Numero 5 - Settembre-Dicembre 1995

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Tutela della maternità, legge 194, aborto e prevenzione. La latitanza della scuola, i pudori della Chiesa, la solitudine delle ragazze. Ritratto di una città che si racconta emancipata e solidale, ma nei fatti si rivela ora puritana, ora permissiva, spesso ipocrita.

Perbenisti e indifferenti

La questione aborto ha diviso e continua a dividere l'opinione pubblica secondo appartenenze ideologiche. Come spesso accade, la realtà si incarica di smentire i luoghi comuni, interpellando cattolici e laici con uguale drammaticità. Ecco l'esperienza del dott. Antonio Lado, ginecologo con 20 anni di lavoro in un Consultorio USL, oggi volontario presso il Centro Biavati di Strada Maggiore e il Centro Accoglienza alla vita di via Irma Bandiera.
Dal Consultorio al Centro di Accoglienza alla vita: sono più le analogie o le differenze?
Vorrei innanzi tutto parlare del Centro Biavati e degli enormi problemi che si trova a gestire, nei quali rischiano di venire coinvolti anche i singoli volontari che vi operano. Nato 15 anni fa soprattutto per assistere poveri e senzacasa, il Biavati oggi si occupa più che altro di immigrati: fornisce assistenza sanitaria di base totalmente gratuita a 2500 extracomunitari, grazie all'opera di una ventina di medici volontari che a turno garantiscono tutte le sere, dalle 17 alle 21, la presenza nell'ambulatorio, compresi i giorni festivi e il mese d'agosto. Pensa che a Bologna ci sono 250 studenti extracomunitari che sono senza medico di base, e per averlo dovrebbero sborsare circa 2 milioni all'anno!
ASSISTENZA FUORI LEGGE
Il problema è che la maggior parte degli assistiti è clandestina, quindi al medico spetterebbe l'obbligo della denuncia, dopo la quale scatta l'espulsione. Tutti, autorità comprese, sanno che al Biavati assistiamo anche clandestini (che non hanno diritto ad alcuna prestazione sanitaria), ma per "bontà d'animo" fingono di non sapere: pensa solo al fatto che, quando i nostri assistiti vengono ricoverati, per il rimborso delle spese di degenza (600.000 lire al giorno!) va avvertita la Prefettura che a sua volta attiva l'Ambasciata del loro paese d'origine la quale dovrebbe poi pagare; il che non avviene quasi mai, e tutti chiudono un occhio, come sempre accade in Italia. Ma resta il fatto che la nostra attività, che tutti giudicano encomiabile, di fatto è ai margini della legalità, e in caso di problemi (cura di ferite che facciano pensare a un reato, sospetto di malattie infettive) ne rispondiamo davanti alla legge. Alla fatica del lavoro volontario si aggiunge il rischio di denunce e processi. Stiamo cercando interlocutori nelle istituzioni, tra le pubbliche autorità, ma al di là di comprensione e solidarietà a livello personale il problema resta totalmente irrisolto.
Mentre il Centro Biavati lavora in grande, pur tra mille difficoltà, il Centro di Accoglienza alla vita fatica a decollare: e dire che il bisogno a cui si rivolge è enorme, pensa solo ai profughi recentemente arrivati in città e all'abbandono sociale e sanitario in cui rischiano di trovarsi le loro donne. Ma quando vado là, 2 volte alla settimana, mi trovo solo nel mio ambulatorio ginecologico e mi sento male. Mi chiedo se dovremmo fare un volantinaggio o mettere un annuncio sul giornale.
Perché succede questo?
Di preciso non lo so. Ho la sensazione però che mentre il Biavati è gestito da medici, quindi da persone esperte e competenti a diretto contatto con i problemi, l'altro sia più che altro amministrato da signore di buona volontà, che badano soprattutto a fornire alle madri in difficoltà assistenza spicciola, tipo vestiario e ricerca di alloggio. Inoltre il Biavati, pur essendo essenzialmente un luogo di volontariato cattolico, ha un'impostazione decisamente laica, a differenza dell'accoglienza alla vita, dove si avverte a mio parere un legame più diretto con la curia.
Quali sono le maggiori difficoltà incontrate nel suo lavoro, prima professionale poi volontario?
Il problema più grande che ho incontrato come cattolico è l'indifferenza della Chiesa davanti a questi problemi, malgrado le forti enunciazioni di principio. In varie circostanze ho provato a parlarne e ho trovato soprattutto imbarazzo e cautele ad affrontarli. Tentai con alcuni parroci: ne ricordo uno che mi parve don Abbondio, "non me ne intendo, non mi interessa..." Un altro, che era arrivato a Bologna solo da un anno, mi disse "ho già capito che in questa diocesi chi fa un passo oltre l'ordinaria amministrazione viene stroncato".
Eppure il numero degli aborti è sensibilmente calato...
Il crollo del numero degli aborti è dovuto unicamente all'opera dei medici e degli ostetrici delle strutture pubbliche, che cercano di fare prevenzione, in modo che, per una donna che abortisce, non ci sia una seconda volta. Del fenomeno aborto la Chiesa si è occupata poco e tardi.
Ma se viene criticata proprio per occuparsene troppo...
Con le dichiarazioni ufficiali, cioè dall'alto, ma non se ne fa carico dal basso. Come faccio a evitare degli aborti se so che due vanno a letto assieme e non posso dargli né pillola né preservativo? Ci sono, è vero, i metodi naturali, e io sono un loro convinto sostenitore: ma non sono per tutti, funzionano solo per persone con una certa cultura e una forte motivazione. Al consultorio ti trovi davanti a persone che non sono assolutamente in grado di amministrarsi in cose ben più banali, ma sono in grado di concepire. Parlare a queste di metodi naturali è fantascienza. Su tanti temi le parrocchie e i movimenti ecclesiali sono prodighi di impegno e di solidarietà: su questo tema invece, quando mi sono rivolto a un prete per un consiglio, mi sono quasi sempre sentito rispondere, in maniera più o meno educata: "si arrangi".
PER VERGOGNA O PER PAURA
L'altra grande assente è la scuola. Ricordo un episodio significativo: una decina d'anni fa proposi a un preside di liceo di tenere - io e una psicologa con una grandissima esperienza - un corso di educazione sessuale, fuori dall'orario scolastico, per affrontare un po' tutti gli aspetti del problema, da quelli fisiologici a quelli relazionali. Il preside mi rispose "Non facciamo di queste porcherie".
Poi c'è il perbenismo, la paura di fare brutta figura, anche davanti ai genitori. Ho avuto in ambulatorio una ragazza meridionale che voleva abortire per non far sapere alla madre che era rimasta incinta: non perché - si badi bene - non volesse il figlio. Un'altra mi telefona per prenotare una visita: le do l'appuntamento e le ricordo di portarsi il libretto sanitario: "No, perché altrimenti mia madre mi scopre". Non è venuta.
Dunque altro che emancipazione e autodeterminazione: si vive ancora di etichetta e paura...
Sembra incredibile, ma è così.
Questa chiusura è maggiore in famiglie di cultura cattolica?
La differenza non passa tra cattolici e non, ma tra ceti sociali. In 20 anni di consultorio una regola l'ho individuata: le classi medio-alte sono molto meno capaci di accettare problemi del genere, rispetto a quelle più umili. Un giorno mi trovo in ambulatorio una di queste famiglie benestanti: una madre decisa a fare abortire la figlia minorenne, che era lì davanti a me insieme al fratello. Chiedo la motivazione di una simile decisione: tutti e 3 hanno terrore del padre padrone, che - mi raccontano - un giorno aveva trascinato la figlia più piccola a una visita ginecologica per il solo fatto che era rientrata tardi la sera prima. Dico che vorrei parlare con questa persona: mi rispondono con un no senza appello. Faccio notare che per far abortire una minorenne occorre la doppia firma dei genitori: mi dicono che pur di evitare il padre ricorreranno al tribunale dei minori. Un altro episodio: arriva da me una ragazza, figlia di un ricco industriale milanese, che come regalo le aveva comperato una boutique a Bologna. Vuole abortire per non fare brutta figura col padre e non compromettere la sua attività. Anche se era ricca sfondata e non aveva alcun bisogno di lavorare. Poi una signora, sposata con figli e incinta, viene da me perché il marito è stato trasferito negli USA per motivi di lavoro, e lei, intenzionata a seguirlo oltreoceano, non vuole affrontare il viaggio con i disagi che la gravidanza comporta. Al contrario, quei pochi casi nei quali, con mia grande soddisfazione, sono riuscito a evitare l'aborto erano persone di condizioni modeste.
CON LA TESTA NELLA SABBIA
E tutto questo accade in una struttura pubblica: figuriamoci cosa passa per le cliniche private! C'è un altro dato che mi preoccupa: come ginecologo ho avuto poche pazienti minorenni. Tra quelle che venivano però ricordo che di vergini ne avrò viste una o due all'anno. I casi sono 3: o le altre non hanno rapporti, o prendono le loro precauzioni, oppure - e è questo il mio timore - ricorrono agli aborti clandestini. Davanti a questo fenomeno la scuola e la Chiesa, che sono le agenzie educative "pubbliche" più importanti di una società, non possono nascondere la testa sotto la sabbia: devono affrontare il problema, non far finta che non esista.
Vista questa esperienza, qual è la sua posizione sull'aborto?
Sono ferocemente contrario all'aborto: fui tra i primi, e sono rimasto tra i pochi, a seguire nel dettaglio la legge 194, che in primo luogo prescrive di fare il possibile per evitare l'aborto. Su questo ebbi anche qualche incidente diplomatico: a una paziente che trovavo particolarmente prevenuta verso la gravidanza dissi che la donna è fisiologicamente e anatomicamente predisposta per la generazione: costei era una femminista dell'ala dura, così il successivo 8 marzo ebbi l'onore di un volantinaggio contro di me, accusato di venire meno al mio dovere. Siccome sono sempre stato per il dialogo cercai un incontro con queste donne, per quanto un po' oltranziste: incontro che riuscimmo a organizzare ma che purtroppo fu mandato all'aria da un mio collega che, pur essendo del PCI, a un tratto scoppiò dicendo loro in faccia "siete delle puttane".
Ha mai fatto obiezione di coscienza?
Sono contrario all'aborto ma non mi sono mai dichiarato obiettore, perché so che, dopo aver parlato e aver tentato di persuadere la persona a non abortire, è inutile rifiutarle il certificato: in questo modo otterrei solo che questa vada da un altro, con meno scrupoli di me. Siccome oltre il 50% delle donne che sono venute da me una volta sono anche tornate, accettando consigli per il futuro, per non trovarsi più in condizioni di abortire, ho sempre preferito instaurare un rapporto puntando in sostanza ad evitare gli aborti futuri. Realisticamente credo che sia questa la via per diminuire il numero degli aborti.
Cosa può dire del fenomeno degli aborti clandestini?
Che purtroppo sono ancora molto diffusi. È un intervento ambulatoriale, fin troppo facile: basta un lettino e un isterometro, una specie di sonda metallica. Con quella, manualmente, il medico buca l'uovo: a questo punto è fatta. Poi manda la donna al pronto soccorso, come per un aborto spontaneo, e da lì per l'ospedale la strada è obbligata. È un modo molto facile per guadagnare: per un intervento simile molte donne sono disposte a pagare tra le 500.000 e il milione. È orribile, ma anch'io mi sono sentito dire da colleghi: "Se vuoi guadagnare basta che fai degli aborti". E quando, dietro esplicita richiesta, mi sono rifiutato, ho anche perso delle amicizie.
Ma il problema alla base di tutto è l'aridità morale e spirituale: il vivere alla giornata, mangiare-dormire-fare l'amore, senza nessun senso, senza alcun progetto su di sè, come puro consumo. È questo il nemico vero, contro cui lottare.
a cura di Andrea De Pasquale

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ALL'INTERNO:

Immigrazione a Bologna: tra accoglienza e paura

DOSSIER a pag. 7-10

Parola di politico

Benedetta Nanni intervista Patrick Mc Carthy a pag. 4

Quale città metropolitana

Informiamoci con Il Mosaico, primo incontro, a pag. 3

Brasile, vera democrazia?

Sandra Biondo a pag. 13

Impegno civile e voglia di cambiare: non siamo soli

Intervento di Gabriella Santoro e da Milano una lettera di Demos a pag. 14-15

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PAG. 3 - "Informiamoci con Il Mosaico"

1998: a Bologna scompaiono Comune e Quartieri, sostituiti da 8 o 9 Comuni metropolitani. In attesa dell'evento (sul quale saremo chiamati ad esprimerci col voto) regnano silenzio e disinteresse. Sul tema Il Mosaico ha organizzato un incontro pubblico, nella convinzione che il rinnovamento della politica esiga anche una cittadinanza più attenta ai grandi temi che la riguardano.

