Numero 5 - Settembre-Dicembre 1995
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Redazione
Tutela della maternità, legge 194, aborto e prevenzione. La latitanza della scuola,
i pudori della Chiesa, la solitudine delle ragazze. Ritratto di una città che si
racconta emancipata e solidale, ma nei fatti si rivela ora puritana, ora permissiva,
spesso ipocrita.
Perbenisti e indifferenti
La questione aborto ha diviso e continua a dividere l'opinione pubblica secondo appartenenze ideologiche.
Come spesso accade, la realtà si incarica di smentire i luoghi comuni, interpellando cattolici e laici con
uguale drammaticità. Ecco l'esperienza del dott. Antonio Lado, ginecologo con 20 anni di lavoro in un
Consultorio USL, oggi volontario presso il Centro Biavati di Strada Maggiore e il Centro Accoglienza alla vita
di via Irma Bandiera.
Dal Consultorio al Centro di Accoglienza alla vita: sono più le analogie o le differenze?
Vorrei innanzi tutto parlare del Centro Biavati e degli enormi problemi che si trova a gestire, nei quali
rischiano di venire coinvolti anche i singoli volontari che vi operano. Nato 15 anni fa soprattutto per assistere
poveri e senzacasa, il Biavati oggi si occupa più che altro di immigrati: fornisce assistenza sanitaria di base
totalmente gratuita a 2500 extracomunitari, grazie all'opera di una ventina di medici volontari che a turno
garantiscono tutte le sere, dalle 17 alle 21, la presenza nell'ambulatorio, compresi i giorni festivi e il mese
d'agosto. Pensa che a Bologna ci sono 250 studenti extracomunitari che sono senza medico di base, e per
averlo dovrebbero sborsare circa 2 milioni all'anno!
ASSISTENZA FUORI LEGGE
Il problema è che la maggior parte degli assistiti è clandestina, quindi al medico spetterebbe l'obbligo della
denuncia, dopo la quale scatta l'espulsione. Tutti, autorità comprese, sanno che al Biavati assistiamo anche
clandestini (che non hanno diritto ad alcuna prestazione sanitaria), ma per "bontà d'animo" fingono di non
sapere: pensa solo al fatto che, quando i nostri assistiti vengono ricoverati, per il rimborso delle spese di
degenza (600.000 lire al giorno!) va avvertita la Prefettura che a sua volta attiva l'Ambasciata del loro paese
d'origine la quale dovrebbe poi pagare; il che non avviene quasi mai, e tutti chiudono un occhio, come
sempre accade in Italia. Ma resta il fatto che la nostra attività, che tutti giudicano encomiabile, di fatto è ai
margini della legalità, e in caso di problemi (cura di ferite che facciano pensare a un reato, sospetto di
malattie infettive) ne rispondiamo davanti alla legge. Alla fatica del lavoro volontario si aggiunge il rischio di
denunce e processi. Stiamo cercando interlocutori nelle istituzioni, tra le pubbliche autorità, ma al di là di
comprensione e solidarietà a livello personale il problema resta totalmente irrisolto.
Mentre il Centro Biavati lavora in grande, pur tra mille difficoltà, il Centro di Accoglienza alla vita fatica a
decollare: e dire che il bisogno a cui si rivolge è enorme, pensa solo ai profughi recentemente arrivati in città
e all'abbandono sociale e sanitario in cui rischiano di trovarsi le loro donne. Ma quando vado là, 2 volte alla
settimana, mi trovo solo nel mio ambulatorio ginecologico e mi sento male. Mi chiedo se dovremmo fare un
volantinaggio o mettere un annuncio sul giornale.
Perché succede questo?
Di preciso non lo so. Ho la sensazione però che mentre il Biavati è gestito da medici, quindi da persone
esperte e competenti a diretto contatto con i problemi, l'altro sia più che altro amministrato da signore di
buona volontà, che badano soprattutto a fornire alle madri in difficoltà assistenza spicciola, tipo vestiario e
ricerca di alloggio. Inoltre il Biavati, pur essendo essenzialmente un luogo di volontariato cattolico, ha
un'impostazione decisamente laica, a differenza dell'accoglienza alla vita, dove si avverte a mio parere un
legame più diretto con la curia.
Quali sono le maggiori difficoltà incontrate nel suo lavoro, prima professionale poi volontario?
Il problema più grande che ho incontrato come cattolico è l'indifferenza della Chiesa davanti a questi
problemi, malgrado le forti enunciazioni di principio. In varie circostanze ho provato a parlarne e ho trovato
soprattutto imbarazzo e cautele ad affrontarli. Tentai con alcuni parroci: ne ricordo uno che mi parve don
Abbondio, "non me ne intendo, non mi interessa..." Un altro, che era arrivato a Bologna solo da un anno, mi
disse "ho già capito che in questa diocesi chi fa un passo oltre l'ordinaria amministrazione viene stroncato".
