Numero 3 - Marzo-Aprile 1995
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Dopo la candidatura di Prodi, quale ruolo per società civile e privato sociale?
Un'opportunità preziosa di partecipazione, il cui esito però non è scontato. Luci
ed ombre della politica bolognese a cavallo delle amministrative. I cattolici, tra
fedeltà ai principi e piena laicità.
Non solo alleanze
Non riusciamo, non vogliamo rassegnarci ad una politica fatta solo di immagine e non di contenuti. La
transizione al maggioritario, peraltro incompleta, ha sbloccato una situazione politica che era diventata fossile,
portando d'altra parte ad una generale instabilità del quadro politico, oggi in preda a convulsioni e mutamenti
rapidissimi. Con tante coscienze addormentate davanti al televisore, Berlusconi ha imposto la sua forza e il
suo gioco, nel quale poco importa l'inconsistenza delle proposte o il riciclaggio dei peggiori portaborse,
contando solo l'immagine e l'impatto emotivo su un pubblico sempre più frastornato e appannato nel giudizio.
Oltre la cortina di fumo
In questo quadro avviene la discesa in campo di Romano Prodi, salutata con entusiasmo da tanti, forse troppi.
L'effetto sul centro-sinistra è stato infatti di un certo rilassamento tranquillizzante, come a dire: "adesso
abbiamo il leader, siamo a posto". Il rischio è quello di mettere semplicemente un cappello sulle deficienze di
analisi e di proposta dell'area progressista e solidarista, accettando nei fatti il gioco berlusconiano: il che
significa paradossalmente perdere la vera sfida politica - che è sul metodo e sui contenuti - anche qualora si
vincessero le elezioni. Per questo è indispensabile diradare la cortina fumogena allestita intorno al
personaggio Prodi dal giornalismo imperante, tutto jogging, bicicletta e tortellini (la "via bolognese al
successo!"), e cercare di andare alla sostanza.
In realtà Romano Prodi rappresenta una preziosa opportunità per ridare fiato ad una radice nobile e feconda
della politica italiana, quella dei cattolici democratici e della sinistra più moderna e riformista, il cui contributo
appare fondamentale per un autentico rinnovamento del paese e per ristabilire regole di vera democrazia.
Nulla nella sua storia personale osta a che lui sia il catalizzatore di un processo politico capace di farci uscire
dalle secche attuali. Ma nulla di questo processo è scontato o automatico: dipende anche da ciascuno di noi.
Tre soggetti, un impegno
Dal canto suo, il candidato Prodi deve dare garanzie della totale trasparenza del suo impegno, rendendo
pubblica la sua situazione patrimoniale, i nomi dei suoi collaboratori, i gruppi o gli interessi a cui questi sono
legati. Deve poi chiedere il consenso sulla base di un programma coraggioso e dettagliato, ponendosi così
agli antipodi, per stile e per contenuti, del suo avversario. Alle forze politiche che entrano a far parte della
coalizione democratica tocca il dovere di una sana autocritica rispetto agli errori del passato, ed il compito di
mostrare con i fatti di non volere semplicemente partecipare ad una nuova spartizione del potere, nella quale
sarebbero ancora gli apparati e le segreterie a dettare legge. Infine il mondo del volontariato e del privato
sociale deve maturare una maggiore coscienza civile, per vitalizzare con forze nuove un'alleanza che deve in
primo luogo essere indirizzata a risvegliare e formare le coscienze. Finché infatti un certo volontariato si
accontenterà di chiedere al politico di turno le 4 lire (o i 400 milioni) per le proprie attività (per quanto meritorie
ed encomiabili), chiudendo gli occhi sul resto, resterà prigioniero di una logica clientelare e di scambio, che
soffoca il cambiamento e l'autentica solidarietà. Solo se saprà guardare con lungimiranza oltre il proprio
orticello, e scegliere con la politica un rapporto adulto, fatto di proposte e di verifiche puntuali, il volontariato
aprirà davvero una stagione nuova di partecipazione alla vita politica, finalmente intesa nel suo senso più
nobile, quello di servizio alla collettività.
A proposito di amministrative
Per quanto riguarda il quadro locale, a Bologna sono stati fatti alcuni passi di apertura verso il superamento
di antichi steccati: non possiamo tuttavia nasconderci che le riflessioni e le decisioni che hanno prodotto le
candidature e le alleanze elettorali hanno visto un coinvolgimento scarso o nullo della base: in parte per
problemi di tempo, ma certamente anche per la convinzione (diffusa soprattutto fra gli "addetti ai lavori") che
basti mettere attorno a un tavolo le persone "che contano". Ne è risultato il compattamento intorno ai rapporti
di forza esistenti, che ha finito col dipingere le stesse candidature di Walter Vitali e Vittorio Prodi più come il
frutto di un gioco di equilibri precari tra segreterie e centri di potere, piuttosto che il risultato di una proposta
chiara e forte di governo da parte della coalizione che li esprime. Così, mentre alcuni a sinistra giudicano
eccessive le annunciate aperture del PDS su temi quali famiglia e diritto alla vita, ed esprimono disagio
davanti a un candidato come Mengoli, considerato "troppo cattolico", a spargere panico al centro ci ha
pensato la candidatura di Flamigni, la cui collocazione a sinistra è peraltro tutta da vedere: la sua visione
individualista della riproduzione umana, improntata ad un liberismo che non tollera regole, non ha nulla a che
vedere con una prospettiva solidaristica ed attenta ai risvolti sociali.
Cattolici in politica
Da tale candidatura ha preso spunto la curia bolognese, per indirizzare dalle colonne di Bologna7 del 2 aprile
un paternalistico richiamo ai "cattolici che per ragioni politiche meditate, hanno comunque scelto di essere
vicini o interni" allo schieramento di sinistra. Nella sostanza, l'invito "ad un confronto chiaro e ad una
resistenza netta" sui principi è tanto condivisibile quanto ovvio: preoccupa invece il persistente strabismo di
un certo mondo ecclesiale, attentissimo a denunciare le contraddizioni di una parte quanto disposto a
chiudere gli occhi sull'altra. Nessuna critica, per esempio, all'abbraccio - nel segno di Berlusconi - tra Pannella
e Michelini in occasione del battesimo dei "cattolici liberali". Quanti ostacoli invece davanti ai tentativi di alcuni
cattolici di contribuire alla costruzione dell'area democratica! Nessuna meraviglia, se pensiamo che già nel
lontano 1922 la gerarchia preferì mandare in esilio don Sturzo per appoggiare, in funzione antisocialista, un
certo Mussolini, acutamente giudicato un "fenomeno temporaneo, presto riassorbito".
Chi auspica una presenza incisiva dei cattolici in politica commette un errore nel fare terra bruciata intorno
all'Ulivo, e ci auguriamo che gli errori di valutazione politica della gerarchia (che fino a ieri chiedeva ai cristiani
di votare uniti, senza troppo imbarazzo se ciò implicava sostenere personaggi del calibro di Gava o Cirino
Pomicino) non impediscano ai cristiani di esercitare pienamente la responsabilità politica che loro compete in
quanto laici. Chi di noi è cattolico infatti è consapevole tanto della irrinunciabilità dei valori di fede, quanto della
sua autonomia di giudizio nell'ambito del temporale.
Un Sì contro la manipolazione
A giugno ci attendono i referendum televisivi, che già la Fininvest ha cominciato a dipingere come una rapina.
Dalla sua ha purtroppo la forza dell'abitudine, che ha il potere di rendere "normali" situazioni in sé abnormi,
come il fatto che un uomo politico sia proprietario di 3 reti televisive, 2 quotidiani, una quindicina di periodici e
della maggiore rete di raccolta pubblicitaria (ovvero di finanziamento dei mezzi di informazione). Ma che tipo
di informazione ci può venire da giornalisti, commentatori e opinion-maker di fatto al soldo di un capopartito?
Contro questa concentrazione del potere televisivo e pubblicitario, che diventa manipolazione, chiediamo a
tutti un impegno forte e deciso per il sì.
Quanto a noi, nel nostro piccolo ci stiamo muovendo per creare momenti di incontro tra amministratori e
cittadini, gruppi e associazioni. Solo in questo modo, ne siamo convinti, si potrà far crescere la coscienza
civile dei cittadini e la responsabilità dei politici. In questo senso va la proposta di un Tavolo Permanente di
controllo e verifica politica tra Sindaco e Città, nato dall'esperienza dei Giovedì del Mosaico, che abbiamo
presentato nei giorni scorsi ai candidati a sindaco e che illustreremo meglio nel prossimo numero.
A.D.P.
All'inizio
ALL'INTERNO:
Famiglia e disagio: minori tra mercato e accoglienza
Maurizio Liberti a pag. 4
Maria Grazia Ciani a pag. 5
Bologna Metropolitana
DOSSIER a pag. 7
Percorso Costituzione
Andrea De Pasquale e
Anna Alberigo a pag. 2-3
L'abdicazione della scuola
Mario Nanni a pag. 6
Per una finanza etica
Paolo Patruno a pag. 11
Cittadini del mondo
Stefano Carati a pag. 12
Raffaele Salinari a pag. 13
La guerra dimenticata
Sabrina Magnani a pag. 14
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All'inizio
PAG. 2-3 - cittadini e Costituzione
"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene
al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" (Cost., art. 1):
parte da qui il cammino - proposto da AC e MEIC - verso una rinnovata
partecipazione alla vita civile. E verso un modo nuovo di interpretare e fare la
politica.
Percorso Costituzione, art. 1
Italia, Sovranità, Democrazia, Lavoro: queste le parole chiave dei 4 incontri di studio sull'articolo 1 della
Costituzione, intitolati "Percorso Costituzione" e organizzati nei mesi scorsi a Villa Revedin dall'AC diocesana
in collaborazione con il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC).
In realtà gli incontri rappresentano la seconda fase di un itinerario più ampio, articolato in tre momenti: il primo,
preparatorio, si era svolto in due "campi" estivi, di una settimana ciascuno, di confronto personale e
comunitario con il Vangelo, intorno al tema della connessione tra crescita spirituale, mondo interiore della vita
cristiana e giudizio-inserimento nella storia. All'interno della particolare attenzione dell'AC al tema della
solidarietà che si fa storia, gli ideatori del "Percorso" hanno inteso così proporre un cammino di rinnovata
partecipazione alla vita della comunità civile attraverso un nuovo modo di interpretare la politica, nella
convinzione che tale impegno non può riguardare solo alcuni pochi specializzati ma "tutti i cristiani in quanto
cittadini comuni di questo paese".
Così il 9 novembre, dopo la relazione di don Giovanni Nicolini su finalità e prospettive dell'iniziativa, Luigi
Pedrazzi , partendo dalla parola "Italia", ha proposto un'analisi comparativa tra la nostra e le altre costituzioni
moderne e contemporanee, con riferimenti storici riguardanti sia l'attualità' del periodo costituente sia l'attesa
e le elaborazioni del periodo risorgimentale.
Il 27 novembre don Giuseppe Dossetti ha affrontato il tema della "sovranità", in particolare commentando il
brano del Vangelo di Giovanni (Gv. 18, 36-38) in cui si descrive, durante il processo a Gesù di Nazaret, il
dialogo tra questi e il procuratore Ponzio Pilato, lì dove il Procuratore romano domanda a Gesù: "Dunque, tu
sei Re?". Il tipo di taglio dato all'incontro da Dossetti ha stupito molti e deluso qualcuno, soprattutto tra i
giovani lontani da un certo linguaggio e non abituati a questo approccio al testo evangelico. Una scelta,
d'altronde, non inconsueta per Dossetti, che riguardo ad alcuni temi non privilegia la comprensione immediata
da parte dell'uditorio, ma preferisce, al di là dell'intuizione della prospettiva di fondo, stimolare una successiva
fase di studio e di approfondimento del suo stesso testo.
Il 14 novembre si è tenuto il terzo incontro, sul tema della qualità della democrazia, con due relazioni: una
tenuta da don Stefano Ottani, sul faticoso percorso storico che ha condotto la comunità cattolica italiana ad
accettare e alla fine interpretare in luce cristiana il concetto di democrazia; l'altra da Giampaolo Nascetti, che
si è mosso all'interno del testo costituzionale per dimostrare che il concetto di democrazia è il criterio
interpretativo di tutta la nostra Carta fondamentale, offrendo così ai presenti una dimostrazione palpabile della
ricchezza, della freschezza e della modernità di moltissime affermazioni del dettato costituzionale.