Città Metropolitana, questa sconosciuta

Palazzi enormi con i piani alti inghiottiti dalla nebbia, e di sera strade deserte e paura di uscire: l'espressione "Città Metropolitana" sembra evocare immagini di periferie sterminate e degrado urbano, ed è contro questo immaginario che occorre misurarsi affrontando il discorso della grande riforma amministrativa che coinvolgerà Bologna nei prossimi anni, e che va appunto sotto il nome di Città Metropolitana. A questo tema abbiamo dedicato il primo incontro pubblico della nuova serie "Informiamoci con il Mosaico", tenutosi lo scorso 19 ottobre col titolo "Dai Quartieri alla Città Metropolitana: come eravamo, come saremo": un tema di grande impatto futuro, ma sostanzialmente trascurato dai media e dalla maggioranza della popolazione.
L'Assessore comunale Possati ha ripercorso le tappe "storiche" (dal lontano 1960) del processo di decentramento a Bologna, che ha visto protagonisti soprattutto i Quartieri, nati come emanazione del potere centrale (gli organi erano nominati dal Comune, e l'attuale presidente si chiamava "aggiunto del Sindaco") per poi diventare elettivi ed acquisire alcune competenze autonome. L'Assessore ha quindi delineato gli elementi necessari per un programma che ridisegni i confini (e quindi il numero), i compiti, le funzioni e le strutture degli attuali quartieri per arrivare entro il 1998 a configurarli come municipalità. Ciò significa schematicamente distinguere quali servizi debbano essere gestiti (integralmente ed autonomamente) dalle nuove municipalità individuali e quali invece, proprio perché di rilievo generale per l'intera area metropolitana, vadano affidati all'autorità metropolitana centrale.
Informazione carente
Il Vice-Presidente della Provincia, Vandelli, delegato a seguire lo sviluppo dell' Area Metropolitana, dopo aver lamentato un problema di scarsa sensibilità e informazione carente sul tema, ha presentato sinteticamente il "Progetto Città Metropolitana di Bologna", che può essere visto in dettaglio nel volume edito dal Mulino "Governare le Città", insieme alle relazioni presentate al Convegno di Bologna del Febbraio 1994. Il punto qualificante dell' Accordo (che unisce Provincia, Comune capoluogo e i 52 Comuni che finora hanno liberamente aderito) consiste nell'avviare il processo "dal basso", garantendo la massima flessibilità: ogni Comune può non aderire ad una serie di clausole, se non le ritiene adeguate alle proprie esigenze, mentre sono sempre possibili nuove adesioni e variazioni del grado di adesione.
Ulteriori spunti di riflessione sono emersi dagli interventi del pubblico.
L'identificazione dell'Area Metropolitana con la Provincia - è stato chiesto - è frutto di una scelta oculata e fondata su precise considerazioni economiche ed amministrative, o prelude ad una semplice sostituzione di etichette, per accedere ad un diverso capitolo di finanziamenti statali? Non sarebbe stato più sensato circoscrivere il nuovo ente a Bologna e Comuni della cintura, dato che invece in questo modo del nuovo ente faranno parte i Comuni montani (come Porretta), lontanissimi dai problemi della città, mentre ad esempio sarà escluso Castelfranco Emilia, che pur essendo sotto Modena è molto più omogeneo ai Comuni della cintura?
Qualcuno ha quindi osservato che per affrontare problemi eccedenti i confini dei comuni esistono strumenti come i Consorzi e gli Accordi di programma, senza bisogno di creare una nuova istituzione, come è la Città
Metropolitana, che rischia di moltiplicare la burocrazia e le cariche, rivelandosi più utile al collocamento del personale politico che ai cittadini, chiamati a pagarne le spese. E a proposito di spese qualcuno ha proposto che, prima dei poteri e delle funzioni, sarebbe più corretto definire chiaramente le risorse necessarie e le modalità di finanziamento del nuovo soggetto.
Alcuni hanno sostenuto che l'Area Metropolitana sembra una riproposta dell'esperienza del decentramento tentata già negli anni '60-'70: perché dovrebbe riuscire meglio, proprio mentre finisce per togliere "identità" alla città nel suo complesso? Dato che Bologna non è affatto un'Area Metropolitana come la si intende secondo i parametri urbanistici, c'è da chiedersi se non fosse il caso di far funzionare meglio la Provincia piuttosto che "inventarsi" un ulteriore ente.
A proposito di servizi informatici negli enti locali, Vandelli ha sottolineato l'esigenza di razionalizzare la giungla dei diversi sistemi hardware e software attualmente in uso, attraverso l'individuazione di alcuni standard e quindi di fornitori unici per varie amministrazioni locali. Dalla platea è stato però osservato che la necessaria ricerca di compatibilità tra sistemi informatici non deve creare le condizioni per un unico mega appalto di servizi informatici, che preluderebbe ad un pericoloso monopolio: è preferibile piuttosto una pluralità di soggetti che operano nel settore, su direttive di compatibilità chiare ed omogenee.
Una città reticolare
Al di là del merito, nel quale enteremo nei prossimi mesi con incontri più specifici, riguardo alla Città Metropolitana sembra esistere un problema di comunicazione alla cittadinanza, dovuto alla sostanziale astrattezza degli argomenti portati a sostegno dell'utilità della riforma. In proposito giustamente un intervento dalla sala lamentava come si parli troppo di strumenti (Comuni, Quartieri, Conferenze ed altre entità amministrative) e poco dei problemi concreti ai quali questi nuovi strumenti dovrebbero rispondere. In altre parole, occorre dire ai cittadini che cosa in concreto potrà cambiare nel loro rapporto con le istituzioni locali - dalla prenotazione degli esami clinici ai trasporti - se si vuole che la Città Metropolitana (sulla quale saremo chiamati ad esprimerci con un referendum) non resti per i più una scatola vuota ad uso dei tecnici, ma diventi una realtà partecipata ed avvertita come propria dall'intera collettività.
A noi pare che la Città Metropolitana possa avere una sua visibilità e un'impatto utile per i cittadini se riesce a trasformare l'area coinvolta in quella che Barbera chiama la città "reticolare": come avviene nel mondo delle macchine complesse, dove si tende a sostituire i grandi calcolatori centralizzati (che analizzano le istruzioni "in serie") con una rete di "intelligenze locali" che operano autonomamente, ottimizzando la gestione dei problemi specifici della loro area, ma lavorano "in parallelo" sulla rete tramite un collegamento comune. Ciò può ridurre i costi ed i ritardi di informazione e decisione, garantendo quella autonomia e quella flessibilità che rende gratificante ed efficiente il decentramento.
Flavio Fusi Pecci

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PAG. 4 - le parole della politica

Nel sistema maggioritario è sempre più centrale il rapporto tra politica e comunicazione. Ne abbiamo parlato con il prof. Patrick Mc Carthy, docente di istituzioni politiche presso la John Hopkins University. Da Prodi a Berlusconi, l'analisi del linguaggio e delle immagini usate dai leader chiarisce la visione del mondo cui fanno riferimento. E pur nelle diverse culture politiche, emerge un tratto comune - più o meno accentuato - di populismo.

Due poli, molte lingue


Prof. Mc Carthy, può ridefinire la parabola del linguaggio di Berlusconi, passato da quello che lei, nell'ottobre del '94, chiama un "populismo di governo" al "solipsismo" del giugno '95?
Le forze nuove della politica, non solo Berlusconi ma anche Prodi e Bossi, si oppongono al linguaggio dell'ancien régime, che esse ritengono un linguaggio chiuso, cifrato, che protegge il regime contro un attacco dall'esterno. Noi non dobbiamo accettare necessariamente questa interpretazione: io, ad esempio, ho studiato il linguaggio del compromesso storico, e non sono d'accordo con un tale giudizio. L'ultimo discorso di Moro (considerato il rappresentante perfetto di questo linguaggio cifrato) è pieno di passione, molto bello.
La stessa cosa si può dire di Berlinguer, il cui linguaggio era pieno di vita, specie quando parlava dell'austerità. Detto questo, è normale che gli antagonisti di questo regime si oppongano a questo linguaggio: il primo a farlo è Bossi, che comincia col dialetto, poi adotta la lingua dei bar milanesi, dello stadio, molto maschile, trasgressiva e aggressiva, piena di riferimenti sessuali. E' anche un linguaggio mitico, nei riferimenti ai cavalieri medievali. Questo non poteva diventare un linguaggio di governo: infatti quando la Lega arriva al potere c'è una spaccatura tra Maroni e Bossi, che continua a fare opposizione. Berlusconi invece ha capito la necessità di un linguaggio più semplice, senza le frasi complesse di un Moro, un linguaggio che unisce, piuttosto che un linguaggio che divide. È basato probabilmente sul linguaggio della TV: lessico ristretto, frasi a effetto, che si ripetono; una lingua che vuol dare l'impressione di essere diretta, ma calma: lui ripudia le "piazze urlanti", lui rappresenta il mondo dell'azienda, razionale, logico.
Questo linguaggio, populista, ha avuto successo. C'è in Berlusconi un aspetto narcisistico sempre presente: la prima cosa che lui fa al mattino è guardarsi nello specchio: se si piace, potrà piacere alla gente. In questo c'è già una tendenza al solipsismo. Al governo, Berlusconi ha commesso un certo numero di errori: anziché intraprendere le misure economiche necessarie, ha preferito cercare di bloccare le indagini di Mani Pulite, si è occupato troppo della RAI, voleva difendere i suoi interessi economici, si è circondato di persone che non erano al giusto livello politico-intellettuale. L'evoluzione del suo linguaggio riflette questo: parla sempre più della gente, ma la gente è un interlocutore mitico, che gli dà sempre ragione: lo slogan, anche se non so se questa frase sia mai stata pronunciata in questa forma, potrebbe essere "io ho parlato con la gente, e la gente la pensa come me". La gente diventa la personificazione di Berlusconi. Dal dicembre '94 comincia a diventare vigoroso un elemento di violenza. Il primo accenno l'ho trovato nel '93, in un'intervista a Panorama, nella quale descrive D'Alema in toni che ricordano gli anni '30, in cui era abitudine della destra descrivere il nemico (ebrei e comunisti) sotto l'aspetto fisico. Dopo la caduta del suo governo, Berlusconi comincia a parlare di tradimento, di delegittimazione del Parlamento, in toni demagogici. Una parte di Forza Italia ha cominciato a prendere le distanze da lui, così come Casini. C'è un Berlusconi "terza maniera", che non ho ancora studiato bene, che comincia con la vittoria nei referendum, che gli ha dato una nuova spinta, e fiducia nel suo ruolo politico: è un Berlusconi più calmo, che assomiglia di più al primo.
Quale rapporto c'è tra la gente delle cento città cui si rivolge Prodi, e il villaggio globale a cui parla Berlusconi?
Bisogna premettere che noi non viviamo né nelle cento città, né nel villaggio globale. L'espressione "cento città" è di tradizione risorgimentale, e vuole valorizzare la ricchezza della tradizione italiana in opposizione al centralismo francese. Prodi adotta questa espressione in opposizione a Berlusconi, che crede e dice di avere unito l'Italia attraverso la Fininvest. Per questo Prodi, quando parla alla gente (parola che non usa molto) preferisce situare le persone: parlare degli studenti bolognesi, della piccola industria di Lecce, cercare di essere molto concreto. Aggiungo che al linguaggio calcistico di Berlusconi e alle vittorie del Milan, Prodi oppone i giri domenicali in bicicletta, e il ciclismo come sport democratico. Il difetto del linguaggio di Prodi è un eccessivo "buonismo". Ma c'è anche un secondo Prodi, che mi sembra giocare di più sulla sua capacità economica: il Prodi dell'IRI, che si rivolge ai giovani economisti, che rivela le sue capacità manageriali.
E non c'è il rischio di creare un altro mito di uomo-manager, che poco si discosta da quello berlusconiano?
All'inizio questo rischio c'era, e infatti Prodi non ha battuto questa strada, sia perché lui ha lavorato nella sfera pubblica e l'industria pubblica non gode fama di efficienza, sia perché Berlusconi aveva monopolizzato il mito del manager.
In che modo Prodi e Berlusconi si rivolgono all'elettorato cattolico?
Per Berlusconi i cattolici sono sempre stati un problema, perché, nel bene e nel male, la DC non è mai stato il partito del capitalismo: l'idea del privato in contrasto con lo Stato e il mito dell'azienda non piacciono tanto ai cattolici. Per questo Berlusconi ha puntato sulla famiglia, e l'ha fatto in maniera abile, attraverso la piccola impresa, la cui struttura assomiglia a quella della famiglia, e il cui successo dipende dall'abilità dell'imprenditore visto come capo-famiglia. Prodi invece parla dello Stato che interviene non necessariamente con un grande settore pubblico, ma uno Stato che si assume la responsabilità sociale e morale. Inoltre c'è il problema della donna, sul cui ruolo c'è stato uno scontro tra Prodi e le donne del PDS. Prodi è comunque un cattolico moderno, e, anche se si riferisce a Dossetti, non ci sono relazioni tra i due linguaggi: Dossetti credeva nell'utopia della trasformazione della società sui valori cristiani, Prodi no. Prodi ha il più grande rispetto per i valori laici: il linguaggio di Prodi prima maniera è quello di un cattolico, ma aperto e tollerante. È interessante fare un confronto con Andreotti: lui crede nel peccato e avrebbe detto al ministro degli esteri di Reagan: "Gheddafi non è l'unico diavolo"; Prodi invece, a proposito dei giovani dell'Azione Cattolica, ha detto che non credono più nell'inferno.
Il successo di un Berlusconi che attacca lo Stato e che parla di statalismo in senso deteriore, può far credere che gli italiani manchino effettivamente di senso civico?
No, non credo: anzi è una reazione atipica da parte degli italiani. In Italia non c'è una tradizione di neoliberismo. La Thatcher dietro di sé aveva una lunghissima tradizione liberale. Berlusconi, privo di tale tradizione, ha giocato sul fatto che nell'indagine Mani Pulite sembravano soprattutto gli uomini politici i corruttori. Per questo il prestigio dello Stato si è indebolito. Ma gli italiani vogliono uno Stato più efficiente, non meno Stato. Non si può fare molta strada con una politica antistatalista in Italia: lo Stato ha giocato un ruolo economico sempre molto importante, sia dopo l'unità, sia nel dopo guerra, sia nel miracolo economico. Ancora oggi, credo, lo Stato ha un grande ruolo da svolgere, ad esempio nel Mezzogiorno.
Parliamo ora del linguaggio di Dini...
Dini è un tecnico che non vuole essere un tecnico. Spesso ho avuto la sensazione che volesse lanciarsi in un discorso complesso economico-finanziario, e poi ripiegasse su parole semplici. Dini sa che il suo ruolo è quello di tecnico, ma d'altra parte vuole riuscire ad essere comunicativo. E' un errore pensare che un politico debba essere solo un tecnocrate: ci vuole gente che sappia spiegare a tutti i ceti sociali che l'economia mondiale esige certi sacrifici, il perché compia certi passi. I politici di maggior successo, Kohl e Mitterand, per esempio, non sono tecnocrati, ma politici.
Questo cambiamento di linguaggio non è comunque limitato alla sfera politica: il successo di Di Pietro deriva anche dal fatto che non usa il linguaggio tipico della magistratura, e usa elementi di emozione, di passione, di moralità. In questo senso Bossi, Berlusconi e Di Pietro vanno insieme: rottura con un discorso cifrato, per iniziati, capace di parlare agli italiani che si interessano limitatamente alla politica.
Considera positivo tal cambiamento?
Sì, perché non sono pessimista. Il pessimismo non è una chiave di lettura corretta della storia italiana: è un tratto della cultura politica piuttosto che una conclusione logica e inevitabile, derivante dall'analisi degli eventi. Uno sguardo alla storia del paese dagli anni '50 ad oggi non giustifica un'idea di società basata sull'immobilità.
Lei si è mai occupato del linguaggio dei nostri politici locali?
Parto da Zangheri: un linguaggio da intellettuale, gramsciano, raffinato, ma già semplificato, anche se mai superficiale. Imbeni invece è stato un capopopolo: forse perché, in un momento di flessione del vecchio PCI, Imbeni aveva bisogno di un contatto diretto con la gente. In questo lo aiutava anche l'aspetto fisico, possente. Diverso è Vitali: non c'è traccia non solo di marxismo, ma nemmeno di Gramsci. Vitali cerca di parlare ai cittadini, di spiegare in maniera più diretta problemi che lui cerca di risolvere in realtà in maniera tecnocratica. C'è un discorso tecnocratico nascosto. Ora comunque non si può parlare di un linguaggio del PDS: negli ultimi anni il partito ha subito una trasformazione che lo ha portato ad essere più pluralista e articolato: manca la compattezza monolitica degli anni '60. Nel bene e nel male: sarebbe forse auspicabile un nocciolo duro di principi politici e di visione del mondo, che forse è assente.
Anche a questa mancanza di un linguaggio chiaro si può attribuire l'insuccesso della sinistra?
Bisognerebbe analizzare il discorso di Occhetto al Congresso di Bologna: è molto confuso, pieno di elementi diversi: ispirazioni di tipo spirituale, permanenze gramsciane, il tentativo di inventare e di rinnovare (la "gioiosa macchina da guerra", per intenderci). In questo discorso sono percepibili sia l'importanza che i limiti della "svolta". È il linguaggio di uno che cerca e non ha ancora trovato, in cui non c'è una visione sufficientemente chiara, un linguaggio comunque molto diverso da quello di D'Alema, in cui c'è chiarezza e precisione. Molti pensano che la lingua di D'Alema sia togliattiana, mentre in realtà quella di Togliatti era molto più raffinata, più complessa, anche se indubitabilmente più chiusa: ma certo parlava ad altri "comunisti".
a cura di Benedetta Nanni