Eppure il numero degli aborti è sensibilmente calato...
Il crollo del numero degli aborti è dovuto unicamente all'opera dei medici e degli ostetrici delle strutture
pubbliche, che cercano di fare prevenzione, in modo che, per una donna che abortisce, non ci sia una
seconda volta. Del fenomeno aborto la Chiesa si è occupata poco e tardi.
Ma se viene criticata proprio per occuparsene troppo...
Con le dichiarazioni ufficiali, cioè dall'alto, ma non se ne fa carico dal basso. Come faccio a evitare degli
aborti se so che due vanno a letto assieme e non posso dargli né pillola né preservativo? Ci sono, è vero, i
metodi naturali, e io sono un loro convinto sostenitore: ma non sono per tutti, funzionano solo per persone
con una certa cultura e una forte motivazione. Al consultorio ti trovi davanti a persone che non sono
assolutamente in grado di amministrarsi in cose ben più banali, ma sono in grado di concepire. Parlare a
queste di metodi naturali è fantascienza. Su tanti temi le parrocchie e i movimenti ecclesiali sono prodighi
di impegno e di solidarietà: su questo tema invece, quando mi sono rivolto a un prete per un consiglio, mi
sono quasi sempre sentito rispondere, in maniera più o meno educata: "si arrangi".
PER VERGOGNA O PER PAURA
L'altra grande assente è la scuola. Ricordo un episodio significativo: una decina d'anni fa proposi a un
preside di liceo di tenere - io e una psicologa con una grandissima esperienza - un corso di educazione
sessuale, fuori dall'orario scolastico, per affrontare un po' tutti gli aspetti del problema, da quelli fisiologici
a quelli relazionali. Il preside mi rispose "Non facciamo di queste porcherie".
Poi c'è il perbenismo, la paura di fare brutta figura, anche davanti ai genitori. Ho avuto in ambulatorio una
ragazza meridionale che voleva abortire per non far sapere alla madre che era rimasta incinta: non perché
- si badi bene - non volesse il figlio. Un'altra mi telefona per prenotare una visita: le do l'appuntamento e le
ricordo di portarsi il libretto sanitario: "No, perché altrimenti mia madre mi scopre". Non è venuta.
Dunque altro che emancipazione e autodeterminazione: si vive ancora di etichetta e paura...
Sembra incredibile, ma è così.
Questa chiusura è maggiore in famiglie di cultura cattolica?
La differenza non passa tra cattolici e non, ma tra ceti sociali. In 20 anni di consultorio una regola l'ho
individuata: le classi medio-alte sono molto meno capaci di accettare problemi del genere, rispetto a quelle
più umili. Un giorno mi trovo in ambulatorio una di queste famiglie benestanti: una madre decisa a fare
abortire la figlia minorenne, che era lì davanti a me insieme al fratello. Chiedo la motivazione di una simile
decisione: tutti e 3 hanno terrore del padre padrone, che - mi raccontano - un giorno aveva trascinato la
figlia più piccola a una visita ginecologica per il solo fatto che era rientrata tardi la sera prima. Dico che
vorrei parlare con questa persona: mi rispondono con un no senza appello. Faccio notare che per far
abortire una minorenne occorre la doppia firma dei genitori: mi dicono che pur di evitare il padre
ricorreranno al tribunale dei minori. Un altro episodio: arriva da me una ragazza, figlia di un ricco industriale
milanese, che come regalo le aveva comperato una boutique a Bologna. Vuole abortire per non fare brutta
figura col padre e non compromettere la sua attività. Anche se era ricca sfondata e non aveva alcun bisogno
di lavorare. Poi una signora, sposata con figli e incinta, viene da me perché il marito è stato trasferito negli
USA per motivi di lavoro, e lei, intenzionata a seguirlo oltreoceano, non vuole affrontare il viaggio con i
disagi che la gravidanza comporta. Al contrario, quei pochi casi nei quali, con mia grande soddisfazione,
sono riuscito a evitare l'aborto erano persone di condizioni modeste.
CON LA TESTA NELLA SABBIA
E tutto questo accade in una struttura pubblica: figuriamoci cosa passa per le cliniche private! C'è un altro
dato che mi preoccupa: come ginecologo ho avuto poche pazienti minorenni. Tra quelle che venivano però
ricordo che di vergini ne avrò viste una o due all'anno. I casi sono 3: o le altre non hanno rapporti, o
prendono le loro precauzioni, oppure - e è questo il mio timore - ricorrono agli aborti clandestini. Davanti a
questo fenomeno la scuola e la Chiesa, che sono le agenzie educative "pubbliche" più importanti di una
società, non possono nascondere la testa sotto la sabbia: devono affrontare il problema, non far finta che
non esista.
Vista questa esperienza, qual è la sua posizione sull'aborto?