Infine il 18 gennaio è stata la volta del "lavoro, fondamento della Repubblica", tema affidato a Romano Prodi,
allora non ancora sceso in politica (tanto da prendersi, al termine della serata, qualche amichevole rimprovero
sul suo mancato impegno diretto). A questo ultimo incontro dedichiamo una nota a parte, nella pagina
precedente, un po' perché fornisce spunti utili a giudicare il candidato Prodi, ed un po' per l'attualità stringente
del problema affrontato: il fenomeno della disoccupazione e gli squilibri causati dall'attuale mercato del lavoro.
Terminati gli incontri, il "Percorso Costituzione" è entrato ora nella terza fase, che durerà alcuni mesi, nella
quale sono stati avviati 6 Laboratori su altrettanti campi della vita sociale italiana: Economia e lavoro, Sanità
e politiche sociali, Università e cultura, Urbanistica, Scuola ed educazione, Famiglia. Nei laboratori lo studio e
la riflessione dovrebbero lasciare il campo a progetti di attuazione della nostra Costituzione, riunendo sia
l'apporto dei credenti, sia il lavoro di chi si dichiara non credente.
Si tratta, in conclusione, di un'iniziativa organica e tempestiva, entro la quale si fa particolarmente apprezzare
l'intenzione di elaborare progetti comuni con i non credenti, fondata sulla convinzione che la riflessione
sapienziale cristiana, quando si traduce in progetto politico, si esprime in una autentica "laicità", che coinvolge
anche chi cristiano non si considera. «Si tratta, in fondo, di quanto accadde al momento dell'elaborazione
della Costituzione, dove il trasferimento nei "Principi fondamentali" di verità omogenee alla Rivelazione
cristiana era espresso in un linguaggio comprensibile e accettabile anche dai molti che partecipavano alla
stessa impresa e cristiani non si consideravano» (da : Agenda n.9, 1994. Periodico dell'A.C. di Bologna).
A.D.P., con la collaborazione di A.A.
Mercato, solidarietà, occupazione, servizio civile: l'intervento di Romano Prodi a
villa Revedin.
Difendere il lavoro a partire dalla scuola
«Il nostro problema è che ci accorgiamo dei cambiamenti quando ormai sono avvenuti, ed è tardi per
intervenire». É stato il ritardo il tema centrale del discorso di Romano Prodi su "Il lavoro, fondamento della
Repubblica": ritardo della politica, cronicamente incapace di progettare il futuro, ma talvolta anche di alcuni
schemi del mondo cattolico (il quale per esempio, nella giusta lotta contro la divaricazione del mondo tra Nord
ricco e Sud povero, rischia di non accorgersi che la metà asiatica di quel Sud sta crescendo così rapidamente
da mettere in crisi la nostra economia). La mancanza di innovazione è la chiave per leggere anche il problema
disoccupazione, su cui il relatore ha tracciato un breve quadro storico: ai tempi dell'Assemblea Costituente gli
italiani erano agricoltori per il 50%, oggi per meno del 5%; l'esodo dalle campagne è stato dapprima assorbito
dall'industria, poi anche questa si è saturata di manodopera, ed oggi sono le fabbriche a svuotarsi. Resta il
terziario, dove però un personal computer sostituisce 5 contabili, lavorando più in fretta e costando
infinitamente di meno. Di qui la centralità drammatica del problema scuola e formazione: a che serve sfornare
diplomati e tecnici la cui professionalità è già messa fuori gioco dal progresso tecnologico? Per difendere
l'occupazione secondo Prodi occorre investire in ricerca e stare all'avanguardia, cioè imparare a fare le cose
più difficili e sofisticate, che richiedono anni di studio e tecnologia avanzata, e che in Cina non sanno ancora
fare: perché altrimenti le produzioni semplici si trasferiscono dove la manodopera costa meno (in Europa
orientale e nel sud-est asiatico), come è già successo per le fabbriche di maglie e di bulloni. E siccome
nessuno di noi è disposto a comprare una cosa a 100 (perché fatta in Italia) quando la trova identica a 30 (fatta
a Taiwan), per difendere l'occupazione abbiamo solo due strade: 1) o chiuderci in noi stessi (una tentazione
ricorrente ma rovinosa), oppure 2) investire nella scuola e nella ricerca: perché mentre i capitali e le tecnologie
sono mobili, e si possono spostare in un batter d'occhio da un punto all'altro del pianeta, le risorse umane -
che sono il maggiore patrimonio di un paese - non si possono comprare e vendere in borsa.
Contemporaneamente occorre rivalutare i cosiddetti mestieri umili, perché una società dove tutti aspirano ad
una scrivania e nessuno vuole fare lavori manuali è una società prossima alla decadenza.
Ma il problema vero, a livello internazionale, non è tanto la disoccupazione quanto l'aumento delle
disuguaglianze: infatti se in Italia lo spartiacque è tra chi ha un lavoro e chi no (perché c'è un sindacato forte
che ha difeso i salari), in Gran Bretagna e USA c'è meno disoccupazione ma i salari sono crollati, e ci sono
lavoratori che vivono sotto la soglia della povertà. L'esempio migliore viene forse dalla Germania, che ha
mantenuto lo stato sociale, ma a fianco di una grande severità contro le rendite di posizione: Kohl infatti,
mentre accollava allo stato la spesa per l'assistenza domiciliare ai malati di Parkinson ed Alzheimer, ha tolto
- poco prima delle elezioni! - l'indennità di disoccupazione ai giovani che rifiutano impieghi alternativi. In futuro
secondo Prodi è destinata a crescere la domanda di lavori di cura, di assistenza, di insegnamento, nei quali
l'uomo non può essere sostituito dalla macchina, mentre si aprono nuovi settori, come la tutela del territorio,
del patrimonio artistico ed ecologico, che andranno però gestiti in modo economico: è assurdo cioè che un
museo debba essere passivo. Infine sarebbe auspicabile una riforma della leva, con un servizio militare
professionale e ristretto a chi lo sceglie, ed un servizio civile obbligatorio per tutti, uomini e donne: in questo
modo i giovani, oltre a svolgere un servizio utile alla collettività, farebbero anche una "scuola di cittadinanza",
formativa e importante per le loro scelte future.
RECAPITI DEI MEMBRI DEL COORDINAMENTO NAZIONALE DEI COMITATI PER LA COSTITUZIONE
Amati Silvana tel. 071/79.24.694 (Senigallia)
Baldini Alessandro tel. 051/67.07.904 (Monteveglio)
fax 051/83.88.29
Calarco Tommaso tel. 0461/23.87.20 (Trento)
fax 0461/23.13.70
Chiappisi Giovanni tel. 091/86.96.251 (Palermo)
tel. 091/66.27.234
fax 091/61.12.579
Codrignani G.Carla tel. 051/25.27.30 (Bologna)
Di Matteo Francesco tel. 051/26.64.90 (Bologna)
Moroni Enrico tel. 071/63.17.5 (Senigallia)
fax 071/60.92.5
Paolini Carlo tel. 080/52.30.631 (Bari)
Passini Roberto tel. 055/66.50.49 (Firenze)
fax 055/23.37.059
Serofilli Maurizio tel. 0522/85.73.81 (Scandiano)
fax 059/21.78.99
Simoneschi Guglielmo tel. 06/39.37.76.54 (Roma)
All'inizio
PAG. 4 - famiglia e disagio
Bambini abbandonati o comprati per 50 milioni; nati da mamme sessantenni o da
uteri in affitto; a volte ripudiati da "padri" pentiti dell'inseminazione artificiale. Su
disagio familiare e caos bioetico la cronaca è prodiga di fatti inquietanti, come di
ricette e proposte di legge di esperti dell'ultima ora. La parola all'ANFAA, che da 30
anni si impegna per dare una famiglia ad ogni bambino.
Minori: accoglienza, non mercato
Quando nel 1962 l'Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affilianti (oggi Affidatarie) fu fondata da
Francesco Santanera, negli istituti di tutta Italia vivevano oltre 300.000 bambini e ragazzi senza famiglia.
L'adozione non era che un accordo privato fra una coppia (o un singolo) senza figli e una famiglia povera o un
istituto, in cui gli adottanti potevano scegliere un bimbo a piacere, al fine di procurarsi un discendente cui
trasmettere il proprio cognome e l'eventuale eredità. I bimbi adottati non avevano alcun diritto: erano poco più
di una merce, oggetto anche di compravendita e gestiti da privati e istituzioni come beni materiali destinati a
soddisfare le esigenze degli adulti.
L'ANFAA nacque con l'obiettivo primario di rovesciare quella concezione e di affermare il diritto di tutti i minori
a vivere in una famiglia: nella propria o, in sua mancanza, in una sostitutiva, comunque capace di assicurare
loro l'affetto e gli strumenti - educativi e materiali - necessari a crescere come persone serene ed equilibrate.
Dall'osservazione delle disastrose conseguenze della deprivazione affettiva sui bambini che crescono senza
il sostegno di due genitori, l'ANFAA ha tratto l'energia per sensibilizzare l'opinione pubblica e per ottenere,
mediante specifiche modifiche legislative, il riconoscimento e la salvaguardia dei diritti di tutti i minori.
L'ANFAA è stata infatti fra i promotori delle due leggi (vedi tabella comparativa) che hanno rivoluzionato il
concetto e il ruolo dell'adozione in Italia: la n.431 del 1967, che accanto alla adozione ordinaria già descritta,
introduceva la cosiddetta "adozione speciale", e l'attuale legge n. 184 del 1983 che, oltre a riconoscere
all'adozione speciale il ruolo di procedura primaria, lasciando a quella ordinaria solo situazioni particolari
(come l'adozione di maggiorenni), rafforza per il minore le garanzie di essere inserito in una famiglia, adottiva
o affidataria, realmente rispondente alle sue necessità affettive ed educative. Queste due leggi hanno
prodotto, in meno di trent'anni, due effetti importanti:
- un sensibile mutamento culturale nei confronti dell'adozione, finalmente concepita come accoglienza di un
bambino bisognoso di una famiglia, piuttosto che come soddisfazione degli egoismi degli adulti;
- una drastica riduzione dei minori presenti negli istituti italiani, oggi stimabili in circa 40.000; molti dei quali
però non sono adottabili, perché le loro famiglie mantengono con loro rapporti più o meno frequenti e
significativi, ma, per i più svariati motivi, non sono in grado di tenerli stabilmente con sé.
Tuttavia non è purtroppo scomparsa la concezione dell'adozione come un diritto di una coppia senza figli:
infatti in tema di affidamento familiare a scopo educativo ancora molte coppie sono spaventate da un rapporto
limitato nel tempo e dal coinvolgimento emotivo che renderebbe troppo doloroso il distacco al termine
dell'esperienza.
Oltre a ciò le norme riguardanti l'adozione internazionale, che avrebbero dovuto stroncare il mercato delle
adozioni illegali, vengono spesso vanificate dall'assenza di accordi bilaterali fra l'Italia e i paesi di provenienza
dei bimbi, e dalla possibilità, per i coniugi dichiarati idonei, di adottare un bambino straniero attraverso canali
privati e conoscenze personali. Il fatto di rivolgersi alle associazioni autorizzate rimane una libera scelta delle
coppie, non un obbligo sancito dalla legge.
Sul fronte interno, i pochi bimbi adottabili presenti negli istituti (1 per ogni 20 coppie dichiarate idonee!), non
trovano accoglienza per un motivo purtroppo molto semplice: la maggioranza delle coppie cerca un bimbo
neonato, sano e "bello", che corrisponda il più possibile a quel figlio naturale tanto desiderato e mai generato.
Ma la massima parte dei minori adottabili sono bambini grandicelli (oltre i tre anni) il cui stato di abbandono è
stato sancito solo dopo anni di permanenza in istituto, oppure sono bimbi portatori di handicap anche non
gravissimi: e ad una coppia basta questo per decidere di non volerli neanche vedere. Eppure le numerose
famiglie che hanno accettato di conoscerli, e poi magari di accoglierli, si sono accorte che quei bambini non
sono mostri, ma solo bimbi un po' meno fortunati.
In questi mesi da più parti si chiedono modifiche alla legge 184, ma spesso per riproporre norme che questa
aveva cancellato proprio a garanzia dei minori. Non si può tornare ad adottare bambini con il consenso dei
genitori naturali, come qualcuno ha proposto, perché questo darebbe una discrezionalità inaccettabile ai
genitori che abbandonano i loro figli. E non è neanche pensabile elavare i limiti per la differenza di età fra
adottanti e adottati dagli attuali 40 a 50 anni, perché questo significherebbe dare ai bimbi adottivi, specie se
neonati, genitori che inizialmente possono essere in grado di accoglierli adeguatamente, ma che rischiano di
essere troppo distanti da loro, o magari di non esserci più, proprio al momento della crisi adolescenziale,
quando questi figli avranno più bisogno di loro. Né si può consentire di regolarizzare un'adozione
internazionale illegale dopo alcuni anni di permanenza del bimbo nella famiglia che lo ha "adottato", perché
ciò scatenerebbe una corsa all'éscamotage pur di far trascorrere quel tempo, senza alcun rispetto per le
sofferenze e i bisogni del bimbo. E restiamo ancora convinti che per un bimbo che ha subito un abbandono
due genitori siano comunque e sempre meglio di uno solo, per cui l'estensione tout-court alle persone singole
della facoltà di adottare minori ci trova a tutt'oggi contrari. Anche perché la legge attuale già prevede per alcuni
casi particolari questa forma di adozione, quando fra il minore e la persona che lo adotta si sia già stabilito un
legame saldo e significativo, e sia stata constatata l'assenza di valide soluzioni familiari alternative.
