Numero 4 - Maggio-Agosto 1995
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Dossier - Abbonamenti - Redazione
Dopo i Giovedì del Mosaico del marzo scorso, affollati ed incisivi, vogliamo
continuare su questa strada, insieme ad altre associazioni. Per dare vita ad un
appuntamento periodico per la città , in cui chiamare gli amministratori a risposte
concrete e puntuali. La porta è aperta.
Luci sulla città
Voglia di cambiare. Volontariato, associazioni, società civile. Cittadini e città. Nuova politica. Partire dal
basso. Concretezza dei problemi. Visione d'insieme. E si potrebbe continuare.
Le parole sono importanti, ma da sole non bastano: occorre tradurle in fatti. Noi ci stiamo provando.
IDEA, OBIETTIVI E RISCHI
È importante che le associazioni e i singoli cittadini abbiano voce nel confronto sull'amministrazione della
città. È indispensabile in questo senso attuare concreti momenti di democrazia che nel medio periodo
riescano a rilegittimare i meccanismi di partecipazione diretta e dunque a rimotivare tutte le persone ad un
impegno ideale e politico.
Lo stile di partecipazione e confronto che abbiamo in mente è quello sperimentato nei "Giovedì del Mosaico"
del marzo '95 (a pagina 4-5 trovate un breve resoconto), che hanno visto decine di associazioni unirsi per
porre domande e sottoporre proposte ad amministratori, esperti e rappresentanti di forze politiche. Dunque
non comizi o schermaglie tattiche, ma risposte precise a domande precise su temi concreti.
Noi vogliamo che questo stile ispiri un momento di confronto e verifica politica fra amministratori e città da
tenersi con periodicità fissa (ogni due o tre mesi). Qualcosa che vada oltre la pura e semplice (pur
auspicabilissima) attuazione della trasparenza amministrativa, e sappia porsi come una sede autorevole e
riconosciuta per la forza che i cittadini stessi e le associazioni con la loro presenza e partecipazione le
conferiscono.
Questo luogo di incontro deve avere questi obiettivi:
· conoscere a fondo la struttura, l'organizzazione e la gestione dell'apparato comunale;
· conoscere e discutere le ragioni di fondo che stanno alla base delle scelte concrete relative a certi settori
specifici o a progetti in corso di studio o attuazione;
· verificare lo stato di avanzamento dei progetti intrapresi, del livello di efficienza degli apparati e delle
soluzioni attuate;
· verificare il grado di attuazione degli impegni elettorali.
Insomma un momento di interazione fra il Sindaco (o il Presidente della Provincia, per quando riguarda la
città metropolitana, e insieme con le loro amministrazioni) e la città , che sia pienamente politico. Altrimenti
il rischio concreto é che tale interazione avvenga solo con comitati che sorgono a difesa di interessi
particolari (seppur legittimi), o venga confinato all'interno del palazzo, perpetuando un antico circolo vizioso
che é alla base dell'attuale delegittimazione della politica.
Come evitare i rischi di cadere nell'ingestibile assemblearismo o in una sterile passerella?
Affidando la gestione di questo momento ad un coordinamento di associazioni in presenza di un supporto
tecnico da parte delle amministrazioni.
LA PROPOSTA CONCRETA
Le associazioni e i cittadini che aderiranno a questa proposta si costituiranno in comitato cittadino,
(naturalmente aperto a tutti), e in quanto comitato si impegneranno a:
· predisporre l'ordine del giorno dell'assemblea e raccogliere le richieste di intervento da parte di
associazioni e cittadini, anche per iscritto in modo da potere predisporre una scaletta articolata che dia
efficacia al momento assembleare;
· informare in anticipo l'amministrazione del tema o dei temi che verranno trattati nel successivo incontro in
modo che essa possa produrre in tempi adeguati un rapporto sintetico informativo al riguardo;
· invitare formalmente i membri della giunta e gli amministratori di cui si riterrà opportuna la presenza;
· rendere conto alla cittadinanza dei temi trattati e dei risultati ottenuti dal confronto; i resoconti delle
assemblee, oltre che a disposizione di tutti e comunicati agli organi di informazione, verranno pubblicati in
ampia sintesi sulle riviste curate dalle associazioni, e in particolare qui su Il Mosaico.
Se siete d'accordo, contattateci e partecipate come meglio potete proponendo idee, fornendo informazioni
e conoscenze sui temi specifici che verranno trattati, allargando il cerchio delle persone e delle associazioni
coinvolte.
Naturalmente è importante che ci sia uno spirito di concreta collaborazione da parte dell'amministrazione,
ma perchè tutto ciò possa riuscire è fondamentale il contributo di chi non ha soltanto voglia di cambiare le
cose, ma è disposto anche a fare la fatica di iniziare con le proprie forze questo cambiamento.
E comunque per tutti l'appuntamento con le "Luci sulla città " è a Bologna, il prossimo autunno.
Flavio Fusi Pecci, Giuseppe Paruolo
All'inizio
ALL'INTERNO:
Dentro l'assedio
Maurizio Cucci racconta la vita a Sarajevo, a pag. 2
Consigli all'Ulivo
Massimo Toschi a pag. 14
Giustizia al collasso
Luca Palmieri, Alberto Lolli, Claudio Nunziata -
DOSSIER a pag. 7
Bologna, i nodi al pettine
Resoconto dei Giovedì del Mosaico a pag. 4
Ambiente nel guado
Guido Mocellin a pag. 12
Psichiatria incompiuta
Rossana Franceschini a pag. 11
Noi e l'AIDS
Roberta Mazza a pag. 6
All'inizio
PAG. 2-3 - la guerra sull'altra riva
A Sarajevo la lotta è tra l'impossibilità di vivere e la volontà di restare. Se il
massacro della città serve a spingere alla fuga i musulmani di tutta la regione,
resistere nonostante il terrore, la fame e la morte diventa una sfida alla "pulizia
etnica". Così Maurizio Cucci, fotoreporter ferito a Sarajevo, racconta la guerra
degli abitanti, intrappolati da 3 anni nell'assedio, costretti dalle bombe a vivere nei
sotterranei e a nutrirsi di quel poco che arriva da un buco sottoterra.
Uomini e topi
«Eravamo arrivati la notte all'aeroporto di Sarajevo con un convoglio di generi alimentari e medicinali. Ero
fermo al check point dell'UNPROFOR alla guida di un furgone di don Renzo Scapolo (animatore di
"Sprofondo", associazione che si occupa di aiuti umanitari e politica pacifista). Il soldato che veniva a
prendere i documenti si è avvicinato al finestrino di destra, dalla parte opposta alla mia. Allora mi sono
chinato e in quel momento il cecchino ha sparato. Probabilmente è stato questo mio movimento che gli ha
fatto sbagliare il colpo. La pallottola mi ha preso alla spalla sinistra e me la sono cavata con 4 giorni di
ospedale. Se non mi chinavo ero morto».
Chi parla è Maurizio Cucci, fotoreporter bolognese, ferito lo scorso 12 aprile a Sarajevo, dove lavora dal
novembre 93 con il movimento "Beati i costruttori di pace".
«A Sarajevo la morte è tutta una casualità. Anche gli elmetti o i giubbotti, sono più che altro una protezione
psicologica: ti può arrivare una scheggia che ti stacca la testa. Il proiettile che mi ha colpito ha trapassato
l'infisso del furgone: un elmetto mi avrebbe fatto ben poco. Stessa cosa per i blindati: se ti piove sopra una
granata, è come essere nudi. Ma al di là della mia vicenda, preferirei parlare di Sarajevo, dove ne hanno
feriti 60.000, mica uno...
Sparavano proprio a voi oppure erano solo colpi a caso?
Non a noi in particolare, ma nemmeno a caso: i colpi sono diretti al "Gruppo di contatto" che, dopo essere
andato a trattare con Zagabria e Belgrado, si è rifiutato di andare a Pale, nel quartier generale dei serbi di
Bosnia. I quali vogliono far capire che senza trattare con loro non c'è pace possibile.
Cosa hai visto cambiare a Sarajevo in questo anno e mezzo?
Io sono arrivato alla fine del periodo di guerra combattuta, durata dal 92 al febbraio 94. Tra novembre 93
e febbraio 94 abbiamo visto i mesi più brutti, per il freddo (Sarajevo d'inverno fa anche -15° o -18°), per la
mancanza di luce, acqua, telefono. Poi con l'arrivo del generale Rose a capo dell'UNPROFOR le cose sono
cambiate, perché riuscendo a far allontanare le armi pesanti a 20 km dal centro di Sarajevo i cannoni non
arrivavano a bombardarla e la città aveva ripreso a vivere. Fu quando sembrava che la Nato fosse disposta
ad intervenire: non cadevano più 200, 500 o anche 1000 granate al giorno (in 3 anni di assedio ne sono
cadute qualcosa come 3 milioni), e la gente cominciava ad uscire dalle case, riaprivano i bar, un po' di
merce faceva capolino in qualche negozio, quanto bastava perché il prezzo dello zucchero scendesse da 50
marchi al chilo a 2 marchi. Tutto il 94 è stato abbastanza vivibile: c'erano sempre i cecchini, ma non erano
tragedie quotidiane, come adesso. Quando in un giorno arrivano 200 granate la gente non esce di casa.
Quando ne arrivano 1000 non si sta nemmeno più in casa, ma si vive in cantina, perché ce n'è sempre una
che esplode vicino. La granata è terrificante per le schegge: sono capaci di passare 3 o 4 muri, e non si
salva niente in un raggio di 50 metri.
Quali sono i bersagli delle granate?
Non le buttano a caso, ma in modo studiato, per ottenere un effetto di terrore. L'idea è di colpire i civili, se
possibile bambini. Al fronte si combatte meno, solo la notte c'è qualche scambio di fuoco sulla linea
d'assedio. Le granate sono tutte dedicate alla popolazione civile: la logica è che se un militare è sulla linea
a reggere all'assedio, bombardandogli i familiari lo metti in crisi, lo distruggi moralmente: vale ancora la
pena combattere?
Da Sarajevo è possibile fuggire?
Oggi no. L'assedio è simile ad un ferro di cavallo: il territorio e le alture intorno alla città sono in mano ai
serbi, eccetto da un lato, dove una lingua di terra sale verso il monte Igman e collega Sarajevo con il resto
del territorio bosniaco. Questo corridoio però è chiuso dall'aeroporto, presidiato dall'UNPROFOR ma di fatto
controllato dai serbi, che dettano le condizioni all'ONU e decidono chi può passare e chi no. Nei mesi in cui
è stato aperto, era l'unico punto dove arrivavano gli aiuti, ma ora è di nuovo chiuso, nessuno parte, nessuno
atterra, perché sparano. Dunque ora Sarajevo si raggiunge solo da terra, dalla strada che scende dal monte
Igman, costellata di carcasse di camion e di auto impallinate e bruciate, e si ferma all'aeroporto, dove si
viene bloccati e si deve chiedere il permesso per entrare in città.
Da qui il famoso tunnel, scavato dai bosniaci sotto le piste dell'aeroporto: ora che i serbi hanno di nuovo
bloccato tutti gli aiuti, tutto quello che entra ed esce a Sarajevo passa da quel buco in terra, lungo 800 metri,
alto 160, largo come una porta. Ci passa una persona per volta, piegata, con una carriola piena di benzina,
banane, medicine. Nel tunnel passa anche il filo del telefono e della luce. Ma anche i serbi hanno i loro
problemi: per andare da un'estremità all'altra del territorio serbo, passando dall'aeroporto sono 3 chilometri,
altrimenti facendo il giro sono 150. Ma la loro mafia controlla il mercato nero e sa che facendo passare le
merci i prezzi nei villaggi crollano, e quindi preme sui militari perché impediscano il passaggio anche ai civili
serbi.
Qual'è la situazione militare vista da lì?
I bosniaci non hanno armi pesanti, ma solo fucili e mitragliatrici. I serbi hanno carri armati, cannoni e obici
con cui appunto bombardano la città. Ricordo di avere visto un dossier tecnico-militare sui vari tipi di armi
usate nella guerra di Bosnia: su 14 pagine 12 erano l'elenco delle armi serbe, 2 dei croati, mezza dei
bosniaci. Ma nonostante questo i bosniaci tengono l'assedio. Anche perché da quando c'è l'UNPROFOR
nessuno riesce a fare grandi operazioni militari.
Da quello che si capisce, i serbi non vogliono o non possono prendere la città ?
Sembra una scelta voluta. Si sono fissati sulle colline per martirizzarli e spingerli a lasciare la Bosnia,
perché l'orrore superi la voglia di restare. Nell'aprile del 92 da Sarajevo è uscita circa la metà dei 500 mila
abitanti, poi sono arrivati i profughi, per cui oggi sono circa in 350.000. La gente sta lì ed è determinatissima
a non mollare. Ho visto anche che è difficile radere al suolo una città : ho foto che mostrano come dopo
pochi giorni da un bombardamento i tetti erano già rifatti. C'è un'economia di guerra in cui la gente impara
ad arrangiarsi, e sfida la distruzione e la morte con una capacità artigianale straordinaria.
Perché l'esercito jugoslavo è quasi tutto serbo?
Non quasi: è tutto serbo. Già nell'89 gli ufficiali croati e musulmani venivano mandati a casa col
prepensionamento. Nel 90 la pulizia è stata completata, e nel 92, all'accendersi del conflitto in Bosnia,
l'JNA - l'Esercito Popolare Jugoslavo - era tutto serbo. È l'JNA che ha assediato Sarajevo: si dice che i piani
dell'assedio fossero già stati preparati alla morte di Tito. Già nell'89 i rapporti erano logori, perché i serbi
non accettavano di cedere la Presidenza di turno della Federazione, e di conseguenza croati e sloveni non
volevano più pagare le tasse. Perché i serbi economicamente sono meno capaci e meno produttivi: le
industrie e i commerci sono quasi tutti sloveni e croati. I serbi fanno carriera nello stato e nell'esercito,
diventano la classe dirigente e tengono le redini del potere politico e militare.
Questo contraddice lo stereotipo della guerra etnica e fratricida...
