Numero 2 - Gennaio-Febbraio 1995

Editoriale - Sommario - Iniziative - Dossier - Abbonamenti - Redazione


Se da un lato i politici (delegati) hanno spesso tradito l'interesse comune a vantaggio di quello personale o di parte, anche noi cittadini (deleganti) siamo responsabili di disinteresse e scarsa vigilanza su di loro. Un appello e una proposta per cambiare strada, a partire da Bologna.

Scelti e non abbandonati

L'istituto della rappresentanza politica, per il quale alcune persone vengono delegate da una base elettorale a ricoprire ruoli rappresentativi o amministrativi, è certamente un pilastro della democrazia. Com'é ben noto, in questo contesto può succedere che il delegato si ritenga vincolato a tutelare esclusivamente gli interessi di parte di chi lo ha delegato; oppure al contrario può succedere che il delegato si senta investito del compito di occuparsi del bene e degli interessi anche di chi non lo ha scelto, e lavori quindi per ottimizzare l'intero sistema entro cui si trova ad operare, interpretando la delega ricevuta in senso più ampio e politicamente illuminato. In sostanza il delegato, pur potendo dare una interpretazione abbastanza personale del proprio mandato, non può tuttavia sfuggire al vincolo fondamentale posto alla radice dell'istituto della delega rappresentativa: quello di rendere conto del proprio operato, se non a tutti, almeno a chi gli ha conferito la delega ed affidato l'incarico.
Si tratta, è vero, di concetti banali, ma trascurandoli si commette un grave errore e si rischia di non cogliere uno degli aspetti più importanti di quello che viene spesso chiamato (anche impropriamente) il "crollo della prima repubblica": infatti è proprio la crisi della delega una delle principali cause di questo crollo. Infatti essa é stata applicata in modo progressivamente distorto e con esiti sempre più disastrosi non solo da parte degli eletti, ma anche e altrettanto colpevolmente (almeno in linea di principio) da parte dei "deleganti", ovvero gli elettori e le organizzazioni intermedie, che non hanno mai spinto i delegati a rendere conto del proprio operato, quando non si sono serviti di loro per chiedere favori clientelari.
Uno sfascio, due responsabilità
Ciò ha contribuito fortemente alla crisi di rappresentatività dei partiti e al progressivo scollamento fra il paese reale e coloro a cui veniva affidato il compito di programmare e gestire il bene comune, con il conseguente discredito non solo degli organi politici, ma anche delle istituzioni, ed il generale sfascio della vita pubblica. Vicende come Tangentopoli hanno spinto in questi anni l'opinione pubblica ad attribuire la responsabilità esclusivamente al personale politico (e spesso all'attività politica tout-court). Ora, è vero che le responsabilità politiche (non parliamo di imputazioni) di personaggi come Craxi, Andreotti, De Lorenzo, in virtù del potere esercitato, non sono certamente confrontabili con quelle del comune cittadino che votava Psi, Dc o Pli: ma dobbiamo riconoscere che, accanto al tradimento del politico, esiste anche il tradimento del cittadino il quale si trova a votare candidati che non ha per nulla contribuito a scegliere e, una volta espresso il voto, di fatto abbandona l'eletto al suo destino. Gettate quindi le giuste condanne sui delegati, che hanno usato il proprio mandato per fini diversi ed opposti a quelli per cui lo avevano chiesto e ricevuto, se vogliamo inaugurare una stagione davvero nuova per la nostra vita pubblica é indispensabile riesaminare criticamente anche i doveri dell'altra parte, cioé di noi cittadini elettori.
Spettatori smemorati e passivi
Lo scarso collegamento tra società civile e classe politica risente della mancanza di un vero coinvolgimento di persone radicate nella società, dotate di esperienza in vari settori, non interessate ad un impegno a tempo pieno nella politica, che innanzitutto contribuiscano alla scelta dei candidati e poi formino intorno agli eletti una solida squadra di supporto e di controllo.
In questo contesto il politico veramente "onesto" non solo non deve rubare (ci mancherebbe altro!), ma dovrebbe presentarsi agli elettori dicendo: "Non vi chiedo il voto se non mi date con esso anche un po' del vostro tempo e delle vostre capacità per aiutarmi ad adempiere il mio mandato". Di riflesso l'elettore "onesto" é quello che dice: "con il voto ti dò con regolarità qualche ora del mio tempo, per indirizzare e controllare la tua attività politica".
Frasi di questo genere, ne siamo certi, suonano un po' demagogiche alle orecchie di molti, proprio perchè si dà ormai per scontato che di politica ci si occupi solo per ambizione personale e gli altri non possano svolgere altro che un ruolo passivo: ma così si continua a sostituire la delega con una specie di "transfert medianico", analogo a quello che si crea fra i personaggi televisivi e gli spettatori, che in quanto tali subiscono lo spettacolo senza esserne in alcun modo artefici o ispiratori. In questo senso la cosidetta "seconda repubblica" ha ereditato, se non peggiorato, i vizi della prima, proseguendo nella sottile opera di corruzione delle coscienze iniziata da tempo, che alla lunga rischia di sfociare in qualcosa di drammatico e rovinoso.
Tutto ciò é ingigantito da una fortissima crisi delle agenzie formative tradizionali, che sempre meno riescono a fare maturare nei giovani atteggiamenti critici, autonomia di giudizio e assunzione di responsabilità. Recenti studi hanno stimato che in soli 10 anni famiglia, scuola e istituzioni culturali e religiose hanno visto ridotta la loro influenza sulla mentalità e sulla cultura delle giovani generazioni dal 70% al 30%, a tutto vantaggio della televisione e, in misura minore, di musica, cinema, stampa e luoghi del tempo libero (fonte: Unesco). La proiezione per le nostre democrazie è dunque quella di avere elettori poveri di basi culturali e di memoria storica, sempre più impulsivi, labili e facilmente condizionabili nelle opinioni. A questa tendenza bisogna in qualche modo reagire.
Delegati o cooptati
Tornando alla situazione italiana (e bolognese), una strada concreta suggerita da molti per riattivare la partecipazione ed il collegamento tra politica e società é quella della elezioni primarie per la scelta dei candidati. La discussione sulle modalità non è però secondaria, perchè le primarie - come ogni altro mezzo tecnico che si possa immaginare ed attuare - hanno senso solo se servono a riportare l'istituto della delega al suo significato originale, attivando contemporaneamente entrambi i canali di responsabilità: quello dell'eletto verso l'intero complesso degli elettori e quello dei deleganti verso il proprio delegato. Se questo non succede, non ci saranno primarie che tengano: lo scollamento si ricreerà subito e la democrazia resterà asfittica ed inefficiente.
Lo scarso funzionamento dell'istituto della delega finisce per delegittimare un altro istituto fondamentale, quello della cooptazione, che consiste nell'assunzione di un soggetto in organi o cariche politiche da parte di coloro che ne fanno già parte, e che in pratica decidono dall'alto chi ammettere nella cerchia di potere. A queste scelte contribuiscono in maniera rilevante anche persone non elette (alle quali quindi non è stata conferita alcuna delega) ma che, per capacità proprie o derivanti dal loro "status" nella società, esercitano una forte influenza. Ad esempio, se guardiamo a Bologna attraverso la lente di TV e giornali, vediamo che il dibattito sulle prossime amministrative si svolge apparentemente tutto fra le solite 30-50 persone cooptate nel giro di "quelli che contano", che si palleggiano aperture e chiusure, progetti e velleità, ponti e veti incrociati.
In questo quadro si comprende l'urgenza di strumenti ed occasioni di partecipazione dei cittadini alle scelte politiche: questa partecipazione, articolata in gruppi spontanei, comitati, associazioni, movimenti è forse l'unico lievito capace di dare nuova consistenza alla nostra vita pubblica. Queste aggregazioni intermedie, con radici e motivazioni profonde e con un insieme di competenze maturato nel tempo, possono creare una sorta di "griglia di riferimento" sui diversi problemi della città, chiamando candidati e tecnici della politica a confrontarsi su questa griglia per trovare le alleanze elettorali e le soluzioni politiche. Senza nulla togliere al lavoro di mediazione dei partiti e alle possibilità di intervento dei cittadini come singoli, crediamo che sia utile aprire il dibattito agli insiemi di cittadini, per innescare una reazione positiva più vasta.
A Bologna, per cominciare
Fra le proposte circolate a Bologna c'era anche l'idea di fare precedere le elezioni primarie da una serie di "istruttorie": l'amministrazione comunale indice una serie di incontri su temi specifici, guidati dai presidenti delle commissioni consiliari, aperti a tutti ed in particolare alle associazioni della società civile con competenze specifiche.
In attesa di iniziative istituzionali, che non sappiamo se, quando e come si realizzeranno, noi vogliamo portare un contributo in questo senso organizzando quattro serate nel mese di marzo su temi che riteniamo importanti per la città. Come potete vedere in questa pagina si tratta di incontri organizzati in modo un po' particolare, per evitare di trasformarli in comizi o di disperderci in chiacchiere. Su questo chiediamo da ora a gruppi organizzati e singoli cittadini di contattarci, per concordare la partecipazione attiva. Non è la soluzione di tutti i problemi, ma potrebbe rappresentare il segnale di un buon inizio.
Flavio Fusi Pecci



I GIOVEDÌ DEL MOSAICO: IL CITTADINO DOMANDA E PROPONE

GIOVEDÌ 2 MARZO 1995 ORE 21 SALA CASA DELL'ANGELO, VIA SAN MAMOLO 24

UNIVERSITÀ E CITTÀ

GIOVEDÌ 9 MARZO 1995 ORE 21 SALA CONSIGLIO DEL QUARTIERE SAVENA, VIA FAENZA 4

SANITÀ E ANZIANI

GIOVEDÌ 16 MARZO 1995 ORE 21 SALA CASA DELL'ANGELO, VIA SAN MAMOLO 24

TRAFFICO E SALUTE

GIOVEDÌ 23 MARZO 1995 ORE 21 SALA CONSIGLIO DEL QUARTIERE SAVENA, VIA FAENZA 4

REGOLE E RIFORME DELLE ISTITUZIONI

Importante in questi incontri sarà il metodo, per il quale pensiamo di ispirarci ai convegni scientifici e di lavoro, strutturati secondo gruppi tematici di interventi veloci, per evitare comizi e chiacchiere dispersive, seguendo questo schema:
  1. breve introduzione sul metodo dell'incontro
  2. giro di interventi schematici e programmati, da parte di gruppi organizzati o di singoli cittadini - durata
  3. massima 5 minuti
  4. giro di risposte da parte degli esperti
  5. alternanza veloce di questi due momenti per una durata totale di un'ora e mezza
  6. apertura agli interventi in sala (domande dirette, proposte, interventi liberi) e dibattito per altri 30 minuti
  7. definizione dei punti conclusivi acquisti durante la serata
  8. registrazione e sintesi scritta per punti delle conclusioni raggiunte, da divulgare a chiunque sia interessato
Agli incontri parteciparanno esperti, amministratori, membri di uffici e commissioni, candidati ed esponenti di forze politiche. Tutti sono invitati, e in particolare gruppi ed associazioni della società civile e del volontariato. Chi vuole partecipare con domande e proposte, ci contatti al più presto con un fax al 051/348867 o per tel. al 051/492416 o al 051/334414.

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ALL'INTERNO:

Mass media e potere:

Intervista a Giovanni Rossi (ASER)

Andrea De Pasquale a pag. 4

La peste che forse non c'era

Pierluigi Giacomoni a pag. 5

Rete telematica: una rivoluzione silenziosa

Giuseppe Paruolo a pag. 12

Amministrative a Bologna

Politica fuori dal palazzo: contributi di Rosa Bianca,
Circoli Referendari, Comitato Primarie, Polis - DDI
DOSSIER a pag. 7

Scout e minori a rischio

Gabriella Santoro a pag. 3

Il consenso fluttuante

Alessandro Delpiano a pag. 6

Lavoro flessibile o nero?

Maurizia Monti a pag. 11

Università e città

Stefano Lilla a pag. 14


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PAG. 3 - volontariato e istituzioni

Per prevenire il pericolo che i minori "a rischio" siano risucchiati dalla criminalità, a Bologna è partito un progetto-pilota che vede la collaborazione tra istituzioni pubbliche e gruppi scout. Ne è nata una piccola ma intensa "scuola di accoglienza" tra ragazzi italiani ed immigrati.