Anche l'ANFAA propone alcune modifiche normative, ma allo scopo di rafforzare le garanzie per i figli adottivi
e affidatari. Chiede un più diffuso e corretto ricorso all'affidamento, in alternativa al ricovero in istituto, e che i
genitori affidatari godano degli stessi benefici economici e sindacali che spettano ai genitori naturali e adottivi,
anche se il figlio affidato supera i sei anni di età.
Chiede che in tema di adozione internazionale vengano stipulati accordi bilaterali con tutti i paesi di
provenienza dei bambini adottati, e che le pratiche vengano gestite esclusivamente da associazioni
autorizzate. L'ANFAA chiede poi che le coppie che accolgono un bimbo portatore di handicap non vengano
lasciate sole al termine del primo anno di affidamento preadottivo, ma siano sostenute da USSL ed enti locali
per tutta la durata del difficile cammino verso l'autonomia del figlio.
Come si vede, anche la legge attuale, pur essendo tra le più avanzate a livello mondiale, è migliorabile: ma
per dare ai bambini sempre maggiori garanzie, non per tornare a trattarli come oggetti. Non dobbiamo, non
possiamo tornare indietro. L'ANFAA esiste per questo.
Maurizio Liberti
L'EVOLUZIONE DELLA LEGISLAZIONE SULL'ADOZIONE
FINO AL 1967
· Adozione consentita a coppie o singoli purché senza figli.
· Età minima 50 anni, massima illimitata; anche un ottantenne poteva adottare un neonato.
· Necessari il consenso da parte dei genitori naturali. L'adozione si configurava come una transazione privata.
· L'adozione non troncava i rapporti fra minore e la famiglia d'origine. Il cognome dei genitori adottivi non
sostituiva il precedente, ma lo affiancava.
· Nessun controllo, da parte del tribunale, sulle capacità educative degli adottanti né sul rapporto instauratosi
fra questi e l'adottato, ma mera ratifica degli accordi intercorsi fra gli adottanti e le famiglie di origine o gli
istituti.
(Allora i minori negli istituti erano circa 300.000)
LEGGE 431/67 (adozione speciale)
· Adozione speciale consentita solo alle coppie, anche con figli, ma regolarmente sposate da almeno cinque
anni.
· Differenza massima di età fra adottanti e adottato: 45 anni; differenza minima: 20 anni.
· Adozione speciale riservata ai soli minori di età inferiore agli 8 anni.
· Necessaria, prima dell'adozione, la dichiarazione di adottabilità del minore emanata dal Tribunale per i
minorenni.
· L'adozione ordinaria e l'affiliazione restavano in vigore con le modalità descritte.
LEGGE 184/83
· L'adozione "speciale" diventa la forma normale dell'adozione. L'adozione ordinaria viene limitata ai casi di
adozione di un maggiorenne.
· L'adozione è consentita alle coppie, con o senza figli, sposate da almeno tre anni.
· Differenza massima di età fra adottanti ed adottato: 40 anni; differenza minima: 18 anni.
· La possibilità di essere adottati viene estesa a tutti i minori, da zero a 18 anni di età.
· Estensione anche all'adozione internazionale degli stessi requisiti di idoneità necessari per quella nazionale
· Soppressione dell'affiliazione e regolamentazione dell'affidamento familiare a scopo educativo.
(Oggi i minori negli istituti sono circa 40.000)
All'inizio
PAG. 5 - famiglia e disagio
Dopo quello tra scout e Comune, un altro esempio di collaborazione attiva tra
pubblico e privato sociale.
Una "famiglia aperta"
Disagio giovanile e rischio di devianza sono un crocevia dove confluiscono povertà vecchie e nuove:
immigrazione mal integrata, analfabetismo primario o di ritorno, genitori immaturi o addirittura devianti, mass
media educatori a tempo pieno e idolatrie di vario genere. Gli adolescenti a rischio fino a ieri erano ragazzini
di strada e di periferia: oggi sono spesso figli unici e superaccessoriati di famiglie "normali", insicure e
insoddisfatte. Di questo disagio si parla ogni giorno su quotidiani e settimanali: "Indagine di Amnesty
International a scuola: sì, noi vogliamo la pena di morte"; "Mini spacciatori tra i banchi"; "Sono fuggita di casa
per le risse in famiglia"; "A 13 anni sniffano droga e si prostituiscono per trovare i soldi". Intorno a noi le strade
sono disseminate di cippi improvvisati, dove un mazzo di fiori ricorda com'è facile morire a 15 anni su una
moto, magari truccata, magari senza casco.
Famiglia Aperta è nata come "posto di ristoro" su questo affollato crocevia del disagio giovanile. Si è costituita
come associazione di volontariato alcuni anni fa, a partire dalle esperienze che un gruppo di persone aveva
già compiuto a favore di minori in difficoltà, e dal desiderio dei 9 soci fondatori di attrezzare risposte più stabili
e organiche, ma anche più duttili ed articolate, alla richiesta di aiuto che gli adolescenti e i preadolescenti
esprimono oggi col malessere scolastico, con la violenza nei confronti di se stessi e degli altri, con la banalità
dei loro hobbies, abitualmente trasgressivi.
L'attività è cominciata 3 anni fa, in via Zanardi 317/2, una casa gialla tra il verde dei campi verso la Noce, in
parte adibita ad abitazione per i soci che hanno fatto del progetto una scelta di vita, ed in parte allestita per il
centro diurno. Prima l'affido di una sedicenne presso un nucleo familiare, poi l'attività diurna, che non si può
chiamare mensa (anche se 10 ragazzini pranzano con noi tutti i giorni dal lunedì al venerdì), né vogliamo che
sia definita doposcuola (anche se ogni giorno si fanno i compiti ed un po' di recupero scolastico) né ricreatorio
(benché si giochi e funzionino vari laboratori).
I nostri ospiti quotidiani sono preadolescenti dagli 11 ai 14 anni, che frequentano la I e II media inferiore, già
segnati da insuccessi scolastici, da traumi familiari o dal "male di vivere" di questa nostra società. Ad essi
Famiglia Aperta fornisce un'occasione di crescita, in collaborazione con le altre agenzie educative, senza
tuttavia accettare deleghe né porsi al servizio della loro famiglia o della scuola. Al centro del nostro progetto
educativo c'è la persona di ogni ragazzo, con le sue peculiarità e le sue potenzialità, nella speranza che
ognuno possa raggiungere un benessere tale da consentirgli il rispetto, l'accettazione, la comunicazione e
l'interazione con un gruppo dove ognuno con la propria storia e la propria originalità sia in grado di mettere a
frutto i suoi doni.
Il servizio sociale della Azienda USL di Bologna (ex USL 28), sulla base di una convenzione stipulata
esattamente un anno fa, copre mensilmente buona parte delle spese necessarie al servizio, alle quali
contribuiscono pure (in denaro ed opere) i tanti amici incontrati in questi anni. La disponibilità di volontari,
lavoratori, universitari, pensionati, casalinghe, oltre alla presenza di 2 obiettori di coscienza, permette poi
l'organizzazione quotidiana delle varie attività ed il funzionamento di questa piccola comunità: c'è chi va a
prendere i ragazzi a scuola e chi prepara il pranzo, chi li aiuta nei compiti e chi conduce le attività creative e
ricreative: biblioteca, computer, pittura, produzione teatrale e cinematografica, cucina, lavori manuali e giochi.
Recentemente abbiamo avviato un forum sull'ambiente con esperti della materia, e stiamo organizzando un
ciclo di proiezioni sulle conseguenze della violenza sulla vita dell'uomo. I volontari hanno riunioni periodiche
di verifica e programmazione, possono fruire di un piccolo centro di documentazione psico-pedagogico e si
avvalgono della supervisione di uno psicologo.
Nonostante questo i ragazzi continuano a manifestare turbe di comportamento, forse più lievi, ma ricorrenti,
e gli animatori si trovano spesso scoraggiati di fronte alle ricadute di ribellione, indifferenza e violenza. Si ha
il timore di non sapere amare abbastanza o nel modo giusto, e a volte ci si sente davvero impotenti. Solo la
costanza nel tempo e la quotidiana testimonianza di gratuità, di fraternità e di non violenza potranno dare
ragione alla nostra speranza.
Maria Grazia Ciani
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PAG. 6 - scuola e società
Dispersa tra compiti e pretese divergenti, la scuola vive una profonda crisi di
identità, tra nuove materie e vecchie burocrazie, insegnanti demotivati e studenti
spinti al disimpegno. Ma l'abdicazione di una scuola che non prepara e svende i
diplomi favorisce la piaga dell'immobilismo sociale: per la carriera conta sempre
meno quanto sei bravo, e sempre più di chi sei figlio.
Me ne frego, e ti promuovo
Abbozzare un discorso sulla scuola in poche righe vuol dire essere per forza frammentari. Vorrei tuttavia
proporre alcuni spunti di riflessione, che nascono dall'esperienza concreta e si raccolgono intorno ad una
parola: selezione, di cui credo la scuola odierna abbia un grande bisogno.
1) Innanzi tutto deve esserci una selezione dei fini. La situazione scolastica attuale è il frutto di anni di
disinteresse e di interventi approssimativi, che hanno determinato l'intollerabile genericità di una istituzione
che non conosce più i suoi scopi; e non avere chiari i fini del proprio operare è inevitabilmente causa di una
attività disordinata e inconcludente. Alla scuola non si può chiedere contemporaneamente di occuparsi di
attività tra loro divergenti, quali l'educazione alla salute, l'educazione stradale e il recupero del disagio
giovanile, la lotta alla disoccupazione e la sostituzione delle famiglie latitanti, dando poi per scontate la
formazione culturale, la preparazione al mondo del lavoro o agli studi universitari. Senza neppure affrontare
la discussione di merito sui singoli scopi (che pure sarebbe interessante prima o poi aprire), è chiaro che
qualunque servizio, per funzionare bene, non può disperdere le proprie energie in direzioni troppo numerose
e differenziate, che tra l'altro nel nostro caso richiederebbero tutte alti livelli professionali.
Quali professori?
2) Il secondo punto, strettamente connesso al primo, è l'esigenza di selezione degli insegnanti. Anni di
politiche sindacali (e legislative) ispirate a criteri demagogici e clientelari hanno portato alla squalifica della
categoria nel suo complesso, che oggi è vittima di un forte discredito sociale (del quale è in parte
responsabile). Come stupirsi se i professori di scuola sono in crisi di identità, se essere insegnanti ha un
significato che può variare dal tenere i giovani lontano dalla strada fino all'insegnar loro filosofia? Le
competenze utili ad insegnare la segnaletica stradale dovrebbero essere vagliate con metri ben diversi da
quelle necessarie ad insegnare fisica o letteratura. La realtà è che purtruppo la competenza dei docenti nelle
discipline che in teoria dovrebbero insegnare è del tutto insignificante, sia per lo stipendio, sia per la carriera,
sia per i trasferimenti; la percentuale dei docenti assunti per concorso ordinario (strumento di selezione ben
lontano dall'essere perfetto, ma pur sempre volto a valutare la competenza dell'aspirante professore) è
bassissima: ottenere una cattedra per concorso è diventata l'eccezione, mentre la norma è che i docenti
vengano assunti tramite "sanatorie" per legge, o tramite valutazione di titoli come le supplenze (attribuite
senza alcun criterio di professionalità) o altre condizioni personali e familiari, che nulla hanno a che vedere
con la preparazione culturale. Frequentissimo è il passaggio di insegnanti da un ruolo ad un altro, in base a
criteri esclusivamente burocratici. Non ci sono sanzioni per chi le merita (e ci vorrebbero!), soprattutto per quei
docenti ignoranti, che non hanno neppure la dignità di studiare un minimo le discipline del cui insegnamento
sono investiti, e finiscono col trasmettere ai loro studenti la noia e il disinteresse per ogni fatica intellettuale.
3) Il terzo punto, su cui nessuno ha l'onestà di richiamare l'attenzione, è la selezione degli stessi studenti.
