internet. Cosi si è passati dalle poche centinaia di nodi (calcolatori collegati) negli anni '80 ai diversi milioni attuali, e si è passati da funzioni limitate allo scambio di messaggi e dati numerici allo sviluppo di interfacce multimediali (integrazione di testo, immagine e suono) a basi di dati distribuite a livello mondiale. Per tutta la sua storia passata, per l'ambiente in cui è nata e per la sua natura distribuita, Internet è cresciuta senza una struttura gerarchica intrinseca e non è nemmeno chiaro di chi sia la "proprietà", essendo la rete, nel complesso, molto di più che non l'insieme delle linee e delle connessioni, che sono finanziate da enti diversi. Per questo fino ad ora Internet è stata, per i suoi utilizzatori, un bene comune, gestito in modo forse un po' anarchico ma sicuramente molto democratico.
Adesso le cose stanno cambiando, sotto la spinta di due fattori fondamentali:
1) nonostante il progresso tecnologico tenda a far calare i costi delle apparecchiature, la rapidissima crescita del numero di utenti fa alzare i costi per le infrastrutture necessarie a supportare il flusso di informazioni;
2) grazie allo sviluppo delle funzionalità, sta crescendo l'interesse per Internet in ambienti estranei alla ricerca, per funzioni che possono essere ludiche, di utilità sociale o di interesse commerciale.
Siamo probabilmente all'inizio di un cambiamento in questo universo virtuale che è Internet. C'è una grande possibilità di espansione in un "territorio" in cui non si sono ancora affermate regole, gestori e gerarchie. Per questo è importante tenere sotto controllo democratico i modi in cui avverrà questa espansione, auspicabile e inevitabile. Per avere una qualche speranza di preservare, se non il carattere anarchico e democratico di questo territorio virtuale, almeno la garanzia di una pluralità di gestori e di concorreanza reale, è essenziale che i nuovi, meno informati frequentatori di questo mondo riescano ad apprezzare la bellezza e il fascino della libertà e della democrazia, almeno telematiche.
Per questo, la decisione di diffondere Il Mosaico anche in modo telematico non è soltanto dettata dalle ragioni tecniche e pratiche ma vuole essere un piccolo contributo alla diffusione dell'uso libero e democratico della telematica. Oltre che per la distribuzione, abbiamo intenzione di usare le potenzialità della rete telematica anche per sperimentare forme di maggior interazione con i lettori. Si va dall'ovvia possibilità di inviare lettere o contributi attraverso la posta elettronica, all'uso di liste automatiche di distribuzione per avere una sorta di "redazione distribuita" sulla rete.
Vorremmo usare la rete anche per avere dei "commenti a caldo" su qualche tema trattato da Il Mosaico. Ad esempio immettendo in rete un articolo qualche giorno prima della "chiusura" redazionale di un numero del giornale, e raccogliendo nel giro di un paio di giorni reazioni e commenti. Per questo, se in un prossimo numero de Il Mosaico leggerete commenti e lettere riguardanti un articolo del medesimo numero, non pensate che siano finte: semplicemente il mezzo telematico consente anche questo. Naturalmente non vogliamo in alcun modo penalizzare chi invece riceve il giornale per posta, che può sempre comunicare utilizzando un canale più tradizionale come la posta o il fax.
Per quanto riguarda la distribuzione in rete, inizialmente le modalità verranno comunicate volta per volta per E-mail a chi ne fa richiesta. Siamo anche interessati a conoscere l'eventuale disponibilità di gestori di servizi di anonymous ftp, Gopher o Mosaic, per estendere la disponibilità de Il Mosaico sia dal punto di vista del numero di siti di distribuzione che dell'utilizzo dei servizi più evoluti.
La disponibilità iniziale sarà di un file in formato Postscript ed anche di uno in modalità testo. Quest'ultima versione ovviamente dovrà fare a meno della grafica, ed è pensata per chi non dispone di stampanti Postscript, per chi ha problemi di velocità di linea e per i non vedenti. Non resta che ricordare l'indirizzo elettronico, che provvisoriamente è: IL-MOSAICO@astnet.bo.astro.it.
Luigi Calori