Pastasciutta e cous cous

Tutto è iniziato davvero lo scorso settembre, sul treno diretto verso Porretta: eravamo quindici ragazzi, alcuni del Marocco, altri italiani, e ci osservavamo incuriositi misurando la situazione. Di fronte a noi tre giorni per iniziare a fare conoscenza, per capire cosa potevamo fare insieme; negli occhi di alcuni l'emozione del primo zaino e delle prime notti fuori di casa con altri ragazzi.
Educatori scout da molti anni, siamo da tempo in cerca di intersezioni, di spazi comuni su cui realizzare un incontro con la diversità. Attraverso vari percorsi personali, abbiamo maturato l'impegno per i problemi dello sviluppo (commercio equo e solidale, cooperazione ed educazione allo sviluppo), l'interesse per il tema dell'immigrazione, la ricerca e la sperimentazione di forme di cambiamento. A lungo avevamo riflettuto su come realizzare esperienze educative che preparassero i nostri ragazzi alla realtà multiculturale che è già di oggi. Poi è arrivata l'occasione concreta: il Servizio Immigrazione del Comune di Bologna ci ha chiesto collaborazione ad un progetto orientato ai minori "a rischio", per prevenire il loro coinvolgimento in attività criminose.
Una finestra sul ghetto
Il primo impatto con la realtà che vivono questi ragazzi è aprire il nostro sguardo sul loro luogo di vita, sull'isolamento, sul degrado, sul ghetto. Anche i luoghi costruiscono le persone e le loro relazioni, e già il primo colpo d'occhio ci ha chiesto di rivedere il metodo applicato con ragazzi in situazioni familiari mediamente tranquille, con un livello di istruzione buono, quasi sempre studenti, raramente lavoratori: questo è davvero un "altro mondo".
Nelle prime visite a via Stalingrado abbiamo vissuto il timore dell'approccio, di essere troppo "fuori" dal loro mondo, il timore di non saper controllare eventuali conflitti tra i ragazzi, di non sapere leggere le loro attese: da qui è nato il desiderio di avvicinarsi a loro "in punta di piedi". Poi, come sempre, i loro visi hanno sostituito le costruzioni intellettuali, e le idee pedagogiche hanno ceduto il posto al rapporto con le persone.
Abbiamo cercato in ogni momento quello che poteva coinvolgere i ragazzi e rappresentare l'esca per aprirsi, per comunicare, sempre attenti ad interpretare le loro reazioni alle nostre proposte. E così tanto per cominciare, siamo partiti per tre giorni in montagna, per giocare, camminare nella natura e sperimentare le piccole cose che costruiscono la vita in comune: cucinare, pulire... ma anche fare festa. Ed allora eccoci su quel treno, per cercare insieme l'intersezione tra i nostri diversi modi di essere, di vivere, di vedere le cose, per ampliare e valorizzare il territorio comune: così ci accorgiamo che, cous cous o pasta asciutta, per tutti è bello mangiare assieme.
Pensiamo alle due realtà culturali che convivono in questi ragazzi: l'identità marocchina di origine e la realtà italiana del presente. Infatti lavorano o studiano con italiani, ma vivono isolati e ai margini della città; seguono le partite del campionato marocchino, ma il calcio lo giocano sui nostri campi... Vorremmo che questi incontri fossero per i ragazzi italiani scuola di curiosità, di interesse per l'altro, di apprezzamento anche di quello che non è abituale, di superamento della paura e della diffidenza oggi spesso associate al mondo islamico: anche da parte dei "volenterosi dell'accoglienza" non andrebbe mai sottovalutata la difficoltà di trovare punti di contatto tra le diversità marcate che segnano le culture. Questa difficoltà va riconosciuta, capita, e solo così superata. Un elemento particolarmente importante è la valorizzazione delle capacità di ciascuno, come elemento fondamentale per la formazione del gruppo e per la comunicazione tra i ragazzi.
Scoutismo ed istituzioni: l'adesione ad un progetto
Il progetto, per come ci è stato proposto, presenta alcuni aspetti fortemente positivi:
- lavoriamo non in una iniziativa casuale, ma all'interno di un quadro ampio, che si dovrebbe inserire in un piano dell'Amministrazione Comunale rivolto a giovani "a rischio";
- il contatto con le famiglie è mediato da chi ha già una conoscenza buona della situazione e del contesto specifico in cui ci troviamo (gli operatori del Servizio Immigrazione);
- il progetto è gestito dal gruppo AGESCI Bologna 16 e fa quindi parte di un patrimonio di sensibilità e ricerca condiviso con altri educatori (offre quindi la possibilità di uno scambio e di un approfondimento anche all'interno dell'AGESCI).
Un altro elemento di grande interesse per noi è l'opportunità di lavorare insieme alle istituzioni pubbliche su un comune obiettivo concreto. Questa collaborazione, non abituale, è certamente occasione preziosa per sperimentare un rapporto positivo con le istituzioni basato sui valori per noi più significativi.
Ci sembra importante rispondere alla sfiducia oggi diffusa con esperienze di collaborazione come questa, che valorizzino il patrimonio di ciascuno e che siano centrate su obiettivi chiari e comuni. Si tratta di una occasione formativa anche per noi, che desideriamo mantenere i nostri riferimenti di fondo (disponibilità, coinvolgimento personale, gratuità, impegnarsi senza volere troppo "misurare" quello che si da), indispensabili per il rapporto coi ragazzi dei nostri gruppi, ma che, in questa nuova relazione con l'amministrazione, non devono diventare una forma di ingenuità.
Non è facile catturare l'attenzione e l'interesse di ragazzi tra i 15 e i 18 anni: per questo pensiamo di continuare puntando su musica, giochi sportivi, lavori con le mani, fotografia. Proseguendo su questa strada, vorremmo aprire gli occhi anche sull'esterno, sulla comunità vasta in cui tutti siano inseriti - una comunità che per esistere non ha bisogno di tracciare un confine, un limite, una barriera - e fare qualche passo verso la città, riscoprendola come luogo da valorizzare e a cui appartenere.
Gabriella Santoro
(AGESCI Bologna 16)

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PAG. 4 - informazione e potere

Qual è il panorama informativo di Bologna? Che cambiamenti sta portando il nuovo clima politico? Ne abbiamo parlato con Giovanni Rossi, giornalista, presidente dell'ASER (Assoc. Stampa dell'Emilia Romagna). Particolarismo e intolleranza della stampa "post-ideologica".

Tra spartizione e spazzatura

Cominciamo dalla TV. Alcune voci indicavano la sede RAI di Bologna "in quota" ad Alleanza Nazionale. La nomina del nuovo caporedattore è in questo senso?
Innanzitutto bisogna chiarire che la lottizzazione è su base fiduciaria, e non di appartenenza: un direttore viene scelto perché dà garanzia di spazio e di rispetto per le posizioni di una certa area politica, non perché è un iscritto. Quindi dire che la sede di Bologna nella spartizione è toccata ad Alleanza Nazionale non significa affatto che il nuovo caporedattore sia di AN. Quello che va contestato è l'idea stessa di spartizione politica, che - sia chiaro - non è una invenzione di questa maggioranza, ma fa parte della tradizione della RAI. Purtroppo chi si è presentato come nuovo, chi (come l'MSI) denunciava questi metodi quando stava all'opposizione, appena si è trovato al potere ha fatto propri gli stessi metodi. Questo non coinvolge, per quanto mi riguarda, il giudizio professionale sui singoli colleghi che assumono ruoli di direzione in base a questi meccanismi: tra questi ci sono grandi professionalità, e la RAI - che è stata una delle migliori televisioni a livello internazionale - è piena di persone capaci. Tra l'altro, a differenza di altri che questo governo ha catapultato in televisione prendendoli da esperienze totalmente diverse, Gian Stefano Spoto è alla RAI da molto tempo, ed ha esperienza in sede regionale. Quello che fa problema è il meccanismo per cui se il caporedattore di una sede regionale è di fiducia di una parte politica, bisogna assolutamente accontentarne un'altra da un'altra parte d'Italia. Questo criterio di scelta innanzitutto danneggia l'azienda, e se ne dovrebbe tenere conto, visto che oggi tutti inneggiano al modello aziendale.
Nulla di nuovo sotto il sole, dunque?
L'unica novità è la violenza inusitata di questa spartizione, che tende ad isolare ed emarginare totalmente chi non si allinea con l'attuale maggioranza. Secondo la mia personale opinione, si stanno creando le condizioni perché una serie di persone, di grande valore professionale, se ne vadano dalla RAI. Non particolarmente a Bologna, ma a livello nazionale. In questi mesi è successo che da un giorno all'altro alcuni redattori sono stati messi in condizione di non lavorare: "a disposizione dell'azienda" si usa dire, ma significa essere messi in un angolo, spesso senza nemmeno avere un ufficio. Sono cose già accadute nel passato: nessuno viene licenziato, ma semplicemente non ti utilizzano, perché non vieni considerato omogeneo agli orientamenti prevalenti, quindi non sei "di fiducia". Del resto, l'operazione è sempre quella di dare rilievo a certe notizie o a certe voci piuttosto che ad altre, ed il gioco è fatto: soprattutto in radio e in televisione, dove gli spazi sono ancora più limitati rispetto alla stampa, basta fare certe scelte ed il messaggio che arriva all'opinione pubblica è già politicamente orientato. Su questo problema c'è stata anche un'interpellanza dei Verdi in Consiglio Regionale, che denunciavano come su 15 minuti di notiziario regionale 10 venissero dedicati a interviste, convegni o comunque presenze di ministri o esponenti dei partiti di maggioranza nazionale. [NdR: il telegiornale regionale ha un unico direttore nazionale, attualmente Piero Vigorelli, che da Roma dà le direttive e controlla le redazioni ed i notiziari locali].
Il secondo telegiornale locale di Bologna è quello di Rete7, di proprietà della Coop e tradizionalmente vicino all'area progressista. Ma Rete7 è anche in rosso col bilancio...
Il Tg7 non mi sembra oggi particolarmente spostato a favore di qualcuno; negli ultimi anni ha cambiato stile, riservando maggiore attenzione alla cronaca, nera, giudiziaria e spicciola: un modello giornalistico (che personalmente non amo troppo) in qualche modo assimilabile, sia pure con tutte le differenze del caso, a quello che si è sviluppato nel Resto del Carlino. Oggi il Tg7 dà forse troppa enfasi al fatto di vita cittadina, come ieri ne dava troppa alla politica ed alle istituzioni locali. Attualmente Rete7 sembra avere contenuto il deficit (che nelle TV locali è normale), e la proprietà (cioè la Coop Emilia Veneto, che grazie alla fusione con Romagna Marche sta diventando Coop Adriatica) dà segnali di voler investire sull'informazione, per rafforzarla ed estenderla verso il nuovo territorio d'interesse.
A proposito del Carlino: oltre ad avere apertamente sposato Berlusconi, nella cronaca locale sembra alimentare un certo risentimento "della gente" nei confronti di alcune scomodità della vita quotidiana, finendo per esaltare le piccinerie e coprire invece drammi enormi. Ricordo un "Pronto cronaca" dedicato, con titoli enormi e foto, alle proteste estetiche dei vicini per la bruttura di un'auto abbandonata che diventava ricovero di "barboni e altri malintenzionati": sul dramma degli inquilini di quell'auto nemmeno una riga. Anche questo mi sembra funzionale ad un certo clima politico.
Da sempre la scelta del Carlino è quella di cavalcare il disagio rispetto a ciò che non funziona. Prima di tutto perché questo è giornalisticamente più facile e più vendibile. In più, non so quanto consapevolmente, la linea del Carlino tende a scomporre la città, esaltando i particolarismi e le conflittualità e contrapponendo le diverse categorie. Oggi poi che indubbiamente la qualità della vita a Bologna è peggiorata (e poco importa se rispetto ad altre città qui si sta ancora bene: i bolognesi non si confrontano con Napoli, ma ricordano che 10 anni fa stavano meglio) questa linea trova terreno fertile. Quanto all'avvicinamento all'attuale mag- gioranza nazionale, è dovuto anche a valutazioni di mercato: l'editore ha pensato che allearsi con Berlusconi potesse portargli pubblicità, sperando in un effetto trascinamento delle sue televisioni: ma non ha avuto grandi risultati.
Questo spostamento potrebbe rispondere anche ad un'altra logica: la stampa quotidiana è per lo più critica verso l'attuale maggioranza, ed allora può diventare conveniente lanciarsi su una fetta di opinione pubblica "scoperta". Lo stesso Giornale di Feltri, anche se di scarsa qualità, a mio parere si avvantaggia dell'assenza di concorrenza a destra.
Diciamo che con la caduta delle ideologie e delle grandi convinzioni collettive (per cui anche cittadini comuni senza troppa cultura avevano precise convinzioni, non solo ideologiche, ma anche ideali) molta gente ha perso i riferimenti per avere una propria visione del mondo: allora è venuto a galla il cinismo quotidiano, i sentimenti più beceri e meschini, l'idea che nella vita tu combatti e tutti gli altri ti sono nemici, ti contendono il posto sull'autobus, il parcheggio, l'aria che respiri. Feltri lo ha capito subito (ma rispetto a lui il Carlino è comunque tutta un'altra cosa), ed ha giocato proprio su questo. In questa linea i giornali diventano l'esaltazione del peggio di una società. Per un giornale è un'operazione facile e redditizia, e non gli importa nulla se questo produce nei lettori la perdita del senso delle proporzioni. Anche la denuncia, fatta in questo modo, non è un servizio, perché non spinge i cittadini a partecipare, ad uscire di casa, ad informarsi, ma diventa rabbia sterile, un macerarsi nell'idea che tanto non c'è nulla da fare, che produce insofferenza e intolleranza.
(intervista di Andrea De Pasquale)

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PAG. 5 - informazione e potere

Superficialità e allarmismo: è accaduto anche con la peste in India, che magari non era peste (lo sapevate?). Così notizie "fabbricate" dai mass media riecheggiano nelle dispute al bar, nelle chiacchiere dai parrucchieri, nei commenti degli editorialisti, fissandosi nell'immaginario collettivo e condizionando la pubblica opinione: sempre a prescindere, naturalmente, dai fatti.