Dopo anni di egualitarismo demagogico e di falsa benevolenza, siamo arrivati ad una scuola che ha altissime
percentuali di allievi promossi, i quali presentano un basso livello di cultura generale e di capacità
professionale. Anche accettando che questo risponda al sincero desiderio di promuovere agli studi (e quindi
ad una crescita sociale) le categorie deboli e svantaggiate, resta il fatto che il risultato è opposto alle
intenzioni: fuori dall'obbligo, proprio una scuola non selettiva diventa classista, perché rinunciando valutare gli
studenti sulla base delle capacità e dell'impegno, lascia che la selezione della futura classe dirigente avvenga
sulla base di altri fattori, sociali ed economici, discriminando in questo modo gli studenti di provenienza
familiare più modesta.
Selezione e promozione sociale
Il punto è di importanza centrale: in ogni collettività avviene una selezione delle persone che vanno ad
occupare posizioni economicamente e socialmente di rilievo; giustamente si ritiene che la scuola debba
contribuire a porre tutti in condizione di fare la propria corsa per occupare quei posti. In una scuola non
selettiva questa pari opportunità viene meno. Il figlio di un operaio e il figlio di un ricco professionista infatti
giungeranno assieme alla laurea, anche se il primo ha studiato con serietà e profitto mentre il secondo si è
impegnato poco, approfittando della "benevolenza" dei professori: a parità di titolo di studi, quali saranno le
possibilità del figlio dell'operaio di "fare strada", a confronto del collega che, pur meno preparato e meno
dotato, potrà contare sul padre o su qualche amico affermato (magari dopo aver riscattato la scarsa
preparazione con un costoso corso post universitario)? Oltre alle esigenze di giustizia, sarebbe anche un bene
per tutta la collettività che i posti di responsabilità venissero occupati da persone davvero capaci. Colpisce
però che nel nostro paese nessuno abbia capito o abbia il coraggio di dire che solo una scuola selettiva ha
qualche opportunità di garantire i "capaci e meritevoli" (ai quali si riferisce la Costituzione a proposito del diritto
a raggiungere i gradi più alti di studio). Al contrario, una scuola che impone agli studenti anni di studi per
fornire competenze che si potrebbero conseguire assai più celermente, di fatto finisce per favorisce chi ha
tempo e soldi da perdere: in questo senso bisogna ripensare in chiave critica anche la questione
dell'elevazione dell'obbligo scolastico a 16 o 18 anni.
In conclusione, solo una scuola superiore che sappia fermare i meno dotati e volonterosi, e guidi ai vertici degli
studi solo i meritevoli (fornendo loro una preparazione adeguata e quindi un titolo di qualità) è in grado di aprire
a tutti, soprattutto se socialmente svantaggiati, la reale possibilità di ambire ad un ruolo sociale di prestigio,
purché sostenga i bisognosi con adeguate borse di studio. In questo modo si potrebbe porre un limite ad un
diffuso immobilismo sociale, e la collettività potrebbe assicurarsi una maggiore competenza della futura classe
dirigente. Forse, in nome di una selezione trasparente e qualificata (che oggi non esiste), la scuola statale
potrebbe ragionevolmente pretendere un ruolo di preminenza nei confronti degli istituti privati: ma questa è
un'altra questione, sulla quale torneremo presto.
Mario M. Nanni
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PAG. 7-10 - DOSSIER: città metropolitana
Tra lentezze burocratiche e domande di efficienza, tra frammentazione
amministrativa e rischi di nuovi centralismi, tra voci di plauso ed altrettanto forti
dissensi e resistenze, il progetto di riassetto delle amministrazioni locali che va
sotto l'espressione di area metropolitana sta avanzando. In questo dossier
abbiamo tentato di capire cosa sta concretamente succedendo.
Bologna metropolitana?
«Da oltre un decennio è in corso nell'area bolognese un massiccio processo di redistribuzione della
popolazione, dal capoluogo al resto del territorio provinciale. Ma se da una parte Bologna perde popolazione,
resta tuttavia la sede delle principali strutture di servizio e dei posti di lavoro. Ogni giorno 72.000 persone si
riversano dalla provincia nel comune capoluogo: tra 15 anni le proiezioni danno una città ridotta dagli attuali
400 a 300 mila abitanti, ma con un afflusso quotidiano dalla provincia superiore a 100.000 persone». Questo
brano, tratto dal dépliant di presentazione della Città Metropolitana di Bologna, edito da Comune e Provincia
di Bo nel febbraio '94, dà una prima idea concreta dei fenomeni e dei cambiamenti sui quali dovrebbe
intervenire il famoso progetto di Area Metropolitana.
Dell'argomento si sente parlare già da molto tempo: si tratta di un progetto di riorganizzazione
amministrativa che interesserà l'area bolognese e che dovrebbe cambiare profondamente l'assetto delle
attuali istituzioni locali (Provincia, Comuni, Quartieri). Il tema sembra a volte di quelli riservati agli specialisti
di diritto amministrativo; eppure gli effetti concreti della riforma incroceranno il nostro vivere quotidiano:
pensiamo ai documenti dell'anagrafe, alle prenotazioni cliniche, ai servizi di trasporto pubblico, e a tanti altri
settori amministrativi (le restrizioni al traffico, la razionalizzazione della rete stradale, la difesa dell'aria e del
suolo dagli agenti inquinanti) dove in effetti la dimensione comunale si rivela un ambito di intervento troppo
ristretto e comunque inadeguato ad una soluzione vera dei problemi.
Per capirne di più abbiamo scelto di fare dapprima il punto sullo stato legislativo del progetto, poi di passare
in rassegna diverse voci, alcune entusiaste dell'idea, altre invece più critiche e preoccupate.
1. La legge
A quattro anni dal varo della legge 142/1990 sul riordino delle autonomie locali, l'attuazione della sua parte
più innovativa, quella relativa alla realizzazione delle Aree Metropolitane, procede a rilento. La legge infatti
individua nove città (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bolgna, Firenze, Roma, Napoli, Bari) che dovranno
costituire altrettante aree metropolitane insieme ai comuni limitrofi, aventi tra loro stretti rapporti di
integrazione territoriale, sociale, economica e culturale. Dovrebbe sorgere così una nuova istituzione, la
Città Metropolitana, per il governo delle situazioni urbane più complesse: l'attuazione concreta del progetto
è affidata alle Regioni, in accordo con i Comuni e le Provincie interessate.
Il progetto contenuto nella legge 142 prevede dunque un modello amministrativo articolato su due livelli:a)
Città Metropolitana (C.M.); b) Comuni. Organi della C.M. sono il Consiglio metropolitano, la Giunta
metropolitana e il Sindaco metropolitano, che presiede Consiglio e Giunta. Ogni Area deve coincidere col
territorio di una provincia (se del caso si provvedrà a ridefinirne i confini territoriali: in proposito l'art 17
afferma che "quando l'Area Metropolitana non coincide col territorio di una provincia si procede alla nuova
delimitazione delle circoscrizioni provinciali o all'istituzione di nuove provincie (...) considerando l'area
metropolitana come territorio di una nuova provincia".
La legislazione regionale dovrebbe in seguito integrare quella nazionale ed attribuire alle C.M. le funzioni
attualmente di competenza delle provincie e dei comuni; più precisamente:
· pianificazione territoriale;
· viabilità, traffico e trasporti;
· tutela e valorizzazione dei beni culturali e ambientali;
· difesa del suolo, tutela idrogeologica, tutela e valorizzazione delle risorse idriche, smaltimento dei rifiuti;
· raccolta e distribuzione delle acque e delle fonti energetiche;
· servizi per lo sviluppo economico e la grande distribuzione commerciale;
· servizi di area vasta nei settori sanità, scuola, formazione professionale ed altri servizi urbani di livello
metropolitano.
Alla C.M. competono le tasse, le tariffe e i contributi sui servizi ad essa attribuiti.
Secondo l'art. 19 ai comuni che aderiscono all'Area restano tutte le funzioni non attribuite espressamente
alla C.M.
Allo scorso marzo solo Genova, Venezia e per ultima Bologna disponevano di una legge regionale attuativa,
e la lentezza generale nell'applicazione della 142 ha indotto nel '93 il legislatore a differire alcuni termini
temporali originariamente fissati.
2. L'attuazione
A Bologna si sono fatti due passi fondamentali in questa direzione: l'accordo per la città metropolitana e la
legge regionale di attuazione della L. 142/1990. L'accordo, siglato nel febbraio '94, stabilisce che l'adesione
dei comuni interessati sia volontaria ed eventualmente parziale (ovvero un comune può aderire ad alcune
clausole e non ad altre): i comuni aderenti erano originariamente 36, ed oggi sono oltre 50 (sui 60 del
territorio provinciale); il nodo principale è costituito dalla posizione incerta assunta da Imola e circondario.
L'accordo ha prodotto la Conferenza Metropolitana, presieduta dal Presidente della Regione, cui
partecipano i sindaci dei comuni interessati, il presidente della Provincia e i presidenti dei Quartieri:
all'interno della Conferenza i voti sono proporzionati alla popolazione di ciascun comune rappresentato: 1
voto fino a 5000 abitanti; 3 fino a 15000; 4 fino a 40000, 12 per Imola, 59 per Bologna, 1 per la Provincia.
Nel luglio 1994 su iniziativa della Giunta della Regione Emilia Romagna è stato presentato un disegno di
legge regionale di attuazione della L. 142/1990: il testo, che ha subito profonde modifiche proposte dai
comuni interessati, è diventato legge regionale ai primi di marzo '95.
A tutt'oggi il punto più problematico del processo che porta al completamento della C.M. è dato dalla
posizione di Imola, che con i suoi 60 mila abitanti è per consistenza il secondo centro della provincia dopo
Bologna: in proposito c'è da segnalare che, dopo un vivo dibattito interno sull'opportunità o meno di tenere
in proposito un referendum popolare, il comune di Imola, per ora, ha deciso di partecipare alla C.M. come
osservatore esterno.
I ritardi e la scarsa informazione pongono perplessità e interrogativi: esiste realmente la necessità di creare
un nuovo organismo di governo locale, che ricalca sostanzialmente la fisionomia della provincia? Quali
difficoltà si interpongono tra Governo e autonomie locali, e tra comuni principali e periferici?
a cura di Silbano Evangelisti e Roberta Mazza
Il parere dell'amministratore: intervista a Luigi Mariucci, assessore alle Riforme
Istituzionali, Affari Legislativi e Organizzazione dell'Emilia Romagna. Un cammino
graduale e consensuale verso un assetto dei poteri locali maggiormente orientato
all'autonomia.
Per una Bologna europea
Da cosa nasce l'esigenza di costituire la Città Metropolitana?
Il progetto si inserisce in una tendenza internazionale. Le grandi metropoli europee hanno avviato da tempo
forme di governo speciale nelle grandi aree urbane. Bologna è una città metropolitana più da un punto di
vista qualitativo che quantitativo: non ha le dimensioni fisiche di una grande metropoli, ma ha sicuramente
una realtà culturale, economica e sociale da grande città. Dal punto di vista politico, il progetto va nel senso
di una riforma federale dello Stato, in cui le Regioni, come i Länder tedeschi, acquisiscano poteri pieni e
autonomia fiscale senza però dare un carattere statuale ed accentrato al loro governo sul territorio.
Con che criteri è stata individuata l'area geografica della Città Metropolitana?
Quando il progetto partì si discusse a lungo sull'individuazione del territorio. Si determinarono
essenzialmente tre ipotesi: a) l'intera Provincia; b) la Provincia con esclusione di Imola; c) Bologna ed i
comuni conurbati. Si è preferita la prima ipotesi per dare un respiro più ampio al progetto, perché la Città
Metropolitana deve essere concepita all'opposto di una città-stato chiusa. Essa deve essere invece una
realtà aperta, capace di connettersi con le altre realtà territoriali della Regione. Si parla si policentrismo a 3
dimensioni su scala regionale: area Metropolitana, Romagna, Emilia occidentale. Tre realtà diverse che
devono comunicare tra loro nel quadro della dimensione regionale unitaria. Il Presidente della Provincia di
Ravenna ha chiesto ad esempio una collaborazione tra Provincie romagnole e Città Metropolitana, anche
in questa fase di sperimentazione, rispetto a temi comuni come la pianificazione dei trasporti, la
connessione del porto di Ravenna con l'Interporto di Bologna, il superamento delle inadeguatezze del
collegamento ferroviario Bologna-Ravenna, e il decentramento dell'università di Bologna. Su questi temi la
Regione ha promosso un primo incontro tra Conferenza metropolitana e Presidenti e Sindaci della
Romagna, che ha dato vita a un gruppo di lavoro.
A che punto è la realizzazione del progetto?