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PAG. 5 - un anno di Mosaico

Non siamo partiti per riempire il tempo libero, ma perchč crediamo importante ricostruire processi di vera partecipazione. È su questo che chiediamo ai lettori una conferma e un impegno.

Il Mosaico, un anno dopo

Ad un anno dalla nascita di questo giornale e dell'omonima associazione, è il momento di tirare qualche somma.
Innanzitutto un po' di cifre: 5 i numeri di giornale usciti, mediamente con una tiratura di 2900 copie di cui 2380 spedite, 330 gli abbonati, mentre l'edizione elettronica su Internet registra tra i 1000 e i 1500 contatti al mese. Sono 31 i gruppi ed associazioni a cui il giornale ha dato spazio, 7 gli incontri pubblici organizzati, nei quali sono state coinvolte 36 associazioni e ai quali hanno partecipato, a seconda delle volte, tra le 60 e le 150 persone. Come era prevedibile le spese (10.335.500 lire, soprattutto per tipografia e spedizione) hanno superato le entrate (9.995.000 lire, da abbonamenti e sottoscrizioni): un maggiore dettaglio dei conti economici è riportato in un riquadro in ultima pagina.
Idee, motivazioni, stile
Nell'attuale situazione di disgregazione della vita sociale e degrado di quella politica, che genera sfiducia nelle strutture organizzate dei partiti e senso di impotenza nei cittadini, ci siamo "semplicemente" proposti di ripartire dal basso, nella certezza che solo un lento ma progressivo processo di ricostruzione del senso di cittadinanza e del rapporto della base con i delegati e le istituzioni possa invertire realmente la rotta. Ma poiché non pensiamo di essere i soli, sapendo che tanti altri stanno cercando di impegnarsi in questo senso (anche meglio di noi), abbiamo voluto fare un giornale che favorisse il collegamento fra culture diverse e distinte realtà. Un giornale che offrisse (e in certa misura "pretendesse") dal mondo del volontariato un impegno globale e non semplicemente un'ottica settoriale.
Negli incontri che abbiamo organizzato abbiamo cercato di proporre ed attuare un metodo di discussione nuovo e "tematico", per creare un dialogo reale fra cittadini ed istituzioni, mediante la partecipazione attiva delle associazioni operanti nel settore o interessate ai temi specifici trattati, e mediante interventi di amministratori ed esperti chiamati non nelle vesti comode di conferenzieri, ma a rispondere a domande esigenti e proposte specifiche provenienti da una platea di associazioni e cittadini già sensibili ai problemi trattati.
Le risposte ottenute
L' interesse destato dall'iniziativa ha superato ogni aspettativa, confermando (semmai ce ne fosse stato bisogno) il desiderio che tantissimi hanno di darsi da fare per costruire insieme qualche cosa di nuovo. La domanda da porsi a questo punto è: come riuscire ad essere realmente incisivi? Come creare quel circuito virtuoso che propaga il segnale e lo fa interferire positivamente, amplificandolo, con quello che proviene da iniziative simili, evitando inutili concorrenze? La partecipazione di numerose associazioni alle nostre attività ha mostrato che è possibile superare gli steccati, pur di portarsi sul piano delle iniziative concrete e della ricerca di soluzioni comuni ai problemi, nel pieno rispetto dei valori di cui ciascuno è portatore. Per fare questo è necessario vincere in parte la gelosia della propria identità e del proprio spazio, positiva entro certi limiti, ma che finisce per far fallire i tentativi di collegamento e coordinamento (anche autogestito).
Questo è un passo essenziale se davvero non vogliamo fermarci alle parole e alle discussioni, ma vogliamo arrivare ad essere incisivi sui problemi concreti e sulla gestione della cosa pubblica.
Prospettive di impegno
Il fatto che una notevole e quasi inaspettata risposta alle nostre sollecitazioni sia venuta anche dal cosidetto "personale politico" e dalle istituzioni locali deve farci riflettere. Certamente può esserci una componente di presenzialismo e di autopromozione (per quel poco che noi possiamo contare), ma in ogni caso ciò indica quanto coloro che hanno ricevuto una "delega" dagli elettori si sentano poi di fatto soli nell'espletarla.
Sembrerà strano, ma la mancanza di una connessione forte con ciò che è fuori del "palazzo" è una della cause più importanti di scarsa incisività dell'azione dei "politici". A chi ci invita in questo senso ad avere il coraggio di "sporcarci le mani", non abbiamo difficoltà a rispondere che non ci tireremo certo indietro rispetto ad un lavoro che crediamo di avere già iniziato, ad esempio attraverso il progetto "Luci sulla Città" intrapreso con altre associazioni (vedi N. 4). Certo, intendiamo lavorare col nostro stile, un po' diverso da quello di tanti politici. Ed è su questo stile, se lo condividete, che vi chiediamo un impegno, che può essere anche solo l'impegno di seguirci come lettori (e dunque come abbonati), oppure un coinvolgimento più personale e diretto. L'importante è non restare fermi a guardare.
Giuseppe Paruolo, Flavio Fusi Pecci

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PAG. 6 - la memoria dello sterminio

Riflessioni ed interrogativi da una visita ai campi di sterminio, a 50 anni di distanza dai fatti.

Auschwitz, fra memoria e attualità

Agosto 1995. Con alcuni amici mi trovo in Polonia, a Cracovia, e decidiamo di andare ad Auschwitz, il campo di annientamento più noto della Germania nazista, oggi in territorio polacco. È la prima volta per tutti noi. Ci accompagnano nel viaggio alcune riletture di Primo Levi.
"Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno".
In automobile discutiamo sulla guerra e sugli orrori dell'umanità: Hiroshima, i bombardamenti - come quello di Dresda - contro le popolazioni civili, i campi di sterminio. È possibile un qualche distinguo? Si può parlare di una scala di aberrazioni?
"È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo".
Arriviamo ad Auschwitz. ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi: un brivido mi attraversa la schiena: la scritta-simbolo di Auschwitz è lì di fronte a me (Primo Levi dirà della stessa che "il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni"). Poi la visita ai campi di Auschwitz e di Birkenau: quest'ultimo è quello estesissimo delle baracche in legno, dei forni crematori, del treno che portava i deportati fin dentro il campo (come si può vedere nel film Schindler's List).
"È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. Non intendo né posso dire che avverrà... La violenza, "utile" o "inutile", è sotto i nostri occhi... Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo".
In silenzio, si gira, si guarda: migliaia di ciocche di capelli, pròtesi, oggetti personali ci interrogano. Come è stato possibile? Perché? Provo "vergogna", come uomo, come appartenente alla specie umana. Vergogna perché tutto ciò è potuto accadere, nel nostro secolo, in Europa. Allo stesso tempo provo paura. Auschwitz è lì a ricordarci quanto in basso può cadere l'uomo. Potrà succedere di nuovo?
"Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono "belle parole" non sostenute da buone ragioni".
Entro in una baracca, da solo, non c'è nessuno. Attorno a me le cuccette in legno dove in poco spazio stavano due-tre persone, qualche lavabo. Sulle pareti scritte recenti, in tutte le lingue, la più frequente MAI PIŮ, MAI PIŮ, che pare quasi un grido, un monito che ci giunge da chi qui ha perso la vita.
Forse che in tante parti del mondo non si stanno ripetendo fenomeni assimilabili -almeno sotto certi profili- all'orrore nazista? Deportazioni, uccisioni di massa, violenze "inutili", "pulizie" etniche? Discriminazioni e umiliazioni di stampo razzista, persino in paesi democratici? E sull'altra riva dell'Adriatico - in Bosnia, in Europa - non sono addirittura ricomparsi i campi di concentramento?
Che cosa possiamo fare noi? Potremo un giorno dire: non sapevamo, non potevamo fare nulla? Che qualcuno, come già Levi riferendosi ai tedeschi, non debba in futuro scrivere di noi, della nostra generazione:
"Quasi tutti, ma non tutti, erano stati sordi, ciechi e muti: una massa di "invalidi" intorno a un nocciolo di feroci. Quasi tutti, ma non tutti, erano stati vili".
Marco Calandrino

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Sono made in Italy gran parte delle mine antiuomo sparse per il pianeta, ostinati "cecchini tecnologici" che continuano a colpire innocenti anche a decenni dal conflitto.

Quando indignarsi non basta

Sono oltre 100.000.000 (cento milioni) le mine antiuomo ed anticarro disseminate in 64 paesi del mondo (20 milioni nella sola Africa). Ogni mese, nel mondo, 450 persone vengono gravemente ferite e 800 uccise. Una mina non distingue tra soldati, bambini che giocano e donne che raccolgono legna: il maggior numero di vittime si conta infatti tra i civili. Il 70% delle ferite da mina richiede l'amputazione degli arti, e le protesi restano un lusso riservato a pochi. Oltre a ciò, le mine impediscono pure l'accesso a zone coltivabili, rendono impraticabili interi territori impedendo il rimpatrio di profughi e producendo disastri anche economici.
Quasi si potrebbe "giustificare" un'azione di guerra tra due eserciti che si fronteggiano con proprie truppe. Più vile e intollerabile è l'azione dei cecchini, intenti a colpire bambini che giocano o persone in fila per il pane. Ma in tante guerre, in varie parti del mondo, sono in costante agguato le mine, veri "cecchini tecnologici" che non sanno leggere né tregue né trattati di pace, e restano attive anche 50 anni dopo la fine dei conflitti.
Da tempo sappiamo che gran parte di queste mine è di produzione italiana: per questo da alcuni anni & el nostro Paese la Campagna Italiana Contro le Mine. Promossa da organismi laici e cattolici, punta alla sensibilizzazione dell'opinione pubblica sul drammatico tema delle mine, e verte su alcuni punti importanti:
  • raccolta di adesioni (anche delibere di Consigli Comunali);
  • sostegno finanziario ai progetti di sminamento e di riabilitazione delle vittime;
  • richiesta della messa al bando delle mine;
  • invio di lettere alle aziende produttrici di mine;
  • iniziative di sensibilzzazione nel territorio.
    Dom Helder Camara, complimentandosi con i volontari che andavano in Sud America, ricordava loro che "laggiù" andavano a pestare al coda di un serpente la cui testa però era "quassù". È ancora vero oggi: tocca a noi dare una voce a chi non l'ha (o non l'ha più) e cambiare le logiche di potere che generano, tra le altre, aberrazioni quali la produzione di mine. Convinti che insieme si possa realizzare la speranza.
    Per informazioni sulla campagna in Emilia Romagna: Centro Amilcar Cabral, via S. Mamolo 14, 40136 BO, tel. 051/581464.
    Augusto Bonaiuti (O.N.G. Amici dei Popoli )

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    PAG. 7-10 - DOSSIER: immigrati, tra accoglienza e paura

    1 - Il quadro normativo. Dalla Costituzione alla legge Martelli, una storia di inadempienze legislative e di interventi ispirati all'emergenza. La necessità di una riflessione collettiva e di un'azione politica autentica e responsabile, al di là di opposte demagogie.