Che sia vero? Non importa

Tra settembre e ottobre sulle prime pagine dei quotidiani e nei titoli dei telegiornali scoppia un nuovo caso mondiale: divampa la peste in alcune località dell'India. Per alcune settimane veniamo inondati di servizi sui controlli agli aeroporti, sulle misure per evitare il contagio, mentre i giornali si riempiono di interviste a vari esperti i quali con dottrina e sapienza raccontano tutto o quasi su questa antica malattia che "tanti lutti addusse" secoli fa in Europa. Lo sfondo apocalittico evocato da questo tema rende ancora più gustoso il misto di paura e comfort di noi spettatori occidentali, abituati a goderci il contrasto tra il gelo dell'horror e la poltrona calda da dove guardiamo il film. Poi la vicenda esce gradualmente dall'interesse dei mass-media.
A titolo di curiosità, nella rubrica "Terziario arretrato" (che intercetta e riporta, depurate dai nomi, le conversazioni degli italiani al telefonino cellulare) il settimanale Cuore pubblica in novembre un brano di una chiacchierata via etere tra due signore della Milano bene, non molto esperte in geografia ma dalle convinzioni granitiche. Stanno parlando di colf: "Ti ho detto che ho preso una polacchina al posto di George?", chiede una all'amica. "Davvero? E come mai?", si informa l'altra. "Eh, sai, appena ho saputo la storia della peste in India l'ho mandato via subito," spiega la prima. "Scusa, ma che c'entra? Non era filippino?" Risposta: "Sì, ma è sempre da quelle parti, e poi è meglio stare nel sicuro".
I fatti.
In seguito si apprenderà che la malattia che aveva colpito gli abitanti di un oscuro centro dell'India occidentale nei pressi di Bombay con ogni probabilità non era peste, ma una semplice infezione polmonare. Nella sua edizione del 12-11-1994 infatti il quotidiano torinese "La Stampa" scrive che, secondo la rivista medica britannica "Lancet", potrebbe non essere stata peste l'epidemia che ha colpito alcune località dell'India, bensì "un'infezione virale dalla sintomatologia simile". Il giornale torinese prosegue informandoci che "il dottor Lalit Dar e i suoi colleghi dell'istituto indiano di scienze mediche di New Delhi sostengono che la peste polmonare è in genere più contagiosa e ha un tasso di mortalità maggiore del morbo che ha colpito l'India", rilevando che di rado vi è stato più di un caso per famiglia. "Dovrebbe essere fatta una diagnosi differenziale con infezioni virali quali la sindrome polmonare da hantavirus, la melioidisi e la leptospirosi" scrivono i medici. "Dovendo dare a Cesare ciò che è di Cesare occorre riconoscere che non furono solo i mass-media a diffondere la notizia della terribile epidemia, ma anche il governo indiano che, cedendo alle pressioni interne ed internazionali, decretò lo stato di emergenza per scongiurare il propagarsi del contagio".
Le conseguenze
L'esito di questo presunto scoop é pesante per l'intera Unione Indiana. É vero che l'India è un Paese afflitto da problemi strutturali molto gravi; e del pari è vero che talune di queste sciagure sono il frutto sia della sistematica ingerenza di potenze esterne nella vita del Paese, sia del malgoverno degli ultimi decenni: ma è altrettanto vero che ancora una volta il mondo dell'informazione (sarebbe meglio dire della disinformazione) ha per molti giorni diffuso un'immagine dell'India totalmente distorta, e tale da far pensare ad una Nazione allo sbando dove accadono cose apocalittiche. L'opinione che la gente ha di questo gigante di 900 milioni di abitanti non è affatto legata alla sua secolare civiltà e alla sua millenaria cultura, ma si associa esclusivamente alle sue disgrazie, quali le carestie, le epidemie, i massacri a sfondo etnico e religioso. E oggi la maggior parte di noi penserà dell'India (ma forse di tutta l'Indocina, l'Indonesia ed il sud est asiatico) soltanto come alla terra della peste, della fame e della miseria senza speranza.
Già all'indomani dell'esplosione della presunta epidemia di peste polmonare, il governo indiano denunciò un crollo verticale dell'afflusso di turisti e di uomini d'affari, mentre nei Paesi del Golfo i lavoratori indiani furono fatti oggetto di atti di intolleranza. Oltre al danno immediato, ci si deve aspettare che l'economia indiana, che stava dando segni di rinascita, subisca da questa vicenda pesanti conseguenze.
Informazione e paesi poveri
Dunque, ancora una volta il mondo dei mass media ha perso una buona occasione per informare davvero. Invece di andare nel profondo dei problemi che la vicenda proponeva, ha preferito generare allarmi, costruire mostri, menare scandalo, diffondendo nella gente pregiudizi che col tempo tendono a cristalizzarsi. Episodi come questi tendono ormai a ripetersi con tale e tanta frequenza da non fare quasi più "notizia". Ci chiediamo se sia giusto trattare popoli e nazioni lontane in questo modo. Ci chiediamo se questo modo di fare non contenga già un germe di razzismo. Quello che è certo è che in questa maniera si finisce per colpire a morte le economie di nazioni emergenti, costringendole a restare perennemente succubi di una ristretta élite di Stati ricchi e dominanti.
Pierluigi Giacomoni


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PAG. 6 - società e politica

Politica e consenso: un rapporto da sempre difficile, peggiorato dall'utilizzo massiccio dei sondaggi. Grazie ai quali i politici, anzichè affrontare i problemi con soluzioni a lungo termine, inseguono giorno per giorno il gradimento popolare, riducendo la loro attività ad un marketing d'immagine. E gli elettori stanno al gioco: un gioco pericoloso per la tenuta della democrazia.

La banderuola del consenso

Nelle ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento degli Stati Uniti, a soli due anni dalla elezione - quasi per acclamazione - di Clinton, portatore di nuovi programmi sociali a grosso impatto sul sistema amministrativo americano, c'è stato un totale sovvertimento del consenso, che ha consentito ai Repubblicani di ottenere la maggioranza in Parlamento. Altre volte è successo che il partito del Presidente non fosse quello della maggioranza dei parlamentari, ma quest'anno ci sono due elementi estremamente nuovi per la politica americana: un secco rifiuto dei programmi di riforma di un presidente in carica da appena due anni, e l'abbandono di una certa correttezza di comportamento fra le parti, come hanno testimoniato i continui attacchi dei nuovi eletti nei confronti del Presidente, attacchi che non hanno precedenti nella tradizione politica americana e che mostrano quanto i vincitori si sentano autorizzati a comportarsi come i detentori di un nuovo potere plebiscitario, a cui tutto è subordinato in quanto rappresentanti del popolo, in quanto vincitori delle elezioni. Come si vede, non siamo molto lontani da quanto accade a casa nostra.
In nome del popolo volubile
Tanto nella politica internazionale che in quella italiana, ci troviamo sempre di più davanti ad una giungla di posizioni politiche non decifrabili, di ricette miracolose per i problemi più complessi, di proclami ed improvvise retromarcie. In Italia, una volta scomparso il principio di appartenenza a questa o quella ideologia e quindi non esistendo più rigidi schemi di fedeltà partitica, si è passati ad una partecipazione al voto estremamente fluttuante fra posizioni politiche spesso antitetiche.
Pensiamo alla parabola di Leoluca Orlando, che stravince le elezioni nel dicembre del '93 per la poltrona di sindaco di Palermo, e appena tre mesi dopo straperde alle politiche del 27 marzo. Oppure alla recente massiccia partecipazione alle proteste contro la finanziaria da parte di elettori del polo delle libertà, che si sono sentiti traditi dal "rigore governativo". Oppure all'altalena dei consensi tra Berlusconi e magistrati, durante le ultime vicende giudiziarie che hanno coinvolto il proprietario della Fininvest: prima il grande appoggio popolare al pool di Milano, tanto da indurre il governo a ritirare il decreto di Biondi; poi la crescita del consenso per Berlusconi che, dopo l'arrivo dell'informazione di garanzia, giura sui suoi figli di non aver mai fatto nulla di male e si mostra vittima di una congiura concertata da magistrati manovrati dall'opposizione, creando una gravissima frattura fra poteri dello Stato ed alimentando uno scontro di dimensioni estremamente preoccupanti. Ma quando Di Pietro si dimette si registra un ribaltone ulteriore, e il pool e la magistratura ritornano in vetta alla classifica dei consensi.
È questa la mobilità delle opinioni tanto auspicata per la seconda Repubblica? Oppure è un'ulteriore versione del tipico comportamento gattopardesco per cui tutto cambi perché nulla cambi? Questa in realtà è una mobilità di opinione prevalentemente schizzofrenica, derivata da un approccio emotivo e non dalla reale volontà di comprensione, di scelta, e di compartecipazione a quella scelta.
Tutto e subito, senza sacrifici
Il cittadino oggi pretende che i propri desideri vengano esauditi subito. Non è concesso che la classe politica richieda ai cittadini una leggera regressione della condizione di benessere acquisito, in vista di un futuro migliore. Non c'è più spazio per la progettualità nella politica. Il consenso è difficile da mantenere, non si può congelarlo, e quindi la risposta della nostra nuova classe politica consiste in promesse miracolose, in azioni efficaci solo sull'opinione pubblica ed incisive a livello d'immagine, atte solo a migliorare le proprie posizioni nei sondaggi d'opinione. E se il sondaggio dice che il consenso cala, ecco che si cambia linea all'inseguimento di un nuovo consenso.
È evidente che la politica del sondaggio non persegue il bene collettivo, ma ha come unico scopo la conservazione del proprio potere. Si agisce per sè, non per la comunità. L'azione politica e amministrativa invece ha bisogno di progetti a lungo termine.
Ne abbiamo avuto prova anche a Bologna, quando l'amministrazione comunale decise di istituire le corsie preferenziali per bus e biciclette; intenzione più che lodevole per migliorare la qualità della vita cittadina, ma che si è rivelata fallace perché mirata ad avere un effetto positivo sull'opinione pubblica, senza che questa operazione fosse inserita in un piano organico di riqualificazione della città.
Per questa strada la politica italiana si avvia ad essere sempre di più una politica di facciata. Un giorno ci promettono tutto, e il giorno dopo ci promettono il contrario di tutto, semplicemente perché il cittadino- elettore vuole tutto e il suo contrario: vuole una finanziaria rigida senza perdere una briciola del proprio patrimonio, vuole città vivibili senza rinunciare ad utilizzare l'auto in modo indiscriminato, vuole che la giustizia punisca i politici corrotti continuando però ad evadere le tasse.
È quindi non solo un problema di classe dirigente, ma è anche un problema di coscienza dell'elettore. Il consenso in una democrazia non può essere dato in base al proprio stato emotivo. Il cittadino ha il dovere di guardare oltre il proprio naso, di informarsi per esaminare e poi scegliere. Una democrazia che tale vuole essere, richiede non solo un comportamento corretto della classe dirigente, ma soprattutto un'etica dell'elettore, una deontologia che impianti un forte senso di responsabiltà semplicemente perché partecipi, come aventi diritto di voto, alla vita pubblica e sociale del paese.
Alessandro Delpiano

All'inizio

PAG. 7-10 - DOSSIER: verso le amministrative

C'è qualcosa di autenticamente politico che si muove, fuori da segreterie e nomenclature, tra cittadini e gruppi che si scoprono responsabili della vita collettiva, e che non vogliono restare passivi. Continuiamo la panoramica su Bologna iniziata nel primo numero, dando spazio a proposte, giudizi ed istanze della base, spesso trascurate da tv e giornali.