Sono ferocemente contrario all'aborto: fui tra i primi, e sono rimasto tra i pochi, a seguire nel dettaglio la
legge 194, che in primo luogo prescrive di fare il possibile per evitare l'aborto. Su questo ebbi anche qualche
incidente diplomatico: a una paziente che trovavo particolarmente prevenuta verso la gravidanza dissi che
la donna è fisiologicamente e anatomicamente predisposta per la generazione: costei era una femminista
dell'ala dura, così il successivo 8 marzo ebbi l'onore di un volantinaggio contro di me, accusato di venire
meno al mio dovere. Siccome sono sempre stato per il dialogo cercai un incontro con queste donne, per
quanto un po' oltranziste: incontro che riuscimmo a organizzare ma che purtroppo fu mandato all'aria da un
mio collega che, pur essendo del PCI, a un tratto scoppiò dicendo loro in faccia "siete delle puttane".
Ha mai fatto obiezione di coscienza?
Sono contrario all'aborto ma non mi sono mai dichiarato obiettore, perché so che, dopo aver parlato e aver
tentato di persuadere la persona a non abortire, è inutile rifiutarle il certificato: in questo modo otterrei solo
che questa vada da un altro, con meno scrupoli di me. Siccome oltre il 50% delle donne che sono venute
da me una volta sono anche tornate, accettando consigli per il futuro, per non trovarsi più in condizioni di
abortire, ho sempre preferito instaurare un rapporto puntando in sostanza ad evitare gli aborti futuri.
Realisticamente credo che sia questa la via per diminuire il numero degli aborti.
Cosa può dire del fenomeno degli aborti clandestini?
Che purtroppo sono ancora molto diffusi. È un intervento ambulatoriale, fin troppo facile: basta un lettino e
un isterometro, una specie di sonda metallica. Con quella, manualmente, il medico buca l'uovo: a questo
punto è fatta. Poi manda la donna al pronto soccorso, come per un aborto spontaneo, e da lì per l'ospedale
la strada è obbligata. È un modo molto facile per guadagnare: per un intervento simile molte donne sono
disposte a pagare tra le 500.000 e il milione. È orribile, ma anch'io mi sono sentito dire da colleghi: "Se vuoi
guadagnare basta che fai degli aborti". E quando, dietro esplicita richiesta, mi sono rifiutato, ho anche perso
delle amicizie.
Ma il problema alla base di tutto è l'aridità morale e spirituale: il vivere alla giornata, mangiare-dormire-fare
l'amore, senza nessun senso, senza alcun progetto su di sè, come puro consumo. È questo il nemico vero,
contro cui lottare.
a cura di Andrea De Pasquale
All'inizio
ALL'INTERNO:
Immigrazione a Bologna:
tra accoglienza e paura
DOSSIER a pag. 7-10
Parola di politico
Benedetta Nanni intervista Patrick Mc Carthy a pag. 4
Quale città metropolitana
Informiamoci con Il Mosaico, primo incontro, a pag. 3
Brasile, vera democrazia?
Sandra Biondo a pag. 13
Impegno civile e voglia di cambiare: non siamo soli
Intervento di Gabriella Santoro
e da Milano una lettera di
Demos a pag. 14-15
CAMPAGNA ABBONAMENTI 1996 - Con questo numero Il Mosaico compie il suo primo anno di vita.
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All'inizio
PAG. 3 - "Informiamoci con Il Mosaico"
1998: a Bologna scompaiono Comune e Quartieri, sostituiti da 8 o 9 Comuni
metropolitani. In attesa dell'evento (sul quale saremo chiamati ad esprimerci col voto)
regnano silenzio e disinteresse. Sul tema Il Mosaico ha organizzato un incontro
pubblico, nella convinzione che il rinnovamento della politica esiga anche una
cittadinanza più attenta ai grandi temi che la riguardano.
Città Metropolitana, questa
sconosciuta
Palazzi enormi con i piani alti inghiottiti dalla nebbia, e di sera strade deserte e paura di uscire: l'espressione
"Città Metropolitana" sembra evocare immagini di periferie sterminate e degrado urbano, ed è contro questo
immaginario che occorre misurarsi affrontando il discorso della grande riforma amministrativa che
coinvolgerà Bologna nei prossimi anni, e che va appunto sotto il nome di Città Metropolitana. A questo tema
abbiamo dedicato il primo incontro pubblico della nuova serie "Informiamoci con il Mosaico", tenutosi lo
scorso 19 ottobre col titolo "Dai Quartieri alla Città Metropolitana: come eravamo, come saremo": un tema
di grande impatto futuro, ma sostanzialmente trascurato dai media e dalla maggioranza della popolazione.