    Senza tetto né legge

    "La condizione dello straniero è regolata dalla legge, in conformità delle norme e dei trattati internazionali": così dispone la Costituzione, che attribuisce dunque al Parlamento il compito di regolare la materia per legge, ovvero con una normativa "generale ed astratta", su cui si pronuncino le forze politiche e che sia applicabile a tutti. Invece (a parte il lontano Testo Unico di Pubblica Sicurezza, che nel 1931 le aveva dedicato pochi e generici articoli) l'immigrazione è stata di fatto regolata da una pioggia di Circolari Ministeriali, ovvero provvedimenti amministrativi coi quali gli organi superiori danno istruzioni agli inferiori circa l'applicazione di una normativa esistente: quindi senza coordinamento tra le varie disposizioni (facenti capo a differenti amministrazioni) e senza un confronto responsabile e serio in Parlamento e tra gli stessi cittadini. Con buona pace della Costituzione.
    Tra deleghe legislative inattuate e sanatorie, il susseguirsi disordinato di provvedimenti ha prodotto un tale caos che spesso, per i cittadini extracomunitari che entrano in qualsiasi ufficio pubblico, la soluzione dei loro problemi dipende dal grado di "aggiornamento" dell'impiegato (per non dire del suo acume e della sua solerzia), portando a discrepanti trattamenti di situazioni analoghe.
    In questa situazione giunge la famosa Legge Martelli, dal titolo "norme urgenti in materia di asilo politico, di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari e di regolarizzazione dei cittadini extracomunitari ed apolidi già presenti nel territorio dello Stato". Nata come decreto legge, sull'onda emotiva generata, come spesso accade, di un fatto di cronaca (l'uccisione di un immigrato), fu infine approvata - con alcune modifiche - nel febbraio del ‘90. Il termine extracomunitario si impone così nel linguaggio comune, per definire gli stranieri diversi dai cittadini dei paesi aderenti ai trattati dell'Unione Europea (che in quanto comunitari hanno libero transito e libertà di soggiorno nel nostro paese così come gli italiani nel resto d'Europa).
    La legge regola l'ingresso in Italia di cittadini extraeuropei "per motivi di turismo, studio, lavoro subordinato o lavoro autonomo, cura, familiari e di culto", specificando quali documenti occorrano per l'ingresso e assegnando alla polizia di frontiera un primo controllo onde non permettere l'ingresso, oltre che a persone "pericolose per la sicurezza", a quelle che, pur avendo i documenti necessari, siano "manifestamente sprovviste di mezzi di sostentamento in Italia."
    Si stabiliscono poi le condizioni per la concessione del permesso di soggiorno (indispensabile per rimanere in Italia), per la durata e il rinnovo: il primo rinnovo dovrà essere condizionato "all'accertamento che lo straniero disponga di un reddito minimo pari all'importo della pensione sociale." Il cittadino straniero, che risieda regolarmente in un comune, può richiedere la registrazione anagrafica. La legge disciplina poi le procedure di espulsione e stabilisce sanzioni penali per chi, al fine di sottrarsi al provvedimento di espulsione, distrugge i documenti (art 7 bis, introdotto dalla legge 296 del 1993). Infine la Martelli si occupa della regolarizzazione della posizione di stranieri che al momento dell'entrata in vigore della legge si trovavano già in Italia.
    Oggi la legge Martelli appare inadeguata a regolare nella sua complessità un fenomeno sempre più rilevante come quello dell'immigrazione. Nel testo risulta evidente la preoccupazione di impedire l'ingresso ad elementi pericolosi, ma anche ai disperati che finirebbero a carico del nostro sistema assistenziale, senza peraltro riuscire a contrastare con mezzi efficaci il crescente flusso dei clandestini, gestito da organizzazioni criminali (che riservano alla loro "merce" trattamenti disumani) e pericoloso per l'impatto che rischia di avere sugli equilibri sociali.
    Manca infine la possibilità di affrontare con criteri generali - e non con provvedimenti ad personam - il problema dell'accoglienza di persone che cercano rifugio da situazioni di calamità naturale o guerra. Sul tema è sì intervenuta la legge 390 del ‘92, che riconosce lo stato di profughi di guerra ai cittadini ex jugoslavi provvisti di documento ed entrati dopo il giugno ‘91: una legge che, oltre a varie interpretazioni restrittive, ha avuto ben scarsa attuazione in termini di accoglienza e strutture.
    In questi giorni assistiamo, sulla scena politica, ad un tiro incrociato di affermazioni demagogiche, vuoi sulla necessità di "inasprire", vuoi di "umanizzare" la normativa sugli immigrati, quando ci pare che innanzitutto una vera normativa manchi, ed il problema debba essere ancora affrontato nella sua globalità e complessità. Crediamo che sarebbe il momento, per le forze politiche (e per i mezzi di informazione) di informare correttamente, prospettare soluzioni e su quelle dibattere, piuttosto che cavalcare in modo acritico l'onda emotiva dell'opinione pubblica.
    Mario M. Nanni

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    2 - Immigrazione e ordine pubblico. Quando i cittadini si sentono minacciati, all'accoglienza subentra la paura e il rifiuto, e si prepara il terreno a derive razziste. La frustrazione di chi dovrebbe applicare la legge ma non ne ha gli strumenti.

    Dall'indifferenza all'intolleranza

    Un uomo si arma di bastone e scende in strada. Altri lo seguono. Vogliono allontanare dal loro quartiere gli immigrati, nei quali vedono una minaccia. Altrove è già accaduto, e può accadere anche in una città tradizionalmene ospitale, come Bologna. È corretto parlare di razzismo? La xenofobia è la sola chiave di lettura per capire simili fenomeni? Ne abbiamo parlato con alcuni responsabili della Questura di Bologna, quotidianamente alle prese con il problema della sicurezza dei cittadini.
    Il discorso parte dalla legge Martelli, nata con lo scopo di limitare i poteri discrezionali dell'autorità di Pubblica Sicurezza attraverso l'indicazione tassativa dei motivi e delle condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno. "Il risultato è che ci tocca essere duri con chi vive situazioni che meriterebbero comprensione, ma manca di requisiti formali per regolarizzarsi, mentre non abbiamo potere su chi sfida sistematicamente la legge approfittando dei suoi "buchi" per sfuggire alle espulsioni e anche per compiere attività illecite".
    Per i cittadini stranieri senza permesso la legge prevede un decreto di espulsione, al quale segue una intimazione ad abbandonare il territorio nazionale entro 15 giorni, trascorsi i quali scatta, per chi viene trovato ancora in Italia, l'accompagnamento coatto alla frontiera (solitamente l'aeroporto di Fiumicino, da dove partono aerei per i paesi di origine di questi immigrati).
    A parte che in 15 giorni chiunque ha il tempo di sparire, per espellere una persona occorre identificarla: succede così che un clandestino che viene fermato, solitamente privo di documenti, si inventa sul momento un nome ed una nazionalità di fantasia. Viene quindi mobilitata l'Interpol perché recapiti al paese dichiarato la domanda di verifica dell'identità. Per avere la risposta, ovviamente negativa, occorrono circa 7 mesi. Solo dopo è possibile mandare foto ed impronta alle autorità del paese di presunta provenienza, che fa passare altro tempo, anche perché di solito non ha interesse a collaborare.
    In questo tempo il clandestino, che per vivere ha bisogno di mangiare, si arrangia in qualche modo, e magari commette un reato. Se viene fermato in un'altra città, dà generalità ancora diverse e tutto ricomincia daccapo. Quando finalmente c'è un riconoscimento, scatta l'accompagnamento coatto, che significa distaccare 3 agenti e un'auto per accompagnare la persona a Fiumicino, spesso per nulla. Perché se l'irregolare rifiuta di salire sull'aereo e fa una scenata, il comandante non si assume la responsabilità di caricarlo, per non mettere in pericolo la sicurezza dei passeggeri, e non se ne fa nulla.
    Detto in cifre, su 8000 decreti di espulsione emessi negli ultimi anni nella provincia di Bologna solo l'8% sono andati eseguiti, con un grande spreco di denaro pubblico, di tempo e di lavoro di uomini che vengono distolti da servizi di vigilanza e controllo, fanno notare in Questura. Di qui l'accumulo di irregolari, dovuto alla mancanza di sanzioni che funzionino da deterrente: anche la pena per chi distrugge i documenti risulta inapplicabile, poiché è difficile provare la distruzione.
    Ma quanti sono i clandestini a Bologna? La valutazione qui è più pessimistica rispetto ai dati forniti dal Comune, che parlano di circa 1000 soggetti: gli irregolari sarebbero quanti i decreti di espulsione, circa 8.000. "Questo fa capire come mai, anche in una città aperta e tollerante come Bologna, comincia a serpeggiare la tensione e la rabbia". E non si tratta di ideologie o di colore politico: la Bolognina non è certo un quartiere fascista, mi fanno notare, ma la sera la gente di via Barbieri ha paura ad uscire, perché non si sente tutelata. "All'inizio se la prendevano con la Polizia: poi hanno capito che anche noi siamo impotenti: gli stessi clandestini quando li fermiamo si mettono a ridere".
    Su questa situazione cadono gli ultimi provvedimenti cosiddetti "garantisti", che rendono sempre più complicato l'arresto, anche di uno spacciatore di droga, che oggi rischia solo una denuncia a piede libero. E quando, nei casi più gravi, ne viene chiesto l'arresto, si deve motivarlo con una documentazione che tiene impegnato un ufficio per una mattina intera. Inutilmente, perché 24 ore dopo, all'udienza di convalida, verrà facilmente rimesso in libertà, in attesa del processo. "Ma quando un padre che ha un figlio con problemi di droga vede sotto casa lo spacciatore che attende la sua vittima, e si accorge che non ci può fare nulla, perché non ha strumenti legali per difendersi, si capisce quello che è successo a Torino, dove gli abitanti di alcuni quartieri si sono organizzati in ronde. Il fatto è che i cittadini, quando vedono l'autorità pubblica spogliata di ogni potere di intervento, tendono a riprendersi in proprio quel potere. Ovvio che in questa situazione vengono fuori quelli che sfruttano l'esasperazione per gettare benzina sul fuoco e fare un discorso razzista e xenofobo. Ma confondere le due cose è un errore, che può spingere la tensione oltre il limite di controllo".
    In un quadro dove prevalgono le tinte fosche, di positivo c'è il rapporto con le autorità locali e con i servizi sociali territoriali. "La comprensione della realtà sociale è una componente indispensabile al nostro lavoro di tutela della sicurezza. Ma il problema resta politico, e in queste condizioni non potremo fare miracoli..."
    a cura di A. D. P.

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    3 - Una voce dal volontariato. L'evoluzione del fenomeno migratorio e il ritardo dei servizi pubblici, modellati sull'immigrazione maschile ed incapaci di accogliere donne e bambini. Le schiave della prostituzione e la miopia di chi considera problema sotto il profilo del decoro. Il rischio di colpire le vittime lasciando gli sfruttatori liberi di arricchirsi.