Il progetto, che ha compiuto un anno lo scorso 14 febbraio, è attualmente arrivato alla fase di una
convenzione tra i 52 comuni che hanno finora firmato l'intesa. Si è trattato di un processo volontario e
sperimentale, in cui le parti, i Comuni, hanno discusso in modo paritario di problemi e temi comuni, su
materie come la mobilità, lo smaltimento dei rifiuti tossici e la gestione della sanità. La Regione ha inteso
sostenere questo processo volontario con un progetto di legge regionale, presentato nel maggio '94: in
seguito si è avviata una consultazione con i comuni, i quali hanno proposto a loro volta una serie di
emendamenti, che sono stati accolti in toto. Il cammino della legge si è poi temporaneamente arrestato per
la vicenda legata al referendum consultivo deciso dal Comune di Imola, ma ai primi di marzo il Consiglio
Regionale ha approvato la legge istitutiva della Città Metropolitana: nella prossima legislatura regionale si
dovrà quindi aprire il concreto processo costituente di questo nuovo ente di governo. Su scala nazionale, il
processo terminerà nel 1999, quando si voterà per il Sindaco e per il Consiglio Metropolitano. Nel frattempo
si dovrà scorporare il Comune di Bologna: i Quartieri di Bologna dovranno essere riaccorpati e diventeranno
Comuni, mentre altri piccoli comuni si dovranno unificare.
Quali costi sono previsti per l'intera operazione?
I costi saranno definiti una volta istituita la Città Metropolitana, ma va detto che dovrebbero essere pari o
prossimi a zero: il personale tecnico e le strutture della Provincia e parte di quello del Comune infatti
passeranno al nuovo ente. Il grosso problema da affrontare sarà quello dell'assetto finanziario della Città
Metropolitana.
Per un cittadino, quali saranno i vantaggi?
Per un abitante dell'area metropolitana ci sono vantaggi legati alla qualità dei servizi, alla persona e alla
qualità della vita. Il coordinamento e la pianificazione su ampia scala migliorerà i trasporti e le politiche
ambientali, e permetterà di eliminare tanti passaggi burocratici, che sono invece necessari oggi, quando
sono coinvolti comuni diversi (come nel caso dei trasporti scolastici). Ma la città metropolitana porterà
vantaggi anche alle forze economiche, poiché darà una maggiore visibilità al territorio, avvicinando Bologna
alle principali capitali europee.
A cura di Roberta Mazza

Il parere degli operatori economici: intervista a Claudio Pasini, segretario
generale dell'Unione Regionale delle Camere di Commercio dell'Emilia Romagna
(UNIONCAMERE). Opportunità e rischi del progetto: snellimento burocratico o
aumento dei livelli amministrativi?
Pericolo di egemonia
Come viene visto il progetto di area metropolitana dagli operatori economici?
«Che l'area metropolitana a Bologna sia un po' una forzatura è un dato di fatto: in Italia le uniche due vere
aree metropolitane sono Milano e Napoli, che hanno un tessuto urbano esteso e davvero integrato con i
comuni della cintura; ma del resto nemmeno Roma è una vera area metropolitana. C'è da dire però che
Bologna si caratterizza per la grande mobilità tra città e cintura e per un tessuto produttivo di piccole
imprese fortemente integrate tra loro: in questo senso l'area metropolitana può essere una scelta giusta.
Il problema è che finora si è parlato solo dell'aspetto dimensionale, che non è il punto centrale (per parte
mia do per scontata l'adesione anche di Imola: diversamente dovrebbe passare sotto la provincia di
Ravenna, visto che l'area metropolitana viene di fatto a coincidere con la provincia di Bologna). Quello che
a noi interessa è come il progetto verrà realizzato. Per capire la situazione è utile dare qualche cifra: la
provincia di Bologna conta circa 72 mila imprese attive, il 22% del totale regionale, e 907 mila abitanti, il
23% del totale regionale. Bologna, il capoluogo, nel '91 aveva 404 mila abitanti: quasi il 45% del totale
provinciale (mentre il rapporto era del 49% nell'81 e del 53% nel '71). Cosa vuol dire questo? Che mentre
la provincia di Bologna conserva un peso preponderante nella regione (quasi 1/4 degli abitanti), c'è una
notevole flessione del capoluogo rispetto alla provincia: è in atto cioè un processo di rilocalizzazione
demografica all'interno del territorio della futura area metropolitana, a vantaggio non solo della prima
cintura (come negli anni '80), ma anche della seconda.
Quali sono i motivi che spingono a questo esodo?
La fuoriuscita non solo di residenti, ma anche di attività economiche, si spiega con le difficoltà della mobilità
urbana e con i costi degli immobili. Si pensi che in pochi anni un paese non certo vicino come Loiano ha
visto crescere la sua popolazione del 50%. Solo che questa redistribuzione demografica e produttiva
peggiora ulteriormente la mobilità, per la crescita delle auto che si muovono tra città e provincia e tra centri
diversi della provincia.
Quali i benefici e quali i rischi del progetto?
Insieme alle opportunità, vedo anche 3 rischi:
· il primo è che il progetto venga vissuto dalle altre provincie come un tentativo di imporre l'egemonia di
Bologna nella regione. Il fatto che l'area metropolitana venga a coincidere con il territorio provinciale può
dare adito a contestazioni, soprattutto là dove già esistono forti spinte autonomistiche, come in Romagna o
a Parma. Per evitare questo rischio occorre a mio parere valorizzare il policentrismo, che è la grande
ricchezza della nostra regione, rafforzare i centri ordinatori ed abbandonare invece il modello gerarchico.
· il secondo rischio è che sia la provincia a subire l'egemonia del capoluogo, vista anche la tradizione
amministrativa piuttosto centralistica che ha caratterizzato Bologna, ispirata al centralismo democratico
dell'allora PCI. Per non cadere in questo pericolo è certamente importante lo smembramento dell'attuale
comune capoluogo in diverse municipalità di quartiere, in direzione di un riequilibrio istituzionale rispetto ai
comuni della provincia. Bisogna poi riconoscere una reale autonomia a realtà come Imola, o a realtà che
hanno intensi rapporti con centri fuori dalla provincia (penso a Pieve di Cento, sotto Bologna, con Cento,
sotto Ferrara).
· Il terzo rischio è quello che la città metropolitana, anziché alleggerire l'apparato amministrativo e
semplificare la burocrazia, finisca per complicarla e si risolva in un ulteriore livello amministrativo
sovrapposto a quelli preesistenti. Anche perché nella nostra tradizione non ricordo che si sia mai eliminato
un livello amministrativo: se ne sono invece aggiunti, come è accaduto per le comunità montane e i
circondari.
In sostanza, quali sarebbero a vostro giudizio gli assetti istituzionali più corretti?
Il vero obiettivo della città metropolitana dovrebbe essere quello di governare servizi complessi, per i quali
le autorità esistenti sono inadeguate: per fare questo però occorre che la Regione attribuisca alla Città
Metropolitana competenze ampie e poteri forti (come gestione del territorio e pianificazione urbanistica), pur
restando l'obbligo di concertare con la Regione le relative politiche. Altrimenti il progetto servirà soltanto a
drenare risorse finanziarie, con nessun beneficio concreto.
A questo proposito, in quale direzione va la legge regionale?
La legge regionale approvata a marzo in realtà non scioglie ancora questi nodi: sono rinviati a scelte
successive. Che dovranno essere molto sagge, se non si vogliono alimentare i processi di disgregazione a
cui ho fatto riferimento.
a cura di A.D.P.
Il parere della periferia: i timori di Imola.
Autonomia metropolitana
«Quando si è capito che il referendum poteva anche fruttare un no, si è deciso di non farlo più», accusano
molti imolesi, ricordando la trafila dei rinvii della mai avvenuta consultazione popolare (entro l'estate '94, poi
il 18 dicembre, poi il 29 gennaio '95). Ma quali sono le ragioni di questa resistenza ad aderire all'area
metropolitana? Certamente il timore di perdere buona parte dei poteri e dei servizi in materia di sanità (in
particolare si paventa la perdita del Pronto Soccorso e del 118), poi il rischio di diventare area di
smaltimento dei rifiuti prodotti nel bolognese. Non piace nemmeno l'idea che in futuro il piano regolatore
debba sottostare agli indirizzi emanati da Bologna, come pure che i poteri del Sindaco di Imola siano
parificati a quelli di un solo Quartiere di Bologna.
Ma accanto alle ragioni del no si fanno sentire anche quelle del sì: non sfuggono infatti i vantaggi di una
pianificazione su vasta scala, come l'interessante prospettiva di assumere, all'interno dell'area
metropolitana, una posizione di autonomia particolare, che vedrebbe Imola costituirsi in "Circondario o
Comprensorio Metropolitano".
(Silbano Evangelisti)
Il parere del tecnico: intervista a Giuseppe Campos Venuti, urbanista, che
auspica un nuovo equilibrio tra città e provincia, ed un forte contributo di
trasparenza e responsabilità amministrativa da parte della nuova istituzione.
"Esplodere" la città
Cosa cambia dal punto di vista della pianificazione urbana la costituzione della città metropolitana?
Le città metropolitane sono nate con la legge 142, che ne prevedeva solo quattro (Milano, Roma, Napoli e
Torino). La condizione metropolitana si dà quando avviene una forte presenza demografica nella cintura
della città: in questo senso le città metropolitane di fatto sono due, Milano e Napoli. Roma è uno sterminato
comune (che supera dieci volte l'estensione del comune di Bologna), che ha una periferia amministrata
dallo stesso Sindaco, dalla stessa Giunta, dallo stesso centro politico- amministrativo del centro storico, dei
quartieri ottocenteschi, di quelli del fascismo e del primo dopoguerra. Era difficile percepirne la
metropolitanità. In seguito alle solite questioni di interesse politico, le città metropolitane sono diventate
nove, più le tre insulari. Non si sa bene che cosa saranno dal punto di vista istituzionale: preferisco pensare
che abbiano i connotati di tutte le province, e se la legge lo consentirà avranno anche competenze ulteriori.
Avranno anche più soldi? Siccome la tendenza è l'autonomia fiscale, questo significa che le tasse in una
certa misura saranno scelte dagli amministratori: ma questo lo può fare anche un Comune di 30000
abitanti. Ma la cosa che più conta, nel progetto delle città metropolitane, è di avere istituzioni elettive, adatte
alle esigenze di una metropoli: e la città metropolitana, come istituzione di pianificazione territoriale,
significa controllo di governo, controllo di elezioni, confronto tra la gente e i responsabili della gestione. E
questo è un grande cambiamento. Per quanto riguarda Bologna, la sua pianificazione comunale - con tutti
i difetti che le si possono imputare - è l'unica esistita in Italia da cinquant'anni a questa parte, con un
responsabile eletto e un piano regolatore di cui si sapeva chi era il "colpevole".
Cosa occorre per arrivare a questo riassetto?
Nel caso specifico delle dodici province metropolitane, io rivendico l'applicazione radicale di quanto
suggerisce la legge 142, e cioè la frantumazione del Comune centrale. L'unica maniera per dare un potere
politico, economico, urbanistico, sociale vero al Consiglio metropolitano, all'autorità metropolitana, è che
non ci sia il Comune capoluogo che gli faccia da antagonista: se il Sindaco di Bologna continua ad essere
il Sindaco di Bologna intera, cosa potrà contare il sindaco della "superBologna"? Bisogna invece
suddividere Bologna a sette o otto Comuni, più o meno equivalenti ai quartieri. (Comune di S.Vitale,
Navile...). In questo modo avremo Comuni demograficamente equivalenti, che avranno problemi analoghi:
ad esempio il Comune di S. Vitale avrà lo stesso peso del Comune di Castelmaggiore, perché i problemi
strategici sono gli stessi: una rete di trasporti rapidi che colleghi tutti i Comuni; le grandi scelte ambientali
di parchi, etc... Per esempio, il fatto che a decidere sull'alta velocità sia stato solo il comune di Bologna, è
assurdo: e Pianoro? e Anzola?
L'operazione principale è dunque frantumare il capoluogo?
Bisogna "esplodere" Bologna, cancellare la concorrenzialità, l'antinomia. Oggi il Comune vale più della
provincia, mentre di fatto uno di Budrio che va all'estero dice che è di Bologna, e non di Budrio, ed è giusto
che sia così. Di fatto questa frantumazione è intenzione delle forze politiche, ma c'è una grande lentezza
burocratica. Più è gigantesca la struttura, più questa operazione di rottura dal di dentro è utile, perché le
incrostazioni degli apparati comunali permettono che i funzionari comandino sugli amministratori. E
bisogna far saltare questo tappo!
Come verranno espletate le funzioni di collegamento?