L'Assessore comunale Possati ha ripercorso le tappe "storiche" (dal lontano 1960) del processo di
decentramento a Bologna, che ha visto protagonisti soprattutto i Quartieri, nati come emanazione del potere
centrale (gli organi erano nominati dal Comune, e l'attuale presidente si chiamava "aggiunto del Sindaco")
per poi diventare elettivi ed acquisire alcune competenze autonome. L'Assessore ha quindi delineato gli
elementi necessari per un programma che ridisegni i confini (e quindi il numero), i compiti, le funzioni e le
strutture degli attuali quartieri per arrivare entro il 1998 a configurarli come municipalità. Ciò significa
schematicamente distinguere quali servizi debbano essere gestiti (integralmente ed autonomamente) dalle
nuove municipalità individuali e quali invece, proprio perché di rilievo generale per l'intera area
metropolitana, vadano affidati all'autorità metropolitana centrale.
Informazione carente
Il Vice-Presidente della Provincia, Vandelli, delegato a seguire lo sviluppo dell' Area Metropolitana, dopo
aver lamentato un problema di scarsa sensibilità e informazione carente sul tema, ha presentato
sinteticamente il "Progetto Città Metropolitana di Bologna", che può essere visto in dettaglio nel volume
edito dal Mulino "Governare le Città", insieme alle relazioni presentate al Convegno di Bologna del Febbraio
1994. Il punto qualificante dell' Accordo (che unisce Provincia, Comune capoluogo e i 52 Comuni che finora
hanno liberamente aderito) consiste nell'avviare il processo "dal basso", garantendo la massima flessibilità:
ogni Comune può non aderire ad una serie di clausole, se non le ritiene adeguate alle proprie esigenze,
mentre sono sempre possibili nuove adesioni e variazioni del grado di adesione.
Ulteriori spunti di riflessione sono emersi dagli interventi del pubblico.
L'identificazione dell'Area Metropolitana con la Provincia - è stato chiesto - è frutto di una scelta oculata e
fondata su precise considerazioni economiche ed amministrative, o prelude ad una semplice sostituzione di
etichette, per accedere ad un diverso capitolo di finanziamenti statali? Non sarebbe stato più sensato
circoscrivere il nuovo ente a Bologna e Comuni della cintura, dato che invece in questo modo del nuovo ente
faranno parte i Comuni montani (come Porretta), lontanissimi dai problemi della città, mentre ad esempio
sarà escluso Castelfranco Emilia, che pur essendo sotto Modena è molto più omogeneo ai Comuni della
cintura?
Qualcuno ha quindi osservato che per affrontare problemi eccedenti i confini dei comuni esistono strumenti
come i Consorzi e gli Accordi di programma, senza bisogno di creare una nuova istituzione, come è la Città
Metropolitana, che rischia di moltiplicare la burocrazia e le cariche, rivelandosi più utile al collocamento del
personale politico che ai cittadini, chiamati a pagarne le spese. E a proposito di spese qualcuno ha proposto
che, prima dei poteri e delle funzioni, sarebbe più corretto definire chiaramente le risorse necessarie e le
modalità di finanziamento del nuovo soggetto.
Alcuni hanno sostenuto che l'Area Metropolitana sembra una riproposta dell'esperienza del decentramento
tentata già negli anni '60-'70: perché dovrebbe riuscire meglio, proprio mentre finisce per togliere "identità"
alla città nel suo complesso? Dato che Bologna non è affatto un'Area Metropolitana come la si intende
secondo i parametri urbanistici, c'è da chiedersi se non fosse il caso di far funzionare meglio la Provincia
piuttosto che "inventarsi" un ulteriore ente.
A proposito di servizi informatici negli enti locali, Vandelli ha sottolineato l'esigenza di razionalizzare la
giungla dei diversi sistemi hardware e software attualmente in uso, attraverso l'individuazione di alcuni
standard e quindi di fornitori unici per varie amministrazioni locali. Dalla platea è stato però osservato che
la necessaria ricerca di compatibilità tra sistemi informatici non deve creare le condizioni per un unico mega
appalto di servizi informatici, che preluderebbe ad un pericoloso monopolio: è preferibile piuttosto una
pluralità di soggetti che operano nel settore, su direttive di compatibilità chiare ed omogenee.
Una città reticolare
Al di là del merito, nel quale enteremo nei prossimi mesi con incontri più specifici, riguardo alla Città
Metropolitana sembra esistere un problema di comunicazione alla cittadinanza, dovuto alla sostanziale
astrattezza degli argomenti portati a sostegno dell'utilità della riforma. In proposito giustamente un
intervento dalla sala lamentava come si parli troppo di strumenti (Comuni, Quartieri, Conferenze ed altre
entità amministrative) e poco dei problemi concreti ai quali questi nuovi strumenti dovrebbero rispondere.
In altre parole, occorre dire ai cittadini che cosa in concreto potrà cambiare nel loro rapporto con le
istituzioni locali - dalla prenotazione degli esami clinici ai trasporti - se si vuole che la Città Metropolitana
(sulla quale saremo chiamati ad esprimerci con un referendum) non resti per i più una scatola vuota ad uso
dei tecnici, ma diventi una realtà partecipata ed avvertita come propria dall'intera collettività.