    Carne da marciapiede

    "I servizi sociali per gli immigrati sono pensati solo per maschi adulti: a Bologna, come in tante altre città, manca qualsiasi struttura di emergenza per accogliere donne e bambini". Paola Vitiello, coordinatrice del Centro d'Ascolto Immigrati della Caritas di Bologna, lamenta il ritardo con cui si muovono gli enti pubblici davanti alle emergenze sociali, che spesso trovano nel volontariato l'unico tentativo di risposta.
    A parte il Centro S. Petronio (che mette a disposizione 15 posti letto), il progetto-pilota Casa Insieme e poche altre iniziative di solidarietà spontanea, alle donne straniere con bambini la nostra città non offre nulla: c'era un progetto di struttura da 30 posti letto, ma è rimasto sulla carta per problemi burocratici. "Il problema è che i servizi istituzionali sono rimasti alla vecchia immigrazione e non si sono adeguati all'evoluzione del flusso migratorio, sempre più fatto di famiglie. E dire che la famiglia è il luogo migliore per favorire l'integrazione, soprattutto attraverso i bambini".
    La carenza principale di fronte all'immigrazione continua dunque ad essere la casa...
    Il problema della casa è dovuto alla diffidenza dei proprietari ad affittare ad extracomunitari. Si è tentato con una cooperativa (ASAS) di intermediazione tra proprietà e immigrati, che ha riunito gruppi di 4 immigrati (e dunque 4 redditi) in modo da affittare insieme gli appartamenti. La cosa ha funzionato (sono 16 gli appartamenti affittati con questo sistema), ed ora, superato il timore che gli immigrati non pagassero, la cooperativa cerca di favorire un contratto diretto tra affittuari e proprietà. Più difficile è il discorso con le famiglie, dove c'è un solo reddito.
    Da più parti si lamenta la mancanza, nella normativa sull'immigrazione, di sanzioni efficaci contro i clandestini e soprattutto contro coloro che sfruttano la clandestinità per gestire attività illecite. Qual è la vostra percezione rispetto a questo problema?
    Il problema non è la legge (che tra l'altro andrebbe applicata anche nelle parti in cui impegna lo stato e le amministrazioni locali a creare strutture di accoglienza), ma il mercato criminale degli ingressi clandestini, che vengono gestiti in società tra la mafia italiana e quella dei paesi vicini. Ogni "passaggio in Italia" rende 2 milioni, ai quali si aggiungono i proventi della prostituzione, che coinvolge sempre più ragazze minorenni: e tra poco toccherà ai bambini, ultima richiesta del mercato del sesso e della perversione, che infatti in altri paesi sono già al centro di traffici vergognosi.
    Le condizioni sono brutali: queste ragazze, a volte solo quattordicenni, devono versare un milione al giorno: immagina cosa vuol dire, a 50 mila lire alla volta. Una donna è stata costretta a "lavorare" fino all'ottavo mese di gravidanza. Eppure non hanno vie d'uscita: i protettori che le prendono in consegna le sequestrano il passaporto e le mandano in strada: in quanto clandestine, non hanno nessuna tutela e sono costrette a vivere sotto ricatto. A questo punto io chiedo: perché si parla sempre di prostituzione sotto il profilo dell'ordine pubblico, come disturbo alla quiete e al decoro? Ci rendiamo conto che siamo davanti ad un traffico di persone trattate peggio delle bestie? Perché ci si illude che la soluzione consista nell'espellere la ragazza trovata sui viali, mentre nessuno si preoccupa di fare indagini sul racket? A Firenze la Caritas ha fatto denunce con tanto di nomi e cognomi, ma non ne è seguito nulla.
    Come dovrebbero muoversi allora i tutori della legge?
    Per prima cosa occorre mettere le vittime in condizioni di poter denunciare gli sfruttatori. Oggi se una ragazza trova il coraggio di fare una denuncia alla polizia, uscita dall'ufficio è sola in mezzo alla strada: i protettori le spezzeranno la schiena di botte e la puniranno in modo esemplare, come monito per tutte le altre. Se si vuole intaccare il racket bisogna dare protezione a chi si ribella, magari fornendogli un permesso di soggiorno temporaneo.
    In secondo luogo occorre fare indagini e risalire ai veri criminali che gestiscono questo mercato disumano. Il problema di chi invoca maggiore repressione è che di solito sbaglia bersaglio: colpendo i singoli clandestini, si colpiscono le vittime, lasciando che i loro sfruttatori si arricchiscano tranquillamente.
    Infine i colpevoli vanno puniti non per sfruttamento della prostituzione, reato per cui sono previste pene lievi, ma per riduzione in schiavitù, dove si rischiano 20 anni. Non siamo, lo ripeto, davanti a un problema di pubblico decoro, ma ad una violenza continuata e perpetrata verso persone private di ogni diritto.
    a cura di Elena Bartoli

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    4 - Immigrazione e lavoro. Oltre la "prima accoglienza": i percorsi di integrazione sociale degli immigrati. L'opinione di chi progetta e coordina la formazione professionale degli extracomunitari: tra assistenza e pari opportunità di accesso al mercato del lavoro.

    Dall'emergenza al progetto

    Prima di parlare in specifico del tema di cui mi occupo, l'attività formativa, mi sembrano utili 3 premesse generali:
    1) Strutturalità del fenomeno.
    L'immigrazione extracomunitaria costituisce solo una piccola parte del fenomeno più generale della mobilità tra i popoli, che in questa fase storica è piuttosto contenuta (coinvolge circa il 2% della popolazione mondiale, e il dato è in gran parte dovuto a esodi di massa per carestie e conflitti locali). Dunque non stiamo vivendo un'emergenza, ma un fenomento strutturale che si avvia a divenire una costante: dobbiamo imparare a convivere con questo "colorarsi" della nostra società1.
    2) Un'immigrazione a doppia velocità.
    Nel fenomeno immigrazione si sta delineando una profonda distinzione: da un lato c'è una fetta di stranieri che ricalca i paradigmi dell'emergenza: profughi e rifugiati, provenienti sempre più spesso dall'est europeo o dal sud est asiatico e portatori di bisogni primari (cibo, alloggio, assistenza).
    Dall'altro lato c'è una fetta di immigrati già insediati da tempo in Italia, magari con una propria famiglia, che dispongono di esperienza di lavoro e titolo di studio: costoro hanno istanze di integrazione di livello superiore, e chiedono pari opportunità rispetto all'operaio specializzato o al diplomato italiano, per inserirsi a pieno titolo sul mercato del lavoro in modo da valorizzare le loro qualifiche e capacità. Questo è particolarmente vero in Emilia Romagna, dove le opportunità economiche hanno generato un'immigrazione di tipo stanziale, molto più stabile che a Villa Literno, dove gli stranieri stanno 3 mesi e vanno via.
    3) Una realtà a molte dimensioni.
    Dobbiamo superare quella scuola di pensiero che descrive i processi sociali come realtà circoscritte, che vanno affrontate isolatamente, per "bisogni" a compartimenti stagni. L'immigrazione, come ogni altra realtà sociale, è un fenomeno complesso, che non riguarda un certo territorio o un certo ambito di vita, ma li attraversa tutti. Per farvi fronte occorre allora un intervento complesso, su più fronti, che coinvolga più attori.
    Lo stesso vale per la formazione: i corsi che hanno dato i migliori risultati hanno visto il coinvolgimento del territorio, delle Caritas parrocchiali, dei responsabili della Questura, dei servizi sociali e dei sindacati. La fatica più grande è proprio quella di coordinare, di integrare i vari soggetti ed i vari livelli dell'intervento. Questo significa che una politica per l'immigrazione e l'integrazione, per essere efficace, deve necessariamente essere "distribuita", ed occuparsi di vari aspetti: dalla lingua al lavoro, dalla salute alla casa, dalla formazione alla socialità.
    Immigrati e formazione.
    Sul tema della formazione ritengo che occorra agire su 3 piani.
  • Emergenza - bisogni di base - formazione iniziale
    È il piano della risposta a bisogni occupazionali immediati; in profili professionali bassi, che coprano i vuoti lasciati dalla manodopera locale (saldatori, addetti alle macchine utensili, manovali, servizi domiciliari agli anziani, ecc.). Sono corsi di 400/800 ore, che durano pochi mesi, ed hanno l'obiettivo di rispondere il più rapidamente possibile al mercato del lavoro.
  • Stabilizzazione - integrazione - miglioramento posizione sociale
    Non si può ritenere che in prospettiva tutta l'immigrazione sia destinata a coprire aree occupazionali marginali. Occorre quindi allargare la formazione a mansioni qualificate, attività autonome, nascita di imprese. Scopo: allargare le opportunità di accesso al mercato del lavoro. C'è persino una legge regionale che finanzia le attività e le imprese avviate in proprio da immigrati, ma è poco sfruttata. Su questo punto si misura la fatica culturale ad accettare la "concorrenza" degli immigrati in mansioni e professioni medio-alte, ad accettare che anche loro accedano ai nostri circuiti sociali e professionali: la tendenza è sempre a confinare i loro diritti di accesso a circuiti bassi, riservati alle fasce deboli.
  • Strategia "dell'impasto".
    L'idea è che la società migliora più viene mescolata (ovvero più i singoli ingredienti vengono miscelati e legati assieme). Fuori di metafora, finché si continua a lavorare sugli immigrati, si lavora su un solo ingrediente: invece rendere gli immigrati protagonisti attivi del processo di integrazione in tutte le sue fasi implica il loro aver voce in un progetto che li deve vedere ad un tempo fruitori e promotori. Possiamo dunque delineare 2 paradigmi riassuntivi:
    1. approccio di emergenza - intervento sugli immigrati: "li" integriamo (ruolo passivo) - integrazione come assimilazione culturale - occupazione come copertura di fascie lavorative di bassa qualificazione - socializzazione come mantenimento in circuiti "caritativi", riservati ai soggetti deboli, senza parità.
    2. approccio di normalità - lavoro con l'immigrato: "ci" integriamo (ruolo attivo) - integrazione come disponibilità a lasciarci interrogare dal diverso - occupazione come imprenditorialità e valorizzazione delle competenze - socialità come partecipazione ai circuiti sociali "normali".
    Posto che l'integrazione esige l'accettazione e l'adattamento agli usi del paese ospitante, occorre anche che il "diverso" diventi per noi un'occasione per metterci in discussione. Accoglienza non significa omologazione passiva, puro assorbimento dell'altro nel nostro sistema culturale, sociale ed economico, ma significa piuttosto conciliazione personale e collettiva con altre culture, altre visioni del mondo, altri valori.
    La lotta all'esclusione sociale è anche un banco di prova per il processo di integrazione europea e per l'equilibrio tra mercato e solidarietà. Non a caso il Libro Bianco sulla Politica Sociale Europea (n.11-12) ammonisce che "l'emarginazione di vasti gruppi della società è una sfida alla coesione sociale dell'Unione. Non si tratta soltanto di una questione di giustizia sociale; l'Unione semplicemente non può permettersi di privarsi del contributo che i gruppi emarginati possono recare alla società nel suo complesso."
    Paolo Degli Esposti

    1 - Per effetto delle opposte dinamiche demografiche, si calcola che in Europa dal 1990 al 2025 la forza lavoro diminuirà di quasi 15 milioni di individui, mentre nello stesso periodo in Africa aumenterà di 56 milioni [ndr].



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    Scheda: IMMIGRAZIONE A BOLOGNA

            PRESENZE DI STRANIERI REGOLARI
         (residenti o temporanemente presenti) 
    
                    censim. '81   censim. '91   dati '94 
                   (res.+ temp.) (res.+ temp.) (solo res.) 
    
    Bologna città      4.500          7.500        6.800 
    Bologna provincia  1.300          4.100        6.500 
    Totale             5.800         11.600       13.300 
                    (stima compresi i temporanei) 20.000    
    

    Quantità. Nella provincia di Bologna risiedono circa 20.000 stranieri "regolari" (nomadi compresi). Questo numero, è bene chiarirlo, include i cittadini comunitari (oltre 1500), provenienti cioè dai paesi dell'UE. I restanti si definiscono "extracomunitari", termine ancora ambiguo perchè comprende sia gli stranieri provenienti da paesi a sviluppo avanzato (come Usa o Svizzera), sia quelli provenienti da paesi poveri, ai quali tradizionalmente ci si riferisce quando si parla di "immigrati" in senso stretto. Questa ambiguità spiega alcune discrepanze tra i numeri. A questi vanno aggiunti i "clandestini", che il Comune stima intorno alle 1000 unità (a differenza della Questura, che parla di 8000).
    Tendenza. Nel decennio 1981-91 Bologna come provincia ha visto un incremento del 67% degli stranieri: in particolare sono aumentate di più le residenze (+77%) che le presenze temporeanee (+59%), segno della tendenza al radicamento ed ad una maggiore stanzialità. Nello stesso periodo l'incremento medio in Italia è stato del 58%, e in Emilia Romagna del 138%. Nello stesso periodo si è registrato un calo verticale (da 3214 a 1429) degli studenti stranieri iscritti all'Ateneo bolognese.
    Distribuzione. Mentre nell'81 il capoluogo raccoglieva ben il 66% delle presenze straniere, nel ‘90 tale percentuale è scesa al 56, ed oggi non supera il 50%: anche tra gli immigrati c'è uno spostamento dalla città ai comuni della cintura.
    Provenienza. Nell''86 il 52% degli stranieri residenti a Bologna proveniva da Europa ed America: oggi solo il 34% ha questa provienienza. Più in dettaglio: 33% Asia (10% Filippine), 32 % Africa (15% solo Marocco), 27% Europa (15% da paesi CEE), 8% America (6% America Latina). Sempre nell'86 tra gli Europei la quota di provenienza CEE era del 73%: oggi solo del 55%. In sostanza aumenta l'immigrazione dai paesi in via di sviluppo e diminuisce da quelli a sviluppo avanzato.
    Sesso. E' interessante notare la differenza tra l'immigrazione dal Marocco (all'80% maschile) e dalle Filippine o dal Sud America (femminile rispettivamente al 62% e 72%). Nel primo caso è il giovane maschio a "esplorare", per poi cercare, una volta sistemato, di ricongiungersi con la famiglia. Dalle Filippine e dal Sud America sono le donne che "esplorano", accedendo al lavoro domestico: solo in seguito arrivano gli uomini con le famiglie. Ciò si riflette anche sulla geografia cittadina: i gruppi a dominanza maschile si raccolgono nei quartieri Navile e S. Vitale, presso i centri di accoglienza, quelli a dominanza femminile soprattutto in S.Stefano e Saragozza, presso le famiglie bolognesi più benestanti.
    Istruzione. Contrariamente a quello che si vorrebbe credere, il livello medio di istruzione degli immigrati "regolari" è vicino a quello dei "bolognesi". Nel 1991 tra gli stranieri hanno la laurea o un diploma il 68% dei maschi europei (e il 63% delle donne europee), il 51% degli asiatici (31% donne), il 37% degli africani (13% donne), il 51% dei sudamericani (49% donne). Meno del 2% sono gli analfabeti. Le stesse percentuali a Bologna sono del 31% per gli uomini e 37% per le donne (anche se il confronto andrebbe fatto tra pari età).
    Lavoro. Probabilmente a causa delle difficoltà economiche delle imprese e della forte evasione nel regolare le posizioni, gli avviamenti al lavoro di immigrati sono passati dal 9.5% del totale nel 1991 al 5.6% nel 1994. Nel 1994, su 603 uomini assunti: 50% in attività industriali, 29% nel terziario, 21% in agricoltura; delle 174 donne: 51% nel lavoro domestico e le altre in qualifiche generico-basse.
    Scuola. La presenza nella scuola nel 1993-94 è stata a Bologna di 82 bambini nei nidi e 141 nelle scuole materne. Nelle scuole elementari il numero oscilla intorno ai 500, nelle medie intorno ai 200. Nell' università sono diminuiti fino quasi a zero gli studenti greci, iraniani e statunitensi, mentre sono cresciuti quelli provenienti dalle nazioni dell'Est europeo e dal Maghreb.
    Casa. L'accesso alla casa è un'eccezione. Considerando il numero di immigrati (2059) entrati nelle strutture di prima accoglienza nel periodo ‘90-94, solo il 42% ne sono usciti nel corso dei 5 anni: il ricambio è dunque molto lento e la prima accoglienza diventa una struttura abitativa "quasi-stabile". Bisogna poi considerare che nel ‘91-92 su 85.000 studenti universitari, circa 1000 erano stranieri, 33.000 provenivano da altre regioni e 28.000 da altre provincie, per cui un'immigrato si trova a "competere" nella ricerca della casa, oltre che con i "bolognesi", anche con 20-40000 studenti.
    Sanità. Ben il 32% degli stranieri "regolari" sono di fatto privi di copertura sanitaria, senza contare la mancanza totale di assistenza "ufficiale" per i clandestini, cui sopperiscono alcune opere di volontariato (come il Centro Biavati).
    Devianza. Nel 1993, gli extracomunitari rappresentavano circa il 21% della popolazione carceraria ed il 30% nelle strutture minorili di sorveglianza della regione: una percentuale come si vede molto più alta rispetto al 2% che si registra sul territorio.
    Valutazioni comparative. In conclusione, secondo questi dati le presenze straniere complessive a Bologna e provincia non superano il 2% della popolazione (di poco al di sopra del dato nazionale, che si attesta intorno all'1,5%), o il 2,8% seguendo le stime più pessimistiche. Ma nel resto d'Europa la percentuale di stranieri rispetto ai residenti supera il 9% in Belgio, il 7% in Germania, il 6% in Francia, il 5% in Olanda e il 3,5% in Gran Bretagna (dati ‘93/'94). Restringendo lo sguardo agli extracomunitari provenienti da paesi poveri, vero nocciolo del problema, il quadro non cambia: ogni 100 abitanti la Germania ne accoglie 5,4, la Francia 4,2, il Belgio 3,8, l'Olanda 3,7, la Gran Bretagna 1,8, l'Italia 1,2. In altre parole l'Italia accoglie appena il 5,9% del totale degli extracomunitari che raggiungono l'Europa (contro il 38% della Germania e il 23% della Francia), pur detenendo quasi il 17% della popolazione comunitaria e pur producendo il 17,6% del PIL comunitario.
    Questo significa che se Bologna si pone in leggero vantaggio rispetto alla realtà nazionale, il confronto vero è con le aree europee economicamente sviluppate, rispetto alla quale la nostra capacità di accoglienza ed integrazione è ancora piuttosto bassa.
    Fonti: Oss. Immigrazioni Comune di Bologna, Oss. Immigrazioni Provincia di Bologna, Dossier sull'immigrazione a cura della Caritas di Roma, Servizio immigrazione - Città Multietnica - Iperbole.