La provincia metropolitana avrà la responsabilità di pianificare le strutture, le grandi vie di trasporti, le grandi
quantità insediative, i parchi, le grandi questioni ambientali. I disegni dei singoli quartieri devono restare
questioni locali. L'autorità metropolitana ha un solo interesse vero: quello di garantire il funzionamento
strategico della città-metropoli. Fondamentale è risolvere il problema dei trasporti metropolitani. Io proposi
nel 1964 la metropolitana a Bologna, e nessuno capì: fu una grande sconfitta.
Fu dunque una questione non solo economica ma anche culturale...
Sì. Nell'Italia degli anni '60 era l'automobile la protagonista del trasporto privato, e non si capì che la vera
modernità stava nella metropolitana, non nell'automobile, che doveva essere un mezzo più per il tempo
libero che di relazioni quotidiane casa-lavoro. Ma allora non si capiva che le città non avrebbero tollerato un
tale carico di traffico.
Riguardo al centro storico di Bologna: con l'area metropolitana potrà iniziare una politica di
decentramento del terziario, delle banche e di quei servizi causa principale dell'intasamento e dello
snaturamento del centro di Bologna?
Il decentramento si poteva fare anche prima; è una questione indipendente dalla città metropolitana.
Comunque, due furono le cause principali che non permisero tale decentramento: la prima dovuta ai
permessi che furono concessi alle banche dall'assessorato all'urbanistica. Poi il famigerato condono del
1985 di Nicolazzi che disse che se non si facevano opere, il problema della concessione per il cambio di
destinazione d'uso non si doveva più porre. E allora, il notaio si comprava un appartamento destinato ad
abitazione e senza grossi problemi poteva cambiargli destinazione d'uso e trasformarlo in ufficio. Se ciò non
fosse avvenuto, il terziario diffuso avrebbe cercato collocazione fuori dalle mura e così avremmo avuto una
città più equilibrata, meno sperequata, più vivibile. In futuro, quindi, l'autorità metropolitana dovrà decidere
la politica di salvaguardia anche del centro storico e il disegno di salvaguardia lo faranno i diversi comuni.
Per concludere, metropoli è sinonimo di città invivibile e congestionata?
Molta gente considera il termine metropolitano un termine dispregiativo, e non è vero. Ci sono metropoli
bene amministrate e metropoli male amministrate. Bisogna sottolineare che col termine "città
metropolitana" si indica solo una istituzione, non è un fatto dimensionale, non è un fatto di crescita
patologica. Un'istituzione, questo è il punto, che dovrà avere un governo elettivo, che faccia dei programmi
all'inizio del suo quadriennio e dei rendiconti alla fine.
a cura di Alessandro Delpiano
All'inizio
PAG. 11 - etica ed economia
Vi siete mai chiesti come vengono impiegati i nostri risparmi? Ovvero: quali attività
e imprese andiamo a finanziare con investimenti e depositi bancari? Purtroppo
non ci è dato saperlo: sappiamo invece quanto è difficile ottenere un credito per
cominciare nuove attività, tanto più se autogestite e rispettose dell'uomo e della
natura. Da qualche anno però c'è un'alternativa, ispirata a trasparenza e
informazione: in nome dell'etica e di una migliore qualità di vita.
MAG: obiezione finanziaria
Da alcuni anni vi sono gruppi che hanno avviato attività produttive autogestite, generalmente a carattere
sociale, nel tentativo di liberarsi dai vincoli del lavoro dipendente tradizionale. Tuttavia, avendo necessità di
un capitale iniziale, questi progetti si scontrano con le condizioni imposte dagli istituti di credito, che per la
loro stessa natura raramente finanziano piccole imprese che non garantiscono utili immediati e che non
possono accettare tempi e modalità di rientro unicamente speculativi.
Agire nel quotidiano, guardando lontano
In questa situazione, una quindicina di anni fa, sono sorte le MAG (Mutua Auto Gestione), al fine di
raccogliere il denaro di tante persone che vogliono conoscere con trasparenza gli impieghi finali dei loro
risparmi, e di investirlo in attività che siano contemporaneamente remunerative e coerenti con i principi
sociali. Le MAG, che a tutt'oggi in Italia sono 7, si qualificano dunque per le seguenti caratteristiche:
· giuridicamente sono delle cooperative;
· raccolgono denaro dai soci sotto forma di capitale sociale, che potrà essere remunerato con gli utili di
bilancio, su decisione assembleare, fino ad una percentuale che non superi quella dell'indice di inflazione
ISTAT dell'anno. Il denaro raccolto è prestato ad altre cooperative, ad associazioni o ad altre realtà che
operano nel campo della promozione sociale e ambientale, applicando un tasso di interesse minimo e
condizioni di rientro vantaggiose (simili a quelle applicate dalle banche ai clienti più prestigiosi);
· collaborano attivamente per sostenere iniziative sul territorio che riguardano settori o problemi di interesse
comune ai soci, come pace, ecologia, ecc.;
· rendono democratica e trasparente l'organizzazione interna e puntano alla gestione etica delle finanze,
scardinando alcuni tipici princìpi e privilegi del "santuario" creditizio.
MAG 6: per una finanza etica e trasparente
In Emilia Romagna è presente da alcuni anni MAG 6, che si è costituita il 16.11.88 e opera nelle provincie
di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Ferrara e Ravenna. Cercando sempre di utilizzare la
finanza-etica come strumento e non come fine, ha come scopo fondamentale il cambiamento strutturale
delle "regole del gioco" violente ed opprimenti che definiscono i rapporti fra le persone, anche dal punto di
vista economico-finanziario. Così a fianco dell'asse portante della MAG, il circuito finanziario, si sono via
via attivati altri strumenti ed altre iniziative di tipo culturale e relazionale (convegni, seminari, pubblicazioni,
circuiti informativi autogestiti, gruppi di auto-formazione).
Attraverso l'esperienza concreta si è andato così delineando in modo sempre più chiaro l'obiettivo di fondo
della nostra attività: la creazione di una rete di persone, di gruppi, di imprese, che intendono relazionarsi
l'uno con l'altro in modo equo e solidale, condividendo ciò che sono e ciò che hanno (denaro, tempo,
competenze, informazioni, prodotti, servizi), trovandosi uniti su valori comuni (pace, solidarietà, ecologia,
anticonsumismo), ma al contempo valorizzando al massimo le proprie diversità, nel comune progetto di
lavorare insieme per il benessere della collettività.
In questo progetto MAG 6 non ha avuto e non ha per il futuro intenzione di assumersi un ruolo di
coordinamento, ma semplicemente una funzione di agevolatore delle relazioni. Ciascuno, persona fisica o
gruppo strutturato, contribuisce alla rete MAG 6 offrendo ciò che può e richiedendo ciò che gli interessa.
Il mezzo sta al fine come il seme sta all'albero
Come è evidente, per realizzare queste finalità occorre che i mezzi siano coerenti e adeguati ai fini stessi.
Vale l'esatto contrario dell'idea che il fine giustifica i mezzi: anzi, sono proprio i mezzi ad esprimere e a
determinare i principi a cui un soggetto si ispira, e quindi anche i fini oggettivi della suo agire. La MAG
dunque, per operare in coerenza con i suoi principi, ha bisogno di precisi strumenti e condizioni di
operatività:
Rapporto di conoscenza e fiducia fra i soci: é indispensabile per poter erogare prestiti senza garanzie
patrimoniali, per poter superare la logica del massimo profitto possibile sui propri risparmi, per poter
lavorare insieme a persone molto diverse.
Partecipazione: permette di superare l'obbligatorietà del meccanismo della delega, e fa sì che la struttura
sia facilmente controllabile dal basso.
Trasparenza: ovvero ci deve essere una conoscenza diretta tra soci finanziati e soci finanziatori.
Territorialità: il fatto di delimitare il raggio d'azione su base regionale, e poi organizzarlo ulteriormente su
base provinciale ci permette di poter lavorare su bisogni e problematiche ben definite e condivise dai soci
di quel territorio.
Sviluppo lento: necessario per far sì che le diversità esistenti al nostro interno producano ricchezze e non
conflitti distruttivi.
Trasversalità: per sperimentare concretamente il valore delle diversità, attraverso le persone che aderiscono
alla MAG ed il confronto fra attività finanziate molto diverse fra di loro.
Rapporto solidale fra i soci: indispensabile perchè si passi dalla logica della concorrenza a quella della
cooperazione fra i diversi soci produttori, perchè i soci più forti economicamente sostengano quelli più
deboli.
Il numero dei soci della MAG 6 è di 502, ed il capitale sociale è di 1.250 milioni (dati aggiornati allo scorso
febbraio).
I settori finora finanziati sono: agricoltura biologica, agriturismo; cooperative sociali; attività editoriali su
temi di impegno sociale, nonviolento e pacifista; centro di corsi yoga, di alimentazione e medicina naturale;
laboratorio di musicoterapia; cooperativa di carcerati ed ex carcerati; comunità famiglie per l'affido di minori;
commercio equo e solidale; piccole attività artigianali; attività culturali; tecnologie appropriate.
Paolo Patruno
Se siete interessati contattateci: MAG 6 SERVIZI SCRL, Via Lusenti, 9/D, 42100 REGGIO EMILIA, Tel./Fax. 0522-45.48.32
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PAG. 12 - cittadini del mondo
Si è appena conclusa la Conferenza di Copenaghen sullo sviluppo sociale, con il
solito documento finale, pieno di buoni propositi e grandi enunciazioni di principio.
Non si parla quasi più invece della Conferenza dell'autunno scorso al Cairo, le cui
conclusioni restano improntate ad una logica aberrante.
Troppe nascite o troppi consumi?
«I poveri sono troppi e non devono più crescere, perchè mettono a repentaglio l'equilibrio tra popolazione e
risorse e rischiano di portare al collasso il pianeta Terra». «Occorre contenere la crescita demografica per
evitare che il rapporto popolazione-risorse superi il limite di sostenibilità e, dal momento che i più prolifici sono
i popoli poveri, è necessario sottoporli a rigide politiche di controllo delle nascite».
Sono queste, al di là delle pompose parole del documento finale (approvato all'unanimità) le conclusioni
nude e crude, della Conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo. Dette così, tali conclusioni appaiono di
una logica stringente, difficilmente contestabile.
In realtà esse nascondono mistificazioni e falsità, che dimostrano - semmai ce ne fosse ancora bisogno -
che anche al Cairo sono prevalsi gli interessi e i privilegi dei ricchi sui diritti fondamentali dei poveri. É infatti
aberrante (e falso) attribuire esclusivamente all'incremento delle popolazioni del Sud del Mondo la
responsabilità degli squilibri, senza tenere nella benché minima considerazione i consumi, la distruzione di
risorse e l'impatto ambientale prodotti dai Paesi del Nord.
Le dimensioni del problema
Alcuni semplici dati chiariscono le dimensioni del problema:
· ogni abitante del Nord del Mondo consuma annualmente 7 watt di energia; ogni abitante del Sud del
Mondo ne consuma in media 0,7 (dieci volte meno);
· i Paesi del Nord sono responsabili del 70% delle emissioni di sostanze inquinanti nell'atmosfera e dell'80%
della produzione dei rifiuti solidi;
· ogni bambino che nasce negli Stati Uniti d'America consumerà nella sua vita 210 milioni di litri d'acqua,
80.000 litri di benzina, il legno di 1.000 alberi e produrrà oltre 60.000 Kg. di rifiuti;
· ogni bambino che nasce in qualsiasi Paese povero probabilmente non avrà mai un'automobile, non userà
nella propria casa un condizionatore d'aria o un frigorifero, non consumerà - ogni anno - decine di chili di
carne di animali allevati con grano e mais: in sostanza il suo stile di vita produrrà uno "stress" sull'ambiente
e sul patrimonio di risorse della Terra cento volte inferiore a quello prodotto da un bambino del Nord;
· secondo le più recenti previsioni, la popolazione dei Paesi del Nord aumenterà nei prossimi 25/30 anni di
circa 190/200 milioni di individui; la popolazione dei Paesi del Sud aumenterà - nello stesso arco di tempo
- di circa 2 miliardi di individui: se i consumi di energia rimarranno invariati (7 watt annui contro 0,7), nel
2020 i nuovi abitanti del Nord consumeranno tanto quanto i nuovi abitanti del Sud, essendo numericamente
soltanto il 10%.
Quindi, sono i poveri che devono crescere meno o sono i ricchi che devono consumare e sprecare meno?
Verosimilmente, occorrerà fare tutt'e due le cose: al Cairo, tuttavia, nessuno ha affrontato il discorso
dell'instaurazione di un nuovo ordine economico mondiale, che preveda una più equa distribuzione delle
risorse ed un riequilibrio dei consumi, così come nessuno ha proposto un incremento dei fondi destinati alla
cooperazione allo sviluppo dei Paesi del Sud.