A noi pare che la Città Metropolitana possa avere una sua visibilità e un'impatto utile per i cittadini se riesce
a trasformare l'area coinvolta in quella che Barbera chiama la città "reticolare": come avviene nel mondo
delle macchine complesse, dove si tende a sostituire i grandi calcolatori centralizzati (che analizzano le
istruzioni "in serie") con una rete di "intelligenze locali" che operano autonomamente, ottimizzando la
gestione dei problemi specifici della loro area, ma lavorano "in parallelo" sulla rete tramite un collegamento
comune. Ciò può ridurre i costi ed i ritardi di informazione e decisione, garantendo quella autonomia e quella
flessibilità che rende gratificante ed efficiente il decentramento.
Flavio Fusi Pecci
All'inizio
PAG. 4 - le parole della politica
Nel sistema maggioritario è sempre più centrale il rapporto tra politica e
comunicazione. Ne abbiamo parlato con il prof. Patrick Mc Carthy, docente di
istituzioni politiche presso la John Hopkins University. Da Prodi a Berlusconi,
l'analisi del linguaggio e delle immagini usate dai leader chiarisce la visione del
mondo cui fanno riferimento. E pur nelle diverse culture politiche, emerge un tratto
comune - più o meno accentuato - di populismo.
Due poli, molte lingue
Prof. Mc Carthy, può ridefinire la parabola del linguaggio di Berlusconi, passato da quello che lei,
nell'ottobre del '94, chiama un "populismo di governo" al "solipsismo" del giugno '95?
Le forze nuove della politica, non solo Berlusconi ma anche Prodi e Bossi, si oppongono al linguaggio dell'ancien
régime, che esse ritengono un linguaggio chiuso, cifrato, che protegge il regime contro un attacco dall'esterno. Noi
non dobbiamo accettare necessariamente questa interpretazione: io, ad esempio, ho studiato il linguaggio del
compromesso storico, e non sono d'accordo con un tale giudizio. L'ultimo discorso di Moro (considerato il
rappresentante perfetto di questo linguaggio cifrato) è pieno di passione, molto bello.
La stessa cosa si può dire di Berlinguer, il cui linguaggio era pieno di vita, specie quando parlava dell'austerità.
Detto questo, è normale che gli antagonisti di questo regime si oppongano a questo linguaggio: il primo a farlo è
Bossi, che comincia col dialetto, poi adotta la lingua dei bar milanesi, dello stadio, molto maschile, trasgressiva e
aggressiva, piena di riferimenti sessuali. E' anche un linguaggio mitico, nei riferimenti ai cavalieri medievali.
Questo non poteva diventare un linguaggio di governo: infatti quando la Lega arriva al potere c'è una spaccatura
tra Maroni e Bossi, che continua a fare opposizione. Berlusconi invece ha capito la necessità di un linguaggio più
semplice, senza le frasi complesse di un Moro, un linguaggio che unisce, piuttosto che un linguaggio che divide.
È basato probabilmente sul linguaggio della TV: lessico ristretto, frasi a effetto, che si ripetono; una lingua che vuol
dare l'impressione di essere diretta, ma calma: lui ripudia le "piazze urlanti", lui rappresenta il mondo dell'azienda,
razionale, logico.
Questo linguaggio, populista, ha avuto successo. C'è in Berlusconi un aspetto narcisistico sempre presente: la
prima cosa che lui fa al mattino è guardarsi nello specchio: se si piace, potrà piacere alla gente. In questo c'è già
una tendenza al solipsismo. Al governo, Berlusconi ha commesso un certo numero di errori: anziché intraprendere
le misure economiche necessarie, ha preferito cercare di bloccare le indagini di Mani Pulite, si è occupato troppo
della RAI, voleva difendere i suoi interessi economici, si è circondato di persone che non erano al giusto livello
politico-intellettuale. L'evoluzione del suo linguaggio riflette questo: parla sempre più della gente, ma la gente è un
interlocutore mitico, che gli dà sempre ragione: lo slogan, anche se non so se questa frase sia mai stata
pronunciata in questa forma, potrebbe essere "io ho parlato con la gente, e la gente la pensa come me". La gente
diventa la personificazione di Berlusconi. Dal dicembre '94 comincia a diventare vigoroso un elemento di violenza.
Il primo accenno l'ho trovato nel '93, in un'intervista a Panorama, nella quale descrive D'Alema in toni che
ricordano gli anni '30, in cui era abitudine della destra descrivere il nemico (ebrei e comunisti) sotto l'aspetto fisico.