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    PAG. 11 - immigrazione e burocrazia

    Le disavventure burocratiche di una coppia mista - italiana lei, gabonese lui - con due bambine e mille difficoltà ad incontrarsi. A margine del dossier un caso-limite ma ugualmente illuminante sul rapporto tra regolamenti formali e situazioni concrete di vita.

    Una famiglia "virtuale"

    Io faccio parte di una cosiddetta "coppia mista", e in più "virtuale". Lui è un africano, giunto a Bologna per studiare e qui rimasto coinvolto in un affaire d'amore con la sottoscritta, coronato dalla nascita di due splendide gemelline. Famiglia virtuale, perchè quasi 10 mila chilometri dividono la parte femminile della famiglia, che vive e lavora a Bologna, da quella maschile che attualmente si arrabatta a Libreville, Gabon, Africa.
    Ho conosciuto Gustave a Bologna 6 anni fa. Era venuto per studiare, con l'intenzione di tornare appena possibile in Africa dove cercare un buon lavoro per poter aiutare il resto della sua famiglia, composta da un numero imprecisato di sorelle, fratelli e parenti vari. Non aveva messo nel conto di formare una famiglia in Italia, nè tantomeno di fermarsi qui a vivere, e questo era ben chiaro fin dall'inizio della nostra storia. Poi però sono nate le nostre figlie, un po' per la mia voglia di maternità, un po' per la sua attitudine tutta africana verso i bambini. E insieme a loro è nato anche un progetto di famiglia ed un impegno reciproco per la sua realizzazione.
    Nel frattempo lui si è laureato in ingegneria elettrotecnica. Per più di 2 anni ha tentato di lavorare in Italia senza trovare niente di più qualificato di un lavoro da operario generico, quindi è tornato in Africa dove sta cercando di inserirsi professionalmente. Noi invece siamo rimaste in Italia, perché il mio lavoro è indispensabile per mantenere me e le bambine. Il progetto a lunga scadenza è quello di riunire la famiglia, dove e come ancora non sappiamo, ma stiamo cercando un luogo che possa offrire ad entrambi un lavoro sufficentemente decoroso.
    Attualmente i nostri rapporti sono limitati ad una telefonata settimanale, che deve essere breve ed essenziale a causa delle tariffe astronomiche, e a qualche lettera. Poi cerchiamo di vederci almeno 2 volte all'anno. Quando andiamo noi in Africa le pratiche burocratiche sono abbastanza semplici. Nella Ambasciata Gabonese a Roma conoscono la situazione e appena ricevono il mio passaporto mi rilasciano il visto in giornata (e gratis!). La musica è ben diversa quando è il suo turno di venire in Italia.
    Quando viveva in Italia, Gustave aveva un regolare permesso di soggiorno, prima per studio poi per lavoro. Tornato in Africa il suo permesso è scaduto, e adesso deve ottenere ogni volta un visto per poter venire in Italia anche per brevi periodi. Per concederlo l'Ambasciata Italiana a Libreville richiede il cosiddetto "certificato di garanzia", un documento rilasciato dalla Questura in Italia col quale un cittadino italiano si impegna a ospitare, mantenere, pagare eventuali spese sanitarie ed infine rimpatriare al termine del periodo accordato l'ospite straniero. Per ottenere il certificato è necessario dimostrare di essere "ricchi" (se non avessi almeno 30 milioni di reddito non potrei invitare il padre delle mie figlie) e di possedere una casa o almeno un regolare contratto di affitto (per fortuna la casa in cui abito è mia). Dopo aver presentato la domanda e i documenti sono necessari 15 giorni, dopodichè il certificato deve essere spedito (in originale) alla persona che vuole entrare in Italia che, portandolo all'Ambasciata, ottiene il visto di ingresso.
    La prima volta che Gustave è venuto in Italia non c'era il tempo materiale per seguire questa procedura, quindi ho tentato di superarla telefonando direttamente all'Ambasciata Italiana a Libreville per spiegare la situazione. Già Gustave aveva cercato di percorrere la stessa strada, ma senza risultato. Alla fine della telefonata (non oso pensare a quanto mi è costata!) il funzionario si era convinto a rilasciargli il visto sulla (mia) parola.
    Tutto andò bene fino al suo arrivo a Fiumicino, alle 4 di mattina di un giovedì di dicembre, quando mi telefonò per avvertirmi che, nonostante il suo visto fosse regolare, doveva attendere fino alle 8 perchè mancava un certo funzionario della polizia di frontiera. Alle 8 il funzionario era arrivato, ma ancora, senza altre spiegazioni, lo trattennero in areoporto. Allora telefonai io direttamente al posto di frontiera di Fiumicino e così imparai che per entrare in Italia è necessario avere con sè anche il certificato di garanzia oltre al visto.
    Poichè lui non poteva esibire quel documento, lo avrebbero trattenuto fino alla partenza del prossimo aereo utile per rimpatriarlo. Immaginate il mio sconforto a questa notizia. Il mio interlocutore, forse commosso dalla situazione, mi consigliò di rivolgermi alla Questura di Bologna per vedere se era possibile trovare un rimedio.
    Telefono allora in Questura per scoprire che chiudeva alle 11 (oramai erano le 10 e 30): mi dicono di andare là velocemente perché il dirigente, momentaneamente assente, avrebbe forse potuto aiutarmi. Ero a casa da sola con le bimbe ammalate (allora avevano 3 anni), la babysitter era introvabile, ma trovo una amica disponibile per le bimbe e mi precipito in Questura. Il Dirigente si rivela essere una signora molto umana e comprensiva che, dopo aver telefonato personalmente a Fiumicino, mi prepara un certificato al volo e spedisce il documento via Fax. Alle 13 finalmente Gustave era stato "rilasciato". Ancora non era finita ma il più era fatto. Il giorno dopo siamo dovuti tornare in Questura (prima lui, poi io, poi finalmente l'abbiamo capita e ci siamo andati tutti e quattro insieme) per ottenere il permesso di soggiorno turistico.
    La seconda volta che Gustave è tornato in Italia, memore delle passate traversie, mi sono mossa per tempo per ottenere il famigerato "certificato". A metà giugno già lo possedevo e, per maggior sicurezza, l'ho spedito con una raccomandata espresso. Poichè una lettera normale impiega circa 15 giorni per arrivare a Libreville, ero tranquilla che sarebbe arrivato in tempo, ma dopo un mese la lettera non era ancora arrivata e quando arrivò (pochi giorni prima della partenza prevista) era talmente bagnata che il modulo interno, compilato con il pennarello, era completamente illeggibile.
    Per fortuna questa volta tutto si è concluso bene, solo con un po' di batticuore, poichè sia l'Ambasciata che il controllo passaporti di Fiumicino non si sono troppo formalizzati, accontentandosi di un originale sbiadito e di una copia leggibile che avevo prontamente provveduto a spedire via fax.
    Ho cercato di capire se esiste una procedura più semplice per attraversare frontiere con meno formalità. Per esempio esiste una pratica di "ricongiungimento famigliare" tramite la quale un lavoratore straniero può richiede che i suoi parenti stretti (moglie, figli, genitori) lo raggiungano e che sia loro concesso di risiedere legalmente in Italia. Ma io e Gustave non ci siamo mai sposati e quindi costituiamo una famiglia solo di fatto. Vorrà dire che dovremo scegliere se proseguire sulla nostra strada, diventando abituali frequentatori di Ambasciate e Questure o se far contenti tutti (mamme, figlie ... e burocrazia italiana), decidendo finalmente di sposarci.
    Elda Rossi

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    PAG. 12 - cittadini del mondo

    Ogni nostro acquisto è l'ultimo anello di una catena che arricchisce le multinazionali di intermediazione commerciale e sfrutta il lavoro (malpagato e a volte disumano) della manodopera del Sud del Mondo. Il Commercio alternativo nasce per spezzare questa spirale ed educare all'interdipendenza tra i popoli, a partire dai gesti quotidiani.

    Ex-Aequo: per un consumo solidale

    Del 1993 anche a Bologna esiste un punto vendita del Commercio Equo e Solidale, gestito dall'associazione Icaro e dalla Cooperativa Ex Aequo. A due anni e mezzo dalla nascita, Ex Aequo continua a crescere, sia in quantità che - speriamo - in qualità. Crescono i soci (Icaro arriverà prossimamente ai 6.000 soci) e il fatturato (260 milioni lordi, da luglio '94 a giugno '95). E crescono anche i problemi economici e di gestione (in particolare amministrativi: c'è per caso tra di voi un commercialista-amministratore disposto a darci una mano?) La nostra - lo ricordiamo - è un'attività che esiste solo grazie al volontariato, e l'impegno che vogliamo ribadire ai soci ed agli amici di Ex Aequo è quello di continuare ad investire in solidarietà, cooperazione, informazione.
    Il Commercio Equo e Solidale ha senso solo in quanto evidenzia l'orizzonte vasto di problematiche economiche e sociali che sta dietro il semplice atto del consumo, e in quanto propone - oltre alla critica all'esistente - l'utopia concreta di sottrarre al dominio del fattore economico alcuni spazi della nostra socialità quotidiana, e dei rapporti tra le persone ed i popoli.
    Non ci interessa la carità o il richiamo ad un'astratta giustizia, o a una solidarietà fatta solo di "buone parole". Siamo parte di un movimento nato per opporsi al dominio occulto delle trasnazionali, per promuovere la dignità e l'autosviluppo dei popoli del Sud del mondo, e per aumentare la consapevolezza dei consumatori del Nord verso queste problematiche. Il nostro primo obiettivo è rapportarci alla testa ed al cuore dei nostri concittadini, sapendo che ciò accade in tante altre città d'Italia e d'Europa, ponendo problemi e proponendo anche qualche soluzione. "Pensare globalmente, agire localmente" è uno slogan mutuato dal pensiero ambientalista che si adatta perfettamente alla nostra identità e proposta. Proprio per questo riproponiamo, come nei mesi precedenti, incontri di conoscenza e approfondimento del Commercio Equo e Solidale, che si terranno il 22 novembre e il 13 dicembre, presso Meridiana (mediateca della Coop. La luna nel pozzo, in via Gandusio 10, a Bologna).
    Noi le consideriamo occasioni semplici ma concrete per un contatto diretto, e per mantenere "aperta" la porta a chiunque abbia proposte e voglia coinvolgersi nella nostra attività.
    Un grande appuntamento di rilievo nazionale ci attende in dicembre: il Commercio Equo e Solidale, assieme a tante altre realtà dell'associazionismo nazionale, sta costituendo la Banca Etica, la prima iniziativa che in Italia si propone esplicitamente di offrire opportunità etiche ai singoli risparmiatori, per finanziare attività no-profit, di cooperazione-solidarietà, o di rilevanza sociale. Ne parleremo sabato 9 dicembre, in un CONVEGNO organizzato assieme all'Arci di Bologna.
    E poi... e poi saremo a Natale: anche quest'anno ci presenteremo fornitissimi, con l'ormai classica iniziativa "La Cesta in Festa" (3^ edizione), ancora in collaborazione con "Adotta la Pace" (campagna di adozione a distanza di famiglie vittima della guerra in ex-Jugoslavia). Il periodo natalizio ci entusiasma e ci terrorizza: in tutta sincerità facciamo fatica a reggere all'assalto che il negozio subisce (e ne siamo contenti). Anzi, quest'anno abbiamo a disposizione un articolo in più: un bel calendario firmato da Ex Aequo, dedicato alla convivenza ed alla pace tra i popoli, a un prezzo davvero modico. Per aiutarci a non soccombere vi chiediamo - se potete - di prenotare le ceste e i calendari quanto prima potete. Grazie.
    Giorgio Dal Fiume

    All'inizio

    Commercio alternativo: perchè?