PAG. 15 - dalla parte del cittadino

Le avventure di ZOT

Avete presente quelle piccole disavventure che per noi italiani fanno ormai parte della normalità? Zot non ci ha ancora fatto l'abitudine. Non possiamo controllare ciò che racconta del suo pianeta di origine, ma quello che gli succede qui sì: è tutto vero!

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Ipermercato, che passione! Ci vai per risparmiare, ma non sempre vieni risparmiato. Ovvero: come tanti micro-errori di gestione possono accanirsi sull'ignaro cliente. Solo sfortuna?

La prima volta che sono capitato lì dentro, pensavo di essere finito in una chiesa oppure in un mausoleo. Strade a tre corsie (anche se lunghe solo poche centinaia di metri), volte maestose, scalinate, fontane, gente che sciamava qua e là. È che su Laargroon (il pianeta da dove vengo) la spesa la facciamo per lo più via cavo da casa. Qui invece ci sono i negozi, dove col pretesto di comprare qualcosa si va a fare quattro chiacchere, e poi (per la spesa grossa) ci sono loro: i super-ipermercati, e chi più ne ha più ne metta.
Se ho ben capito si va all'ipermercato per due motivi: prima di tutto per vedere la merce, che è tanta, così puoi decidere di comprare cose che a casa neppure ti sarebbero venute in mente; e poi per risparmiare. Siccome anche su Laargroon il tema del risparmio (devo dire soprattutto quello energetico) è sentito, anch'io finisco per andarci. Sarà anche sfortuna, ma a volte succede che il mio risparmio rischia di andarsene in fumo: sentite un po' cosa mi è capitato, nel giro di un paio di mesi, in un noto ipermercato della zona.
Il Direttore mi ha spiegato che qui a Bologna anche i supermercati hanno un colore politico, e dunque è meglio non fare nomi. Questo non perché le cose successe non siano dimostrabili (conservo quasi tutti gli scontrini), ma perché potrebbe sembrare che ce l'ho con qualcuno per via del suo colore. Strano, e io che pensavo che tutti i supermercati avessero a cuore un solo colore, quello dei soldi...
Episodio 1. La cassiera mi pare emozionata. Forse è neoassunta, o forse sente il mio fascino alieno, non so. Fatto sta che la mano davanti al lettore ottico le trema un po', e così spesso segna due o tre volte lo stesso prodotto. A volte se ne accorge (e lo detrae), a volte no. Io controllo lo scontrino solo a casa, quindi ci rimetto la differenza: d'altra parte come potrei riuscire a dimostrare che di deodorante ne ho preso solo uno e non due?
Qui voglio precisare. Non è mia abitudine controllare gli scontrini: di solito tiro a fidarmi. Ma siccome mi piace il fascino della matematica, è bello osservare come tanti piccoli prezzi, ognuno in sè assai contenuto, possano portare - sommati - a totali che non esito a definire maestosi. Sugli scontrini questo è un fenomeno che capita spesso.
Episodio 2. Grandi sconti. Offerte 3x2. Tu le vedi, e compri. Ma... sorpresa! Per pura sfortuna quel 3x2 lì non è stato immesso nel computer. E quindi nello scontrino mi becco un 3x3. Seccante, ma può capitare.
Episodio 3. Scontrino lungo quasi un metro. Non posso perdere mezz'ora per controllarlo tutto nei dettagli. A casa con calma lo guardo, e vedo una voce che non mi torna. Recita "acqua", e io di certo non ne ho presa. La volta dopo, per curiosità, chiedo che articolo era. Impossibile saperlo. Dal codice si ottiene la descrizione sullo scontrino, il viceversa non si può fare. Resisto stoicamente alla tentazione di impartire alla gentilissima commessa una iperbolica lezione di informatica. Spedisco però una sonda su Laargroon con la richiesta di indagare. Giorni dopo mi comunicano telepaticamente che trattavasi di bicchiere. Bicchiere da acqua, che avevo preso, abbreviato in acqua. Acc.!
Episodio 4. Dopobarba. Sul bancone c'è il cartello con lo sconto, nel computer (dunque sullo scontrino) no. Peccato.
Episodio 5. Altro 3x2. C'è nel cartello, c'è anche nel computer. Ma il pacco con l'acqua pesa, e la cassiera preferisce copiare il codice da un foglietto che ha a portata di mano. Risultato: l'acqua frizzante diventa leggermente frizzante, e lì niente 3x2. Spiacevole.
Episodio 6. Un cartello sopra diversi cestoni annuncia un prezzo. Ma alla cassa risulta circa il doppio. Rapida indagine e si scopre che il prezzo corretto è quello alla cassa, e il cestone si trova erroneamente sotto il prezzo sbagliato. "Lei ha ragione, se vuole glielo diamo a quel prezzo", mi dice la commessa. No, grazie.
Morale della storia. Mi sono chiesto se era una jella astrale a perseguitare solo me. "No, il suo non è un caso infrequente", mi ha comunicato la cortese addetta alle informazioni. E con dei sorrisi così, escluderei che lo facciano apposta (almeno spero...). E in fondo io, tranne che nell'episodio 1, non ci ho rimesso una lira, perché sono stato sempre prontamente e gentilmente risarcito. Ma quanti degli umani che fanno la spesa possono permettersi di controllare ogni volta i loro chilometrici scontrini?
Zot