L'Italia, ovviamente, non è stata da meno. Se si fa parte del "Club dei Paesi ricchi" (come disse Bruno Vespa
al TG1 al tempo della Guerra del Golfo, perorando l'impegno militare italiano), non si può uscire dal coro,
bisogna "pagare la quota sociale", allineandosi alle decisioni degli altri (potenti) associati al Club.
Dove si spende e dove si taglia
Quindi, prontamente, il Ministro degli Esteri in carica durante la Conferenza del Cairo, Antonio Martino, ha
annunciato nuovi tagli ai fondi destinati alla cooperazione, portandoli allo 0,1% (sì, lo zero virgola uno per
cento) del prodotto interno lordo, ed ha nel contempo affermato che è il commercio che porta sviluppo e non
la cooperazione: è, quindi, opportuno ridurre ulteriormente gli stanziamenti per gli "aiuti" (cioè per i progetti
di sviluppo a favore dei Paesi poveri), incrementando quegli interventi che favoriscano - appunto -
l'interscambio commerciale (leggasi, l'esportazione di prodotti italiani).
Nello stesso tempo, sotto il forte impulso del Ministero della Difesa, il progetto del "Nuovo Modello di Difesa"
del nostro Paese ha ottenuto un consistente aumento di fondi nella legge finanziaria. Le nostre Forze
armate, infatti, devono attrezzarsi e modernizzarsi per essere sempre più all'altezza del nuovo compito che
le aspetta: difendere con prontezza ed efficienza gli interessi vitali del nostro Paese, ovunque essi vengano
messi in pericolo (leggasi, nei Paesi del Sud, da cui provengono le materie prime e le fonti energetiche
indispensabili a perpetuare il nostro modello di sviluppo).
D'altro canto, questo ce l'ha insegnato proprio la Guerra del Golfo... O c'è ancora qualcuno che crede che
allora siamo intervenuti per difendere la libertà dell'Emirato del Kuwait e ripristinare la legalità ed il diritto
internazionale?
Conferenza del Cairo, Desert Storm, Fondo Monetario Internazionale, aggiustamenti strutturali,
liberalizzazione delle economie, Nuovo Modello di Difesa... Quando leggete o sentite queste parole, aprite
bene le orecchie e state attenti: molto probabilmente vogliono dire "difesa dei nostri privilegi e del nostro
benessere".
A scapito dei poveri. A cui, però, siamo pronti ad inviare, con tempestività e commovente generosità, tutti
gli aiuti umanitari (leggasi eccedenze alimentari) necessari per sopravvivere. Tutto in diretta televisiva,
naturalmente.
Stefano Carati
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PAG. 13 - cittadini del mondo
In un mondo dove tutto è mercanzia e poco o nulla resta di coscienza sociale, la
solidarietà internazionale può diventare patrimonio prezioso per costruire un
nuovo senso di cittadinanza. Le comunità locali come il contesto migliore per la
formazione e diffusione di una nuova mentalità: dal COCIS una proposta ai
governi locali.
Cooperazione: dalle città al mondo
La crisi della civilizzazione contemporanea, quella che viene definita come modernità, ha le radici più
profonde nell'appiattimento dei valori di riferimento collettivi su di un'unica dimensione: quella mercantile.
La cultura dominante riduce infatti l'orizzonte praticabile dall'uomo ad un universo economico, che reifica e
monetizza qualunque valore, rendendo l'avere ed il non avere la misura di tutte le cose e la chiave di lettura
ideologica di tutti i fenomeni. Questa visione del mondo, apparentemente senza alternative, riduce i rapporti
tra i singoli e le nazioni al mantenimento del privilegio di pochi con la conseguente esclusione di molti. Ne
deriva un modello di sviluppo basato sulla competitività non solo tra individui ma anche tra uomo e natura,
che ha prodotto nuove insicurezze collettive e la drammatica emarginazione di interi continenti dalla scena
mondiale.
Da cittadini a consumatori
In occidente in particolare questo modello di sviluppo tende oggi ad assimilare l'idea di cittadino a quella di
consumatore, esasperando un modello di gestione della cosa pubblica secondo il quale i diritti di
cittadinanza attiva non dovrebbero espandersi verso l'autogoverno e l'avvicinamento dei cittadini alle
istituzioni, bensì verso la delega e il dominio incontrastato di diversi gruppi di interesse che, sfuggendo ad
ogni controllo, verrebbero così a determinare il destino di tutti.
Avendo preso coscienza di questo, componenti sempre più consistenti di società civile (al Nord come al Sud
del pianeta) contrappongono a questa visione un'idea di politica, e quindi di economia, basata sulla
cooperazione e sulla solidarietà, intendendo tali espressioni nella loro accezione più larga di solidarietà tra
gli uomini e di solidarietà tra uomo e natura. Viene così a delinearsi un modello di sviluppo profondamente
differente da quello imperante: un modello tuttavia che necessita, per essere compiutamente sviluppato,
della crescita di una consapevolezza nuova e di un nuovo esercizio della cittadinanza attiva.
In tale prospettiva la comunità locale (la città nel senso partecipativo della Polis greca) rappresenta il luogo
deputato alla crescita di questa nuova cittadinanza: una cittadinanza fondata su valori di collaborazione ed
attenta a che lo sviluppo umano sia sostenibile per l'ambiente. E' dunque necessario individuare linee
politiche di ampio respiro, che pongano al centro della loro azione l'espansione della cittadinanza solidale e
facciano emergere quel tessuto di solidarietà che già oggi, nei suoi progetti concreti, mette in pratica quei
valori sui quali dovrebbe fondarsi la nuova concezione di democrazia.
Di tutto questo sono parte attiva le Organizzazioni Non Governative (ONG) ed i movimenti popolari, che
hanno maturato una cultura politica e una capacità progettuale tali poter assumere un ruolo da protagonisti
di un mutamento radicale del sistema internazionale. In particolare le organizzazioni impegnate nelle attività
di sviluppo con i popoli più periferici del pianeta possono contribuire a questo disegno con la fitta rete di
contatti e di conoscenze acquisiti in decenni di collaborazione con popoli un tempo sentiti come
lontanissimi, ma che oggi spingono verso le frontiere del nostro mondo ricco, che si rivela alquanto
inospitale nei loro confronti.
A partire dal locale
L'esperienza maturata dal volontariato internazionale, oltre a contribuire alla costruzione di una società
multirazziale ed interdipendente, potrebbe diffondere la consapevolezza che le culture diverse dalla nostra
possono (e dovrebbero) essere fonti di suggestioni positive, e che la maturazione della nostra società non
può prescindere dal sostegno allo sviluppo endogeno di queste "società altre". É sulla base di questa
esperienza che intendiamo contribuire alla costruzione di una nuova società: siamo convinti infatti che le
nostre città e le nostre regioni abbiano le potenzialità per fare emergere una comunità civile che si rispecchi
in questi valori, e perché gli uomini che governano promuovano la crescita civile attraverso il rispetto delle
culture altre. Per fare emergere tutto il vissuto di queste esperienze così che esse possano diventare
momento portante di una evoluzione politica (che molti cittadini sentono necessaria), le ONG di
cooperazione internazionale aderenti al COCIS (Coordinamento delle Organizzazione non governative per
la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo) sostengono attivamente la "cooperazione decentrata", cioè
gestita direttamente dalle amministrazioni locali: tali attività devono costituire una componente essenziale
nel programma dei governi locali. In quanto attivamente impegnati nell'attuazione di progetti concreti ed
efficaci con e per il Sud del mondo, ribadiamo la nostra volontà di proporci non tanto (e non solo) come
punti di riferimento operativi negli interventi verso la comunità internazionale degli esclusi, quanto piuttosto
come partners significativi delle istituzioni locali nella costruzione di una nuova e sempre più necessaria
consapevolezza dell'interdipendenza tra culture diverse.
Raffaele Salinari (presidente del COCIS)
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PAG. 14 - la guerra dimenticata
Una conferenza del Centro Donati ha riproposto il dramma delle popolazioni
balcaniche, sospese tra l'indifferenza degli stati e gli aiuti dei volontari. Il ruolo
cruciale delle religioni nella ricostruzione di una società pacificata, multietnica e
tollerante.
I mille giorni di Sarajevo
Diecimila vittime, un milione di granate caduta sulla città con una media di mille al giorno, una popolazione
ridotta oltre della metà rispetto all'inizio della guerra e costretta a vivere in condizioni di estrema indigenza:
queste le drammatiche cifre dell'assedio serbo-bosniaco a Sarajevo giunto il 27 gennaio scorso ai suoi mille
giorni. Le tragiche conseguenze della guerra in Bosnia e le iniziative di pace realizzate in Italia nei due anni
di conflitto sono state al centro di una conferenza svoltasi il 9 febbraio presso l'aula di Istologia
dell'Università di Bologna organizzata dal Centro Studi Donati dal titolo "I mille giorni di Sarajevo:
iniziative di pace".
Le cause del conflitto, l'indifferenza della comunità internazionale a quanto stava preparandosi, la
responsabilità dei governi europei e la loro quasi totale immobilità per risolvere una tragedia che andava
consumandosi nel cuore dell'Europa, sono stati al centro dell'intervento di padre Angelo Cavagna,
sacerdote dehoniano da tempo impegnato in iniziative di pace nei territori della ex Jugoslavia. «Nonostante
l'inerzia delle diplomazie occidentali - ha afferrmato commentando le iniziative di pace realizzate in questi anni
- il popolo della pace ha fatto un lungo cammino. Dalle marce dei pacifisti di Beati i costruttori di pace agli aiuti
umanitari inviati, dall'opera di sensibilizzazione fatta in Italia su quanto avveniva in quella guerra al sostegno
alle forze democratiche e pacifiste del luogo, si è fatto molto per condividere la sofferenza di migliaia di
persone vittime di un'aggressione preparata da tempo. Tuttavia, per porre fine a questa sofferenza, occorre
adesso stabilire un piano di pace giusto, rispettoso della sovranità dei popoli e non che si limiti ad avallare
quanto conquistato nelle operazioni di guerra da parte delle singole fazioni, come a livello ufficiale si tende a
fare».
È questo il motivo che ha spinto un'equipe di esperti in diritto internazionale dell'università di Padova, tra
cui il prof. Antonio Papisca, a elaborare un documento politico in cui si propone una soluzione del conflitto
che tenga presente questi principi e che dopo essere già stata presentata in occasione delle marce della
pace del 1993 e del 1994, verrà riproposta in forma ancor più articolata nei prossimi mesi.
Molto interessante e coinvolgente è stata anche la testimonianza di don Renzo Scapolo, un prete della
provincia di Como che, assieme all'associazione da lui fondata - dal nome volutamente provocatorio
"Sprofondo" - da mesi ha in atto una serie di iniziative per Sarajevo, tra cui l'organizzazione di raccolte di
denaro e di aiuti umanitari. La particolarità di queste iniziative sta nel fatto che gli aiuti (denaro, vestiti, stufe,
materiale elettrico ecc.) sono stati distribuiti a tutti i cittadini della città, senza preferire i cattolici ai
musulmani o ad altre comunità religiose ed etniche presenti nella capitale bosniaca. «Il vero significato di
queste nostre iniziative - ha affermato don Scapolo - è stato quello di stare accanto a un malato terminale,
cercando di farlo soffrire meno possibile. Oggi infatti Sarajevo, bellissimo esempio di una società
multietnica, non è altro che questo: un malato che non si è voluto curare in tempo e che non si può far altro
che accompagnare alla morte».
Provocante è stato l'intervento di Maria Carla Biavati, volontaria dei Beati i costruttori di pace, che dopo
numerosi viaggi a Sarajevo recentemente si è recata in missione umanitaria a Mostar, altra città della
Bosnia martoriata dalla guerra civile. «A Mostar la situazione è ancora più grave - ha affermato - perché la
città è divisa in due e nella parte in cui vivono i musulmani manca tutto, è un vero e proprio ghetto dove i
musulamni vengono tenuti completamente in ostaggio dai serbi e questo senza che si faccia assolutamente
nulla».
Molto vivace è stato anche il dibattito, durante il quale è emersa la necessità di continuare queste e altre
iniziative in atto, anche se attualmente la priorità è quella di garantire la tenuta della tregua in corso
dall'inizio dell'anno. Molto importante sarà il ruolo che le religioni sapranno rivestire in questo momento, per
promuovere un clima di pace e di riconciliazione. Per questo, dopo il mancato viaggio del papa a Sarajevo,
si auspica l'organizzazione di un incontro interreligioso che, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbe
svolgersi entro la primavera.
Sabrina Magnani
Per informazioni sulle iniziative del Centro Studi Donati, via San Sigismondo 7, telefonare al 260418.