    Fame e miseria del Sud del mondo non sono una fatalità, ma dipendono dalle attuali regole del commercio internazionale, che aggravano gli squilibri tra Nord e Sud del mondo. L'interdipendenza ambientale e sociale non ci permette di rimanere indifferenti, e la coscienza critica dei consumatori del Nord, che costituiscono l'ultimo anello del sistema di sfruttamento del Sud, costituisce un modo per affrontare problemi comuni al Nord e al Sud.
    In Africa, Asia e America Latina gruppi di produttori si sono da tempo organizzati per sfuggire alle inique rergole del commercio internazionale. Il Commercio Equo e Solidale fornisce canali di diffusione ai loro prodotti, evitando il ricorso ad intermediari e grossisti, aiutando chi lotta per l'affermazione della dignità umana. Il consolidamento di un mercato alternativo è un passo concreto contro relazioni internazionali che sfruttano uomini e natura, a favore dei processi di liberazione del Sud, per stimolare al Nord un consumo consapevole. La rete del commercio alternativo - presente da decenni in molti paersi europei - non segue logiche caritative o assistenziali, ma costruisce rapporti paritari con i fornitori dei prodotti.
    La scelta dei partner e dei prodotti segue dei criteri definiti a livello internazionale dalle organizzazioni del commercio alternativo, con l'obiettivo di contribuire allo sviluppo autonomo delle comunità locali del Sud del mondo, acquistando da produttori locali - associazioni, cooperative, gruppi autoorganizzati - e garantendo loro guadagni più equi. Ciò è possibile tramite un contatto diretto con i produttori, che determinano autonomamente i prezzi, sulla base del lavoro investito nella produzione.
    Gli articoli del Commercio Equo e Solidale rispettano criteri di salvaguardia dell'ambiente e dei lavoratori, e sono "portatori di informazione" sui produttori e sulla dipendenza dal mercato internazionale. I prodotti artigianali sono frutto delle tradizionali lavorazioni locali e vengono fabbricati con materie prime del posto, mentre i prodotti alimentari non devono incidere sulla produzione agricola destinata all'autoconsumo. Gli utili prodotti dalla rete del commercio alternativo vengono utilizzati per finanziare progetti di produzione locale del Sud e attività di informazione al Nord.
    Ex Aequo è in via Altabella 2/a (aperto da martedì a sabato, dalle 10 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.30; tel. 233588), e si propone di essere, oltre che un "negozio" alternativo, un luogo aperto a quanti - singoli, organizzazioni non governative, associazioni - siano interessati alla realizzazione di iniziative di informazione e documentazione sulle problematiche Nord/Sud e ambiente/sviluppo.
    G.D.F.

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    PAG. 13 - cittadini del mondo

    Da un lato le organizzazioni popolari che spingono "dal basso" le fasce più povere e le classi medie ad una presa di coscienza. Dall'altro le potenti oligarchie, che oltre alla terra controllano anche i mass-media, con i TG piazzati dopo le migliori telenovelas. E il televisore ce l'hanno tutti, anche chi non ha nient'altro. Fra democrazia e dittatura...

    Brasile: una "democratura"?

    Possiamo davvero dire che i paesi dell'America Latina vivono regimi pienamente democratici, o aveva ragione Leonardo Boff quando affermava che in Brasile è in atto una "democratura"? Quali sono le condizioni sociali che permettono un'esercizio corretto e completo del diritto di cittadinanza?
    Come rapportarsi, a livello politico, con le masse di impoveriti? L'azione avviene principalmente su due livelli. Il primo e più importante, ma purtroppo non il più significativo quanto a risultati numerici, è quello dei movimenti popolari di nascita recente, o risultati dell'evoluzione dei movimenti clandestini sorti all'epoca del regime militare. Legati alla CUT, la grande centrale sindacale che ha dato origine al PT (Partito dei lavoratori), alla Chiesa cattolica, soprattutto tramite la CPT (Commissione Pastorale della Terra), alle Chiese protestanti, ai movimenti di volontariato sociale (nelle favelas, coi "meninos de rua", con gli anziani, i malati di AIDS, i senza tetto ecc.), e ad altre numerose inziative pubbliche e private, questi gruppi si propongono di "coscientizzare" le fasce più povere della popolazione, ma anche delle classi medie, sempre più sensibili alle problematiche sociali del paese.
    Democrazia teleguidata
    Purtroppo questi movimenti di base devono fare i conti con un altro livello di azione, quello delle classi dominanti, formata da oligarchie rese potentissime dal possesso della terra, dei seggi nelle assemblee legislative e dell'informazione. E' evidente che non è un combattimento ad armi pari, in quanto la televisione rappresenta l'unico strumento per lanciare messaggi, ad esempio, a chi non sa leggere. Allo stesso modo, essa rappresenta un elemento di unità nazionale per un paese di dimensioni continentali, e per i cittadini che non hanno altri mezzi per conoscere cosa sta succedendo intorno a loro e nel mondo; possiamo certamente dire che la televisione è un elemento culturale fondamentale per i brasiliani, come il calcio o il carnevale, per intenderci.
    Alcune trasmissioni sono intoccabili. Fra le famose novelas della Globo (prodotti televisivi veramente ineccepibili e guardabilissimi, chissà perché da noi in Italia arrivano solo i polpettoni messicani o venezuelani), quelle trasmesse in prima serata sono seguite da un brasiliano su due, e le immagini possono essere ricevute persino nei meandri più nascosti della foresta amazzonica.
    Questa trasmissione è preceduta da un telegiornale che alcuni anni fa era il campione indiscusso di audience giornalistica, e solo recentemente ha visto intaccata, seppur lievemente, la propria egemonia. Non è difficile quindi far passare messaggi politici o di qualunque altro tipo, in maniera più o meno esplicita, raggiungendo un numero altissimo di persone. E per fare un esempio di come una campagna d'informazione possa essere teleguidata, ecco una notizia trasmessa da due telegiornali di diversa tendenza. Siamo all'epoca in cui Cardoso era ministro delle finanze e stava per lanciare il "Plano Real", che avrebbe in pochi mesi abbattuto l'infalzione grazie a manovre artificiali di tipo monetario (sul modello del piano realizzato in Argentina dal ministro Cavallo). Rede Globo: "L'inflazione di questo mese a S. Paulo è scesa dello 0,4%". Rede Bandeirantes: "L'inflazione a S. Paulo è stata questo mese del 34,2%, contro il 34,8% del mese precedente". E' una sola notizia, ma sembrano due, e diverse, a chi non sappia nulla di economia e poco di matematica.
    Tra destra e sinistra
    Si capisce quindi perchè il leader del PT, Luis Inácio "Lula" da Silva, pur sostenuto dai movimenti popolari, abbia perso per ben due volte consecutive le elezioni presidenziali. Nel 1989 è stato sconfitto da un avventuriero senza troppi scrupoli, Fernando Collor, che si servì della TV per infangare Lula con calunnie sulla sua vita privata. Lo stesso Collor fu poi a sua volta travolto dallo scandalo finanziario che portò milioni di brasiliani sulle piazze, chiedendone l'impeachment: chi amplificò le manifestazioni, ottenendo un rapido effetto moltiplicatore, fu quella stessa televisione che aveva contribuito pesantemente a farlo eleggere. Un anno fa, la televisione ha catalizzato l'attenzione dell'opinione pubblica sul sociologo Cardoso, quando ancora era ministro: un'immagine rassicurante in grado di piacere persino ad alcuni progressiti per il suo passato di esiliato politico, e soprattutto di non spaventare il mondo imprenditoriale. Eletto al primo turno, la sua campagna televisiva era stata curata dalla stessa agenzia che a suo tempo aveva realizzato gli spot per Bill Clinton. Alcune immagini dei due candidati erano addirittura identiche.
    Il PT, nonostante massicci investimenti, non è riuscito ad arrivare a tanto, e inoltre è stato vittima di un'abile campagna, che si trascina ormai da molti anni, fondata sulla fobia anticomunista che anche noi conosciamo, e che ha cercato di convincere gli anziani e le persone semplici che Lula, se eletto, avrebbe bruciato la bandiera nazionale sostituendola con la bandiera rossa: un colpo mortale per lo spiccato nazionalismo brasiliano. Lula è di nuovo al palo, aspettando però la rivincita delle elezioni amministrative del prossimo anno. Là, a livello locale, la forza propulsiva dei movimenti popolari sarà forse in grado di contrastare con maggiore efficacia il potere d'immagine della televisione, aggiungendo un tassello al difficile e lento processo di democratizzazione del paese.
    Sandra Biondo



    Brasile: grandezze e squilibri

    Il Brasile ha una popolazione di 150 milioni di abitanti, di cui quasi 120 risiedono nelle grandi città. Oltre 64 milioni di brasiliani (43%) sopravvivono con un reddito pro-capite uguale o inferiore a mezzo "salario minimo" (un "salario minimo" è pari a circa 80$); di essi, circa 7 milioni sono indigenti, cioè al di sotto di 1/4 di salario.
    L'1% più ricco usufruisce del 14,6% del reddito nazionale; il 50% più povero del 11,2%. La mortalità infantile su scala nazionale è del 61 per mille, contro il 20 per mille dei paesi del primo mondo, e nel Nord-Est raggiunge quasi l'88 per mille.
    Stime ufficiali dichiarano che il 18% della popolazione è analfabeta, raggiungendo il 33% nella regione Nord-Est con punte dell'80% fra gli adulti delle zone rurali. E' la decima potenza industriale del mondo, ma è solo al 70° posto per qualità della vita (Fonte: IPEA Brasil 1990/93).


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    PAG. 14-15 - politica e società civile

    Cittadini timorosi di esporsi e di assumersi responsabilità? Oppure impossibilità oggettiva ad accedere ai "circuiti chiusi" della politica, anche bolognese? Un contributo al dibattito sul tema - antico ma purtroppo sempre attuale - della distanza tra città e palazzo.

    Lavarsi le mani o sporcarle?