Se avete delle "belle" storie da proporre per Zot, scrivete a:
Il Mosaico - Posta di Zot, via Venturoli 45, 40138 Bologna.




PAG. 16 - appuntamenti e avvisi

CENTRO POGGESCHI

Incontrare l'altro (VI seminario di educazione alla mondialità)
"Tra la città e la cittadinanza... il mondo" è il titolo del sesto seminario di educazione alla mondialità, partito lo scorso 11 ottobre con lo scopo di conoscere "l'altro" (immigrato, rifugiato, profugo, nomade, clandestino) presente a Bologna. Il corso ha l'obiettivo di raccogliere dati riguardanti la vita degli stranieri a Bologna, di riflettere sull'applicazione e la promozione dei diritti, di attuare un'informazione reale e completa sui problemi e sulle sottostanti dinamiche economiche e sociali.
Nei primi due incontri (11 e 18 ottobre) si è cercato di tracciare una mappa delle emergenze e delle risorse esistenti in città, allo scopo di indirizzare in modo consapevole le energie. Il ciclo proseguirà allargando lo sguardo a tematiche di mondialità con i seguenti appuntamenti:
25 ottobre: "Dai bisogni ai diritti: quali leggi per realizzare la giustizia", a cura di Maura De Bernardt
8 novembre: "Il contesto economico per una economia di pace", a cura di Stefano Zamagni
15 novembre: "Il contesto culturale: le religioni per la pace", a cura di Pier Cesare Bori
22 novembre: "Come comunicare e sensibilizzare ai problemi la città, i gruppi, le comunità", incontro di chiusura.
Tutti gli incontri (organizzati da Centro Poggeschi, Centro documentazione Nord-Sud, Caritas) si tengono dalle 18:15 alle 20:30 in via Guerrazzi 14, presso il Centro Poggeschi. Il costo dell'intero seminario è di lire 10.000; per informazioni tel. 051/22.04.35.
Il Centro Poggeschi da 6 anni propone varie attività, animate in massima parte da studenti dell'Università di Bologna, come la riunione formativo-organizzativa del lunedì sera, la scuola d'italiano per stranieri, il gruppo Tchad (con P. Franco Martellozzo, da 30 anni missionario in Tchad, e con l'ong A.C.R.A), e vari momenti spirituali. Prosegue anche l'esperienza di accoglienza nel carcere della Dozza e nei confronti del campo nomadi del quartiere Barca. Il Centro Poggeschi e il Centro di Documentazione Nord-Sud mettono a disposizione inoltre una biblioteca ed una emeroteca su temi sociali, economici e politici nella prospettiva della mondialità (apertura: lunedì-venerdì, 9-13 e 15:30-19). Ogni anno infine vengono attivati gruppi di lavoro a seconda dell'interesse dei partecipanti.
(a cura di Ilaria Salvi)