La guerra era preparata da lontano, ha ragioni economiche. Ma certamente ci sono anche radici culturali in
questo conflitto. Pure la mentalità religiosa ha la sua importanza: da quando ho visto la Bosnia sto cercando
di approfondire il rapporto tra cattolici e ortodossi, ma francamente i cattolici mi danno risposte che non mi
soddisfano. A Mosca, alle manifestazioni nazionaliste e razziste nei gruppi neo-zaristi, se ci fai caso si vede
un sacerdote ortodosso che li benedice. A Pale, prima della riunione del parlamento dell'autoproclamata
Repubblica Serba di Bosnia, c'è un sacerdote ortodosso che prega pubblicamente, a Mostar c'erano soldati
coi rosari che andavano ad incendiare le case con dentro donne e bambini. L'impressione è che la gerarchia
ortodossa più o meno stia sempre dalla parte del governo. Ma è un discorso da approfondire.
Torniamo alla gente di Sarajevo. Perché mi sembra che tutti noi, informati da tv e giornali, vediamo la
guerra come una cronaca di eventi militari, mentre ci sfugge tutta la sofferenza e la lotta della gente per la
vita quotidiana, che è il volto più crudele della guerra...
Don Albino Bizzotto (l'animatore dei Beati, dopo la scomparsa di mons. Tonino Bello) definisce la guerra
come la riorganizzazione violenta di tutta una società. L'assedio sottopone le persone ad una pressione
continua: anche se non ci pensi consciamente sai che puoi morire ad ogni metro, ad ogni passo, e questo
incide profondamente la psiche, e lascia segni che non si cancellano. I bambini che hanno assorbito in
questi anni tutti i rumori e le parole della guerra non saranno mai più normali: quelli usciti dai campi di
concentramento (che sono gruppi di case in cui i militari stipano 100 o 200 persone) sono terrorizzati
quando vedono una divisa, anche quando vengono in Italia: vedono un soldato e si mettono a tremare.
Nel mio libro [1] ci sono storie di bambini che quando i cetnici andavano a prelevare le madri per violentarle,
si sono messi tra i miliziani e le madri dicendo "noi non diamo nostra mamma". La mattina dopo, dopo
averle violentate, i serbi le hanno fucilate e lasciate davanti alle porte delle loro case. A gennaio sono venuto
in Italia con una bambina di 5 anni, che quando ha visto Ancona ha detto: ma qui c'è la pace, buon Dio! Si
cresce in fretta a Sarajevo, anche i bambini devono andare a prendere l'acqua, 5 litri ogni mano, e devono
correre per evitare i cecchini.
Questa violenza sulle donne e sui bambini ti sembra isolata, opera di bande e schegge impazzite, o
pianificata?
No, è sistematico. La pulizia etnica genera un terrorismo simile a quello mafioso: io non uccido subito te.
Comincio da tuo figlio, perché domani sarebbe un nemico, e intanto per metà ti ho già rovinato. Non rispetta
nemmeno le regole della guerra, che sono quelle di ammazzarsi tra soldati: qui si uccidono i bambini
sbattendoli contro i muri.
Eppure ci tengo a dire che a Sarajevo esiste ancora la convivenza. È per questo che andiamo a Sarajevo,
non perché ci siamo innamorati del posto. Ci sono ancora 30 mila serbi che vivono in pace con 30 mila
croati e con la maggioranza musulmana, con i Rom, gli ebrei e i comunisti, anche se ogni giorno è più
difficile, aumentando il conto dei parenti e degli amici uccisi. Per questo i bosniaci ci rimproverano: "avete
fatto una guerra mondiale contro Hitler per difendere la libertà , perché oggi non ci aiutate?" Ma noi, che
abbiamo appunto fatto due guerre mondiali, non vogliamo imbarcarci nella terza. Anche se la Bosnia è uno
stato riconosciuto dalle Nazioni Unite la cui capitale è assediata. I bosniaci non avevano neppure un loro
esercito: si sono visti aggrediti, circondati, rastrellati, e si sono organizzati per difendersi. I bosniaci non
sono una fazione in lotta: sono civili che sono stati attaccati dall'esercito.
Cosa distingue serbi, croati e musulmani?
I bosniaci non sono una razza specifica, come i serbi (che si riconoscono per caratteri somatici tipici), o
come i croati, che sono dei sassoni, come gli sloveni e gli austriaci. I bosniaci sono musulmani nel senso
che hanno ascendenze turche, come dimostrano i loro nomi. Sono quelli con quella cultura, con quel
cognome, ma se gli togli i vestiti non li identifichi: i serbi e i croati invece li identifichi.
Hai detto che il periodo migliore per Sarajevo è stato quando sembrava che la Nato facesse sul serio:
dunque dobbiamo auspicare un intervento?
Non credo. Il gioco riesce fino a quando si fa credere ai serbi nella possibilità di un intervento, senza però doverci
arrivare. Oggi è chiaro che la Nato ha troppo da perdere, e non fa più paura...
Ma anche i movimenti pacifisti sono contro queste azioni...
Perché il problema non è di potenza militare: è chiaro che la Nato potrebbe seminare il sale sui serbi, ma
questo non risolve nulla: il conflitto coverebbe sotto la cenere per riprendere subito dopo, come in Somalia.
Poi l'intervento di fatto è una dichiarazione di guerra, da cui derivano atti di terrorismo ed altre conseguenze
piuttosto scomode per noi occidentali. Siamo disposti a rischiare un missile su Riccione il 15 agosto? Siamo
disposti a rischiare la vita dei nostri soldati? Forse a questo punto il male minore è lasciare che i bosniaci
si armino e si difendano da soli. Col rischio di una ulteriore diffusione del conflitto, in ogni casa, in ogni
villaggio.
Vorrei fare un'ipotesi finale: se guardo la cartina geografica, dall'India al Marocco, passando per
l'Afghanistan, l'Iran, il Medio Oriente, i Balcani, l'Algeria e la Tunisia, il confine tra Nord benestante e Sud
sottosviluppato è presidiato da questa cortina di fuoco, da una fascia di paesi dilaniati da conflitti. Mi chiedo
se è casuale o se questa cintura sanitaria fa il gioco di qualcuno, permettendoci di tenere lontana dai nostri
confini la pressione delle masse di impoveriti. E penso al fatto che tutti questi conflitti vedono comunque
impegnati gli islamici, vuoi contro i cristiani, gli israeliani, gli americani o i serbi: non è anche questo un
modo per tenere occupati nelle armi gli enormi capitali arabi, che altrimenti manderebbero all'aria il nostro
mercato? L'occidente paga agli arabi un fiume di dollari per il petrolio, ma ne recupera una parte vendendo
loro le armi, così per un po' gli sceicchi hanno altro a cui pensare prima di comprare le nostre industrie e le
nostre banche...»
[1] M. Cucci, "Bosnia: le vittime senza nome", Mursia, L. 30.000

LA GUERRA IN BOSNIA
Bosnia-Erzegovina - Territorio 51.000 kmq, di cui il 70% sotto controllo serbo, il 20% occupato dai croati, il 10%
sotto amministrazione bosniaca. Abitanti (prima della guerra) 4,5 milioni, di cui il 17% croati, 30% serbi, 43%
musumani. Il 20% della popolazione è costituito da famiglie miste. Dall'inizio della guerra sono 200.000 i morti, e
2.000.000 di profughi dipendono in tutto dagli aiuti umanitari.
- Giugno 91: proclamazione di indipendenza di Slovenia Croazia. Ne segue un conflitto con l'esercito federale
(di fatto serbo) che sfiora la Slovenia e divampa in Croazia, dove però la forte maggioranza etnica croata (80%)
non permette alla guerra di durare a lungo (tranne che in Krajina e Slavonia, regioni croate a maggioranza serba
dove si combatte ancora).
- Marzo 92: con un referendum la Bosnia, unica repubblica della ex Jugoslavia senza una chiara maggioranza
etnica, sancisce la volontà di indipendenza. Inizia la guerra ed il bombardamento di Sarajevo, dove in maggio un
colpo di mortaio uccide 23 persone in fila per il pane.
- Aprile 92: riconoscimento internazionale dell'indipendenza della Bosnia.
- Gennaio 93: presentazione del Piano Vance-Owen, che prevedeva il mantenimento dei confini originari
della Bosnia, suddivisa in 10 province autonome: vi aderiscono con riserve croati e musulmani, lo rifiutano invece
i serbi di Bosnia, che avrebbero dovuto restituire parte dei territori occupati.
- Maggio 93: con la creazione di zone di sicurezza presidiate dai Caschi Blu di fatto la comunità internazionale
avalla la situazione militare esistente, scegliendo una politica esclusivamente umanitaria (invio di aiuti e
dispiegamento di una forza di interposizione). Una scelta che alla distanza costringerà le forze ONU
nell'imbarazzante ruolo di equidistanza tra assediati ed assedianti.
- Luglio 93: Piano Owen-Stoltenberg per una tripartizione della Bosnia su base etnica. Questa volta sono i
musulmani a respingerlo, preoccupati che tale spartizione apra una seconda fase di epurazione etnica e fiduciosi,
quanto alla guerra, in un intervento occidentale.
- Febbraio 94: strage del mercato a Sarajevo, 68 morti, centinaia di feriti. ONU e Nato lanciano un ultimatum e
minacciano incursioni aeree, convincendo gli assedianti ad allontanare le armi pesanti dalla città. Poco dopo
Belgrado prende le distanze (almeno formalmente) dalle milizie serbo-bosniache.
- Dicembre 94: un fragile cessate il fuoco chiude un anno nel quale la Bosnia ha contato "soltanto" 3.000
vittime (contro le 130.000 dell'anno precedente). Il contingente ONU, impotente a farlo cessare, riesce
comunque nell'opera di "contenimento" del conflitto.
- Marzo 95: salta la tregua e riprendono i bombardamenti su Sarajevo.
All'inizio
PAG. 4-5 - i Giovedì del Mosaico
Un pubblico numeroso e partecipe, un confronto a largo raggio, con esperti ed
amministratori "costretti" a rispondere a domande precise di associazioni e
cittadini, su temi concreti: questo il bilancio dei Giovedì del Mosaico. Accoglienza
per gli studenti, edilizia universitaria, tasse e nuovo rapporto tra Ateneo e mondo
del lavoro nella prima serata, su Università e Città .
L'ateneo "dentro" la città
Non si sono di certo annoiati i 100 convenuti il 2 marzo scorso alla Casa dell'Angelo per la prima serata de "I
giovedì del Mosaico". Le molte associazioni intervenute - con domande, critiche e proposte - hanno dato vita a un
vivace dibattito con il sindaco Vitali, il prorettore Rinaldi, il presidente dell'Acostud Santarelli e il consigliere
comunale e docente Dionigi (il rettore Roversi Monaco era assente perché indisposto).
Sia Vitali che Rinaldi sottolineano l'importanza del recente protocollo d'intesa tra Università e Comune (vedi
Stefano Lilla su "Il Mosaico" n. 2); ma mentre il prorettore nega qualsiasi passata conflittualità tra le due istituzioni,
il sindaco riconosce che tale protocollo è un accordo globale che rappresenta l'inizio di una fase nuova dopo molti
anni di non piena convergenza. Vitali rassicura poi gli studenti a proposito dei tempi di realizzazione, e si spinge
persino a ipotizzare 2 anni per il trasferimento di parte di Ingegneria al Lazzaretto, e 2/3 anni per la realizzazione
dell'area di via Belmeloro (dove andrà Giurisprudenza). Il sindaco ritiene sia poi da valutare seriamente l'idea di più
insediamenti universitari a Bologna, facendo nascere per esempio un Politecnico. Il prorettore invece non si
sbilancia: difende la scelta del decentramento, soprattutto in Romagna, e si dice perplesso su un'Università
romagnola autonoma.
Sul tema interviene anche Dionigi, che vede nel protocollo d'intesa un atto di estrema rilevanza, ma ricorda la
necessità di "andare oltre il mattone" nell'affrontare i problemi dell'Ateneo. Sarebbe per esempio opportuno
riformare i corsi di studio delle materie umanistiche, che non possono più formare solo insegnanti votati alla
disoccupazione, e prevedere l'apertura serale delle biblioteche, per favorire gli studenti lavoratori.
Sul ruolo dell'Acostud, Santarelli sottolinea come oggi sia cambiata la visione del diritto allo studio: meno
assistenzialismo, più valorizzazione del merito, e una generale riqualificazione dei servizi. "Tira poi le orecchie" agli
enti pubblici, in particolare la Regione, affermando che è necessario un supporto pubblico forte: a tutt'oggi il
sostegno al diritto allo studio è essenzialmente mutualistico, in quanto proviene dalle tasse degli stessi studenti.
E la città che cosa fa per gli studenti, che in 10 anni sono passati da 60 a 100 mila? Non tutto il necessario,
ammette Vitali, che poi si "salva" affermando che non tutto dipende dal Comune. Citando il discorso di Elisa
Domenichini all'inaugurazione dell'anno accademico, riconosce la necessità di una vera integrazione, in materia
culturale, politica, sportiva, di trasporti, insomma auspica una situazione di reale accoglienza. Molte promesse -
commentano i critici in sala - e pochi fatti. Quanto al grave problema degli alloggi, il sindaco, qualora una legge
dello Stato lo consentisse, sarebbe disposto a tassare di più, differenziando l'aliquota ICI, gli immobili liberi (a
Bologna-città almeno 10.000!) per favorire gli studenti.
Sul tema del rapporto col mondo industriale Rinaldi sottolinea con forza come il collegamento debba esistere nei
due sensi: preparazione di tesi ed effettuazione di stages in imprese da un lato, e "docenze aziendali" (cioè a cura
di manager) dall'altro. È un collegamento che favorisce anche gli sbocchi professionali dei neolaureati: da questo
punto di vista l'Ateneo di Bologna si sta impegnando molto: 8 miliardi investiti in contratti con le aziende, una
stretta collaborazione con l'Unione Europea per cofinanziare progetti, ed attivazione di corsi di perfezionamento.
Ad una precisa domanda sulla fallita esperienza del Polo tecnologico, il prorettore giudica quest'ultima infelice e
sfortunata, ma non per questo - dice - l'idea è sbagliata. Solo sfortuna? Rinaldi non vuole parlare di responsabilità ,
perché così dovrebbe coinvolgere degli assenti (dimentica forse - commentano i soliti critici - che anche l'Ateneo
era fra i promotori del progetto?).