Voci fuori dal palazzo

Bologna è la città più importante in cui si vota per le amministrative in primavera. Da mesi ormai troviamo sui giornali locali intere pagine dedicate al tema. Sono per lo più interviste a personalità influenti, o sondaggi che hanno come oggetto sempre gli stessi personaggi, e la sensazione è un po' quella di un teatrino capace di autoalimentarsi. Tutti parlano della necessità di provare a ripartire dal basso, di un coinvolgimento più attivo dei cittadini, di quella base che è finora rimasta (colpevolmente?) a guardare. Parlano di un confronto che dovrebbe avvenire sui programmi e non semplicemente sulle alchimie delle alleanze, della necessità di un peso minore delle segreterie dei partiti. Ma chi, oltre a dire queste cose, sta cercando almeno in parte di realizzarle? Qualcuno c'è, e ci sta provando: con incontri, percorsi di approfondimento e proposte concrete. Cose che costano tempo e fatica, tanto più se ad organizzarle non sono politici di professione. Quindi non c'è da meravigliarsi se sui giornali compare per lo più chi chiacchiera, mentre chi cerca di cambiare davvero è costretto quasi alla clandestinità, e le iniziative di base - quelle forse più interessanti - passano nella sostanziale indifferenza dei mezzi di informazione.
Le voci della società civile
Tra queste voci trascurate ma importanti c'è una lettera aperta, scritta lo scorso agosto (ma quanti hanno avuto l'opportunità di leggerla?) ed ancora attualissima, con la riflessione critica di un gruppo di cristiani - la Rosa Bianca - sulla situazione politica italiana.
Poi l'esperienza di un gruppo di cittadini di area progressista che ha dato vita ad un Comitato per le Elezioni Primarie, con l'idea che le primarie per la designazione del candidato sindaco possano diventare una occasione per restituire ai cittadini quel potere di iniziativa che ora appare confinato nelle segreterie di partito.
Tanti avevano sperato nei referendum elettorali come un'occasione di rinnovamento profondo della classe politica italiana, e per questo si erano impegnati: ora molti, delusi, se ne sono tornati a casa. Non così alcuni circoli sorti durante la stagione referendaria, che lanciano un appello a partiti e società civile in vista delle amministrative.
Infine, del gruppo di base Polis - Democrazia delle Idee, a cui è stato dedicato il dossier del numero 1, riportiamo molto sommariamente il programma di attività.
Naturalmente non tutte queste iniziative sono sullo stesso piano, né sono fra loro in perfetta sintonia. Accanto ad esse altre potrebbero essere citate, come le attività promosse dai Comitati per la difesa della Costituzione, che Il Mosaico sta continuando a seguire e di cui riparleremo presto. Tra tutte però c'è un denominatore comune: il desiderio di uscire dal privato, di reimpossessarsi della politica come di qualcosa che ci interessa tutti come cittadini, la voglia di un approccio nuovo ai problemi cittadini, nazionali ed internazionali. É un segnale che non va sottovalutato.
Il falso problema della bandiera
Se ci affidiamo soltanto alle forze politiche tradizionali, sappiamo già come andrà a finire. La destra cercherà di raffazzonare qualunque voto, istanza, interesse: di tutto pur di cercare la caduta della simbolica bandiera da Palazzo D'Accursio. Dall'altra parte, specularmente, si organizza la difesa dell'esistente, e chi tenta di impostare discorsi nuovi si sente contrapporre la necessità di fare fronte comune per resistere al nemico. Al di là di qualche lista moderata in esplorazione del centro, in cerca di voti da portare poi verso destra o verso sinistra al secondo turno, è chiara una cosa sola: non ci sarà spazio per il nuovo. Ovvio che, in questo contesto, le iniziative disorganiche rispetto al potere costituito vengano circondate da barriere di silenzio, o considerate con fastidio.
Ma chi vede il problema nei termini di difesa della bandiera non ha davvero capito niente, e costringe la gente a votare più "contro" che "per". Un quadro di questo genere favorisce inevitabilmente la destra, mentre all'opposizione di centro e di sinistra ogni sforzo di rinnovamento risulta alla fine bloccato.
Ma dove trovare uno spiraglio di novità? Nella candidatura Vitali, presentata come un segno di rinnovamento, accreditando l'idea che sia lui stesso l'alternativa (interna) al PDS? Nel PPI o in quella sua parte bramosa di fare l'accordo col PDS per salvare un po' di cariche politiche e para-politiche, ma che ha anche bisogno di mostrare al proprio elettorato che il suo non è un arrembaggio, e dunque chiede al PDS di cambiare candidato? Nei personaggi di contorno, che spiegano come sia meglio un candidato col 5% dei consensi ma capace di sfondare al centro che uno con il 45% confinato esclusivamente a sinistra? Tesi questa che sottintende l'idea che la base del PDS voterebbe anche un cavallo, se fosse il candidato indicato dal partito...
Oppure la novità è che adesso il Comune di Bologna finanzia anche le scuole non pubbliche (per lo più cattoliche)? Dunque: prima bastava che una scuola non fosse pubblica per escluderla dal finanziamento, anche se era un'ottima scuola che espletava un importante servizio sociale. Oggi invece avrà comunque il finanziamento, anche se per caso sottopaga i suoi insegnanti e non dà preparazione agli studenti. Sbagliato prima, sbagliato adesso.
Con ciò non si vuol dire che ogni segnale proveniente dai partiti tradizionali vada sottovalutato. Ma certo non possono bastare i proclami teorici o le promesse di posti in lista ad altri a dimostrare un vero cambiamento.
I temi cruciali per Bologna
Crediamo infatti che i veri temi da mettere in agenda, quelli su cui si gioca il futuro della città e la valutazione delle eventuali novità, siano altri, e urgenti. Perché il traffico rischia di renderla invivibile, causando snervanti perdite di tempo e danni gravi alla salute, e non è un caso che chi si trasferisce a vivere in provincia noti una drastica diminuzione di malattie respiratorie. Perchè l'Università va integrata nel tessuto urbano, e gli studenti non sono mucche da mungere.
Perchè il problema della sicurezza e della tutela dalla criminalità, piccola e grande, è un fronte su cui occorre dare certezze ai cittadini: specialmente dopo le incredibili scoperte sulla banda della Uno bianca. Perchè una politica della casa che spinge alle stelle i prezzi di un bene di prima necessità non può certamente essere vista come equa e solidaristica.
A questo punto di solito si termina con un "si potrebbe continuare". Ma non vogliamo usare il condizionale: noi possiamo continuare, e vogliamo farlo. Alcuni cercheranno di presentare candidati o liste, altri pun- teranno ad un ruolo di stimolo attivo sulle idee, altri ancora porteranno avanti una speciale attenzione ad una crescita comune su questi temi. Ma è importante non restare soli ed isolati, altrimenti i germogli di cambiamento verranno ancora una volta soffocati.
La Redazione



Polis - Democrazia delle Idee: un programma di lavoro

Democrazia delle Idee significa dare priorità ai contenuti. Per questo stiamo mettendo a punto un metodo di lavoro basato sulla individuazione di domande e problemi chiave su cui definire idee e proposte. Tutto ciò attraverso una analisi quanto più possibile professionale effettuata in sotto-gruppi di lavoro e in collegamento con associazioni che si occupano specificamente di quel determinato settore. L'idea pratica è quella di arrivare in 2-3 mesi a definire una griglia di temi specifici su cui impostare un confronto anche in vista delle prossime elezioni amministrative.
All'incontro del 4 novembre 1994 è stata presentata una prima bozza di temi su cui lavorare. É certamente da approfondire, e altri punti meritano di essere affrontati, ma per dare un'idea ecco i titoli dei 33 punti che la componevano: ambiente, anziani, appalti/licenze, bioetica/aborto, burocrazia, casa, costituzione/riforme, diritti dell'uomo, droga, economia, famiglia, fisco, giovani, handicap, immigrati, infanzia, informazione, lavoro, matrimonio, mondialità, militare, pace/cooperazione, pensioni, ricerca, rifiuti, sanità, scuola, sicurezza, sussidi pubblici, traffico, università, valori, volontariato.
Dopo quell'incontro hanno preso il via quattro gruppi di lavoro su diversi temi:
- ambiente, traffico e rifiuti (Marco Miglianti, 051/760095)
- università, scuola, ricerca, giovani e lavoro (Marco Calandrino, 051/6237505)
- costituzione, riforme istituzionali, informazione, diritti dell'uomo (Cristina Festi, 051/451736)
- sanità, anziani e handicap (Cristina Malvi, 051/303681)
Siamo inoltre attivamente impegnati nella ricerca di un confronto con altri gruppi e associazioni disposti a lavorare e a confrontarsi, in modo concreto, su questi ed altri argomenti.
É la strada che noi crediamo debba essere percorsa per un confronto vero fra persone e gruppi di diverse provenienze culturali, che non può essere affidato ad operazioni al vertice dei partiti, interessati soprattutto a perpetuare se stessi ed il loro potere. Gruppi o persone che fossero interessati a farsi coinvolgere in questo lavoro possono mettersi in contatto con Polis - Democrazia delle Idee per fax al 051/348867, per telefono al 051/334414 o scrivendo all'indirizzo del giornale.



Rosa Bianca: una lettera aperta

"Beato colui che sa resistere" (D.M.Turoldo)
Dopo una breve stagione di grandi speranze, la vita pubblica italiana, soprattutto a seguito della brusca virata a destra nelle elezioni di marzo, è oggi segnata da un crepuscolo che potrebbe presto diventare notte fonda. Dinanzi a a questo pericolo i cattolici democrafici della "Rosa Bianca" avvertono con forza l'esigenza di rivolgere a tutte le coscienze inquiete di questo Paese un grido d'allarme.
I giovani della Weisse Rose (Rosa Bianca), che diedero la vita nella resistenza al totalitarismo nazista e alla cui testimonianza la "Rosa Bianca" italiana si ispira, ci ricordano che "ciascuno é corresponsabile del regime che tollera" e che la libertà, "il bene più prezioso di un popolo", puó crescere e svilupparsi solo quando si è disposti a pagare per essa, quando ciascuno sa che la propria libertà comincia, e non finisce, là dove comincia la libertà degli altri.
Negli ultimi anni il nostro Paese è stato protagonista di una rivoluzione democratica animata da una forte e chiara domanda di eticità e di cambiamento. Le elezioni di marzo e il governo Berlusconi hanno purtroppo frenato questo processo e tra poco potrebbero arrestarlo del tutto. Mentre l'economia riprende slancio per il dinamismo delle sue forze sociali, molti segnali che vengono da Palazzo Chigi rappresentano invece un evidente prolungamento del vecchio regime: dal riciclaggio di volti tristemente noti all'occupazione della RAI, dal decreto Biondi sulla carcerazione preventiva al condono edilizio. Con l'aggravante che il Presidente del Consiglio, come gli eventi hanno dimostrato, é condizionato dagli interessi del suo impero economico e controlla di fatto, attraverso uomini di sua fiducia o comunque a lui graditi, quasi l'íntero sistema televisivo a livello nazionale (RAI e Fininvest). Altro che polo della libertà e del buon governo!
É con queste premesse che già si profila all'orizzonte una revisione della nostra Carta Costituzionale, magari approvata in Parlamento a colpi di maggíoranza e poi sottoposta a referendum confermativo. Di fronte ad una tale prospettiva ribadiamo che la Costituzione è la legge fondamentale di tutti i cittadini e che il suo auspicabile aggiornamento può e deve avvenire solo come sviluppo coerente dei suoi príncipi fondanti e non rivedibíli, in direzione di un'autentica democrazia compiuta, per esempio allargando i diritti di nuova cittadinanza, al pluralismo dell'informazione radio-televisiva e alla tutela dell'ambiente, e comunque secondo procedure che garantiscano effettivamente sia la maggioranza che le opposizioni, in Parlamento e nel Paese. In quest'ottica la "Rosa Bianca" aderisce con convinzione ai Comitati per la Costituzione invocati da Giuseppe Dossetti.
E proprio muovendo dalla preoccupazione manifestata di recente da Dossetti circa la possibile rinuncia da parte dei cattolici italiani "a un giudizio severo nei confronti dell'attuale governo in cambio di un atteggiamento rispettoso verso la Chiesa o di una qualche concessione accattivante", "per esempio nella politica familiare o scolastica", la "Rosa Bianca" esprime il timore di una nuova, tacita alleanza tra il trono e l'altare quando proprio le vicende di Tangentopoli, la fine della D.C. e più ancora il clima dominante di paganesimo consumista esigerebbero da parte di tutti, comunità e singoli credenti, una vera purificazione da troppi compromessi mondani e un profondo radicamento nel nucleo essenziale della fede e della vita cristiana. La "Rosa Bianca" reagisce quindi con forza al tentativo, operato dall'on. Pivetti e da altri esponenti della maggioranza, di portare l'area cattolica italiana su posizioni integraliste e teocratiche indegne della sua migliore tradizione che è invece quella del dialogo, della laicità della politica e della democrazia intesa come ricerca del bene comune. D'altra parte, volgendo lo sguardo al campo delle opposizioni politiche affermiamo con chiarezza che non ci interessano accordi di vertice tra Buttiglione e D'Alema, né un nuovo compromesso di potere tra apparati di partito. Auspichiamo invece che, traendo ispirazione dalle risorse etiche e dalla vitalità sociale presenti nel Paese, le molteplici forze che non sostengono l'attuale governo, superando vischiosità culturali e organizzative, riescano ad esprimere quanto prima una vera opposizione, coordinata sul piano politico, effícace e propositiva a livello di contenuti, limpida e credibile quanto agli uomini, capace insomma di sperimentare una valida alternativa alla maggioranza di centro-destra fin dalle prossime elezioni amministrative.
A questa opposizione la "Rosa Bianca" intende offrire tutto il possibile contributo della propria resistenza etico-culturale e della propria azione educativa, favorendo il dialogo e il confronto, anche autocritico, tra le varie opzioni praticate negli ultimi anni dai credenti e da tutte le coscienze inquiete e alimentando con ogni sollecitudine, nel crepuscolo che ci avvolge, la lampada della vigilanza e della speranza.
(Brentonico, 28 agosto 1994)