    Leggo la lettera di Paolo Fabbri sul Mosaico n. 4 con un certo distacco che però si traforma presto in fastidio. Il suo modo di affrontare il tema dell'impegno politico mi pare un po' troppo semplice. L'invito a "sporcarsi le mani" è una esortazione ovvia, soprattutto per chi come me si è formata ed opera nell'ambiente del volontariato. Proprio per questo mi sento toccata sul vivo, ma per non correre il rischio di una risposta impulsiva credo sia necessario porsi prima qualche altra domanda.
    Perchè tanti restano a guardare, criticando senza coinvolgersi?
    Non credo sia solo il non volersi "sporcare" o un "purismo" che francamente oggi mi pare superato. È sempre più chiaro il legame tra mondo del volontariato e impegno politico: la disaffezione diffusa, il cinismo, lo scempio di quanto appartiene a tutti, impongono a chi vuole far crescere il "senso comunitario" di allargare l'impegno alla politica, intesa come cura delle "cose di tutti". Se non altro per evitare che i piccoli sforzi di ogni giorno continuino ad essere vanificati da politiche meschine. Per dirla col Gruppo Abele, c'è una "irrinunciabilità della politica" (1) a cui tutti noi volontari siamo chiamati.
    Certo c'è chi è sordo e preferisce stare a guardare senza fare nulla per cambiare, ma c'è anche chi a questo richiamo ha risposto: soprattutto in questi ultimi tempi tanti "non professionisti della politica" si sono resi disponibili in prima persona, non per ambizione ma per maturazione personale. È per questo che mi è difficile comprendere ed accettare la lamentela dei "politici" che si sentono soli.
    Chi è nuovo non trova spazio. Qui a Bologna i partiti sono forti e non rinunciano ai loro uomini. A volte qualche nuovo viene messo in lista solo come propaganda di rinnovamento e nulla più. E questo è male comune a formazioni diverse, alleate e contrapposte, "vincenti" e "perdenti".
    Limitando l'accesso (se non in modo marginale) alle persone che non scelgono la politica come mestiere, nessuna sorpresa se finisce che i "politici" si trovino soli, senza nessuno dietro.
    Trattative, partiti, movimenti
    Mi pare che alcuni abbiano una specie di complesso in merito alle trattative preelettorali. Così dimenticano che il problema non sono le "trattative" in se stesse, ma lo stile con cui sono condotte. Perchè altro è affermare di riunirsi per cercare "l'uomo giusto al posto giusto", altro è il lottare poi per "il proprio uomo" prescindendo da qualsiasi altra considerazione, solo per conquistare una posizione di potere. Questo è accaduto lo scorso aprile, e non è onorevole.
    Se nei partiti va così, anche nelle liste civiche non è tutto roseo. Si costruiscono con libertà, senza troppi dati precostituiti e abitudini stratificate: è una sfida interessante a cui diventa difficile resistere. Ma proprio perchè molte delle variabili sono tutte da discutere, si finisce in pratica per correre il rischio di ritrovarsi dove non si voleva precisamente andare.
    Una delle maggiori difficoltà si manifesta ad esempio nella definizione dei contenuti del programma, da rendere omogenei pur partendo da esperienze e culture diverse, o nelle relazioni con le altre formazioni politiche. Così la democrazia interna diventa un punto essenziale. E fondamentale diventa la questione di come si orientano le scelte: chi decide, su cosa, con quale mandato e quali limiti?
    Nel "movimento" che nasce anche da forti presupposti di fiducia nelle persone che ne hanno la leadership, va tutelata la formazione delle posizioni politiche, va verificata la linea e la coerenza interna del programma, questo a partire dalla effettiva maggioranza degli aderenti e dalla designazione esplicita di coordinatori, che devono avere chiari i limiti e le responsabilità del proprio ruolo.
    Per una politica che "costi"
    Qualcuno nel momento di formazione delle giunte ha suggerito che per avere persone significative e di grande esperienza nella guida della città si dovevano pagare moltissimo gli assessori. Credo ci sia poco che possa essere di più falso e fuorviante di questa idea.
    Non c'è bisogno di persone che pur competenti si impegnano solo se pagate moltissimo: io penso alla politica come qualcosa che "costi". È sotto gli occhi di tutti che il fatto che occuparsi di politica fosse fino ad oggi fonte di privilegio ha comportato una selezione indiretta, e non certamente ottimale dei partecipanti al "gioco". È dunque qui e non nel "nuovoperilnuovo'" che può collocarsi la possibilità di sovvertire la negatività con cui oggi viene vista la politica.
    Ambizione personale, accesso a privilegi, possibilità di forti guadagni: non è accettabile che la classe politica venga di fatto selezionata in base a questi criteri.
    Oggi è necessario ed urgente cambiare le persone (forse tutte), e questo va fatto senza disperdere competenze e capacità. Ma perchè sia efficace va cambiata la selezione (indiretta) che si compie tra chi intende occuparsi di politica: fatte salve le competenze, questa deve diventare sempre di più una selezione sulle motivazioni, cambiando il criterio di base: non più privilegio, ma "costo". Occuparsi delle "cose di tutti" deve costare di più: in termini di tempo, di carriera, economici (ovviamente proporzionato perchè la politica non sia solo di chi se la può permettere). Solo questo può selezionare le persone in un modo che sia proficuo alla comunità, orientato alla ricerca del bene comune. Per evitare che continuino a governarci persone solo alla ricerca del proprio personale interesse, un costo ci deve essere.
    Nel mondo del volontariato ciò accade quotidianamente: gente di valore (non solo chi ha tempo da perdere) da il suo tempo (e quindi in un certo senso paga un prezzo) senza un beneficio, senza un privilegio. Fa qualcosa che ha un valore maggiore di quello che gli costa semplicemente perchè ci crede.
    Gabriella Santoro

    (1) in La Terra vista dalla luna, n. 2, marzo 1995



    All'inizio

    Coperto dall'ordinario clamore della cronaca politica, senza la forza di far sentire la propria voce, esiste tuttavia un mondo di gruppi e associazioni che si muovono per promuovere dal basso un impegno politico rinnovato ed autentico. Una lettera e un'esperienza da Milano.

    Non basta il "personaggio"

    Cari amici de "Il Mosaico", ho letto con interesse il numero di maggio-agosto della vostra rivista. Me l'ha passata un amico dicendosi certo che avrei trovato consonanze con le idee mie e dell'associazione di cui faccio parte, che si chiama Demos e ha l'intento di riavvicinare i cittadini al "lavoro" politico ed istituzionale, spezzando il meccanismo inerziale che attribuisce sempre più potere a chi invece di politica si occupa da tempo e magari a tempo pieno, ormai completamente distaccati dalla cosiddetta "società civile".
    Sono rimasta molto colpita dall'articolo di Massimo Toschi, perché tocca argomenti inconsueti, ora che la politica non gode di buona fama. Ci sono alcune delle sue proposte rivolte a Prodi che coincidono esattamente con le riflessioni che la nostra associazione sta facendo da qualche anno. Mi riferisco in particolare alla dichiarata necessità di ricambio del personale politico: alla regola di non ricandidare chi ha due o più legislature alle spalle, alla non candidabilità di chi già copre cariche istituzionali "pesanti".
    Mi ha piacevolmente stupita l'identità di queste proposte con le nostre, nonostante i percorsi diversi delle rispettive riflessioni. L'evidente quanto inaspettata presenza di un "idem sentire", come direbbe Bossi, con una delle tipiche espressioni coniate per l'occasione dal fantasioso lingusta, mi ha colpita.
    Ma qualcosa non mi convince nelle tesi che attribuiscono al "buon personaggio" contro i "cattivi partiti" la capacità di attuare finalmente tutte quelle belle cose che ci aspettiamo dal nuovo corso che sembra aver preso la politica. Parlo della coerenza e della nuova dignità della politica stessa, che tutti adesso si aspettano di vedere attuate dai vari "leaders", ritenuti sicuri investimenti per il futuro governo dell'Italia.
    Io temo invece che affidare il nostro futuro alle qualità personali di chicchesia, fosse pure il più fulgido ed incorruttibile eroe del nuovo corso, sia l'ennesimo rischio che la democrazia potrebbe correre. Chi ci salverebbe dal possibile insorgere di caratteristiche negative, sempre in agguato nell'animo dell'uomo?
    Non voglio certo nemmeno pensare che ognuno ha il suo prezzo, anch'io voglio credere all'esistenza di persone fondamentalmente sane e oneste. Non è questo il punto. Ma non è forse più sicuro e corretto stabilire quelle semplici regole che sono, secondo autorevoli politologi, il nutrimeno della democrazia? Regole valide per molte situazioni e per molto tempo. Medicine non aggressive per il corpo malato dei partiti.
    Sono convinta infatti che i partiti non debbano morire, ma che costituiscano anzi, insieme alle regole, il fondamento stesso della democrazia. Perché nessuno, nemmeno il più saggio e equanime degli uomini, può non prendere "parte" nelle vicende della vita. L'idea è che ognuno, solo per le idee che professa, rappresenta il "partito" di se stesso.
    Vi invio un articolo pubblicato nell'aprile ‘95 sul mensile "Mondo Nuovo", che tratta dei partiti e suggerisce un modo per salvarli e per salvare con essi anche la democrazia. Con simpatia, in attesa di una risposta, vi saluto cordialmente, anche a nome dell'associazione Demos. Milano, 19 ottobre 1995.
    Carla Assirelli


    Demos: quattro proposte per il rinnovamento

    "Demos è un progetto portato avanti dall'associazione Link, federata ai verdi e fondata sul tema dei diritti e della democrazia. La crisi politica in Italia, ma più in generale nel mondo occidentale, può essere spiegata con alcuni caratteri come la mancanza di partecipazione diffusa, la difficoltà nell'esercizio del controllo democratico, la concentrazione di potere istituzionale e la formazione di un ceto politico inamovibile.
    Demos ha concepito quattro proposte che, pur nei loro limiti, costituiscono i "preliminari" necessari per un modello più evoluto di democrazia: non sono proposte ascrivibili immediatamente alle tradizionali categorie destra-sinistra, e in particolare la forma-partito attuale le vede come una minaccia alla sua stessa esistenza. Non si potrebbe capire l'Italia dei misteri, delle stragi impunite e del colossale debito pubblico senza riferirsi alla logica interna ad un gruppo politico il cui scopo è quello di autoconservarsi ad ogni costo sociale.
    La
    prima proposta riguarda i limiti dei mandati istituzionali. Un ceto politico abituato a restare permanentemente nelle istituzioni crea meccanismi inerziali e forme di sclerosi inconciliabili anche con modelli minimali di democrazia.
    La
    seconda proposta è un cambiamento di approccio all'istituzione che abbiamo chiamato il "rispetto del mandato". Esso consiste nel non abbandonare il mandato istituzionale per il quale si è stati eletti. Non si può chiedere alla gente il voto e poi lasciare il mandato solo perché si profila un'elezione di maggior grado.
    La
    terza proposta, il divieto di cumulare più cariche istituzionali, dovrebbe essere un'altra norma imperativa volta a impedire dannose forme di concentrazine del potere. Un esempio: i segretari di partito che sono eurodeputati non sono in grado, per motivi pratici, di poter lavorare nell'europarlamento. Oggi Leoluca Orlando e Marco Formentini, rappresentanti di forze politiche "nuove", prendono lo stipendio di europarlamentare non potendo partecipare ai lavori dell'organo europeo.
    L'
    ultima proposta è più complicata: si tratta della separazione tra la rappresentanza interna e il ruolo istituzionale. Chi entra in Parlamento, anche se deve mantenere le idee per le quali si è candidato, rappresenta tutti, come dice la Costituzione. Non è quindi opportuno che rimanga rappresentante di una parte. È invece opportuno che il partito di riferimento, essendo fatto da cittadini, si doti di organismi esterni alle istituzioni e capaci di controllare chi vi è entrato".
    (Pino Polistena)


    All'inizio

    PAG. 16 - appuntamenti e avvisi

    Associazione Il Mosaico

    BILANCIO DEL PRIMO ANNO DI ATTIVITA'

    Gli abbonati a Il Mosaico sono al momento 330. Il giornale è uscito in 5 numeri (incluso il presente), con una tiratura media di 2900 copie, di cui in media 2383 spedite per posta. L'associazione ha poi organizzato 7 incontri pubblici su temi diversi, oltre a decine di riunioni interne, aperte a chiunque fosse interessato.
    
    USCITE 
    tassa tribunale, documenti, bolli       1.038.050 
    sale per serate e incontri pubblici       525.000 
    spese postali spedizione giornale       1.741.700 
    tipografia                              7.049.750 
                                           ----------
    TOTALE                                 10.335.500 
    
    ENTRATE 
    contributi dei soci                     1.480.000 
    raccolte negli incontri                   615.000 
    abbonamenti                             7.900.000 
                                           ----------
    TOTALE                                  9.995.000 
    
    Assemblea dell'Associazione: 16 dicembre 1995 ore 17, al centro Poggeschi, in via Guerrazzi 14 a Bologna. Seguirà la cena ed un momento conviviale.


    Consultorio familiare bolognese

    Il percorso adottivo

    Corso di formazione su problemi e prospettive dell'adozione e dell'affido, tenuto dal prof. Pierpaolo Gamberi, psicoterapeuta e giudice onorario presso il tribunale minorile di Bologna. I temi affrontati vanno dalla scelta adottiva al rapporto tra la coppia e il bambino, dal problema dei rapporti con le istituzioni italiane ed estere ai problemi di interculturalità che l'adozione può proporre. Gli incontri sono a settimane alterne, sabato mattina ore 9-11, a partire dal 25/11, presso il Consultorio Familiare Bolognese, in via Irma Bandiera 22. Per informazioni tel. 051/6145487.


    V.I.S. - Amici dei Popoli

    Islam e diritti umani

    La rassegna continua con i titoli:
  • 20/11/95: La plage des enfants perdus (Marocco 1991)
  • Le proiezioni, presso il Cinema Galliera in via Matteotti 25 a Bologna alle ore 20:30, saranno precedute da una introduzione e seguite da un dibattito. L'ingresso è libero.


    Centro Poggeschi - Scout

    Sviluppo sostenibile: quale rapporto fra uomo e ambiente?

  • 21/11/95: Sviluppo economico e ambiente: complementarietà o contraddizione? (prof. Pucci, Scienze Politiche)
  • 28/11/95: Sviluppo sostenibile, un problema di equità intergenerazionale (prof. S. Zamagni, preside Economia)
  • 5/12/95: Biodiversità e sviluppo sostenibile (prof. G. Celli, Agraria)
  • 12/12/95: Le radici culturali dello sfruttamento della natura (prof. F. Appi, Seminario Regionale)
    Tutti gli incontri si terranno alle ore 20:45 presso il Centro Poggeschi, via Guerrazzi 14, Bologna, tel. 051/22.04.35.


    Ex Aequo - ARCI

    Convegno nazionale L'ALTRA FINANZA

    Investire nel futuro: verso la banca etica È possibile coniugare economia solidarietà? Commercio Equo e Solidale e associazionismo presentano la futura Banca etica.
    9/12/1995 ore 9-13 aula magna Ciamician via Selmi 2 Bologna



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    Il Mosaico

    periodico bimestrale della Associazione "Il Mosaico" , via Venturoli 45, 40138 Bologna
    direttore responsabile Andrea De Pasquale
    reg. Tribunale di Bologna n. 6346 del 21/09/1994
    stampa Futura Press srl, Bologna, spedizione in abbon. postale / 50%
    Questo numero è stato chiuso in redazione il 10/11/95.
    Hanno collaborato:
    Anna Alberigo, Elena Bartoli, Sandra Biondo, Augusto Bonaiuti, Alessandra Brusoni, Marco Calandrino, Luigi Calori, Giorgio Dal Fiume, Paolo Degli Esposti, Alessandro Delpiano, Andrea Lenzarini, Flavio Fusi Pecci, Guido Mocellin, Benedetta Nanni, Mario M. Nanni, Giuseppe Paruolo, Elda Rossi, Gabriella Santoro.


    IN QUESTO GIORNALE SOLO LA CARTA É RICICLATA

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