Dopo la caduta del suo governo, Berlusconi comincia a parlare di tradimento, di delegittimazione del Parlamento,
in toni demagogici. Una parte di Forza Italia ha cominciato a prendere le distanze da lui, così come Casini. C'è un
Berlusconi "terza maniera", che non ho ancora studiato bene, che comincia con la vittoria nei referendum, che gli
ha dato una nuova spinta, e fiducia nel suo ruolo politico: è un Berlusconi più calmo, che assomiglia di più al
primo.
Quale rapporto c'è tra la gente delle cento città cui si rivolge Prodi, e il villaggio globale a cui parla Berlusconi?
Bisogna premettere che noi non viviamo né nelle cento città, né nel villaggio globale. L'espressione "cento città" è
di tradizione risorgimentale, e vuole valorizzare la ricchezza della tradizione italiana in opposizione al centralismo
francese. Prodi adotta questa espressione in opposizione a Berlusconi, che crede e dice di avere unito l'Italia
attraverso la Fininvest. Per questo Prodi, quando parla alla gente (parola che non usa molto) preferisce situare le
persone: parlare degli studenti bolognesi, della piccola industria di Lecce, cercare di essere molto concreto.
Aggiungo che al linguaggio calcistico di Berlusconi e alle vittorie del Milan, Prodi oppone i giri domenicali in
bicicletta, e il ciclismo come sport democratico. Il difetto del linguaggio di Prodi è un eccessivo "buonismo". Ma c'è
anche un secondo Prodi, che mi sembra giocare di più sulla sua capacità economica: il Prodi dell'IRI, che si rivolge
ai giovani economisti, che rivela le sue capacità manageriali.
E non c'è il rischio di creare un altro mito di uomo-manager, che poco si discosta da quello
berlusconiano?
All'inizio questo rischio c'era, e infatti Prodi non ha battuto questa strada, sia perché lui ha lavorato nella sfera
pubblica e l'industria pubblica non gode fama di efficienza, sia perché Berlusconi aveva monopolizzato il mito del
manager.
In che modo Prodi e Berlusconi si rivolgono all'elettorato cattolico?
Per Berlusconi i cattolici sono sempre stati un problema, perché, nel bene e nel male, la DC non è mai stato il
partito del capitalismo: l'idea del privato in contrasto con lo Stato e il mito dell'azienda non piacciono tanto ai
cattolici. Per questo Berlusconi ha puntato sulla famiglia, e l'ha fatto in maniera abile, attraverso la piccola impresa,
la cui struttura assomiglia a quella della famiglia, e il cui successo dipende dall'abilità dell'imprenditore visto come
capo-famiglia. Prodi invece parla dello Stato che interviene non necessariamente con un grande settore pubblico,
ma uno Stato che si assume la responsabilità sociale e morale. Inoltre c'è il problema della donna, sul cui ruolo c'è
stato uno scontro tra Prodi e le donne del PDS. Prodi è comunque un cattolico moderno, e, anche se si riferisce a
Dossetti, non ci sono relazioni tra i due linguaggi: Dossetti credeva nell'utopia della trasformazione della società
sui valori cristiani, Prodi no. Prodi ha il più grande rispetto per i valori laici: il linguaggio di Prodi prima maniera è
quello di un cattolico, ma aperto e tollerante. È interessante fare un confronto con Andreotti: lui crede nel peccato
e avrebbe detto al ministro degli esteri di Reagan: "Gheddafi non è l'unico diavolo"; Prodi invece, a proposito dei
giovani dell'Azione Cattolica, ha detto che non credono più nell'inferno.
Il successo di un Berlusconi che attacca lo Stato e che parla di statalismo in senso deteriore, può far
credere che gli italiani manchino effettivamente di senso civico?
No, non credo: anzi è una reazione atipica da parte degli italiani. In Italia non c'è una tradizione di neoliberismo. La
Thatcher dietro di sé aveva una lunghissima tradizione liberale. Berlusconi, privo di tale tradizione, ha giocato sul
fatto che nell'indagine Mani Pulite sembravano soprattutto gli uomini politici i corruttori. Per questo il prestigio dello
Stato si è indebolito. Ma gli italiani vogliono uno Stato più efficiente, non meno Stato. Non si può fare molta strada
con una politica antistatalista in Italia: lo Stato ha giocato un ruolo economico sempre molto importante, sia dopo
l'unità, sia nel dopo guerra, sia nel miracolo economico. Ancora oggi, credo, lo Stato ha un grande ruolo da
svolgere, ad esempio nel Mezzogiorno.
Parliamo ora del linguaggio di Dini...
Dini è un tecnico che non vuole essere un tecnico. Spesso ho avuto la sensazione che volesse lanciarsi in un
discorso complesso economico-finanziario, e poi ripiegasse su parole semplici. Dini sa che il suo ruolo è quello di
tecnico, ma d'altra parte vuole riuscire ad essere comunicativo. E' un errore pensare che un politico debba essere
solo un tecnocrate: ci vuole gente che sappia spiegare a tutti i ceti sociali che l'economia mondiale esige certi
sacrifici, il perché compia certi passi. I politici di maggior successo, Kohl e Mitterand, per esempio, non sono
tecnocrati, ma politici.