La storia della Rosa Bianca nasce alcuni anni fa da un gruppo di ragazzi che, dopo essersi conosciuti ad una scuola di formazione politica, decidono di continuare l'esperienza, organizzando incontri ai quali partecipano testimoni di primo piano della vita spirituale e politica contemporanea. L'associazione così formata ha minimi legami burocratici ma un forte vincolo di stima ed amicizia tra i partecipanti, provenienti un po' da tutta Italia, che organizzano momenti comuni di formazione cercando poi di impegnarsi ciascuno nel suo luogo di origine. Anche il prossimo anno è in programma la scuola estiva (organizzata insieme alla rivista di Trento Il Margine, impegnata a cercare una lettura profetica ed approfondita dell'attualità politica e della storia dei nostri giorni): se siete interessati fatevi vivi, vi aspettiamo.
Andrea Turchi (051/345460), Monica Minelli (495613), Giovanni Carassiti (305803)



Collegamento "I circoli": un appello

"Per una Bologna dei cittadini"
La scadenza amministrativa della prossima primavera annuncia trasformazioni che peseranno, nel bene e nel male, sugli anni a venire. I firmatari di questo documento, animati esclusivamente da passione civile, ritengono che per chi ha a cuore l'orizzonte della democrazia sia il momento per prendere l'iniziativa. Siamo cittadini riuniti in circoli sorti durante l'esperienza referendaria e cresciuti col proposito di rinnovare il rapporto con le istituzioni elettive. La tradizione di cui ci sentiamo parte è quella del riformismo democratico, fedele ai valori irrinunciabili fermati nella prima parte della Costituzione. Aperti al dialogo con tutti, dichiariamo tuttavia la nostra incompatibilità con qualunque forza si richiami ad ideologie ed esperienze totalitarie, nel segno di una ferma opposizione all'attuale Governo e alle forze che lo caratterizzano come un Governo della destra.
Vogliamo lavorare perchè si possa candidare al Governo di Bologna una "grande alleanza" tra le forze della politica e della società nel segno di una forte e netta discontinuità, da intendersi non nei termini fuorvianti di una alternativa ideologica, che contrapponga interessi ad interessi, visioni del mondo a visioni del mondo - come va già sbandierando la destra - ma nel senso più "laico" e in realtà ben più radicale, di una nuova cultura amministrativa. [...]
Per decenni Bologna ha goduto di una paradossale condizione di "vetrina" - la vetrina della maggiore forza di opposizione di sinistra, del più grande partito comunista dell'occidente europeo. Su Bologna si è concentrato l'impegno, prima del PCI, poi del PDS, di mostrare le proprie credenziali di "forza di governo", e la città ne riceveva, insieme con i danni di una forte ideologizzazione, anche innegabili benefici soprattutto sullo standard dei servizi. Sarà che i nodi prima o poi vengono al pettine; fatto sta che prima progressivamente e poi con l'ultima Giunta definitivamente, si è rotto un rapporto di fiducia, si è spezzato il filo della disponibilità mostrata dalla cittadinanza a tollerare il partito ideologico in cambio di una (non sempre) buona amministrazione. E' crollato il mito della "diversità", un mito fondato su molti luoghi comuni, che occorre per prima cosa rimuovere se si intende riprendere davvero il cammino del rinnovamento. [...]
La destra di Berlusconi e Fini si accinge a fare di Bologna il centro nazionale di un grande scontro fortemente ideologizzato e strumentale, proponendo la "rivincita" puramente in termini "anticomunisti", senza una proposta di valori e senza l'armonizzazione di forze omogenee. Si rischia così di vivere le amministrative tra un PDS respinto a chiudersi nella difesa del ricordo della "vetrina", senza più nulla innovare e senza nulla correggere, con un ritorno all'unità delle sinistre e, per contro, l'attacco alla vetrina infranta con una guerra di slogan, di violenza verbale e magari di magistratura portata dagli estremisti alla estremizzazione. Se il confronto delle proposte e delle idee si trasforma in scontro di appartenenze e ideologie sarà vana la ricerca della qualità della futura amministrazione. Perchè ciò non avvenga è necessario che nasca a Bologna una "alleanza" che raccolga i circoli, i movimenti, le associazioni e le singole persone che riconoscono l'importanza di una comune esperienza, che abbia alla base i valori delle culture cattolico-democratica, laica liberale e riformista; alleanza comunque indisponibile verso la destra di Governo e anzi ad essa alternativa. Essa sorgerà soltanto se le singole forze politiche sapranno rinunciare, con un atto di lungimiranza, ad una sterile visibilità di partito, in vista di un progetto più aperto di allargamento vero della partecipazione e della rappresentanza a quanto vive nella realtà sociale. Infatti un'alleanza non può nascere da una semplice sommatoria di partiti vecchi e nuovi, nè dagli uomini che li hanno da molti anni rappresentati. Noi crediamo insomma che occorra una grande intesa non contro, ma per qualcosa: per Bologna. Occorre prepararsi fin d'ora e contribuire a dotare l'auspicata "alleanza" di energie fresche della società e di un valido progetto per Bologna. Per l'individuazione del candidato Sindaco riteniamo valida l'opzione per le primarie solo se nasceranno naturalmente due o più valide candidature della stessa area. Ma riteniamo prioritaria una comune ricerca, senza alcuna pregiudiziale, di un candidato capace di rappresentare la sintesi delle culture e di interpretare i valori bolognesi della convivenza, con una personalità tanto forte da assicurare la propria autonomia e dalla quale i cittadini di sentano interpretati e garantiti.
Per tutto questo siamo pronti al confronto sui nostri valori e sui problemi della città, per costruire insieme una vera alleanza per Bologna. Siamo però per una partnership paritetica: non siamo disponibili al gioco della cooptazione di pezzi di consenso politico intorno al nucleo forte del PDS e vogliamo che si porti in Comune e nell'amministrazione provinciale una nuova classe politica e un nuovo modo di amministrare. Noi ci riconosciamo nel documento di intenti proposto da un gruppo di sindaci eletti negli ultimi cicli elettorali con l'elezione diretta. Troviamo il documento in perfetta sintonia con quanto sopra abbiamo esposto. Per questo partecipiamo alla convenzione democratica di Roma raccogliendo l'invito dei sindaci a costituire comitati periferici. I circoli firmatari del presente documento invitano i cittadini che si riconoscono nello spirito e negli intenti di questa proposta a manifestarlo pubblicamente o a segnalarci la loro disponibilità. Ci impegnamo sin d'ora a sviluppare con loro, anche con iniziative pubbliche, il dibattito sul nuovo progetto per la città.
Circoli: "Il dialogo" (Tommaso Freddi), "18 aprile" (Paolo Ferratini), "Cittadinanza e Democrazia" (Marco Macciantelli), "Garibaldi" (Francesco Spisso), "Giovani allo sbaraglio" (Claudia Foletti), "10 ottobre" (Sergio Simoni)
segreteria: tel. 051/585545, fax 051/491180
(Bologna, 10 dicembre 1994, estratto del documento)

Desideriamo offrire ai concittadini queste nostre riflessioni, convinti che le prossime amministrative a Bologna rappresentino un'occasione preziosa di cambiamento per la politica cittadina, e possano costituire un segnale importante per quella nazionale.
Paolo Ferratini



AC-MEIC: laboratori

Azione Cattolica e Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale hanno avviato alcuni "laboratori", per una riflessione su vari temi. Riflessione che naturalmente si colloca in un contesto non direttamente politico, ma che è quello di un movimento culturale in ambito ecclesiale. I laboratori già avviati sono: Economia e lavoro (coord. Luca Prodi - 6320669), Sanità e politiche sociali (d. Stefano Ottani - 238800), Università e cultura (Anna Dore - 332351), Urbanistica (Beatrice Bettazzi - 465124). Stanno per partire altri due laboratori, su Scuola ed Educazione (Beatrice Draghetti - 347543, incontro 6/2 ore 20:30 via del Monte 5) e Famiglia (Patrizia Farinelli - 6236597, incontro 8/2 ore 20:30 via del Monte 5).



Comitato promotore delle primarie: un bilancio

"Il Sindaco? Sceglilo prima."
Il "Comitato promotore delle primarie dei progressisti" è un gruppo nato nel maggio del '94 e formato da cittadini e cittadine provenienti da diverse esperienze politiche e professionali, che ha proposto le primarie per la designazione dei candidati sindaci alle prossime amministrative. Per noi la richiesta delle primarie non è un fine, ma un mezzo perché si arrivi nel modo più trasparente, ampio e discusso possibile alla selezione dei candidati e dei programmi da presentare alle prossime amministrative. Le primarie sono dunque uno strumento per intervenire attivamente in accordi e attività che normalmente sono condotte esclusivamente dalle segreterie dei partiti. Abbiamo scelto la denominazione "progressisti" non certo per riproporre meccanicamente lo schieramento del marzo '94, ma perché siamo convinti della presenza, in quell'area elettorale, di esperienze politiche che vanno interrogate e coinvolte anche a livello locale. L'idea guida della nostra proposta è quella del patto politico tra diversi soggetti (il candidato, lo schieramento che lo appoggia, le organizzazioni, i gruppi e i cittadini), legato ad obiettivi di programma. In realtà, in questi mesi abbiamo spesso avuto la sensazione che negli articoli apparsi sulla stampa si sia fatta molta confusione sul senso di questa operazione, facendola apparire più come un mega-sondaggio su base volontaria, piuttosto che il frutto di un lavoro politico e di coinvolgimento di soggetti diversi da quelli che normalmente concorrono alla definizione di programmi e candidati.
Quali obiezioni alle elezioni primarie?
Dice il giornalista: "tanto, alla fine vince il candidato del PDS", ovvero in una realtà come quella bolognese, dominata dalla macchina-partito PDS, finirà comunque per vincere il suo candidato. Risposta: ciò può essere vero, ma almeno le primarie costringono quel partito ad uscire allo scoperto, a proporre il candidato, i programmi e le coalizioni più convincenti per la sua base elettorale. Sottolineo la parola convincente, perché l'elettorato è più mobile che in passato e non si può più dare per scontato il voto di una base elettorale per senso di appartenenza, per identità o per inerzia: l'idea implicita dello "zoccolo duro" rischia di essere alla lunga perdente. Finora, in assenza di primarie, non ci è dato sapere nemmeno se l'attuale sindaco sia veramente il candidato del suo partito o di quale coalizione, o se ci siano altre ipotesi in campo.
Dice il politologo: "le primarie non selezionano il candidato vincente", ovvero sono troppo rischiose per i partiti, perché la situazione politica è fluida e i candidati alle primarie o si bruciano, oppure non è detto che alla fine emergano i vincenti. Risposta: questo rischio è insito in qualsiasi processo di democrazia diretta che, se gestito in modo non ritualistico (ovvero per mero avallo di decisioni già prese) può sortire risultati non scontati per chi normalmente gestisce a tavolino tali operazioni contando su "pacchetti di voti" certi. D'altronde l'incertezza è connaturata al momento elettorale, e non sarà inutile ricordare le discussioni e le scelte (infelici a livello di immagine) di collegi "sicuri" da parte dei big della sinistra lo scorso 28 marzo. I partiti ritengono veramente che sia quella la strada che alla fine "paga" elettoralmente, anche a livello locale? Basta la difesa dell'esistente, e l'idea implicita che "se l'alternativa è la destra alla fine ci voteranno comunque"? Un piccolo ma significativo episodio dell'ultima campagna elettorale: alla fine di una serata per i progressisti Umberto Eco, preoccupato per una possibile sconfitta elettorale, invitò i presenti ad andare a convincere ognuno il proprio salumiere o fruttivendolo a votare per i progressisti. Quanti l'avranno fatto? Quanti lo faranno per le amministrative, se dovranno sostenere uomini e idee completamente calati dall'alto?
Dice l'elettore: "tanto alla fine decideranno loro", ovvero c'è scetticismo e sfiducia all'idea che esprimere un parere abbia qualche influenza sui partiti. Risposta: se le primarie sono frutto di un patto politico e vengono gestite attraverso regole sottoscritte dai soggetti partecipanti, ciò non può accadere perché i risultati saranno riconosciuti validi da tutti.
Il bilancio di 6 mesi di attività
Dopo aver raccolto un migliaio di firme a sostegno dell'iniziativa, dopo aver incontrato esponenti delle forze politiche locali, dopo aver scritto una bozza di regolamento presentata lo scorso 22/11 a cittadini, associazioni, esponenti della sinistra bolognese, possiamo trarre un bilancio dei risultati ottenuti. L'accoglienza della proposta da parte delle forze politiche è stata differenziata: no del PDS perché prima bisogna pensare alle nuove alleanze possibili e poi eventualmente alle primarie; ni di Rifondazione Comunista che pensa a primarie sui programmi; sì dei Verdi purché ci sia una forte attenzione ai programmi; sì della Rete; sì dei Cristiano Sociali purché non si limiti la discussione allo schieramento progressista ma si cerchi un sindaco per tutta la città; sì da parte di alcune associazioni di volontariato come il GVC (Gruppo di Volontariato Civile) che ritengono le primarie un'operazione importante e significativa. La nostra impressione è che le primarie non si faranno o, se si faranno, saranno davvero qualcosa di molto simile a un sondaggio, privo di quel significato di patto politico che per noi qualifica l'operazione. Noi abbiamo gettato un sasso nello stagno, cercando di "inchiodare" le forze politiche al valore delle loro dichiarazioni, convinti che non si possano continuare a fare dichiarazioni a cui poi non segue nessuna azione: e questi sono risultati comunque positivi. E anche se sulle primarie vediamo ormai un limite di tempo per cui, come si dice in questi casi, forse non sono più "tecnicamente realizzabili", per noi il discorso su regole, democrazia e politica dei cittadini non si chiude certamente qui.
Simonetta Simoni
(telefono comitato: 051/555770)

All'inizio

PAG. 11 - lavoro e diritti

Il mercato del lavoro è sottoposto a tensioni opposte: da un lato le esigenze di semplificazione burocratica e di maggiore flessibilità, dall'altro i rischi di una deregulation che sancisca definitivamente la legge del più forte, favorendo il lavoro nero, lo sfruttamento selvaggio ed il caporalato. In proposito, ecco un breve sommario dei tentativi "liberalizzanti" del governo Berlusconi.