EX AEQUO - TERREDELFUOCO

Il mito della popolazione
Esce a novembre il terzo numero della rivista semestrale "Terredelfuoco", edita dalla Clueb di Bologna, col titolo "Il mito della popolazione". Curata dalle cooperative Ex Aequo e Luna nel Pozzo, essa approfondirà il dibattito sulle politiche demografiche e sul controllo che il mondo occidentale vuole imporre ai paesi in via di sviluppo ed in particolare alle donne. La rivista comprenderà anche i documenti del contro-vertice tenutosi in contemporanea alla riunione dei G7 a Napoli ed organizzato dal Cerchio dei Popoli (coordinamento di tante realtà di base italiane e straniere), mettendo a fuoco soprattutto i temi della demografia e dell'alimentazione. L'uscita della rivista sarà accompagnata da iniziative pubbliche sul tema trattato.
Per informazioni: Ex Aequo, via Altabella 2/a, 40126 Bologna, tel 051/23.35.88; Coop La Luna nel pozzo, via Gandusio 10, 40128 Bologna, tel 051/250013.
Per spendere meglio: presso Ex Aequo, in via Altabella 2/a, è possibile acquistare prodotti naturali del Sud del mondo (caffè, tè, cacao, zucchero, oggetti artigianali) attraverso la rete mondiale del Commercio Equo e Solidale. A Natale ci saranno splendide ceste regalo confezionate con prodotti africani e sudamericani. Per un regalo originale e solidale, ed una economia di vero sviluppo.


Il Mosaico e POLIS - Democrazia delle Idee

Venerdì 4 Novembre 1994 alle ore 21
Sala Polivalente del Centro Civico del Quartiere Savena, via Faenza, 4
INCONTRO PUBBLICO - Tutti sono invitati



ABBONAMENTI

Sostenere questo giornale significa innanzitutto leggerlo, poi farlo conoscere, inviare contributi, lettere e suggerimenti per posta, o al fax: 051/348867, o per e-mail a IL-MOSAICO@astnet.bo.astro.it. Ma significa anche abbonarsi!
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NOTA: la diffusione su rete Internet è gratuita, ma un sostegno economico che consenta di coprire i costi di stampa "tradizionale" è naturalmente ben accetto anche da parte dei lettori in Internet.



Il Mosaico

periodico bimestrale della Associazione "Il Mosaico" , via Venturoli 45, 40138 Bologna
direttore responsabile Andrea De Pasquale
reg. Tribunale di Bologna n. 6346 del 21/09/1994
stampa Futura Press srl, Bologna, spedizione in abbon. postale / 50%
hanno collaborato alla realizzazione di questo numero:
Anna Alberigo, Angela Angiolini, Roberto Ansaloni, Michele Bellazzini, Marco Calandrino, Luigi Calori, Stefano Carati, Silbano Evangelisti, Cristina Festi, Andrea Fornasari, Flavio Fusi Pecci, Pierluigi Giacomoni, Roberto Marchionni, Marco Miglianti, Mario Nanni, Giuseppe Paruolo, Ilaria Salvi, Fabio Selleri, Ilaria Venturi.


IN QUESTO GIORNALE SOLO LA CARTA È RICICLATA

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