La serata si chiude con domande sui dottorandi (Rinaldi difende la super-tassa, ma è di questi giorni il dietrofront
del rettore), sulla situazione nella ex-Jugoslavia (che cosa fanno Università e Comune?), sull'apertura ai paesi in
via di sviluppo e sull'accoglienza agli studenti stranieri (i giovani del Centro Donati non sono convinti delle
affermazioni del prorettore: ne segue un movimentato scambio di battute).
Se da un lato la vivacità di tutto il dibattito è servita ad "inchiodare alle sedie" i presenti, dall'altro ci è parso che non
tutti fossero pienamente sereni: gli interventi del Prof. Rinaldi erano infatti animati da una vis polemica che ha
spiazzato in più occasioni i promotori della serata e la stessa platea. Non era intenzione di nessuno cercare lo
scontro (e, registrazione alla mano, tutte le domande, anche le più critiche, venivano poste con equilibrio e
correttezza): probabilmente la parte dell' "uno contro tutti" riveste ancora il suo fascino...
In conclusione, una serata utile e anche costruttiva, con articoli sulla stampa e servizio al TG3 come giusto
corollario.
Marco Calandrino
Sanità ed anziani: tra tagli alle spese e crescente domanda di servizi.
Meglio a casa
Nel 2000 in Emilia Romagna la popolazione superiore ai 65 anni rappresenterà il 24% del totale,
concentrandosi particolarmente nei centri urbani. Il progresso della medicina ha sconfitto malattie storiche
ed allungato la vita, creando però in questo modo le condizioni per un aumento di malattie cronico-degenerative e di soggetti non autosufficienti. Si tratta dei membri più deboli del patto sociale, i cui bisogni
e diritti interrogano noi tutti come cittadini sui principi fondamentali della nostra convivenza civile.
Questo lo sfondo del dibattito su "sanità ed anziani", argomento del secondo Giovedì del Mosaico, cui lo
scorso 9 marzo hanno partecipato in qualità di esperti M. Nironi, direttore generale dell'Azienda USL di
Bologna, P. Mengoli, consigliere presso il Comune di Bologna, M. Pieratelli, direttore sanitario dell'Azienda
USL di Forlì, chiamati a rispondere alle domande di una decina di associazioni (dall'ANT al Tribunale della
Salute, dal Sindacato Pensionati all'Università per anziani).
Davanti a tutti alcuni dati di fatto: la mancanza di risorse, in particolare a fronte di un'utenza cronica e quindi
particolarmente dispendiosa, e la consapevolezza che l'anziano (e quando possibile il malato) andrebbe
mantenuto nel suo ambiente di vita naturale, dove sta meglio e costa di meno. Quali scelte politiche ed
amministrative dunque per sensibilizzare ed aiutare le famiglie che assistono gli anziani? A fronte della
sproporzione tra risorse e bisogni, quali criteri etici, politici ed economici per stabilire le scelte di priorità ?
A questo proposito è stata sottolineata la miopia dei piani sanitari, dovuta alla scarsa considerazione degli
studi epidemiologici che avevano previsto questa situazione, e la necessità di attivare al più presto servizi
"trasversali", non più verticali e monotematici. Si è notato inoltre come l'approccio sanitario (che agisce
sull'emergenza e punta alla guarigione) risulti inadeguato ad affrontare i problemi dei malati cronici e degli
anziani, che hanno bisogno invece di assistenza, ovvero di un sostegno continuato e non condizionato alle
possibilità di guarigione: senza dire che un posto letto ospedaliero costa intorno al mezzo milione al giorno,
molto di più di una residenza protetta o di un supporto a domicilio.
Tutti hanno concordato sull'opportunità di utilizzare nell'assistenza nuove forze, quali famiglia, privato
sociale (volontariato e servizio civile), privato convenzionato. Non è invece emersa una reale autocritica
verso le strutture esistenti e verso il modo - spesso demagogico e confuso - con cui queste vengono usate.
Al termine una domanda: è possibile che l'anziano o il disabile possano essere membri attivi della società ,
e non solo oggetto di assistenza?
Traffico in aumento e salute in ribasso: fra tangenziale, ipermercati e centraline
in vacanza, il problema dell'inquinamento a Bologna esige un approccio nuovo e
globale.
Imbottigliati nelle contraddizioni
"La nostra capacità di interferire con l'ambiente supera di gran lunga la nostra conoscenza delle possibili
conseguenze" ci ricorda, citando B. Commoner, l'opuscolo del Comune su "L'aria che respiriamo". Uno sviluppo
sostenibile richiede quindi informazione scientifica e programmazione globale. A Bologna che cosa si fa? Ne
abbiamo discusso, lo scorso 16 marzo, con la dott. Guberti (Servizio di Igiene Pubblica), l'assessore Donati, il
consigliere comunale Salizzoni, i rappresentanti di una diecina di comitati e associazioni, ed un pubblico folto ed
attento.
La serata è stata introdotta da una esauriente relazione tecnica della dott. Guberti, tanto chiara quanto
preoccupante. Fino a 10 anni fa i danni alla salute erano opera di esposizione a singoli agenti inquinanti, spesso
per motivi professionali. Oggi invece la situazione è cambiata, e soprattutto in città il pericolo maggiore viene
dall'interazione tra i vari inquinanti: ad esempio il particolato, già imputato di causare malattie polmonari, diventa
veicolo di benzene e benzopirene, cancerogeni puri. I soggetti a maggior rischio sono i bambini (8% della
popolazione bolognese) ed anziani (36%): in totale dunque abbiamo un 44% di cittadini a rischio. Ma a rischio di
che cosa? Di infezioni acute e croniche, perché l'inquinamento rende più sensibili agli attacchi di virus e batteri; di
crisi asmatiche, in costante aumento; di tumori all'apparato respiratorio, la cui ricorrenza passa dal 2 al 10% nelle
aree urbane. Esistono insomma correlazioni provate, anche a Bologna, fra agenti inquinanti, malattie e mortalità.
Ma nella nostra città esiste anche un bollettino settimanale informativo sulla qualità dell'aria, con dati provenienti
dalle centraline SARA: dati che vanno tuttavia letti conoscendo alcune premesse.
Ad esempio, nello scorso inverno non si sono avuti blocchi della circolazione (a differenza dell'anno prima) perché
le centraline non hanno mai superato le soglie di attenzione (ma i danni sono già forti anche stando poco al di sotto
per molto tempo).
L'aria è migliorata? No, semplicemente alcune centraline sono state spostate, in osservanza alla normativa
regionale, ed allontanate da incroci e punti critici. Il Comitato Irnerio ha fatto sapere che il rilevatore posto su via
Irnerio è stato "mandato in villeggiatura" nel parco della Montagnola. Mentre si è registrato un peggioramento dei
dati della stazione del vicino Ospedale Malpighi, dovuta all'apertura del centro commerciale di via Larga: sembra
chiaro allora che la collocazione di questo centro commerciale non è stata di fatto "ottimizzata" rispetto alle
esigenze della città.
Che fare allora? Secondo alcune associazioni è ora di dire basta agli ipermercati e ripristinare il commercio di
vicinato. Inutile vietare, si ribatte, perché non ci si può opporre localmente ad un fenomeno in espansione in tutta
l'Europa: bisogna piuttosto combattere sul fronte dell'ubicazione, ponendo gli ipermercati lontano dalla città e
vicino a snodi stradali.
Quindi si è affrontato il problema tangenziale, non più idonea alle necessità. Raddoppiarla, sopraelevarla,
aggiungere una bretella più a nord oppure fare il sottopasso dalla parte della collina: quali possibili soluzioni? Se
alcuni si sono opposti fermamente all'ipotesi di dilatare ulteriormente lo spazio dell'asfalto e dell'auto privata,
considerando questa una scelta suicida, altri hanno fatto notare che alle patologie respiratorie andrebbero aggiunte
le centinaia di morti ed invalidi prodotti dall'affollamento autostradale intorno a Bologna. Quanto al trasporto
pubblico su rotaia, la discussione affonda tra dati e prospettive del tutto divergenti: per alcuni si tratta di
un'alternativa possibile ed economica, per altri invece sarebbe un modo per soddisfare una parte minima delle
esigenze di mobilità a costi molto più alti.
I problemi sono oggettivamente molto complessi, e le sole proposte utili sono quelle che riescono ad andare oltre
la soluzione di uno specifico problema locale. Una politica di vera compatibilità richiede anche una revisione
dell'atteggiamento un po' schizofrenico di ciascuno di noi, che da una parte pretendiamo un eco-ambiente ottimale,
mentre dall'altra viviamo di fatto come un "perfetto agente inquinante".
La domanda che alla fine come cittadini ci poniamo è questa: poiché è chiaro che i problemi legati a "traffico e
salute" non possono che essere analizzati nel contesto dell'Area Metropolitana, esiste la volontà politica di creare
un organo tecnico-scientifico che vagli in termini complessivi la validità delle varie soluzioni, magari con l'ausilio di
modelli di simulazione dei flussi del traffico (a livello provinciale, cittadino, di quartiere, etc)?
L'approccio scientifico e la capacità di fare scelte politiche, economiche e di vita chiare e coraggiose, ci sembra
infatti l'unica strada perseguibile in questo settore. In campagna elettorale sono state fatte molte promesse: non
mancheremo di verificarle.
Flavio Fusi Pecci
Regole e riforme istituzionali: tra nuovi scenari e principi disattesi.
Costituzione al centro
Aggiornare la Costituzione dopo l'introduzione del sistema maggioritario? Ridefinire il rapporto tra informazione e
Costituzione alla luce dello sviluppo dei sistemi multimediali? Ampliare l'autonomia amministrativa o introdurre il
federalismo, non solo fiscale? Sono queste alcune domande che hanno animato la serata su Regole e Riforme
delle Istituzioni, alla quale hanno preso parte Augusto Barbera e Giorgio Ghezzi, docenti all'Università di Bologna,
e Valerio Onida, dell'Università di Milano.
Le associazioni (AECA, Polis) e i Comitati per la Costituzione (Bologna 1, Bazzano, Crespellano, Monteveglio)
hanno formulato quesiti che partivano dalla consapevolezza dell'insufficienza della Costituzione su temi come
l'informazione e il rapporto cittadino-istituzioni locali, date le profonde differenze della società contemporanea
rispetto a quella dell'immediato dopoguerra. Comune è stata la proposta di una revisione che non stravolgesse lo
spirito della Costituzione, ma andasse a recuperare le ricchezze di un testo per tanti versi disatteso in questi
decenni: in questo senso non occorre un'assemblea costituente, ma interventi mirati di aggiornamento e
integrazione - senza toccare né la struttura dello Stato né i valori fondamentali - per rispondere ai nuovi bisogni
della società.
L'analisi delle vicende politiche degli ultimi anni è una premessa indispensabile per comprendere la progressiva
erosione e strumentalizzazione della Costituzione, senza la quale sfugge il senso delle proposte avanzate da più
parti, in questi mesi, per una nuova Costituzione. È stato notato che non si può certo addossare all'introduzione
del maggioritario la responsabilità dell'instabilità politica, dell'insufficienza della Costituzione né tantomeno
l'ineluttabilità di una riforma presidenzialista.
Per Onida il sistema maggioritario richiede l'innalzamento delle quote di maggioranza per la revisione
costituzionale, e più in generale per gli organi di controllo dello stato, per consentire alla minoranza un ruolo attivo,
nello spirito dei padri costituenti. Per Ghezzi e Barbera la peculiarità del sistema informativo italiano non possono
essere risolte con interventi governativi, come quello sulla par condicio, ma devono essere affrontati con una
rilettura della Costituzione, che consenta di mantenere la completa libertà di espressione a tutti i cittadini,
impedendo il formarsi di monopoli che di fatto la limitano fortemente.
Non sono mancati i contributi di singoli cittadini, come sul tema dell'emigrazione, per una riconsiderazione della società
alla luce della prospettiva di un radicale mutamento delle componenti razziali del nostro paese e del suo inserimento in un
contesto statale più ampio come l'Europa.
Riccardo Burigana
All'inizio
PAG. 6 - società e malattia
Dalla scelta di fare volontariato con i bambini sieropositivi alcune osservazioni
sulla percezione sociale della malattia e dintorni: per affrontare a viso aperto un
nemico altrimenti oscuro.
AIDS: tra colpa e paura
Il "Centro Aurora Leo" è un'associazione apolitica e senza fini di lucro nata nel novembre del 1993 con lo
scopo di diminuire i disagi di ordine psicologico e sociale del bambino con HIV; di integrare l'assistenza
sanitaria, di volontariato ed educativa per assicurare delle funzioni che permettano al bambino con HIV di
sviluppare la sua identità ; di promuovere iniziative di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sul problema
dell'Aids pediatrico. La sede del Centro, che è sostenuto dalla Nazionale Italiana Cantanti, si trova presso
l'ospedale Policlinico Sant'Orsola.
Il mio incontro con il Centro è avvenuto circa un anno fa, con l'iscrizione a un corso di formazione di
volontari. Ancora adesso non so darmi una spiegazione esauriente del perchè io abbia deciso di fare
volontariato e di farlo con i bambini sieropositivi. Forse è il bisogno di curare un senso di colpa nei confronti
di chi ha avuto meno fortuna di me; sicuramente sentivo la necessità di avere una sfera "sociale" di cui
entrare a far parte e nella quale agire. Ho l'impressione che le motivazioni di chi opera nel volontariato non
siano mai chiare; c'è una continua oscillazione tra altruismo e autoaffermazione, due sentimenti positivi se
vissuti come donare e ricevere a propria volta un dono.
Esorcizzare il terrore
L'Aids è uno spettro, una paura sottile ricorrente con la quale ognuno di noi convive. Un modo per
esorcizzare questa paura è "sfidarla" quotidianamente in modo positivo, conoscere il nemico in modo da
non provare per lui un timore cieco. Sebbene chi non tenga comportamenti a rischio abbia più probabilità di
ammalarsi di cancro o di morire in un incidente stradale piuttosto che di contrarre il virus, tuttavia
nell'immaginario collettivo l'Aids è il nemico per antonomasia. Questo male orribile ha attualmente una
potenza evocativa enorme.