Questo cambiamento di linguaggio non è comunque limitato alla sfera politica: il successo di Di Pietro deriva
anche dal fatto che non usa il linguaggio tipico della magistratura, e usa elementi di emozione, di passione, di
moralità. In questo senso Bossi, Berlusconi e Di Pietro vanno insieme: rottura con un discorso cifrato, per iniziati,
capace di parlare agli italiani che si interessano limitatamente alla politica.
Considera positivo tal cambiamento?
Sì, perché non sono pessimista. Il pessimismo non è una chiave di lettura corretta della storia italiana: è un tratto
della cultura politica piuttosto che una conclusione logica e inevitabile, derivante dall'analisi degli eventi. Uno
sguardo alla storia del paese dagli anni '50 ad oggi non giustifica un'idea di società basata sull'immobilità.
Lei si è mai occupato del linguaggio dei nostri politici locali?
Parto da Zangheri: un linguaggio da intellettuale, gramsciano, raffinato, ma già semplificato, anche se mai
superficiale. Imbeni invece è stato un capopopolo: forse perché, in un momento di flessione del vecchio PCI,
Imbeni aveva bisogno di un contatto diretto con la gente. In questo lo aiutava anche l'aspetto fisico, possente.
Diverso è Vitali: non c'è traccia non solo di marxismo, ma nemmeno di Gramsci. Vitali cerca di parlare ai cittadini,
di spiegare in maniera più diretta problemi che lui cerca di risolvere in realtà in maniera tecnocratica. C'è un
discorso tecnocratico nascosto. Ora comunque non si può parlare di un linguaggio del PDS: negli ultimi anni il
partito ha subito una trasformazione che lo ha portato ad essere più pluralista e articolato: manca la compattezza
monolitica degli anni '60. Nel bene e nel male: sarebbe forse auspicabile un nocciolo duro di principi politici e di
visione del mondo, che forse è assente.
Anche a questa mancanza di un linguaggio chiaro si può attribuire l'insuccesso della sinistra?
Bisognerebbe analizzare il discorso di Occhetto al Congresso di Bologna: è molto confuso, pieno di elementi
diversi: ispirazioni di tipo spirituale, permanenze gramsciane, il tentativo di inventare e di rinnovare (la "gioiosa
macchina da guerra", per intenderci). In questo discorso sono percepibili sia l'importanza che i limiti della "svolta".
È il linguaggio di uno che cerca e non ha ancora trovato, in cui non c'è una visione sufficientemente chiara, un
linguaggio comunque molto diverso da quello di D'Alema, in cui c'è chiarezza e precisione. Molti pensano che la
lingua di D'Alema sia togliattiana, mentre in realtà quella di Togliatti era molto più raffinata, più complessa, anche
se indubitabilmente più chiusa: ma certo parlava ad altri "comunisti".
a cura di Benedetta Nanni
All'inizio
PAG. 5 - un anno di Mosaico
Non siamo partiti per riempire il tempo libero, ma perchč
crediamo importante ricostruire processi di vera partecipazione.
È su questo che chiediamo ai lettori una conferma e un impegno.
Il Mosaico, un anno dopo
Ad un anno dalla nascita di questo giornale e dell'omonima associazione, è il momento di tirare qualche
somma.
Innanzitutto un po' di cifre: 5 i numeri di giornale usciti, mediamente con una tiratura di 2900 copie di cui
2380 spedite, 330 gli abbonati, mentre l'edizione elettronica su Internet registra tra i 1000 e i 1500 contatti
al mese. Sono 31 i gruppi ed associazioni a cui il giornale ha dato spazio, 7 gli incontri pubblici organizzati,
nei quali sono state coinvolte 36 associazioni e ai quali hanno partecipato, a seconda delle volte, tra le 60
e le 150 persone. Come era prevedibile le spese (10.335.500 lire, soprattutto per tipografia e spedizione)
hanno superato le entrate (9.995.000 lire, da abbonamenti e sottoscrizioni): un maggiore dettaglio dei conti
economici è riportato in un riquadro in ultima pagina.
Idee, motivazioni, stile
Nell'attuale situazione di disgregazione della vita sociale e degrado di quella politica, che genera sfiducia
nelle strutture organizzate dei partiti e senso di impotenza nei cittadini, ci siamo "semplicemente" proposti
di ripartire dal basso, nella certezza che solo un lento ma progressivo processo di ricostruzione del senso
di cittadinanza e del rapporto della base con i delegati e le istituzioni possa invertire realmente la rotta. Ma
poiché non pensiamo di essere i soli, sapendo che tanti altri stanno cercando di impegnarsi in questo senso
(anche meglio di noi), abbiamo voluto fare un giornale che favorisse il collegamento fra culture diverse e
distinte realtà. Un giornale che offrisse (e in certa misura "pretendesse") dal mondo del volontariato un
impegno globale e non semplicemente un'ottica settoriale.