Liberi di assumere o di sfruttare?

In Italia lo Stato ha svolto, fino a qualche anno fa, un ruolo centrale nel mercato del lavoro. Infatti, in attuazione del principio costituzionale per cui la Repubblica deve promuovere le condizioni che rendono effettivo il diritto al lavoro di tutti i cittadini, la legge n. 264 del 1949 (successivamente modificata, ma non nella sua struttura fondamentale) prevedeva come principio di carattere generale che l'avviamento al lavoro dovesse avvenire sulla base di criteri oggettivi fissati dal legislatore, e non sulla valutazione discrezionale del datore di lavoro. Ciò significa che il datore di lavoro che voleva assumere doveva richiedere all'Ufficio di collocamento un certo numero di lavoratori in possesso di una certa qualifica (la cosiddetta richiesta numerica).
Una prima, sostanziale modifica al regime del collocamento è avvenuta con l'art. 25 della legge 223 del 1991, che aveva reso generale la richiesta nominativa (e non numerica) del lavoratore da assumere, facendo tuttavia salvo l'obbligo di rispettare una riserva del 12% di assunzioni destinate a categorie svantaggiate.
Il governo Berlusconi, nell'ottica della limitazione dell'intervento pubblico sul mercato del lavoro, al fine di evitare ogni "intralcio burocratico" alla libertà d'impresa ha dapprima emesso un decreto legge (n. 331 del 31/5/94) che interveniva appunto sulla materia del collocamento lavorativo ordinario. Il decreto, intitolato "Disposizioni urgenti per la ripresa delle attività imprenditoriali" (lo si può trovare sulla Gazzetta Ufficiale n. 126 del 1 giugno '94) introduceva la novità rispetto al passato: in luogo della richiesta di nulla osta all'Ufficio di collocamento (che era da farsi su moduli prestampati, sui quali il datore di lavoro doveva indicare il nome del lavoratore che voleva assumere e le condizioni contrattuali applicate, per un tempo di compilazione di pochi minuti), la nuova disciplina prevedeva una "comunicazione successiva", entro 10 giorni dall'assunzione, del datore all'Ufficio: nel caso di omissione di questa comunicazione, il decreto disponeva una sanzione amministrativa da lire 100.000 a 300.000.
E' facile capire, anche per chi non è un "addetto ai lavori", che una sanzione così bassa non può avere alcun potere deterrente per un datore di lavoro. Inoltre, trattandosi di una comunicazione da farsi "a posteriori", ovvero dopo l'inizio del rapporto di lavoro, essa rischia oggettivamente di facilitare il lavoro nero e lo sfruttamento, soprattutto in certe situazioni assai diffuse nel nostro paese: infatti, di fronte ad un eventuale controllo, l'imprenditore può sempre affermare che il rapporto di lavoro si è instaurato da meno di 10 giorni (e non sarà certamente il lavoratore a smentirlo!). Questo decreto tuttavia è decaduto, perché non è stato convertito in legge [NdR: il decreto legge, vale forse la pena ricordarlo, è infatti un provvedimento emesso dal Governo in caso di necessità ed urgenza, ed ha "provvisoriamente" forza di legge, ma deve essere convertito in legge entro 60 giorni dal Parlamento: se questo non accade, il decreto decade "dall'origine" ed è come non fosse mai stato emanato. Solitamente, nella prassi italiana, i Governi ovviano al problema reiterando il decreto, ovvero ripresentandolo prima della scadenza dei 60 giorni, in modo da "allungarne la vita" rimandando di volta in volta la decadenza, in attesa che il Parlamento si decida ad approvarlo per dargli definitiva forza di legge].
Decaduto, come si è detto, questo decreto, il governo ne ha emanato un successivo, il numero 494 dell'8/8/94, che rispetto al precedente contiene alcune novità: è stata elevata la sanzione per la mancata comunicazione dell'assunzione, portandola da un minimo di lire 500.000 ad un massimo di 3 milioni (dando così prova del fatto che le cifre previste 3 mesi prima erano assolutamente inadeguate rispetto alla gravità della violazione). Inoltre la facoltà di assunzione nominativa (cioè la facoltà del datore di lavoro di scegliere il lavoratore da impiegare) è stata estesa al settore agricolo. Questa possibilità ha incontrato una forte opposizione da parte delle organizzazioni sindacali, che hanno sempre evidenziato il pericolo che questa "liberalizzazione" comporta, soprattutto nel tessuto socio-economico meridionale, dove rischia di favorire il "caporalato": fenomeno che al sud è ancora molto diffuso, e spesso legato alla malavita organizzata, la quale attraverso di esso esercita un forte controllo sulle attività economiche e sull'accesso al lavoro, consolidando in questo modo il proprio potere di condizionamento sul benessere di lavoratori e famiglie, e dunque sulla vita civile e politica di intere aree del paese.
Anche a questo decreto è mancata la conversione in legge da parte del Parlamento: ma il suo testo è stato riportato in un ulteriore decreto legge, il n. 572 del 7/10/94, che ha subìto la stessa sorte dei precedenti ed è quindi stato trasposto nel d.l. 674 del 9/12/94.
A conclusione una piccola osservazione: se lo scopo è quello di semplificare gli adempimenti burocratici e liberare da intralci l'imprenditore intenzionato ad assumere, perché non prevedere una comunicazione rapida e semplificata, che risparmi al datore di lavoro di recarsi presso l'Ufficio di collocamento (come accade con la disciplina attuale), ma da farsi prima dell'assunzione? Tale comunicazione preventiva permetterebbe di verificare che i rapporti di lavoro siano regolari e non in nero, a differenza di quanto accadrebbe, come abbiamo visto, optando per l'obbligo di comunicazione "a posteriori".
Maurizia Monti


All'inizio

PAG. 12-13 - la rivoluzione telematica

La diffusione della rete telematica porta un cambiamento epocale, con un forte impatto sugli stili di vita, sull'assetto sociale e politico. Come per tutte le innovazioni tecnologiche, enormi sono sia le potenzialità che i rischi: lo strumento è potente, ma usarlo bene non è automatico.

"Irretiti", ma con giudizio

Una rivoluzione vicina
La rete informatica è davvero una rivoluzione. Facciamo fatica a rendercene conto e nello stesso tempo paiono non esserci dubbi. In fondo oggi basta unpersonal computer, un modem ed un abbonamento al numero da chiamare per entrare a fare parte di quel club mondiale che è Internet. Un club con milioni di persone, che cresce a ritmi vertiginosi verso traguardi dell'ordine del miliardo di utenti, previsti per poco al di là del 2000. Ecco dunque che alle facili profezie degli esperti si affianca l'entusiasmo dei principianti nel dipingere una prospettiva idilliaca, mentre chi ne è ancora fuori fa fatica perfino a rendersi conto di che cosa si sta parlando, e figuriamoci se può permettersi di dissentire.
I segnali sono chiari
Negli Stati Uniti il governo federale ha deciso che la scuola debba fornire ad ogni bambino, entro i 10 anni d'età, l'alfabetizzazione informatica e gli strumenti che gli consentano di essere autonomo nella navigazione della rete. L'accesso ad Internet viene ora venduto anche da compagnie telefoniche come MCI. Su giornali popolari come USA Today si può trovare il servizio sull'attrice del momento, e scoprire che il motivo non è un nuovo film ma il fatto che le sue foto digitali sono fra le più gettonate sulle linee telematiche. E se oggi possiamo già prenotare via Internet un albergo a Honolulu, o guardare i disegni dei bambini delle elementari del Minnesota, non ci vorrà molto perchè le stesse possibilità ci vengano offerte per ciò che è più vicino a casa.
Se sono pochi i dubbi sull'enorme importanza futura della rete, non si può però dire che sia oro tutto quello che luccica. Vediamo insieme qualche flash, un po' provocatorio, in proposito.
La rete per tutti?
E' davvero solo un fatto temporaneo l'esclusione di tanti dalla rete? Col tempo succederà come per il telefono, che si è diffuso ed è usato tranquillamente da tutti? In una parola, chi è in rete oggi è un'avanguardia della società, o ha le caratteristiche di una elite destinata a rimanere tale?
Un sondaggio Gallup commissionato da MCI negli USA su un campione di colletti bianchi (quindi già selezionato) indica nel 32% la percentuale degli impiegati che si definiscono "ciberfobici", ossia spaventati da queste nuove tecnologie. Un altro sondaggio su un campione di persone adulte indica che il 55% "resiste" alla tecnologia, ossia non ha mai usato un computer o programmato un videoregistratore. E questo negli USA, dove l'uso dell'informatica (sostenuta anche dalla pubblicità) è senz'altro maggiore che in Italia.
Discussione o chiacchiere?
Migliaia di liste di distribuzione e gruppi di discussione, possibilità di entrare in contatto con persone di tutto il mondo su tantissimi argomenti. Indubbiamente un modo formidabile per avere notizie rapidamente su cose di cui si sa pochissimo. E poi? Sono strumenti adatti anche ad approfondimenti? Non pare molto. Personalmente io diserto i gruppi di discussione aperti a tutti sugli argomenti di cui sono esperto, perchè sono troppo pieni di gente che chiede informazioni di base. Per non parlare poi dei gruppi dove imperversano personaggi logorroici che sommergono gli altri di parole (e a volte improperi - le cosiddette flames) o dove "va di moda" perdere un sacco di tempo a chiacchierare di schiocchezze. E' sbagliato dire che nei gruppi di discussione ci sono solo i perditempo, ma è indubbio che chi di tempo ne ha poco fa molta fatica a starci dietro, e a filtrare le (relativamente poche) cose interessanti dall'enorme mole di informazioni poco qualificate.
Gli alienati
La voglia di comunicare via rete può portare ad una sorta di alienazione? Certamente sì. Se da un lato non mi permetto più di tanto di giudicare chi sta dagli altri capi del filo, sono diversi i casi di persone che ho visto personalmente risucchiate in quella che diventa una mania. Si inizia dicendo un po' di sciocchezze via rete con un amico, poi si va su uno di quei nodi di chiacchiere dove, protetti dall'anonimato e dall'interfaccia "fredda" del terminale, si prova l'ebbrezza di "essere" proprio ciò che si decide di far credere agli altri. Lì ti informano su tutte le varianti sul tema disponibili in rete, e ci si scambia gli indirizzi. Così si finisce per passare le giornate (e le notti) a rispondere alle innumerevoli lettere ricevute, a partecipare a qualche gioco di ruolo, a chiacchierare via rete, a curiosare sui server, a pianificare brillanti iniziative per stupire i propri corrispondenti. E si finisce per non fare altro.
Democrazia in rete
Una delle idee che più sta a cuore di noi "pioneri" è quella di rete come strumento di democrazia. Ma in realtà è una possibilità che è tutta da dimostrare. In primo luogo perchè molti dei primi utenti della rete erano tutte persone informaticamente competenti che ne erano in qualche modo anche i gestori, dunque capaci di capirsi ed autoregolarsi. Non è detto che quando si vadano a coinvolgere livelli normativi o decisionali, in cui la responsabilità non sempre si accoppia a competenze tecniche adeguate, le cose siano così semplici. C'è già qualcuno che ricorda che nel Far West gli sceriffi non sono stati chiamati per difendere pionieri, donne e bambini, ma dalle banche e dalle ferrovie per proteggere i loro investimenti commerciali. E che il destino della rete sarà dunque deciso da chi, investendoci commercialmente, dovrà tutelare i propri interessi. Con buona pace per gli sforzi dei governi di governare ciò che non capiscono e con tanti saluti alle illusioni dei pionieri.
Un futuro da pensare
Nessuno discute sull'enorme potenzialità che Internet già oggi ci offre. Ma limitarsi a fare gli entusiasti, o affrettarsi ad adeguarsi non è il miglior viatico per costruire il miglior futuro possibile. Chi è in rete oggi potrebbe essere una avanguardia rappresentativa di tutti oppure rappresentare solo un'elìte tecnocratica. Lo strumento si presta a cose egregie, ma anche a progetti meno nobili e ci sono rischi da considerare. Insomma, non si può prescindere da una riflessione, profonda e condivisa. Il futuro non è solo da aspettare, è anche da pensare.
Giuseppe Paruolo

Quest'articolo è stato immesso in un paio di gruppi di discussione su Internet qualche giorno prima di andare in stampa, e ha suscitato diverse risposte e contributi. Eccone alcuni.