E questo è il primo problema che chi si occupa di Aids deve affrontare, anche sulla propria pelle. Intorno
alla malattia si è creato un clima di condanna ed emarginazione dovuto alle modalità di trasmissione del
virus. Un ruolo fondamentale nel consolidamento di tale atteggiamento è stato giocato dai mass-media con
campagne terroristiche indiscriminate, volte a esaltare una contrapposizione addirittura etica tra sani
(coloro che si sono sempre comportati bene) e malati (coloro che si sono cercati la malattia con
comportamenti moralmente censurabili).
Un esempio recente di questo approccio è costituito dalla vicenda del piccolo Roberto di Napoli; il bimbo,
che purtroppo è morto di AIDS, era nato da genitori sieronegativi e non si riesce a stabilire come sia entrato
in contatto con l'HIV. Gli articoli dei giornali, anche di quelli che si collocano in un'area progressista, hanno
chiaramente tradito l'atteggiamento ambiguo nei confronti del dramma, ponendo in risalto la sciagurata
ipotesi che ci sia stato uno scambio di bambini nelle culle e che dunque un bambino sieronegativo sia finito
tra le mani di una coppia positiva. Sta a noi pensare bene che la preoccupazione del giornalista fosse rivolta
al probabile futuro di orfano del piccolo e non piuttosto allo scandalo che un bambino sano sia cresciuto da
due cattivi genitori ammalati, magari tossicodipendenti.
Una strada, due binari
Questo approccio al problema dell'Aids non giova ai sieropositivi e non giova neppure alla società nel suo
complesso. Innanzitutto si crea una falsa idea di colpevolezza in chi ha contratto il virus tanto più odiosa
quando si tratta di bambini: sei ammalato per colpa tua, dunque non aspettarti la mia comprensione. È
l'atteggiamento di una società spaventata che si deresponsabilizza e scarica il problema sull'individuo
malato allontanandolo da sè: è un comportamento in linea con le forti tendenze individualiste ed egoiste
attuali.
Inoltre si innesca un meccanismo per il quale il sieropositivo è automaticamente condannato a morte. La
sieropositività asintomatica può avere tempi molto lunghi, perché dunque vedere nel malato un morto in
potenza? Ognuno di noi è un morto in potenza e questa è un'affermazione che oggi giorno non fa riflettere,
ma scandalizza e crea imbarazzo, dunque va taciuta e rimossa.
È come se la società oggettivizzasse le proprie paure, le scaricasse su alcune persone e a queste deputasse
il compito di provarle fino in fondo; non c'è alcuna volontà di condivisione del dolore e dell'esperienza.
Eppure è ormai chiaro che la strada per combattere l'Aids corre su due binari: la ricerca medico-scientifica
e la riflessione sociale. Questa seconda via va percorsa da ognuno di noi.
Roberta Mazza
All'inizio
PAG. 7-10 - DOSSIER: giustizia in bilico
2.600.000 cause pendenti che coinvolgono 10 milioni di cittadini e processi che, di
rinvio in rinvio, durano 10 anni: queste le dimensioni del collasso della giustizia
civile. Il disagio dei magistrati, tra mancanza di spazi e vuoti di personale. Inizia da
qui il nostro dossier sul grave malessere del sistema giudiziario italiano, la cui
inefficienza segna la più grave sconfitta dello Stato e del diritto, preparando la
strada a pericolose forme di "giustizia" privata e sommaria.
Un giorno in Tribunale
Da qualche anno ormai mi occupo di diritto e procedura civile, in qualità di Giudice Istruttore, presso un
piccolo Tribunale che, tuttavia, amministra giustizia per un distretto di circa 300.000 persone. In questo
periodo di tempo credo di avere fatto sufficiente esperienza di una situazione ben oltre il limite del collasso.
In realtà , i mezzi di informazione si occupano assai poco del problema giustizia: quando lo fanno, affrontano
il problema sotto l' angolazione politica, ossia quella di minor rilievo. La giustizia penale fa qui la "parte del
leone": i personaggi illustri che vengono coinvolti, il carcere e il concetto stesso di "pena" attraggono
l'attenzione del pubblico più delle liti condominiali, delle questioni ereditarie, dei sinistri stradali o dei divorzi.
Ma è possibile ignorare i problemi del processo civile, che con 2.600.000 cause pendenti viene a
coinvolgere quasi 10 milioni di cittadini, ossia circa un terzo della popolazione attiva, producendo un impatto
sociale di forza incalcolabile? Ciononostante, dello sciopero degli avvocati si comincia a parlare con un
certo interesse solo dopo oltre un mese dal suo inizio, ossia solo quando alcune Procure aprono le prime
inchieste, e quando alla protesta iniziata dai civilisti si associano i penalisti, col rischio della prescrizione di
molti reati, conseguenza inevitabile del blocco delle udienze.
In realtà la questione giustizia, quella che rimane sempre ai margini del dibattito pubblico, è un problema di
tempi e di investimenti non più rimandabili. Cerco di spiegare perché evitando ogni tecnicismo giuridico.
Scene di vita giudiziaria
Il mio "ruolo" (ossia le cause di cui devo curare l'attività istruttoria, fino a condurle alla conclusiva sentenza)
comprende circa 1.200 processi, e so di essere tra i fortunati, poiché molti colleghi operano con ruoli fitti di
oltre 2.000 fascicoli. Dall'altra parte del tavolo ci sono i cittadini, che nello sterminato mare di quei fascicoli
riassumono le loro storie, piccole e grandi, e fanno esperienza di uno Stato che tutti i giorni, nelle stracolme
aule di udienza degli uffici giudiziari italiani, dichiara il proprio fallimento più amaro.
In Italia esistono Uffici ove 5 Magistrati condividono un solo locale, Cancellerie ove migliaia di fascicoli e di
documenti vengono accatastati sul pavimento per carenza di spazio, aule d'udienza ricavate in vecchie
scuole in disarmo dove Giudici ed Avvocati si arrampicano su seggioline create per bimbi di sette anni,
Tribunali ove non è possibile inoltrare corrispondenza perché manca il personale di cancelleria del "livello"
di inquadramento amministrativo previsto.
Uno dei motivi di questa situazione è che l'attuale codice di procedura civile appare stravolto dalla riforma
del 1950 (L.581/1950), che ha eliminato tutte le preclusioni previste dall'impianto originario della legge,
sull'onda di una protesta dei legali che presenta molte analogie con quella oggi in corso.
In pratica oggi le parti (impersonate dall'avvocato) possono compiere quasi ogni tipo di attività processuale
nel corso di tutto il lungo percorso istruttorio, senza incontrare "barriere" che impongano il rispetto di termini
oltre i quali, ad esempio, un documento non può più essere presentato, o una prova non può più essere
richiesta.
Se si aggiunge il fatto che, per il "principio del contraddittorio", la parte deve sempre essere in condizioni di
replicare adeguatamente ad ogni attività avversaria, si capisce perché il processo civile si svolge in
un'interminabile serie di rinvii, poiché all'udienza che il Giudice fissa di volta in volta, gli Avvocati hanno
sempre diritto di chiedere un termine per poter replicare a quanto la parte avversa va man mano dicendo o
allegando nel corso dell'istruzione.
70 cause al giorno
Se si considera che ogni Giudice sovrintende ad una media di 1.000/1.500 cause e che, per limiti
umanamente invalicabili, non è possibile trattarne più di 60/70 ad udienza, non sarà difficile darsi conto del
perché fra un udienza e l'altra trascorrano mesi, a volte anni, facendo durare un processo civile intorno ai
10 anni di media. ln più ogni settimana vengono intentate migliaia di nuove cause le quali, evidentemente,
vanno ad aggiungersi a quelle vecchie, infittendo l'agenda del giudice e moltiplicando l'effetto dilatorio.
Vorrei anche descrivere - a chi ha la fortuna di non aver frequentato mai un aula di giustizia - l'immagine
devastante di un'udienza civile, lontanissima da quell'idea di "sacralità " che le norme, i testi ed il senso di
semplice dignità suggerirebbero. 70, 80 cause da "trattare" in una mattina, con almeno due soggetti (chi
domanda e chi resiste) per ciascuna, significa l'accalcarsi nell'angusto ufficio dell'istruttore di almeno una
cinquantina di persone che gridano, spingono, si fanno faticosamente strada verso la scrivania del Giudice
e sperano di potersi fare ascoltare, mentre le pile di fascicoli invadono ogni spazio, cadono, tolgono perfino
quei pochi centimetri necessari per scrivere. Poiché, naturalmente, il Giudice non è assistito da alcun
collaboratore, dato che il personale di cancelleria è ancor più scarso di quello di magistratura.
In questo "mercato delle vacche" provo grande imbarazzo nel constatare lo sconcerto del cittadino che,
magari dopo anni di rinvii per lui incomprensibili, si presenta di persona nell'aula immaginando di potersi
sedere, e di vedere il proprio avvocato discutere con la dovuta calma con il Giudice di quella questione che
da tanto tempo lo turba e lo affligge.
L'intento della riforma (contro cui si è poi incentrata la protesta dei legali italiani) è dunque lodevole. Con
essa si vogliono ristabilire le preclusioni, sicché, nello spazio di un paio di udienze, tutto il materiale
istruttorio deve essere portato alla conoscenza del Giudice, spezzando il gioco del rinvio all'infinito ed
obbligando Giudice ed Avvocati a conoscere i fatti delle cause che man mano vengono trattate. Con il
Giudice di Pace si vuole poi introdurre una nuova figura di Magistrato "non togato" utile a sgravare i Giudici
togati di una miriade di "micro-processi" spesso di scarsissimo rilievo ma di grande inceppo.
Tra intenzioni e realtà
All'intento lodevole, però, non sempre corrisponde la materiale praticabilità della legge. I velleitari propositi
del legislatore (mortificati dai continui e penosi rinvii di questa riforma "urgente" che si trascina da oltre 5
anni) sono peraltro già stati ridimensionati dall'abbandono dell'idea originaria di "convertire" al nuovo rito
tutti i (milioni di) processi pendenti.
L'archiviazione di questa pretesa non risolve però il problema vero, che è e rimane un problema di carenze,
di organici pensati nel 1939 e nonostante ciò ancora largamente incompleti, di un rapporto Giudici-Avvocati
(1 a 10) unico al mondo e di una cultura socio-giuridica del tutto primitiva.
Mi limito ad osservare che dal momento che la legge (giustamente) richiede ora a Giudice ed Avvocati di
conoscere perfettamente i fatti di causa e di svolgere una serie di attività approfondite sin dalla prima
udienza, non sarà più possibile colmare (come ora) un'udienza di 70 fascicoli: il numero dovrà limitarsi a 6
o 7. Il che, rimanendo le cose come sono, significa dieci volte i tempi attuali.
In proposito ritornano alla mente le tante "belle leggi" (poiché anche questa riforma è ben fatta sulla carta)
che non possono trovare pratica applicazione. Siamo infatti il paese che ha eliminato (ancora giustamente)
i manicomi, ma non ha poi predisposto le strutture per sostituirli, scaricando sulle famiglie il peso di malati
ingestibili.
Su questa situazione cade come un'ascia il lunghissimo sciopero degli Avvocati. Non si tratta qui di
chiedersi se esso sia "giusto" o meno, ma mi pare che un fatto di tale gravità meriti alcune semplici
domande, cui ciascuno sarà libero di rispondere come crede.
Siamo certi che uno sciopero che impone la paralisi della giustizia di un intero Paese per 2 mesi sia lo
strumento più indicato per iniziare a risolverne i problemi? Può uno sciopero attuato da chi è
istituzionalmente chiamato a rispettare ed applicare le leggi (i "sacerdoti della legge" come li chiamava
Calamandrei) svolgersi contro una legge, ed una legge già entrata in vigore? Quest'agitazione non rischia
poi di ingenerare nel cittadino comune l'idea che la legge sia il frutto di una "contrattazione" con determinate
categorie "privilegiate" per il solo fatto di poter contrattare?
Infine dovrebbe essere affrontato il nodo delle reali motivazioni che sorreggono questo sciopero.
Rifiuto di aderire alle interpretazioni più meschine, che vedono l'Avvocato civilista interessato ad un
processo lungo giacché, come si dice, "dum pendet, rendet" (finché la causa pende, rende), o il penalista
senza scrupoli che si rallegra della prescrizione del reato del suo assistito. Ma mi chiedo se la contrarietà
alla reintroduzione di preclusioni che rompano la logica del rinvio possa giustificare una protesta tanto
accesa.
Una sconfitta per lo Stato
Dire che il cliente non ha la possibilità di produrre subito tutti i documenti o di illustrare tutti i fatti che sono
alla base della sua domanda, sicché le preclusioni vulnererebbero il diritto di difesa, spiega poco. Il
problema è, piuttosto, ancora quello di avere il coraggio di scegliere. Ovvero di preferire (parliamo sempre
del processo civile) la "verità processuale" alla "verità sostanziale" (se quest'ultima non riesca a trasfondersi
nella prima). Giacché il fatto di dare una "forma" al processo, di stabilire dei tempi rigidi, sollecita il cittadino
ad una partecipazione attenta al giudizio e penalizza l'inerzia, scoraggiando l'idea di poter utilizzare il
processo come un indiretto strumento di pressione (di costo sociale elevatissimo). Anche perché una causa
capace di durare dieci anni porterà a forme di "giustizia" abbreviata e privata che rappresentano comunque
una sconfitta dello Stato, quando non sfociano nell'illecito.
Da ultimo, riguardo alle motivazioni dello sciopero dei penalisti, voglio riportare alcune delle dichiarazioni
rilasciate dall Avv. Nicola Buccico, segretario del Consiglio nazionale forense, secondo cui in Italia si assiste
oggi alla "dittatura dei P.M." mentre il Paese "è ormai uno Stato di Polizia": lascio giudicare ai lettori
l'equilibrio di tali affermazioni.
Concludendo, ritengo che la credibilità ed il "tasso di civiltà " di uno Stato moderno si giochino proprio nel
settore della Giustizia. Lo sciopero degli avvocati dunque, anche in considerazione della sua assoluta
tardività rispetto ad una legge in gestazione da ben 5 anni, non mi pare un'iniziativa utile o tempestiva.