All'inizio
Il Mosaico in INTERNET
Questo giornale è stato fin dall'inizio distribuito attraverso la rete telematica Internet. Solo ora siamo però
in grado di pubblicare un primo riferimento stabile. Si tratta di un indirizzo consultabile con programmi quali
Mosaic o Netscape:
http://www.citinv.it/associazioni/IL_MOSAICO
Oltre a leggere il giornale, attraverso Internet potete anche spedire posta elettronica alla redazione,
all'indirizzo:
il.mosaico@citinv.it
Il nodo Internet che ci ospita appartiene all'associazione "Città Invisibile" (che verrà presentata diffusamente
in un prossimo numero), con cui l'associazione "Il Mosaico" ha stipulato una convenzione. Siamo ancora in
attesa invece di essere ospitati sul nodo del Comune di Bologna, il che consentirebbe ai cittadini bolognesi
collegati attraverso il progetto "Iperbole" di accedere alla copia del giornale in rete. Ci auguriamo vivamente
che ciò accada al più presto.
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PAG. 15 - dalla parte del cittadino
LE AVVENTURE DI ZOT
Avete presente quelle piccole disavventure che per noi italiani fanno ormai parte della normalità? Zot
non ci ha ancora fatto l'abitudine. Non possiamo controllare ciò che racconta del suo pianeta di origine,
ma quello che gli succede qui sì: è tutto vero!
Può un errore negli archivi della Polizia tradursi nell'impunità di un pirata della
strada? Purtroppo sì, come dimostra questa storia, autentica e documentata.
Quale tutela ricevono i cittadini da chi dovrebbe vigilare sulla loro sicurezza
stradale?
Targhe allegre
L'incredibile vicenda della Uno bianca mi ha fatto venire in mente un episodio, infinitamente meno grave,
ma nel suo piccolo ugualmente inquietante, accadutomi qui da voi a Bologna qualche tempo fa, quando mi
capitò di rivolgermi alla Polizia.
Era un sabato mattina e con la mia Uno me ne venivo in tangenziale, in direzione San Lazzaro. Ad un certo
punto, mentre marciavo in colonna sulla corsia di sorpasso, vedo nel retrovisore sbucare a forte velocità i
fari accesi di una macchina che, dopo aver superato a destra le automobili che mi seguivano, si inserisce
bruscamente alle mie spalle e comincia a suonare, tallonandomi in modo che dallo specchietto interno non
vedevo nemmeno la sua mascherina anteriore. Guardo il tachimetro, che segna i 110 (il limite in tangenziale
sarebbe dei 90), e visto che non sto andando pianissimo decido di finire il mio sorpasso, anziché spostarmi
a destra e cedere istantaneamente la strada. Improvvisamente però mi accorgo che la mia macchina
comincia ad oscillare, come se qualcuno la spingesse, tanto che devo correggere con lo sterzo la traiettoria,
se non voglio andare a sbattere contro il guard-rail. La situazione mi pare obiettivamente pericolosa, e
d'istinto lascio l'acceleratore; posso così accorgermi, con un misto di panico e di stupore, di essere
effettivamente "spinto" dal mio inseguitore, in modo più evidente con il calare della velocità, la quale tuttavia
non scende sotto gli 85-90, pur con il pedale totalmente rilasciato, mentre la macchina è scossa da
oscillazioni sempre più difficili da controllare. Tento di sfiorare il freno, se mai l'accendersi degli stop
calmasse il folle segugio: nulla da fare, anzi, forte della differenza di peso delle due vetture, costui proprio
allora accelera con più decisione.
Io non so che pesci pigliare: frenare in quelle condizioni vuol dire fare un testa-coda garantito, se non
cappottare e finire sbalzati fuori dalla carreggiata. Vista l'impossibilità ad uscire altrimenti da quella
situazione, decido allora di spingere a tavoletta: finamente, superati i 120, l'inseguitore si "stacca" e la
macchina torna ai miei comandi. Mi metto a destra per vedere chi fosse il pazzo e per prendere la targa:
vedo passare una coppia matura, a bordo di una Fiat Tempra bianca, con targa BO E971... Ma un po' per
l'emozione, un po' per la fretta, finisce che mi sfuggono le ultime due cifre della targa!
Deciso a denunciare il tutto alla Polizia Stradale - non fosse altro a scopo di prevenzione: cosa sarebbe
successo se la stessa scena fosse capitata ad una persona più impacciata al volante, magari anziana o
molto emotiva?-, il lunedì successivo vado al PRA, a verificare quale sia la targa giusta. Scopro però che le
visure (così si chiamano) costano 5.000 lire l'una, e dunque l'incognita di 2 cifre si traduce per me in 100
visure, ovvero mezzo milione di lire. Essendo io sicuro del modello di automobile, chiedo se è possibile
estrarre solo le targhe corrispondenti a quel modello: non è possibile, il registro è progressivo, e si possono
estrarre solo i numeri di targa, singolarmente o a gruppi. Alla fine, dopo aver risalito tutti i gradi di
responsabilità dell'ufficio, ed aver raccontato per la decima volta la mia storia, ottengo finalmente dal
dirigente il permesso di visionare 100 targhe, pagando al termine solo per quella effettivamente cercata. E
così, sfogliando sfogliando, trovo che tra le 100 auto in questione c'è un'unica Tempra, ed arrivo quindi
all'identità certa del proprietario dell'auto che aveva gentilmente tentato di ammazzarci: indirizzo, luogo e
data di nascita, data di acquisto della vettura; non manca nulla. La denuncia può partire.
Letto il racconto dei fatti, gli uomini della Polizia Stradale mi fanno i complimenti: la denuncia è
circostanziata e precisa, e mi assicurano che sarà fatta certamente un'indagine. Se i cittadini collaborassero
con le forze dell'Ordine, concludono, la repressione di simili condotte criminali sarebbe certamente più
efficace: mi ringraziano e mi danno appuntamento telefonico per tenermi aggiornato sugli sviluppi. La
settimana dopo telefono per sapere se la cosa è andata avanti: il funzionario stavolta è meno deciso, e fa
capire che ci sono dei problemi. Quali? Pare che nel loro archivio a quella targa non corrisponda l'auto che
io ho segnalato: dunque la denuncia al momento si è fermata. Insisto perché facciano un controllo, sicuro
come sono che a quella targa corrisponde quella vettura: mi rispondono che stanno appunto controllando,
e che ci risentiremo la settimana ventura. Passano i giorni, ritorno a telefonare. La denuncia, mi informano,
non ha avuto corso: è stata archiviata. E perché? Perché conteneva dei dati sbagliati. Quali dati sbagliati?
Si tratta sempre della targa: mi spiegano che nel computer in dotazione alla Polizia a quel numero di targa
corrisponde un modello di auto diverso da quello che io ho indicato. Ora, a parte il fatto che mi sembra
strano che un'indagine si fermi di fronte ad un simile ostacolo, nel mio caso la cosa appare ancora più
assurda: sono andato di persona a controllare sul Pubblico Registro Automobilistico, a quella targa
corrisponde proprio una Fiat Tempra. «Non so che dirle», conclude il funzionario: «per noi a quella targa
corrisponde invece una Fiat Tipo. Dunque la sua denuncia è come fosse fatta contro un'auto inesistente, e
pertanto non possiamo procedere. Ci spiace, tanti saluti».
Così finisce la mia avventura con la Polizia, che lascia uno strascico di domande inquietanti: possibile che
chi dovrebbe vigilare sulla nostra sicurezza non si preoccupi nemmeno di avere degli archivi aggiornati?
Basta un errore nella banca dati della Polizia per archiviare tutto? Di questa strada, come stupirsi se una
volta o l'altra qualcuno, non sentendosi più tutelato, rispolvera la tentazione di farsi giustizia da sé? Il mio
pazzo autoscontrista se l'è cavata senza nemmeno la seccatura di una multa: è probabile che ci riproverà,
magari fino a quando non ci scapperà la disgrazia. Allora (forse) scatteranno le sanzioni: ma sempre "dopo", e
per qualcuno sarà ormai troppo tardi.
Zot

Se avete delle "belle" storie da proporre per Zot, scrivete a:
Il Mosaico - Posta di Zot, via Venturoli 45, 40138 Bologna.
All'inizio
PAG. 16 - appuntamenti e avvisi
Istituto Gramsci
Dal Po all'Adriatico
Il ciclo di incontri si conclude con gli ultimi 2 appuntamenti:
· giovedì 27 aprile, ore 16.30: "Nascita della regione e trasformazione delle città nell'800": Lucio Gambi e
Carla Giovannini (Università di Bologna).
· giovedì 4 maggio, ore 17.30, tavola rotonda: "L'Emilia e la Romagna tra sistema urbano e aree
metropolitane, tra via Emilia e dorsale adriatica": con Franco Farinelli (Univ. Bologna), Roberto Finzi (Univ.
Trieste), Luciano Vandelli (assessore area istituzionale Comune di Bologna).
Educare all'interculturalità
Mercoledì 3 e 10 maggio ore 17:30-19:30, ultimi due incontri del ciclo rivolto agli insegnanti con l'obiettivo
di individuare e affrontare i pregiudizi culturali a partire dalla scuola.
Informazioni: Ist. Gramsci, via Barberia 4/2, Bologna, tel. 23.13.77 o 22.31.02.
Servizio Accoglienza Vita
Per non lasciare sole le donne e le coppie davanti alla maternità, il Servizio Accoglienza alla Vita offre
assistenza e consulenza psicologica, giuridica e sanitaria, prima e dopo il parto. Ogni martedì e venerdì
dalle 15:30 alle 17:30 un ginecologo è a disposizione nell'ambulatorio di via Irma Bandiera 22 a Bologna.
Tutti i servizi sono gratuiti.
Segreteria: 051/6142630 (ore 9-12:30 e 15-17:30).
Assistenza domiciliare
Volontario offresi
Una signora con esperienza di cura ed assistenza domiciliare a persone anziane ci ha chiesto di dare notizia
della sua disponibilità a svolgere un servizio di volontariato domiciliare a favore di anziani soli e persone
bisognose di cure, nella zona intorno a Via Santo Stefano. Chi avesse notizia di persone che potrebbero
sfruttare questa disponibilità, ci scriva in redazione (via Venturoli 45, 40138 Bologna) affinché possiamo
mettere in contatto "domanda" e "offerta" di volontariato.
Centro Studi Donati
Sprovincializzare l'Università
Anche quest'anno il Centro Studi Donati organizza viaggi universitari (partenza il 31/7/95) in Africa, Brasile,
Nicaragua, Perù, Cuba. Scopi:
· incontri culturali con università africane, economisti, politici, missionari;
· contratti di lavoro per la cooperazione: medici, agronomi, veterinari, tecnici, insegnanti;
· visite ospedali, lebbrosi, scuole;
· visite ai grandi cimiteri dei missionari dell'inizio del secolo.
Per informazioni: Chiesa Università, via S. Sigismondo 7, Bologna, tel. 051/26.04.18.
Ogni martedì alle ore 19 messa per il terzo mondo (anche quello di Bologna...).
La Costituzione Rivisitata
Si chiude il prossimo 28 aprile con la conferenza "La pubblica amministrazione e il decentramento
amministrativo", tenuta da Marco Cammelli dalle 16 alle 18, in via Zamboni 22, il ciclo di lezioni sulla
Costituzione che ha visto affrontare temi costituzionali di grande attualità, dal federalismo al diritto al lavoro,
dalle autonomie locali alla libertà religiosa.
Prossimamente su Il Mosaico:
I giovedì del Mosaico: le conclusioni.
Il malessere della giustizia.
Volontariato e AIDS.
Quale protezione civile?
Psichiatria alla deriva.
Un tavolo permenente sindaco-città.
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Il Mosaico
periodico bimestrale della Associazione "Il Mosaico" , via Venturoli 45, 40138 Bologna
direttore responsabile Andrea De Pasquale
reg. Tribunale di Bologna n. 6346 del 21/09/1994
stampa Futura Press srl, Bologna, spedizione in abbon. postale / 50%
hanno collaborato alla realizzazione di questo numero:
Anna Alberigo,
Angela Angiolini,
Alessandra Brusoni,
Marco Calandrino,
Stefano Carati,
Maria Grazia Ciani,
Alessandro Delpiano,
Silbano Evangelisti,
Cristina Festi,
Flavio Fusi Pecci,
Maurizio Liberti,
Alberto Lolli,
Sabrina Magnani,
Roberta Mazza,
Mario M. Nanni,
Giuseppe Paruolo,
Paolo Patruno,
Raffaele Salinari.
IN QUESTO GIORNALE SOLO
LA CARTA É RICICLATA
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