Hello, Giuseppe, per me il punto più interessante della tua dissertazione è quello della rete "come strumento di democrazia". Ti pare poco? Per noi Italiani poi questo punto è di supremo interesse, timorosi come ancora siamo di elevare la nostra voce (quando siamo in patria) ed a ben ragione, data la storia dell'Italia nei secoli. Perciò dobbiamo lottare perché i vari Governi non impongano restrizioni di sorta su tale libertà di espressione.
La democrazia è una pessima forma di governo, come giustamente diceva Churchill, tranne che non c'è forma migliore. E' una pessima forma per i governanti perchè la democrazia viene difesa dai cittadini quando parlano e si lamentano e protestano, incessantemente, contro il maloperato dei governanti a tutti i livelli.
Vedo dai postings [lettere in rete N.d.R.] - SIC - su Di Pietro e Berlusconi che ancora tanti, troppi, della"elite" considerano che l'attività dei giudici di "Mani Pulite" è eccessiva!. Si direbbe che, secondo loro, il malcostume sia diventato una seconda natura per gli Italiani e quindi solo i casi più gravi devono essere perseguiti, purché, beninteso, non si tratti di persone altolocate od anche solo influenti!
Mille grazie. Michael A. Notte, mnotte@niagara.com, 1006/3 Towering Heights Blvd, St. Catharines, ON, Canada, L2T4A4

Caro Giuseppe, molte delle considerazioni critiche contenute nel tuo messaggio mi trovano d'accordo. E' vero: stare in rete non è di per sè qualcosa di "rivoluzionario" o di "democratico", e i pericoli di strumentalizzazioni sono sempre in agguato. Ma allora mi chiedo: perche' invece di limitarci a evidenziare i potenziali limiti/difetti/pericoli non cominciamo a proporre? Per esempio: nel tuo messaggio citi una rivista mista elettronica/cartacea. Parlacene un po'. A chi si rivolge? Cosa si dice?.
Dal tuo indirizzo vedo che scrivi da Bologna. Anch'io. Quando cominciamo a parlare di come riempire IPERBOLE ["Internet per Bologna", il progetto di rete civica, NdR] (quando arriverà)? A meno che non ci accontentiamo di trovarci orari di musei e delibere comunali...
A presto, Alessandro Zanini, alezan@enc01.cineca.it, Bologna

Ciao, rispondo alla tua "chiamata" su s.c.i. [soc.culture.italian, un gruppo di discussione in lingua italiana N.d.R.]
Rete per tutti? Secondo me non a tutti la rete servirà nello stesso modo, e non tutti la vorranno utilizzare. Non dimentichiamoci che esiste ancora gente che ha seri problemi ad usare una calcolatrice e non ultimi una certa parte di analfabeti (pochi per fortuna) che avranno seri problemi ad utilizzarla (come faranno loro per comunicare?).
Gli alienati: su s.c.i.: vi sono esempi lampanti di alienati: "cattocomunista" a te e cose simili sono all'ordine del giorno e la discussione è ricaduta nel politico. Solo raramente ho sentito discorsi differenti, interessanti le pagine dei giornali ma chi non ha detto "BASTA!" di fronte alle lunghe discussioni sulle ultime elezioni politiche di Massa? Per non parlare delle battutacce sulla morte di Moana. Per fortuna esistono persone intelligenti, che cercano di parlare d'altro e gli alienati sono una ristretta minoranza.
La democrazia in rete: anche per questo ho seri dubbi, basta vedere come funziona la televisione... Però sta a noi cambiare le cose senza aspettare che arrivi la manna dal cielo. Saluti,
Cristina Pagetti, cristina@hal9000.unipv.it, Dip. di Informatica e Sistemistica, Università di Pavia

Dopo tante sollecitazioni, eccoti un "mattonazzo" di risposta su alcuni punti sollevati dal tuo articolo, e anche su alcuni punti deboli dell'articolo stesso. Ti limiti a parlare degli USA, tutto questo è interessante però il lettore vorrebbe forse sentir parlare anche della realtà italiana. Per di più non citi il fatto che il Presidente USA ha il suo indirizzo e-mail e che Perot voleva instaurare un populismo telematico. Tra parentesi i recenti episodi dei sondaggi di Tempo Reale e del TG5 sono una bella dimostrazione di come può funzionare il populismo telematico e di come si possono estendere le tecniche di manipolazione dell'informazione facendo un uso scorretto della telematica.
[Il fatto che ci sia chi "resiste" alla tecnologia] non vuol dire nulla, Rossini era affetto da "trenofobia" se è per questo. Quando si introducono nuove tecnologie ci sono sempre alcune persone che si rifiutano di usarle. Nel tempo di una generazione le cose possono cambiare. Il problema è semmai un altro: sono date a tutti pari opportunità di accesso a Internet? E questo accesso cosa significa? Che conseguenze politiche ha? Come può cambiare la vita delle persone? (telelavoro, studio).
[Discussione o chiacchere?] Il mio newsreader conta 4130 newsgroup. Tenuto conto che ce ne sono un gran numero locali la tua valutazione sembra esatta. Comunque su Internet non c'è solo questo.
[Riguardo alle perdite di tempo] per completezza dovresti citare l'altra faccia della medaglia. Ci sono newsgroup filtrati da un moderatore dove passano discussioni di buon livello. Le FAQ [Frequently Answered Questions, ovvero risposte già pronte alle domande più comuni N.d.R.] di molti newsgroup sono un buon punto di partenza per chi vuole avere una prima infarinatura di un argomento. Alcune sono ottime, altre sono di qualità inferiore ma possono essere comunque utili. Vi sono poi newgroup come soc.rights.human dove si possono trovare periodicamente gli appelli di Amnesty International. Direi che dopo qualche settimana di frequentazione si riesce a filtrare bene le informazioni utili e a separarle dalla spazzatura.
[Gli alienati:] questo è un aspetto interessante che andrebbe approfondito e in qualche modo si avvicina secondo me alla tossicodipendenza. Vi è però un punto che distingue la "tossicodipendenza" da rete telematica dalla "tossicodipendenza" da televisione. Nella seconda si è assolutamente passivi, nella prima si è attivi e per questo è più divertente.
[Democrazia in rete:] appunto questo è il vero nodo della questione e bisogna attrezzarsi fin d'ora per evitare che anche qui si sviluppino monopoli informativi. Le scuse per un giro di vite legale sono poi tante: dalla presenza della pornografia in rete, ai problemi di sicurezza delle informazioni e rispetto della privacy (senz'altro sai che in Francia non si può importare un programma di crittografia a chiave pubblica per uso personale), ai presunti danni che possono provocare gli hacker etc.
Enrico Scalas, scalas@mwald5.chemie.uni-mainz.de, Universitaet Mainz, Institut fuer Physikalische Chemie, Welder Weg, 11, 55099 Mainz, Germany



IL MOSAICO IN INTERNET

Proprio mentre stiamo per andare in stampa con questo numero, si vanno definendo gli indirizzi elettronici presso cui sarà possibile reperire Il Mosaico in rete Internet. Il giornale sarà presto disponibile anche attraverso WWW/Mosaic! Mentre rimandiamo i lettori "su carta" al prossimo numero per i riferimenti definitivi, invitiamo chi è in rete a mandarci un messaggio, in modo da essere tempestivamente informato sugli indirizzi presso cui sarà disponibile il giornale.

All'inizio

PAG. 14 - Università e città

I pregi e i limiti del nuovo protocollo di intesa fra Comune ed Università di Bologna, visti da due rappresentanti degli studenti negli organi accademici. Con la speranza che, al di là di scambi di edifici e buone intenzioni, si cominci a progettare il futuro in termini complessivi.

Comune-Ateneo, un primo passo

In ottobre il sindaco di Bologna Vitali ed il rettore Roversi Monaco hanno firmato, a conclusione di una lunga trattativa, un protocollo d'intesa che ha ricevuto il voto unanime del Consiglio di Amministrazione dell'Università e quello a larga maggioranza del Consiglio Comunale.
L'accordo potrebbe risolvere la cronica carenza di spazi di cui soffre l'Università di Bologna, soprattutto dal boom di immatricolazioni seguito alle celebrazioni del Nono Centenario. Esso tuttavia va oltre il semplice scambio di immobili: è un accordo di programma che affronta anche le regole di collaborazione, istituendo come supervisore dell'accordo un collegio di personalità delle due amministrazioni.
Da almeno un decennio Comune ed Università hanno rapporti difficili, se non conflittuali. D'altra parte è indubbio che siano in gioco interessi politici ed economici molto forti (la sola Università ha un bilancio di oltre 900 miliardi e un indotto di 1500-2000 miliardi). La scarsa collaborazione ha portato ad una situazione di stallo proprio quando l'Università avrebbe avuto più bisogno di spazi.
Vista l'attuale precarietà delle cariche (sindaco e rettore da eleggere nella prossima primavera), c'è il rischio che tutto si fermi a celebrazioni e strette di mano, come peraltro avvenne nel '92.
L'intesa prevede la cessione all'Università di 50.000 metri quadri, in località Lazzaretto, vicino ai nuovi laboratori di Ingegneria (di cui proprio in questi giorni dovrebbe cominciare il trasloco). Nella nuova area dovrebbe essere edificata la nuova Facoltà di Ingegneria: aule, strutture didattiche, mense, giardini, parcheggi, il tutto a carico dell'Università, mentre il Comune si impegna a costruire le infrastrutture necessarie. Sono previsti 5 anni per completare l'opera ma, visto che il minicampus è ancora tutto da progettare, non c'è da illudersi troppo. Inoltre c'è un dibattito aperto sul fatto che anche il Dipartimento di elettronica, informatica e sistemistica (che comprende circa 6.000 studenti sui 12.000 totali di Ingegneria) possa o meno trasferirsi al Lazzaretto, e più in generale sulle sue prospettive di espansione. Sarebbe comunque opportuno, a regime, non lasciare divisa a metà la Facoltà. Inoltre l'Università acquista l'area, già edificata e perfettamente convertibile (ex Tecnocupole), che collega l'immobile dei laboratori con l'area ceduta dal Comune.
Nell'area ex Veterinaria (via Belmeloro, via S. Giacomo) l'Università ha già il progetto pronto per costruire la nuova Facoltà di Giurisprudenza: il Comune concederà una deroga per costruire 5.000 metri quadri in più rispetto all'area edificata attuale (in parte da demolire e in parte da ristrutturare). Tutte le spese edili saranno a carico dell'Università, che costruirà anche parcheggi sotterranei utilizzabili da tutti i cittadini. Questa iniziativa potrebbe creare l'occasione per riqualificare la zona storica universitaria, che è attualmente lasciata allo sbando.
Il trasferimento di tutto il polo chimico universitario in località Navile è solo una dichiarazione d'intenti di massima.
Confermando l'accordo del 1992, l'Università cede al Comune in comodato gratuito metà dello stabile di via Zamboni 25; l'altra metà, di proprietà della Regione, è già ora gestita dal Comune. Da notare come lo stabile storico del "25" sia in uno stato avanzato di degrado, di cui sono responsabili sia l'Università che il Comune: basti ricordare che il vecchio collegio Morgagni (parte dello stabile), chiuso da anni perché fatiscente, non è mai stato ristrutturato, cosicché ora le infiltrazioni d'acqua dovute al tetto disastrato raddoppieranno i costi di ristrutturazione.
L'accordo conferma il passaggio delle scuole Ercolani all'Università, che rinuncia alla potenzialità edificatoria dell'area di via Ranzani.
Speriamo che il progetto prosegua spedito senza troppi ostacoli di ordine politico. L'Università e i suoi 100.000 studenti rappresentano una grande ricchezza per Bologna e i suoi abitanti, e occorrerebbe ricordarsi di loro non soltanto per guadagnarci sopra.
Stefano Lilla
(membro del Consiglio d'Amministrazione dell'Università di Bologna)