L'agitazione, tuttavia, può forse essere in parte letta (e in qualche modo giustificata) come un gesto
esasperato, impulsivo ed irrazionale di fronte ad una situazione di cronico abbandono, che vede il nostro
Stato pronto a profondere centinaia di miliardi per gli stadi di un mondiale, ma indisponibile ad allargare i
cordoni della borsa per investire nell'unica "riforma" seria e possibile per l'agonizzante sistema giudiziario
italiano.
Luca F. Palmieri
TRA INQUIRENTI E GIUDICANTI MANCANO
ALL'APPELLO 1317 MAGISTRATI
DISTRETTI O P V % V
Ancona 167 145 22 13%
Bari 315 258 57 18%
Bologna 415 375 40 10%
Bolzano (*) 69 41 28 41%
Brescia 241 205 36 15%
Cagliari 153 134 19 12%
Caltaniss. 124 91 33 27%
Campobasso 65 54 11 17%
Catania 333 278 55 16%
Catanzaro 291 204 87 30%
Firenze 421 378 43 10%
Genova 303 270 33 11%
L'Aquila 176 159 17 10%
Lecce 173 145 28 16%
Messina 152 122 30 20%
Milano 840 732 108 12%
Napoli 940 811 129 14%
Palermo 451 367 84 19%
Perugia 101 92 9 9%
Potenza 108 79 29 27%
Reggio C. 188 149 39 21%
Roma 898 802 96 11%
Salerno 209 178 31 15%
Sassari (*) 104 92 12 11%
Taranto (*) 103 79 24 23%
Torino 588 494 94 16%
Trento 70 60 10 14%
Trieste 166 137 29 17%
Venezia 387 353 34 9%
Cassaz. 459 412 47 10%
DNA (**) 21 18 3 14%
TOTALE 9031 7714 1317 15%
Legenda: O = Organico P = Presenti
V = Vacanti % V = Percentuale dei Vacanti
(*) Sezione Distaccata di Corte d'Appello
(**) Direzione Nazionale Antimafia
(Fonte: Sole 24 Ore / CSM - dati 01/95)
Carenze strutturali e soprattutto riduzione del diritto di difesa: queste le motivazioni
del lungo sciopero degli avvocati, contestato peraltro anche dall'interno della
stessa categoria. Le ragioni di una protesta nata dalle modifiche al processo civile
e poi estesasi al processo penale.
A garanzia dei cittadini
Per il cittadino non addetto ai lavori comprendere le ragioni dello sciopero indetto dagli avvocati non è facile.
Al centro della protesta che da settimane sta paralizzando l'attività della giustizia stanno infatti recenti
interventi legislativi e propositi di riforma che appaiono di carattere strettamente tecnico. Motivo ufficiale
della protesta: in campo civile l'introduzione del giudice di pace e le modifiche al processo; in quello penale
la custodia cautelare e la separazione delle carriere dei pubblici ministeri.
Il giudice di pace, nuova figura di magistrato non professionale competente per le cause civili di minor
valore e quelle relative ai danni da incidente stradale fino a trenta milioni, secondo le toghe proprio non va.
La requisitoria è impietosa: mancano le strutture, i locali, i cancellieri e, in non pochi uffici giudiziari, i giudici
stessi. Inoltre la natura onoraria dell'incarico, affidato per legge a persono sprovviste di specifiche
competenze in materia giuridico-processuale, accusano gli avvocati, non può giovare certo alla qualità delle
sentenze, che finiranno per essere appellate intasando così i già agonizzanti uffici del Tribunale.
Insomma, fare entrare in vigore oggi questa riforma senza idonei correttivi, come la riduzione delle
competenze e il potenziamento dei supporti organizzativi del giudice di pace, decreterebbe, secondo gli
scioperanti, non solo il fallimento del nuovo giudice ma anche la morte della giustizia civile. Ma nell'occhio
del ciclone c'è anche il nuovo regime delle preclusioni; secondo maliziosi commentatori sarebbe stata
proprio questa modifica a mandare su tutte le furie i civilisti.
Tutto e subito?
In breve, la novità consiste nell'obbligo del difensore di proporre tutte le domande o le eccezioni e di
chiedere l'amissione delle prove nel primo atto difensivo (atto di citazione o comparsa di risposta). Ciò
consentirebbe di evitare la proliferazione del numero delle udienze e la conseguente dilatazione dei tempi
della causa.
Gli avvocati, però, non ci stanno e protestano a gran voce contro un meccanismo che comprometterebbe
gravemente il diritto della difesa solennemente proclamato dall'articolo 24 della Costituzione. A sentir loro,
infatti, il legislatore, nel pur lodevole e condiviso intento di velocizzare il servizio giustizia, ha dimenticato
che, in genere, il cliente si reca dall'avvocato solo a pochi giorni di distanza dalla prima udienza (detta di
comparizione). Siccome poi, secondo la nuova disciplina, l'atto di difesa va obbligatoriamente depositato in
cancelleria con largo anticipo rispetto alla data della comparizione davanti al giudice, pena la contrazione
degli spazi di difesa, si otterrebbe il perverso risultato che il normale cittadino perderebbe la causa prima
ancora di averla iniziata.
E mentre il fronte delle polemiche su questi temi non accenna a diminuire, sul piede di guerra sono scesi
anche i penalisti. Pietra dello scandalo, in questo caso, è lo strapotere dei pubblici ministeri, accusati di
essere corrivi ad una concezione eccessivamente giustizialista del loro ruolo e di indulgere senza remore al
protagonismo televisivo.
Rimedio suggerito: separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica, vista come primo passo verso la
subordinazione dei pubblici ministeri all'esecutivo, e modifica di alcuni strumenti processuali branditi dai
magistrati, questo è il capo di imputazione, come autentici strumenti di tortura. Tra questi nel mirino dei
difensori sono finiti l'articolo 371 bis del codice penale, che permette l'arresto immediato del teste reticente
o che afferma il falso, e l'istituto della custodia cautelare in carcere. Del primo, considerato un'inaccettabile
arma di ricatto, si chiede la soppressione; del secondo si invoca un drastico ridimensionamento dopo una
stagione processuale che, sono ancora parole degli avvocati, ha visto dispensarlo con troppa disinvoltura.
Oltre le rivendicazioni
L'argomento, come si può ben comprendere, è di quelli delicati. L'impatto anche politico di questo sciopero
ha infatti una dirompente ricaduta nello scontro istituzionale che oggi è in atto tra magistratura e una parte
del ceto politico e del mondo dell'impresa e delle professioni refrattaria ad accettare un serio controllo della
legalità in questo paese. Ed è per questo che gli avvocati sono stati accusati, soprattutto dai magistrati, di
coltivare irresponsabili egoismi corporativi e di portare acqua, al di là delle intenzioni, al mulino di coloro che
si oppongono al ripristino di un minimo di senso civico.
Tuttavia, il monito del Capo dello Stato, che ha richiamato in più occasioni il valore di un processo efficiente
ma anche la sacralità delle garanzie del cittadino di fronte alla macchina punitiva dello Stato, sta lì a
ricordarci che una democrazia vive anche e sopratutto di garantismo e che i diritti di libertà non possono
essere considerati alla stregua di un fastidioso orpello che può essere gettato via in nome di una più alta
giustizia sostanziale.
Si deve quindi auspicare che, sotterrata l'ascia degli oltranzismi, il disagio e le rivendicazioni degli avvocati
divengano oggetto di ampia discussione in Parlamento, nelle università , in sedi di confronto tra tutti gli
operatori del diritto, restituendo così al Paese quel senso dell'interesse collettivo che da molti anni sembra
sparito.
Alberto Lolli
IL TORTUOSO CAMMINO DELLA RIFORMA DEL PROCESSO CIVILE
"Poche, semplici e chiare" dovrebbero essere le leggi secondo il diritto romano, di cui l'Italia, "culla del diritto",
aspira ad essere erede. La kafkiana vicenda della riforma del codice di procedura civile dimostra invece
come spesso una splendida eredità possa essere sperperata e svenduta.
- La legge 26.11.1990 n.353 reca il titolo "provvedimenti urgenti (sic!) per il processo civile". Il nuovo rito
sarebbe dovuto entrare in vigore il 1° gennaio 1992 (art.90), per snellire ed accelerare un processo costretto
a tempi incompatibili con qualsiasi civiltà giuridica avanzata.
- La legge 21.11.1991 n.374, che prevede l'istituzione del Giudice di pace, reca modifiche alla L. 353/90 e ne
differisce l'entrata in vigore al 1.1.1993 (art.50).
- La legge 2.12.1991 n.399 modifica alcune delle norme delle "disposizioni di attuazione" del codice di
procedura civile, nella prospettiva di una semplificazione del lavoro di registrazione degli uffici giudiziari,
nell'imminenza dell'entrata in vigore della riforma.
- A pochi giorni dall'avvio delle riforme il legislatore si "accorge" che nulla è stato predisposto per il loro
funzionamento concreto, deve peraltro fare i conti con la propria "credibilità " e, per evitare un ulteriore rinvio
sic et simpliciter, emana la legge 4.12.1992 n.477. Con essa differisce per tutte le cause in corso l'entrata in
vigore della riforma al 2 e 3.1.1994, mentre per le cause instaurate dopo l'1.1.1993 prevede l'avvio di uno
sparuto numero di norme ad esse sole applicabili.
- Il tempo passa e la scadenza del gennaio 1994 si fa prossima. Di nuovo il legislatore deve prendere atto di
essere impreparato di fronte a sé stesso e, ancora, di non aver predisposto nessuna struttura. Con il
Decreto Legge 7.10.1994 n.571, convertito con legge 6.12.1994 n.673, si stabiliscono alcune ulteriori
modifiche ed entrambe le leggi (riforma del c.p.c. e Giudice di Pace) slittano ulteriormente al 30.4.1995 ed al
1.5.1995.
- Nel riproporsi di un clima di assoluta incertezza e di insistenti "voci" che danno per certo un ennesimo rinvio,
viene emanato il decreto legge 21.4.1995 n.21 che conferma invece l'entrata in vigore delle riforme alla
primavera 1995, ma dispone che le stesse si applicheranno ai soli giudizi instaurati dopo il 30.4.1995, con
conseguente permanere del vecchio rito per le cause ancora pendenti al 1.5.1995.
- L'affastellamento di norme diverse fa sì che siano contemporaneamente in vigore ben 3 riti differenti, con
diverse regole processuali, da applicare alle varie controversie a seconda dell'epoca di istaurazione della
causa: se dopo il 30.4.1995, se prima del 30.4.1995 ma dopo il 1.1.1993, se invece prima dell'1.1.1993.
- Gli avvocati italiani proclamano il più lungo sciopero della storia repubblicana, lamentando il mancato
ulteriore rinvio delle leggi di riforma che ritengono, così come impostate, votate ad un sicuro fallimento. Tutti
i Tribunali italiani si fermano per due mesi.
Il potere-dovere dei cittadini di far osservare le leggi è un pilastro della
democrazia, eppure in Italia prevale ancora la cultura dell'omertà. Occorre
recuperare l'idea della giustizia penale come servizio pubblico a tutela dei cittadini,
e incoraggiare il controllo pubblico diffuso di legalità. Ma la proposta Di Pietro -
che andava in questo senso - è stata sepolta dalle polemiche.
Il coraggio della responsabilità
La Costituzione riconosce tra i propri valori fondamentali il principio di responsabilità : un principio che però
diventa effettivo solo in quanto vengano applicate le regole dello stato di diritto, quelle cioè dirette a
ripristinare la legalità quando essa venga violata. Nella realtà però questi meccanismi di ripristino della
legalità funzionano male ed in modo discontinuo, generalmente sull'onda di spinte emotive. Non si attivano
in via normale, a favore di coloro che non sono in grado (o non vogliono) trasformare il perseguimento di
obiettivi di giustizia in una battaglia. E poiché non si possono fare di continuo battaglie, nel nostro paese
accade che molti diritti, anche fondamentali, non vengano tutelati ed il principio di responsabilità sia in
buona parte trascurato.
La dimostrazione viene da Tangentopoli, un sistema di corruzione vastissimo di cui molti erano a
conoscenza. Non dubito che una parte consistente di coloro che ne erano a conoscenza fossero anche
animati da una gran voglia di denunziare le illegalità di cui erano testimoni involontari, o talvolta complici
necessitati dal fatto di lavorare dentro certe strutture. Non l'hanno fatto.
Questo silenzio, questa connivenza costituisce il segno che nel nostro paese, nonostante Tangentopoli,
domina ancora la cultura dell'omertà. È questo il nemico da battere, soprattutto sul piano culturale, per
restituire alla denuncia della illegalità il significato di valore fondamentale di una collettività civile.
Deserto intorno a Di Pietro
Non a caso l'allora sostituto Di Pietro aveva ricordato all'Università Statale di Milano che sconfiggere un
sistema di illegalità così diffuso significa restituire alla democrazia la sua agibilità , e che c'è un rapporto
diretto tra la difesa della legalità ed i valori della Costituzione. La quale infatti all'art. 2 collega le garanzie
dei diritti all'adempimento dei doveri di solidarietà , all'art. 54 impone a tutti i cittadini il dovere di rispettare
le leggi, ed ai pubblici funzionari di adempierle con disciplina ed onore, mentre l'art. 97 afferma che deve
essere assicurata l'imparzialità della Pubblica Amministrazione e la responsabilità dei funzionari; l'art. 112
infine ribadisce con forza l'obbligatorietà dell'azione penale.
Questi principi sono affermati anche dalla Convenzione Europea di Strasburgo, che riconosce in forma più
esplicita (art. 10) il potere-dovere per ogni cittadino di far osservare le leggi e di dare in questo senso
comunicazioni ed informazioni alle autorità pubbliche.
Il ricorso a questo potere-dovere costituisce la sostanza del controllo pubblico diffuso, che è una condizione
fondamentale di esistenza di una democrazia, perché garantisce la possibilità di riequilibrio di una società ,
di verifica dei poteri e di ricambio della classe politica.
In Italia invece si sono creati tutta una serie di luoghi comuni tali da scoraggiare il dovere civile della
denunzia, anche di fronte a illegalità che danneggiano tutta la comunità ; coloro che sentono questo dovere
come una responsabilità vengono additati con disprezzo come delatori. All'opposto, sulla reticenza e
sull'atteggiamento di farsi i fatti propri si è creato un alone di virtù.
Un notissimo avvocato milanese, commentando la proposta di modifica delle norme sulla corruzione fatta
da Di Pietro (che, prevedendo la non punibilità per chi avesse spontaneamente denunciato l'accordo
corruttivo, mirava proprio a spezzare il vincolo omertoso tra corrotto e corruttore), aveva affermato che
"l'omertà riguarda solo le associazioni a delinquere, e parlarne rispetto al mondo imprenditoriale è
un'offesa" (La Repubblica). Un noto docente bolognese aveva dichiarato che "quando lo -Stato richiede la
collaborazione dei cittadini e basa su di essa la giustizia, ammette la sua impotenza" (Unità ).
Sono affermazioni allarmanti, perché in realtà la giustizia non può che essere il risultato dell'impegno civile
dei cittadini a vedere rispettata la legalità , e trova nei magistrati solo gli strumenti per realizzare questo
obiettivo. L'alternativa a questo è uno stato di polizia, è un agente dietro ciascuna porta: ma i primi custodi
di un sistema civile di rapporti interpersonali devono essere gli stessi cittadini, che si sentono responsabili
ed avvertono in questa responsabilità uno dei pilastri della democrazia.
La proposta dei giudici milanesi voleva riaffermare con maggior forza i principi costituzionali senza
stravolgere alcuna regola del diritto. Non si consentiva al corrotto o al corruttore già incriminati di andare
assolti, ma ad essi si dava la possibilità (solo nel caso in cui il reato non fosse già stato conosciuto dagli
inquirenti) di un ripensamento nel termine di 3 mesi, introducendo così un conflitto di interessi tra loro. In
questo modo la parte più forte non poteva più essere certa del silenzio dell'altra, e ciò avrebbe reso insicuri
gli accordi corruttivi, con una forte valenza dissuasiva.
Oggi, dopo le dimissioni di Di Pietro e le vicende che ne sono seguite, e dopo che si è visto come il
fenomeno della corruzione sia sopravvissuto ed in certi casi peggiorato, è agevole capire come le polemiche
che seguirono quella proposta fossero strumentali, e mirassero a difendere un sistema politico-economico
che, evidentemente, considera ancora la corruzione uno strumento per battere la concorrenza. Ma anche il
mondo imprenditoriale si rende conto dei rischi cui va incontro l'economia e l'impresa di un paese in cui
prevale l'illegalità.
Cultura mafiosa
La realtà è che la cultura mafiosa in questo paese costituisce un pericolo maggiore della stessa struttura
mafiosa. Per contrastarla occorre garantire da ritorsioni il cittadino che intende rivolgere alla pubblica
autorità segnalazioni di fatti sintomatici di disfunzioni negli organi pubblici. È indecente che fino ad oggi
l'unica forma di denuncia di fatto praticabile sia quella anonima: ben più civile è che i cittadini sentano la
responsabilità di esporsi per tutelare un bene fondamentale come quello della legalità. Non si può poi
pretendere che un cittadino si rivolga all'autorità giudiziaria solo quando abbia la certezza dell'esistenza di
un reato: l'accertamento dei fatti non compete a lui, ma alle autorità (polizia e pubblico ministero) che hanno
poteri d'indagine.
L'urgenza di ristabilire un controllo pubblico diffuso è tanto più forte quanto più diminuisce la possibilità di
controllo delle minoranze all'interno degli organi elettivi, dove le questioni vengono spesso risolte a colpi di
maggioranze. L'attuale immiserimento della giustizia penale, dovuto alla divaricazione tra la quantità dei
reati ed il ridotto numero di casi in cui questi vengono perseguiti, non è soltanto una conseguenza delle
ridotte capacità operative degli organi inquirenti, ma anche della riduzione degli spazi di collaborazione tra
istituzioni e cittadini.
Il controllo pubblico diffuso potrebbe infine assicurare la trasparenza all'esercizio dell'azione penale, troppo
spesso lasciata all'arbitrio e senza controlli sul corretto uso dei poteri discrezionali. La giustizia penale
tornerebbe così ad essere riconosciuta come un vero e proprio servizio pubblico, a tutela della libertà e della
sicurezza di tutti.
Claudio Nunziata
All'inizio
PAG. 11 - le riforme incompiute
Comportamenti strani e sintomi ambigui generano i primi sospetti. Poi il
manifestarsi della malattia mentale precipita la famiglia del malato in un baratro di
solitudine ed impotenza. Anche a causa di una legislazione irresponsabile, che ha
chiuso (giustamente) i manicomi, ma si è "dimenticata" di predisporre alternative.
L'esperienza dell'ARAP.
Nel buco nero della follia
Accade un giorno che una normale famiglia si trova proiettata nell'incubo senza fine della malattia mentale.
L'esperienza tocca il 3% della popolazione mondiale, e si tratta in gran parte di malattie gravi, psicosi e
schizofrenie che trasformano la vita del malato in modo profondo. L'esperienza del malato non è traducibile
verbalmente: pur nella grandissima differenziazione da caso a caso, le caratteristiche più diffuse sono le
alterazioni profonde della personalità , l'intermittenza della lucidità , la rottura col mondo reale,
l'appiattimento affettivo, che scioglie ogni rapporto esistente, gli impulsi oscuri e ineluttabili ed infine la
ingestibilità comportamentale.
Il malato mentale non ha coscienza di tutto ciò che gli accade e il passaggio periodico da una fase di
consapevolezza a una fase di mancanza di essa non è da lui avvertito minimamente. Scoordinamento del
pensiero e intemperanze comportamentali sono tali da creare enormi difficoltà di comprensione e di
convivenza: di fronte a ciò la famiglia prova un totale smarrimento e sentimenti di angoscia. La
sintomatologia di solito è ambigua, i medici sono cauti nella diagnosi: la famiglia stessa, impreparata, tende
a rimuovere il sospetto della malattia. Inoltre il malato non solo non si rende conto del suo stato, ma oppone
una ferrea resistenza a visite e cure. Solo molto più tardi il familiare scoprirà la dinamica delle cause e dei
fattori scatenanti, con i limiti della scienza riguardo alla diagnosi, ma sarà titubante ad ammettere la
cronicità e la pericolosità del male.
Solitudine e sacrifici
Il familiare raddoppia le cure con sacrifici personali, ma i disturbi del malato alterano i rapporti fino ad
interrompere la comunicazione. In questo momento occorrerebbe l'intervento di uno specialista capace di
comprendere la dinamica che va istaurandosi tra malato e familiari: costoro spesso, non sapendo che fare,
accondiscendono alle astruse richieste del malato, sperando che tutto passi. Troppo spesso la famiglia
assume il ruolo improprio di psichiatra o di infermiere.
Se si verifica un fatto eclatante, che provoca un ricovero o una visita, il caso può pervenire sotto il controllo
medico, ma se la situazione ristagna la famiglia si chiude in sé stessa, ricreando un microcosmo di tipo
manicomiale: il mondo non comprende, ma giudica ed emargina. All'interno della famiglia delusione,
frustrazione e senso di fallimento si alternano ai sensi di colpa.
L'emarginazione della famiglia è aggravata dal fatto che nel momento di maggior bisogno la ricerca di un
aiuto è spesso sterile: il medico di base delega alle strutture psichiatriche che a loro volta invocano la
presenza del malato consenziente. Il cerchio si chiude e per il malato si sovrappongono due emarginazioni:
l'isolamento nel suo delirio e il rifiuto del mondo. La famiglia poi, nel contorto percorso attraverso le
strutture, sarà più volte colpevolizzata da una corrente ideologica che fa risiedere nei rapporti interpersonali
interno al nucleo familiare le cause della devianza.
La malattia produce sempre emarginazione e le classi emarginate creano a loro volta devianza e malattia.
Ma le organizzazioni sociali e sanitarie influenzano la concezione di malattia e la sua immagine sociale, che,
nel caso della malattia psichiatrica, non è delle più felici: assimilata alle forme più ostili e difficili (droga,
AIDS), le supera per dispregio corale anche se mai dichiarato poiché l'immaginario collettivo è gravato da
tabù ancestrali e da sentimenti di paura.
Nel corso della loro vicenda personale, molti appartenenti all'ARAP hanno verificato e accettato
l'importanza, nell'insorgenza e nell'evolversi della malattia, della storia personale, della predisposizione e
dei fattori sociali. Non accettano tuttavia che questa sia la regola proprio perché una situazione sociale
assai favorevole ha dato vita al disastro psichiatrico. Come può una psichiatria fondata sull'emergenza - il
Trattamento Sanitario Obbligatorio della durata di sette giorni in cui il malato viene neutralizzato con
psicofarmaci e antidepressivi dopo averne ricercato ossessivamente il consenso - avere la pretesa di
conciliarsi con una complessa diversificazione delle patologie, con la delicatezza dell'approccio e della
diagnosi, con la necessità di una progettualità e finalizzazione degli interventi al massimo recupero e
reinserimento sociale possibili?
Tra scienza e ideologia
Referendum e legge 180 hanno voluto eliminare gli ospedali psichiatrici come i sanatori tubercolari, con la
differenza che nel primo caso mancano scoperte scientifiche che giustifichino la misura. La psichiatria
insegue l'ideologia e non la scienza, ritenendo più importante non il malato, ma la difesa a oltranza di una
concezione di libertà e autodeterminazione, in contrasto con la natura stessa della malattia mentale.
Rimane sempre presente la paura di incorrere, dal punto di vista giuridico, nel reato di sequestro di persona.
L'estrema necessità di diversificare le strutture per far fronte a molteplici bisogni fanno apparire statico e
burocratico, oltre che inefficiente, il sistema attuale. La penuria di personale specializzato e motivato è
evidente per chiunque abbia consuetudine con i servizi: la legge deresponsabilizza gli operatori, riducendoli
spesso ad aridi dispensatori di tranquillanti, facendo sì che restino frustrati anche i più capaci e volonterosi.
Il famoso "concetto liberatorio" della 180, vissuto con grande intensità da chi era direttamente coinvolto,
dopo 15 anni si è risolto con un nulla di fatto per quanto riguarda l'assistenza concreta, nonostante il lavoro
costante delle Associazioni e le non poche voci levatesi a difesa dei sofferenti. Le numerose proposte di
legge presentate -più o meno buone- giacciono in Parlamento, mentre i fondi per la psichiatria vengono
continuamente tagliati o restano inutilizzati.
L'Arap è un'associazione "non profit" perché vuole rimanere una voce libera di dire la propria verità. Ma
anche il suo soggetto, il malato, è assolutamente "non profit" per i politici: meglio dunque relegarlo il più
lontano possibile, nel segreto della famiglia.
Rossana Franceschini
Cos'è l'A.R.A.P.
L'Associazione per la Riforma dell'Assistenza Psichiatrica è stata fondata da familiari e amici di malati di
mente nel 1981 ed è presente in 68 città italiane, tra cui Bologna (V. Zanardi 14, 40131 - tel. 051/523794).
Sua finalità è migliorare le concrete possibilità di cura ed assistenza a malati psichici e dare appoggio ed
aiuto ai familiari.
In questi anni di attività l'ARAP si è proposta di promuovere modifiche alla normativa vigente e l'istituzione
di strutture ospedaliere concretamente realizzabili che tengano conto della lunghezza della cura del malato
psichiatrico, della sua ostilità alla cura e del fatto che la malattia mentale non prevede tanto la degenza,
quanto l'osservazione diretta e costante del terapeuta.
[L'A.R.A.P fa parte del recente Coordinamento Nazionale delle Associazioni di Familiari e della Federazione
Europea dei Malati di Mente].
All'inizio
PAG. 12-13 - quale tutela per l'ambiente
È stata varata in aprile la legge istitutiva dell Agenzia Regionale per la
Prevenzione e l'Ambiente (ARPA). Dovrà esercitare il controllo e il governo
dell'ambiente integrandosi con le aziende USL, da cui eredita, non senza difficoltà ,
personale e strutture.
Per chi suona l'ARPA?
Ha un nome dolce e fluido, fa subito pensare a certe musiche rilassanti, a un rapporto armonioso con se
stessi e con l'ambiente che ci circonda... E un qualche legame, neppure alla lontana, con queste sensazioni
"ecologiche" c'è: la neonata Agenzia regionale per la prevenzione e l'ambiente (in sigla, ARPA) si propone
appunto di diventare il principale strumento per il controllo e il governo dell'ambiente nella regione Emilia-
Romagna.
Per spiegare perché è nata l'ARPA, bisogna risalire indietro al 18 aprile 1993 e ai relativi referendum. Tutti
ricordano in quell'occasione la storica vittoria del "sì" alla modifica della legge elettorale in senso
maggioritario, ma pochi rammentano che, tra gli altri quesiti referendari, ve n'era uno che riguardava la
sottrazione alle USL delle competenze in materia ambientale. Poiché l'indirizzo complessivo di quella
tornata referendaria aveva una forte impronta "antipartiti", e poiché le USL erano facili da identificare agli
altri simboli dell'invadenza dei partiti (la proporzionale, i ministeri...), anche in questo referendum, promosso
dagli "Amici della terra", i "sì" vinsero a man bassa (82,2% di voti favorevoli). Il governo Ciampi, tra l'agosto
1993 e il gennaio 1994, tradusse il risultato del referendum nella legge n. 61 del 21.1.1994, che istituiva
un'Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente (ANPA) e soprattutto affidava a ogni regione il compito
di istituire una propria Agenzia regionale. Una legge debole, che lasciava molti dubbi sul rapporto tra
agenzie regionali e agenzia nazionale e tra regioni, agenzie e province, ma che certamente orientava le
competenze ambientali nel senso della regionalizzazione e del decentramento.
Nata dal referendum
La regione Emilia-Romagna è stata tra le poche ad adempiere, prima della scadenza dei consigli regionali,
a tale compito. Va detto che qui le USL non avevano demeritato, nel campo della prevenzione e
dell'ambiente. Articolando il proprio intervento in Servizi di igiene pubblica (SIP), Medicina preventiva e
Igiene del lavoro, Servizi veterinari e Presidi multizonali di prevenzione (PMP), si erano meritate un certo
credito, comunque sufficiente (ad esempio) a far dare ai Verdi regionali, ai tempi del citato referendum,
un'indicazione di voto contraria al "sì" promosso a livello nazionale, nel timore, rivelatosi poi fondato, che il
vuoto legislativo conseguente alla vittoria dei sì si sarebbe tradotto in uno stallo nell'attività di tutela
dell'ambiente, con conseguente deperimento delle strutture e demotivazione del personale.