«Un'efficace immagine di quelli che sono i rapporti tra Bologna ed il suo Ateneo può essere fornita da una passeggiata nel quartiere universitario: l'impressione che se ne ricava è quella di una zona cittadina esclusa dal tessuto urbano, quasi facente parte di un'altra giurisdizione. Una città nella città, emblematica di quello che è il rapporto tra le due istituzioni: rivolgendoci quindi ai loro rappresentanti non possiamo non riconoscere alcuni degli sforzi fatti per una maggior integrazione tra l'Università e Bologna: però tutto questo rimane ancora insufficiente. Anche il recente protocollo di intesa, che pure rappresenta un importante passo avanti, tratta prevalentemente questioni immobiliari, trascurando altri aspetti come l'impossibilità per gli studenti di partecipare alla vita politico-culturale bolognese. È stato stimato che l'Università di Bologna, con il suo indotto, sia un'azienda da almeno 2000 miliardi l'anno, la più grande dell'intera Regione: nonostante ciò troppo pochi sono gli interventi a favore degli studenti e di fatto chi vive nella cittadella universitaria è escluso dalla vita bolognese. Che cosa si sta facendo, per esempio, per affrontare il problema degli spazi sociali? E quali convenzioni realmente utili sono state attivate tra istituzioni cittadine ed Università? E quando finirà la speculazione sugli alloggi a danno degli studenti? Ma anche altre questioni ci sembrano da non sottovalutare: convenzioni in materia di trasporti pubblici, teatri, cinema, beni culturali, esercizi commerciali e di ristorazione ed attività sportive. Pertanto chiediamo ad Università e Città di intensificare e valorizzare un rapporto che potrebbe essere arricchente e di stimolo per entrambe, ma che è ancora troppo legato a logiche e calcoli di potere.»
Elisa Domenichini
(vicepresidente del Consiglio Studentesco; dal discorso per l'inaugurazione dell'anno accademico 94/95 in S. Lucia il 15/10/94)

Ricorso al TAR contro il numero chiuso

Per affrontare il problema dei limiti di capienza, l'Ateneo di Bologna ha deciso per il numero chiuso, adottando come criterio di selezione quello temporale: i primi che arrivano sono ammessi, gli ultimi della fila sono fuori. L'ultima delibera al riguardo è di luglio, e con le iscrizioni che aprono ad agosto è facile immaginare il disorientamento delle aspiranti matricole. Ci chiediamo: è questa la soluzione giusta per rimediare al sovraffollamento? Il tipo di filtro adottato può mai misurare le capacità e le attitudini degli studenti? Così, dopo che Impegno Universitario (associazione indipendente di studenti) ha offerto la propria assistenza a chi volesse ricorrere a vie legali, Paolo Fara, vistosi respingere la domanda di immatricolazione a Giurisprudenza perché esauriti i 2300 posti disponibili, ha deciso di ricorrere al Tribunale Amministrativo Regionale contro l'Università di Bologna, chiedendo in particolare se il criterio adottato rispetti l'art. 34 della Costituzione, che fa riferimento ai più capaci e meritevoli. Il ricorso è stato notificato lo scorso dicembre, e dunque la vertenza è solo all'inizio: crediamo valga la pena di seguirla con attenzione.
Marco Calandrino

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PAG. 15 - dalla parte del cittadino

LE AVVENTURE DI ZOT

Avete presente quelle piccole disavventure che per noi italiani fanno ormai parte della normalità? Zot non ci ha ancora fatto l'abitudine. Non possiamo controllare ciò che racconta del suo pianeta di origine, ma quello che gli succede qui sì: è tutto vero!

Se sbagli a compilare un modulo la colpa è tua. E se sbaglia un ufficio pubblico? E' ancora colpa tua. E per provare la tua innocenza non basta telefonare, occorrono vari pellegrinaggi.

Presunto colpevole

Non riuscivo proprio a crederci. Continuavo a passarmela da una mano all'altra (considerando che io di mani ne ho parecchie più di due!) e tornavo per l'ennesima volta a leggerla, eppure continuava a sembrarmi incredibile. Su Laargroon, il mio pianeta, la posta convenzionale è usata solo per i messaggi molto personali, quelli in cui si vuole rimarcare l'aspetto umano; tutto il resto è informatizzato, soprattutto le tasse...
Qui invece avevo in mano un bollettino di conto corrente postale da cui mi pareva di desumere che dovessi versare dei soldi all'ufficio delle imposte. Dico "pareva" per diversi motivi. Certo c'era il mio nome, Zot Brauthzaul, scritto a chiare lettere. Ma al posto della via c'era una data. Onore al merito dunque del postino, che solo con nome e località era risalito fino a me! Anzi alla mia buchetta: infatti, benchè la lettera fosse da consegnare a mano, si era arrangiato da solo ad espletare la formalità della mia firma, lasciandomi la lettera in buca.
Continuando a leggere c'era in chiara evidenza un codice fiscale. Nemmeno lontanamente simile al mio. C'era poi un'oscura motivazione e la cifra di poco superiore alle 150 mila lire. Che fare? Pagare senza capire, no. Chi doveva dare quei soldi? Io o il titolare di quel codice fiscale? Non c'era nient'altro da fare che chiedere spiegazioni.
Primo passo: telefono alla banca che, come esattore, aveva emesso il bollettino. Guarda caso, era la stessa banca che mi mandava le tasse sui rifiuti nella città dove abitavo prima. Lì scopro che il mio nominativo risulta effettivamente accoppiato al codice fiscale dello sconosciuto, in una pratica che doveva essere stata chiusa nella data del mio trasferimento (si trattava della data al posto della via!). L'impiegata non sa che pesci pigliare, e dice la frase magica: "Non può essere uno sbaglio, è nel computer". Aaarghhh! E' una frase che non sopporto! Vi ricordate quel comico che dice: "Non siamo noi a essere razzisti, sono loro ad essere negri"? Beh, è la stessa cosa. Comunque niente da fare, vengo invitato a rivolgermi direttamente all'ufficio imposte.
Secondo passo: telefono all'ufficio imposte. Lì mi dicono che gli impiegati sono impegnati allo sportello, e dunque non possono rispondere al telefono. Siete quindi liberi di immaginare, come me, che o gli sportelli sono troppi o gli impiegati pochi. Comunque richiamo dopo le 12, orario di chiusura degli sportelli ma non degli uffici. Dopo mezz'ora di tentativi mi risponde il centralinista, che con la grazia di un elefante mi spiega che per ordini superiori non può accettare telefonate che richiedano informazioni. Mai. Si deve per forza venire di persona. Chiedo di parlare con il responsabile: niente da fare, è compreso anche lui nell'ordine. E butta giù. A questo punto inizio a chiedermi cosa se ne facciano del telefono in quell'ufficio, se non lo usano per il servizio.
Terzo passo: ci vado di persona. Il palazzo è enorme, ad occhio con centinaia di persone, e gli sportelli sono 4 in totale. E ti pareva! Chiedo. Mi mandano ad un ufficio interno. Avete presente quei film che prendono in giro la burocrazia italiana? Corridoi lunghi e bui, illuminati anche di giorno da lampadine fioche, pile enormi di pratiche cartacee accatastate, impiegati che si aggirano con apparente casualità nei meandri degli uffici? Beh, ragazzi, non è una leggenda: è tutto vero. A Bologna, nel 1994. Per fortuna le persone sanno essere molto migliori delle strutture, e devo dire che ho trovato molta gentilezza. Ma la sostanza resta durissima. Infatti l'impiegata guarda il bollettino e mi chiede se ho portato il mio modello 102 dell'anno 87. E da cosa dovevo capirlo che serviva? Non so neanche se sono io o un altro, e per cos'è che dovrei pagare! E poi la mia documentazione dovranno averla anche loro, e se no chi altro?
Niente da fare, devo portarlo io. Posso spedirlo via fax? Indovinate la risposta: non hanno il fax! Eventualmente posso ritelefonare? Questo sì. Ed ecco svelato l'arcano del centralino. Avete bisogno di telefonare all'ufficio imposte? Chiedete di qualcuno. Provate con un cognome facile, se non ne conoscete nessuno. Il centralinista pensa che sia una chiamata personale, e a questo punto la inoltra.
Epilogo(?): a questo punto voi siete già stanchi di leggere e io di ricordare questa avventura, dunque la faccio breve. Torno là con tutto quel che riesco a trovare relativo all'anno in questione. Il codice fiscale sbagliato non fa problema, pare capiti spesso. Salta fuori che ho già pagato tutto il dovuto, ma nella documentazione del datore di lavoro un numero era nella casella sbagliata, e chi ha controllato non si è accorto che era solo un errore di battitura. Così ho dovuto procurarmi opportuna dichiarazione del datore di lavoro, e presentarmi per la terza volta per la richiesta di sgravio. Finita? Per niente. Mi informano che devo aspettare l'avviso di mora, e ripresentarmi con quello per lo sgravio definitivo. Quindi con un altro paio di mesi e la quarta visita all'ufficio - tutte naturalmente in piena mattinata feriale - me la sono cavata. O almeno spero.
Si potrebbero dire tante cose. Magari banali, tipo ricordare che se tu sbagli il codice fiscale vai a pagare multe, ma se lo sbaglia il fisco pare non faccia problema. Oppure chiedersi quanta sofferenza e fatica causa uno scherzetto del genere ad una persona che magari è anziana e poco agguerrita. E in quattro visite ne ho viste tante persone così, e sono convinto che quel che è successo a me sia niente rispetto ad altre storie di ordinaria violenza burocratica. Perchè mai come in questo campo il cittadino normale, quello che non ha le spalle coperte, è sempre presunto colpevole.
Zot


Se avete delle "belle" storie da proporre per Zot, scrivete a:
Il Mosaico - Posta di Zot, via Venturoli 45, 40138 Bologna.


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PAG. 16 - appuntamenti e avvisi

Caritas di Bologna

Immigrazione: quale accoglienza per i prossimi anni
Sabato 25 febbraio 1995, ore 9-18, nell'aula magna della Facoltà di Pedagogia, via Zamboni 34. Al mattino il tema sarà affrontato in un'ottica generale, sotto gli aspetti sociologici, legislativi ed etici. Nel pomeriggio si metterà a fuoco la realtà locale.

Incontri di formazione per i volontari
Organizzati in collaborazione con il Centro San Petronio e la Mensa della Fraternità, si svolgono in via S. Caterina 8, con inizio alle ore 20:30 nei seguenti giorni:
· 7 febbraio (l'emarginato come soggetto di dignità ed educatore della società),
· 7 marzo (prevenire e contrastare la formazione di pregiudizi nei confronti di persone e culture),
· 4 aprile (straniero, malato di mente, barbone: vita, dolori, aspettative),
· 2 maggio (serata di confronto sulle esperienze),
· 6 giugno (volontariato: testimonianza, scelta di vita, impegno sociale).

Per informazioni, tel. 051/267972, dalle 9 alle 13.

ANLA - LAV

Con gli anziani, per gli anziani
E' un corso di formazione che l'Associazione Lavoratori per il Volontariato (LAV, promossa dall'Ass. Naz. Lavoratori Anziani d'Azienda) organizza con la collaborazione della Caritas ed il patrocinio dell'Assessorato Sanità e Servizi Sociali della Regione Emilia Romagna. Gli incontri, iniziati in novembre, si tengono ogni martedì tra le 16 e le 18 presso la sala Bedetti in via Altabella 6 a Bologna (fino al 21/3/95). Il corso ha lo scopo di stimolare gli anziani a non chiudersi in se stessi e ad offrire il loro tempo e le loro energie ad altri anziani più soli e bisognosi di aiuto.
Per informazioni, tel/fax: 051/229090.

I GIOVEDÌ DEL MOSAICO: IL CITTADINO DOMANDA E PROPONE

2 MARZO 1995 ORE 21 SALA CASA DELL'ANGELO, VIA SAN MAMOLO 24

UNIVERSITÀ E CITTÀ

9 MARZO 1995 ORE 21 SALA CONSIGLIO DEL QUARTIERE SAVENA, VIA FAENZA 4

SANITÀ E ANZIANI

16 MARZO 1995 ORE 21 SALA CASA DELL'ANGELO, VIA SAN MAMOLO 24

TRAFFICO E SALUTE

23 MARZO 1995 ORE 21 SALA CONSIGLIO DEL QUARTIERE SAVENA, VIA FAENZA 4

REGOLE E RIFORME ISTITUZIONALI


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periodico bimestrale della Associazione "Il Mosaico" , via Venturoli 45, 40138 Bologna
direttore responsabile Andrea De Pasquale
reg. Tribunale di Bologna n. 6346 del 21/09/1994
stampa Futura Press srl, Bologna, spedizione in abbon. postale / 50%
hanno collaborato alla realizzazione di questo numero:
Anna Alberigo, Angela Angiolini, Alessandra Brusoni, Marco Calandrino, Alessandro Delpiano, Elisa Domenichini, Paolo Ferratini, Cristina Festi, Flavio Fusi Pecci, Pierluigi Giacomoni, Stefano Lilla, Roberta Mazza, Marco Miglianti, Maurizia Monti, Mario M. Nanni, Giuseppe Paruolo, Gabriella Santoro, Fabio Selleri, Simonetta Simoni, Andrea Turchi.


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