La Legge regionale 19 aprile 1995, n. 44, istitutiva dell'ARPA, è per molti aspetti conseguente a queste
premesse. Dal punto di vista delle strutture e del personale, all'ARPA passano, quasi in blocco, gli attuali
PMP, più una parte non rilevante (si può stimare al 10%) degli ex-SIP, più altre strutture e personale
provenienti sia da enti regionali (come il Servizio meteorologico) le cui competenze ora rientrano nell'ARPA,
sia dalle province e da altri enti locali. Il totale degli addetti ammonterà a un migliaio, di cui quasi un terzo
ad alta specializzazione professionale (in prevalenza chimici, biologi e fisici, impegnati sia nell'attività
routinaria, sia nella ricerca); il patrimonio di attrezzature e strumenti è stimato in 150 miliardi, mentre il
bilancio d'esercizio (finanziato al 60% dal Fondo sanitario regionale) è contenuto, per non dire ristretto,
intorno ai 100 miliardi.
L'eredità delle USL
Quanto alle competenze, l'ARPA eredita dalle USL quelle strettamente relative a: prevenzione e controllo
ambientale (acque, aria, suolo, rifiuti); radioattività ambientale; grandi rischi industriali; inquinamento
acustico negli ambienti di vita. Ad esempio, sarà all'ARPA che il Comune chiederà se deve fermare il traffico
per lo smog. Rientra inoltre sotto il suo controllo l'intera rete laboratoristica per la tutela dell'ambiente e per
l'esercizio delle funzioni di sanità pubblica. Rimangono invece alle USL, e segnatamente ai Dipartimenti di
prevenzione costituitisi nel seno delle nuove Aziende USL, le competenze che riguardano l'igiene e la sanità
pubblica (malattie infettive e diffusive, igiene edilizia, medicina legale, igiene delle strutture ad uso
collettivo); l'igiene degli alimenti, della nutrizione e delle acque per il consumo umano (= potabili); la sanità
animale; la tutela della salute dei lavoratori, compreso l'inquinamento acustico negli ambienti di lavoro.
Sempre ad esempio, il "pesce al mercurio" è un problema del Dipartimento di prevenzione.
Ma la ripartizione non sarà rigida. Anzi, fin dall'inizio e poi in quasi tutti gli articoli, la legge sottolinea
continuamente l'obiettivo della massima integrazione programmatica e tecnico-operativa tra la Regione, le
strutture dell'ARPA, le province e il Servizio sanitario, in particolare attraverso i già ricordati Dipartimenti di
prevenzione, i quali del resto sono tenuti ad avvalersi dell'ARPA per attività di consulenza e come supporto
tecnico-scientifico e analitico (tornando al pesce al mercurio, è sotto la responsabilità del Dipartimento, ma
le analisi le fa comunque l'ARPA). In specie, si legge in una scheda diffusa dalla Regione, "le funzioni di
prevenzione vengono riorganizzate a livello provinciale in due strutture distinte, l'ARPA-sezione provinciale
(la gestione amministrativa sarà infatti centralizzata, ma la gestione operativa apparterrà alle sezioni
provinciali; ndr) e il Dipartimento di prevenzione, caratterizzate in modo prevalente rispettivamente sul
versante ambientale e su quello sanitario. Le due strutture, autonome ma non separate funzionalmente,
anzi, integrate dal punto di vista programmatico ed operativo, operano secondo uno schema di ripartizione
delle rispettive competenze che individua responsabilità primarie (ma di norma non esclusive) in capo a
ciascuna di esse, con l'obbligo di collaborare e di rapportarsi direttamente per le materie di comune
interesse..." (il testo riassume in pratica l'art. 17 della legge).
Mediazioni e tutele
In sostanza, fermo restando il potere d'indirizzo della Regione, appare chiaro che questa legge è frutto di
una complessa mediazione, di cui gli assessorati regionali all'ambiente e alla sanità sono stati i soggetti,
mentre i PMP hanno dato il loro contributo tecnico. Vi era, evidentemente, chi riteneva che si dovesse quasi
prescindere dal risultato referendario, operando interventi poco più che formali, convinto che "la tutela
dell'ambiente costituisce un valore se e in quanto essa è in funzione della salute della collettività e degli
individui, cioè del loro stato di benessere psicofisico" (così, in un foglio informativo, si presenta il
Dipartimento di prevenzione di una Azienda USL della regione). E vi era chi invece riteneva di cogliere
l'occasione di quel referendum per emancipare le questioni ambientali da una sorta di "tutela" da parte del
settore sanitario. Una tutela non esente da rischi, come quello di risultare, in caso di tagli alle spese e al
personale della sanità , il primo settore penalizzato (e non sarà un caso che le USL della regione, dal
referendum in poi, non abbiano praticamente più assunto personale nei settori destinati a passare
all'ARPA...).
Occorrerà verificare il nuovo organismo sul terreno operativo (per ora non è neppure stato nominato il
direttore generale) per capire se esso garantisce comunque l'autonomia della cura dell'ambiente rispetto a
quella del settore sanitario, o se nei vari meccanismi di integrazione il suono della "piccola" ARPA finirà
coperto dalle grancasse delle "grandi" Aziende USL. In quest'ultimo caso, si dovrà ammettere che anche
quel referendum, come purtroppo molti altri, è stato "disperso nell'ambiente dopo l'uso". Imperdonabile...
Guido Mocellin
All'inizio
Tra degrado ambientale e disastri annunciati, vale la pena interrogarsi sul ruolo
della Protezione Civile.
Proteggere o soccorrere?
La cronaca porta ciclicamente alla ribalta il problema della protezione civile in Italia. Purtroppo i rari dibattiti
sull'argomento si accendono sempre e solo in presenza di cadaveri, a posteriori del disastro. Ogni volta il
palesarsi della disastrosa situazione di dissesto idrogeologico e ambientale del paese passa in secondo
piano di fronte all'imperativo di affrontare l'emergenza.
Poi, giacché i brutti ricordi vanno rimossi, con loro si rimuove il problema della protezione civile. In questo
modo le decine di disastri nazionali, propagandati allo spasimo dalla televisione, sempre abile nel
raccontare la retorica dell'eroico spalatore e del cane che salva i bambini, hanno fissato nelle menti degli
italiani un unico inossidabile concetto: protezione civile significa soccorso nell'emergenza.
E anche i balletti, a volte drammatici, sulle responsabilità sono parte della medesima logica: trovare un
capro che espii la colpa insinua l'idea , in fondo tranquillizzante, che si è trattato di un errore umano,
distraendo tutti noi dal vero problema.
Non solo emergenza
E il vero problema è quello della prevenzione. Non si può certo aspettare che la nostra "classe dirigente"
percorra questa strada se i cittadini non cominciano a sentirla come propria, a elaborare proposte per la
sperimentazione e la messa in atto, ad avvertirne la necessità di base.
In Emilia Romagna vi è ormai una significativa presenza di associazioni del settore, riunite nella Consulta
Regionale della Protezione Civile. Questa è una bellissima realtà ma la stragrande maggioranza di queste
associazioni ha competenze e intenti di "soccorso". Ciò significa che anche i cittadini più sensibili al
problema, coloro che vi impegnano tempo e sforzi, restano legati a questa logica, che del resto è la più
naturale.
Ma allora, che fare? Cosa significa infine protezione civile? Una esauriente risposta a queste domande
esorbita dallo spazio del giornale, dai miei intenti e, soprattutto dalle mie competenze. Tuttavia vorrei
accennare, per sommi capi, a due esperienze di cui sono a conoscenza e che possono ottimamente fungere
da esempio per illustrare i modi, anche umili e minuti, per agire e sperimentare in una diversa e, a mio
avviso, più fruttuosa prospettiva.
1) Una decina di anni fa un gruppo di obiettori di coscienza del Gavci progettò il piano di evacuazione per
una scuola elementare della Lombardia, quindi organizzò e condusse, di concerto con gli organi scolastici,
una esercitazione che attuava il progetto. Tutte le scuole dovrebbero avere un piano di evacuazione e
dovrebbero provvedere all'esercitazione annuale. Ciò sarebbe di fondamentale utilità in caso di emergenza:
avere già pensato all'evacuazione, di fatto averla già vissuta, esservi educati, diminuisce il panico e i rischi
collegati. Sull'utilità di simili iniziative sono utili testimoni i Vigili del Fuoco che intervenirono nei soccorsi
durante il disastro del Salvemini.
Le esperienze di prevenzione
2) Nel periodo a cavallo fra il 1992 e il 1993 un altro OdC del Gavci impiegò parte del suo servizio in un
progetto che impegnava anche un obiettore del Comune di Monterenzio, pensato e realizzato con la
collaborazione del Comune stesso. Si trattava del campionamento degli spostamenti di una frana presente
nel territorio di quel comune. Tale lavoro era collegato con una serie di incontri nelle scuole comunali nei
quali si tentava di trasmettere elementi di "cultura della prevenzione" agganciandoli a problemi reali del
territorio, che coinvolgevano direttamente i ragazzi.
Questo di Monterenzio fu solo un piccolo ma significativo esperimento. Il lavoro che potrebbe essere fatto
in questo senso, sia dal punto di vista culturale che operativo, è certamente molto, stanti anche le condizioni
di pericolo in cui versa il nostro Appennino (vedi i recenti fatti di Gaggio Montano e S. Benedetto Val di
Sambro). Inoltre molti sono i comuni del comprensorio Bolognese nei quali sono in servizio Obiettori di
coscienza, magari relegati a fare fotocopie per questo o quell'assessore. Perché non seguire esempi come
questo, operando in modo socialmente utile e offrendo agli OdC una importante occasione di formazione?
Spero che le storie che ho raccontato siano state utili ad esemplificare come si può, nel piccolo, cominciare
a "operare prevenzione". Il soccorso è una cosa fondamentale, è ovvio per chiunque. La protezione civile, è
anch'essa fondamentale, ma molto meno ovvia, se pensata in termini più consoni al suo nome. Protezione
Civile significa operare per prevenire e minimizzare il danno, qualunque danno, non solo quelli che
accadono in un solo botto clamoroso, ma anche quelli, non meno gravi, che accumulano silenziosi i loro
effetti nelle decine o centinaia di anni, come l'inquinamento delle acque o dell'aria. La strada da fare in
questo senso è lunga ed è necessario che ciascuno di noi, nel percorrerla, incominci da se stesso.
Avremmo già dovuto cominciare da un pezzo.
Michele Bellazzini
All'inizio
PAG. 14-15 - politica e società civile
Nel nostro Paese esiste una forte domanda di democrazia e ricambio del
personale politico, cui è necessario che i nuovi leader rispondano con coraggio e
coerenza, a partire dalla scelta dei candidati alle prossime politiche. Ospitando
questo contributo, che rivolge a Romano Prodi alcune proposte concrete,
auspichiamo che si possa aprire un vivace dibattito sull'argomento.
Coerenza sotto l'Ulivo
La scelta dell'Ulivo come unico simbolo all'uninominale per rappresentare il polo democratico non è
un'astuta concessione all'egemonia del PDS, ma nasce dalla consapevolezza che si può vincere solamente
facendo "una cosa nuova", che sia capace di raccogliere consensi ben al di là dei singoli partiti che la
sostengono. Nella società italiana c'è una domanda di democrazia, di efficienza e di rinnovamento nel
governo del paese, che ha resistito anche nei momenti più drammatici della crisi del governo Berlusconi ed
è all'origine del successo della candidatura Prodi.
Questa domanda, alle ultime elezioni amministrative, non sempre è stata capita dai partiti del centrosinistra
e talvolta è stata addirittura umiliata. Abbiamo assistito alla candidatura singolare di Masi in Lombardia: è
stato detto che bisogna ingoiare rospi, ma forse si è andati al di là dei rospi. Si è di nuovo sperimentato il
peso degli apparati. Il PDS, là dov'è tradizionalmente forte, con le primarie ha risolto i suoi problemi interni
e ha mostrato una linea di conservazione dell'esistente molto pericolosa e rischiosa per il futuro. Il premio
di maggioranza nelle elezioni regionali spesso è stato usato per sigillare accordi tra partiti e partitini secondo
la migliore logica spartitoria.
Certo ora occorre saper guardare ad un appuntamento, nel quale il congegno sarà diverso, dove non sarà
più possibile gestire posizioni di rendita, offrire rimborsi e mance, fare ennesimi tavoli di lottizzazioni dei
candidati. Se avvenisse questo, la sconfitta sarebbe sicura.
Il punto di forza maggiore di Prodi è nella sua coerenza, nel fare esattamente ciò che dice, senza promettere
ciò che poi non si è in grado di realizzare, e senza quella doppiezza, che ha realizzato il tavolo dei
progressisti, per cui si parlava di rinnovamento della politica e al tempo stesso si spartivano le candidature
secondo il collaudato metodo Cencelli.
Il criterio della coerenza è assolutamente esigente e non ammette sconti, pena lo sfiguramento e la sicura
sconfitta della candidatura Prodi. Ciò che si vuole costruire con l'Ulivo non è un cartello elettorale, né un
nuovo tavolo più o meno allargato, è una operazione di grande respiro, che ha il sostegno dei partiti di
centrosinistra, ma vuole andare ben oltre e ridare dignità alla politica di questo paese.
La novità del simbolo all'uninominale, se non vuole essere una pura operazione di vernice, esige una
radicale novità nelle candidature, non solo in ordine ai candidati, ma anche al metodo, che deve presiedere
alla loro scelta.
Questi i punti di una possibile proposta operativa che da un lato richiede un passo indietro da parte dei
partiti, dall'altro valorizza la scelta dell'unico simbolo all'uninominale.
Camera dei Deputati
1) I candidati dell'ulivo all'uninominale sono indicati da Prodi, con l'ausilio di un comitato di garanti, non
candidati né candidabili, sulla base di proposte che provengano da organizzazioni, associazioni, movimenti
o gruppi di cittadini, che operano nella società civile.
I candidati non devono avere, nei partiti che sostengono l'alleanza, responsabilità politiche direttive a livello
nazionale, regionale e provinciale, ma essere figure di assoluto e indiscusso prestigio nel territorio, frutto di
competenza, di professionalità , di grandi qualità morali e civili, da tutti riconosciute.
2) I partiti della coalizione non intervengono in alcun modo nella scelta dei candidati, anche se possono fare
proposte e dare suggerimenti.
3) I partiti presentano i loro candidati nelle liste per il recupero proporzionale. È auspicabile che ci siano
alleanze che permettano risultati migliori ed evitino la dispersione dei voti.
4) C'è infine l'ipotesi di un "nucleo duro", politicamente molto rappresentativo e numericamente assai
limitato, da mettere vicino al candidato presidente, per dare maggiore visibilità all'alleanza. Nel sistema
uninominale questo non produce molti consensi (cfr. la vicenda Segni in Sardegna il 27 marzo) e lascia il
segno ambiguo di un direttorio e di un candidato presidente sotto tutela. Sarebbe peraltro difficilissimo
evitare un distillato di antichi tavoli, con gli inevitabili e mediocri dosaggi.
Senato
1) Non essendoci il recupero proporzionale, la situazione è più complessa e richiede qualche
aggiustamento.
2) Per il 75% dei candidati si seguono i criteri già indicati per l'uninominale alla Camera.
3) I collegi delle cento città devono appartenere ai candidati dell'Ulivo.
4) Il 25% dei candidati al Senato di ogni regione sono scelti dai partiti dell'alleanza, sulla base della
proporzione dei voti presi alle recenti amministrative. Rimanendo fermo il punto 3, la scelta dei collegi va
sorteggiata, per evitare le posizioni di rendita da parte di qualcuno.
Due criteri validi sia per la Camera che per il Senato
1) Non si deve candidare chi ha due o più legislature. Eventualmente si può recuperare un numero molto
piccolo e definito di personaggi, che hanno particolari competenze o significativo ruolo politico.
2) I membri dei consigli regionali, provinciali e comunali non sono candidabili.
Nella sostanza questa proposta è molto semplice: l'uninominale all'Ulivo, il recupero proporzionale ai partiti.
Se l'Ulivo sarà in grado di esprimere una classe dirigente nuova, di cui risponde Prodi, è possibile vincere
davvero: se si tratterà di una spartizione con i partiti del centrosinistra, Prodi molto probabilmente perderà ,
ma se anche conseguisse una maggioranza parlamentare, sarebbe necessariamente prigioniero di una
vecchia logica, rispetto alla quale la sua candidatura è stata estranea ab origine.
Massimo Toschi
All'inizio
Una persona impegnata in politica legge il nostro editoriale dello scorso numero e
reagisce, rovesciando la prospettiva. Ecco la lettera del neo-assessore
all'ambiente della Provincia di Bologna, che volentieri sottoponiamo alla
riflessione della redazione e dei lettori.
La fatica di sporcarsi le mani
Cari amici del Mosaico,
nell'editoriale del n. 3 della vostra rivista ci sono diversi spunti di riflessione di grande interesse, sui quali ho
cercato di meditare attentamente. Voglio soffermarmi sul punto che va sotto il titolo "A proposito delle
amministrative", e sulle scelte che hanno riguardato la nostra città di Bologna.
Non posso però firmare le mie opinioni fingendo che le elezioni non ci siano state e dunque senza esporre
con la maggiore onestà possibile la parte che vi ho avuto.
Da due anni e mezzo (esattamente il 10.10.92, giorno della Convention nazionale dei Popolari per la Riforma,
ricordate?) avevo ripreso un modesto impegno politico assieme ad alcuni amici, vecchi e nuovi. Che quel
progetto politico basatosi sull'entusiasmante avventura referendaria sia miseramente fallito, è sotto gli occhi
di tutti e non farò qui l'avvocato di una causa ampiamente persa. Rimane il fatto che quella esperienza, quel
gruppo di persone in due anni ha prodotto, con le proprie poche forze, un piccolo patrimonio progettuale e di
proposte per la nostra città.
Di questo progetto sono stato partecipe e protagonista, anche come responsabile provinciale del Patto
Segni. Le elezioni ultime mi hanno visto di nuovo impegnato, sebbene dimissionario da alcuni mesi, anche
nella parte meno nobile: quella "che non si può raccontare", quella che si affronta a malincuore: in altre parole
il tavolo delle trattative. Pur non essendo candidato in prima persona, abbiamo lavorato per l'affermazione di
Vittorio Prodi come presidente della Provincia; il positivo risultato elettorale ha condotto il presidente eletto a
chiedermi di collaborare alla sua Giunta, come responsabile del settore tutela ambientale, inquinamento,
rifiuti.
Non vi scrivo quindi da osservatore neutrale. Sono, ancor più di prima, giocatore di parte, né arbitro né
spettatore, e in questa veste voglio paradossalmente ribaltare il rilievo che portate nelle vostre pagine.
Io sono stato buttato (contro la mia volontà , credetemi) su quel "tavolo delle persone che contano", a
procedere "al compattamento dei rapporti di forza esistenti", a fare il "gioco di equilibri precari tra segreterie
e centri di potere". Credete che mi sia divertito? Mi permetto anzi di chiedere: dove erano gli altri? I "buoni"?
Quel tavolo era un tavolo di cattivi? Allora sono un cattivissimo. Era il tavolo del potere? Allora iscrivetemi
pure al partito dei potenti. Però ero solo. Non sentivo alle mie spalle "la buona" società civile.
C'era bisogno di aspettare fino alla scadenza delle amministrative per sapere come si sarebbero svolte le
cose? Ho proclamato per un anno (dalle precedenti politiche) che "quello" era il modo sbagliato di procedere.
Ma non ricordo di avere avuto grande udienza in questo mio vano gridare: certo non abbiamo avuto il
conforto di chi si è sentito (giustamente) emarginato nel momento delle decisioni che contavano. Ricordo
invece le prese di distanza da parte di chi considerava il nostro movimento ormai assimilabile ai vecchi partiti,
e quindi indegno di essere "interfaccia" della società civile. Ricordo conferenze organizzate da tanti
volonterosi gruppi, in genere dal titolo "quali Regole / Costituzione / Governo per la Seconda Repubblica";
convegni che vedono al tavolo dei relatori una collaudata compagnia di giro, che pontifica, predica, e poi
scompare. Una particolare attenzione, in questi convegni, era data nell'escludere attentamente "i partiti",
compresi i movimenti come il nostro che partiti non erano, che certo avrebbero contaminato la purezza delle
idee.
Se però la politica è (come è) anche esercizio di cinica aritmetica, non credo ci volessero tante approfondite
ricerche, tante lucide teste pensanti per rispondere ad una semplice domanda: "Un partito territorialmente
radicato, che possiede un bacino elettorale del 40-43%, a chi si rivolgerà per raccogliere quel 7-10% che gli
permetta di vincere la prova elettorale?".
Non mi sento di raccontare favole sui magnifici destini progressivi del sistema maggioritario, o di partecipare
al dibattito di retroguardia sulla legge 194 (mentre come cattolico non vedo grande fermento sul problema
vero, cioè sulle frontiere della bioetica, se non nelle prese di posizione dottrinali dei nostri pastori).
Ora sono un amministratore pubblico, e il mio pubblico sono i cittadini di questa provincia. Indirettamente
(sono nominato, non eletto) il mio elettorato è quello che ha votato per Vittorio Prodi, cioè ha aderito a quella
"operazione di potere". Abbiamo fatto male a lavorare per questo risultato? Siamo modesti partecipanti al
tavolo del potere, commensali trattati quasi da intrusi a quel banchetto, ed ora riceviamo il lancio dei torsoli
da chi è rimasto fuori.
Allora dico, chiedo, grido ancora una volta: che TUTTI si sporchino le mani. Che la cosiddetta società civile
sia disposta ad affrontare le scelte che influiscono sulla comunità. Oppure si abbia l'onestà di fare un
esercizio che S. Ignazio di Loyola ci ha insegnato da tempo: il discernimento. Discernimento delle
responsabilità , delle colpe, e dei meriti, quando occorre.
Non è facile sporcarsi, lo so, anche io vengo dalla torre d'avorio dell'accademia universitaria, parolaia e per
definizione sempre dalla parte della ragione: tanto non si misura mai con la vita... Ma si scelga di scendere
dalla torre d'avorio, ci si infanghi, si esponga la propria faccia e il proprio nome al pubblico ludibrio.
Questa scelta non è senza costi, vuoi di salute, vuoi di famiglia, vuoi nelle amicizie. Ma quello cui non mi
rassegno è la solitudine del cammino. Non ci sto - e lo dico forte - a farmi strangolare dai vecchi squali della
politica, in quanto novizio. Non ci sto a farmi tirare i torsoli da chi rimane ai piani nobili della torre, in quanto
compromesso con il potere.
Davanti a me ci sono quattro anni di mandato da coprire, e tra qualche mese ci saranno le politiche. Vogliamo
ripetere in fotocopia quanto avvenuto? Io dico ancora una volta NO, ma se le cose vanno avanti così e
nessuno sceglierà di scendere nella palude, sarò ancora al tavolo delle mediazioni e nelle stanze "che
contano". Poi ci racconteremo gli aneddoti davanti ad una buona birra, e vi scriverò qualche altra pagina per
rimpiangere quello che ho lasciato, quello che ho perduto.
Cordialmente vostro
Paolo Fabbri (Bologna, 17 maggio 1995)
All'inizio
PAG. 16 - appuntamenti e avvisi
ARRIVEDERCI A DOPO L'ESTATE
Con questo numero Il Mosaico vi augura buone vacanze! Torneremo nelle vostre buchette ad Ottobre,
"poste permettendo": a metà giugno un abbonato ci ha telefonato per dirci che aveva ricevuto quel
giorno, insieme, il numero 2 (spedito in gennaio) e il 3 (spedito in aprile)... Segnalateci i disguidi, abbiate
pazienza e continuate a sostenerci!
LIBERA contro le mafie
Una firma per la confisca dei patrimoni mafiosi
La mafia è una minaccia agli stessi fondamenti etici e civili della società , ed è preoccupante la divisione
esistente tra le forze politiche riguardo la lotta contro di essa. Per rispondere alla diffusa esigenza di
coordinamento e di azione comune per combattere ogni tipo di mafia e diffondere la cultura della
legalità , è nata a Roma lo scorso 25 marzo Libera - associazioni, nomi e numeri contro le mafie,
che raccoglie già più di 400 associazioni in tutta Italia, allo scopo di fare della lotta alle mafie un
quotidiano impegno civile.
Nell'intento di promuovere la democrazia, la legalità e la solidarietà Libera elabora pacchetti formativi
rivolti ad insegnanti, educatori, operatori sociali. Ma l'inizativa di maggior rilievo promossa da Libera è
la campagna nazionale che si concluderà il 19 luglio, anniversario della strage di via D'Amelio, per la
raccolta di 1.000.000 di firme per confiscare i beni a mafiosi e corrotti e destinarli ad associazioni
ed enti locali per utilizzarli a fini sociali.
Per informazioni e materiale: ARCINOVA, via Saffi 69, 40131 Bologna, tel. 051/52.19.39, fax
051/52.19.05.
AUDIES
Un servizio telematico per audiolesi
L'AUDIES, Associazione Nazionale per la lotta alla sordità e la tutela degli audiolesi, ha attivato
un servizio informativo disponibile su Internet, all'indirizzo: http://vega.unive.it/contrib/audies/home.html
A disposizione degli utenti testi e fonti di consultazione provenienti da centri di ricerca di tutto il
mondo.
Per informazioni: Mauro Magnani, tel. 041/57.02.091, magnani@unive.it
SIMFER - Medici Fisiatri
Corso di aggiornamento
"Le SCALE di VALUTAZIONE della menomazione e della disabilità e la VALUTAZIONE
STRUMENTALE in Medicina Riabilitativa": questo il tema del convegno che si terrà all'Hotel
Nautico di Riccione dal 14 al 17 settembre 1995. Informazioni: Dr. Stefano Tibaldi 0544/40.94.84,
oppure Dr. Luigi Prioli 0541/60.86.44 oppure Sig.ra Michela Boni 051/63.63.687.
Centro Poggeschi - Scout
Il senso del sapere
Un gruppo di studenti dell'Università di Bologna, da diverse città , organizza un campo di
formazione alla vita universitaria, 21-24/9 a Villa S. Giuseppe, via di S. Luca 24, a Bologna.
Quota: lire 60.000.
Campo estivo per studenti medi e universitari: 10 giorni di condivisione tra le montagne
dell'appennino per riflettere, giocare e studiare intorno al tema della libertà. Periodo: 2-14/8
oppure 17-29/8. Luogo: Passo della Calla (FO), rifugio Fontanelle, vicino alla foresta di
Campigna.
Quota giornaliera: circa 18.000 lire.
Informazioni: tel. 051/22.04.35 ore 9-13.
Amici dei Popoli
Settimana di educazione alla mondialità
"Stato e democrazia: occidente ed islam a confronto"
19-26 agosto 1995 - Pré St. Didier (Aosta) - Informazioni: Amici dei Popoli, 051/46.03.81.
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Il Mosaico
periodico bimestrale della Associazione "Il Mosaico" , via Venturoli 45, 40138 Bologna
direttore responsabile Andrea De Pasquale
reg. Tribunale di Bologna n. 6346 del 21/09/1994
stampa Futura Press srl, Bologna, spedizione in abbon. postale / 50%
Questo numero è stato chiuso in redazione il 17/06/95.
Hanno collaborato:
Anna Alberigo,
Michele Bellazzini,
Sandra Biondo,
Riccardo Burigana,
Alessandra Brusoni,
Marco Calandrino,
Alessandro Delpiano,
Rossana Franceschini,
Flavio Fusi Pecci,
Alberto Lolli,
Cristina Malvi,
Roberta Mazza,
Guido Mocellin,
Claudio Nunziata,
Mario M. Nanni,
Luca Palmieri,
Giuseppe Paruolo,
Silvana Sartini,
Massimo Toschi.
IN QUESTO GIORNALE SOLO
LA CARTA É RICICLATA
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