Negli incontri che abbiamo organizzato abbiamo cercato di proporre ed attuare un metodo di discussione
nuovo e "tematico", per creare un dialogo reale fra cittadini ed istituzioni, mediante la partecipazione attiva
delle associazioni operanti nel settore o interessate ai temi specifici trattati, e mediante interventi di
amministratori ed esperti chiamati non nelle vesti comode di conferenzieri, ma a rispondere a domande
esigenti e proposte specifiche provenienti da una platea di associazioni e cittadini già sensibili ai problemi
trattati.
Le risposte ottenute
L' interesse destato dall'iniziativa ha superato ogni aspettativa, confermando (semmai ce ne fosse stato
bisogno) il desiderio che tantissimi hanno di darsi da fare per costruire insieme qualche cosa di nuovo. La
domanda da porsi a questo punto è: come riuscire ad essere realmente incisivi? Come creare quel circuito
virtuoso che propaga il segnale e lo fa interferire positivamente, amplificandolo, con quello che proviene da
iniziative simili, evitando inutili concorrenze? La partecipazione di numerose associazioni alle nostre attività
ha mostrato che è possibile superare gli steccati, pur di portarsi sul piano delle iniziative concrete e della
ricerca di soluzioni comuni ai problemi, nel pieno rispetto dei valori di cui ciascuno è portatore. Per fare
questo è necessario vincere in parte la gelosia della propria identità e del proprio spazio, positiva entro certi
limiti, ma che finisce per far fallire i tentativi di collegamento e coordinamento (anche autogestito).
Questo è un passo essenziale se davvero non vogliamo fermarci alle parole e alle discussioni, ma vogliamo
arrivare ad essere incisivi sui problemi concreti e sulla gestione della cosa pubblica.
Prospettive di impegno
Il fatto che una notevole e quasi inaspettata risposta alle nostre sollecitazioni sia venuta anche dal cosidetto
"personale politico" e dalle istituzioni locali deve farci riflettere. Certamente può esserci una componente di
presenzialismo e di autopromozione (per quel poco che noi possiamo contare), ma in ogni caso ciò indica
quanto coloro che hanno ricevuto una "delega" dagli elettori si sentano poi di fatto soli nell'espletarla.
Sembrerà strano, ma la mancanza di una connessione forte con ciò che è fuori del "palazzo" è una della
cause più importanti di scarsa incisività dell'azione dei "politici". A chi ci invita in questo senso ad avere il
coraggio di "sporcarci le mani", non abbiamo difficoltà a rispondere che non ci tireremo certo indietro
rispetto ad un lavoro che crediamo di avere già iniziato, ad esempio attraverso il progetto "Luci sulla Città"
intrapreso con altre associazioni (vedi N. 4). Certo, intendiamo lavorare col nostro stile, un po' diverso da
quello di tanti politici. Ed è su questo stile, se lo condividete, che vi chiediamo un impegno, che può essere
anche solo l'impegno di seguirci come lettori (e dunque come abbonati), oppure un coinvolgimento più
personale e diretto. L'importante è non restare fermi a guardare.
Giuseppe Paruolo, Flavio Fusi Pecci
All'inizio
PAG. 6 - la memoria dello sterminio
Riflessioni ed interrogativi da una visita ai campi di sterminio, a 50 anni di distanza
dai fatti.
Auschwitz, fra memoria e
attualità
Agosto 1995. Con alcuni amici mi trovo in Polonia, a Cracovia, e decidiamo di andare ad Auschwitz, il
campo di annientamento più noto della Germania nazista, oggi in territorio polacco. È la prima volta per tutti
noi. Ci accompagnano nel viaggio alcune riletture di Primo Levi.
"Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente
testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto
da nessuno".
In automobile discutiamo sulla guerra e sugli orrori dell'umanità: Hiroshima, i bombardamenti - come quello
di Dresda - contro le popolazioni civili, i campi di sterminio. È possibile un qualche distinguo? Si può parlare
di una scala di aberrazioni?
"È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo
civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove
al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere
di nuovo".
Arriviamo ad Auschwitz. ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi: un brivido mi attraversa la schiena: la
scritta-simbolo di Auschwitz è lì di fronte a me (Primo Levi dirà della stessa che "il suo ricordo ancora mi
percuote nei sogni"). Poi la visita ai campi di Auschwitz e di Birkenau: quest'ultimo è quello estesissimo
delle baracche in legno, dei forni crematori, del treno che portava i deportati fin dentro il campo (come si
può vedere nel film Schindler's List).
"È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e
dappertutto. Non intendo né posso dire che avverrà... La violenza, "utile" o "inutile", è sotto i nostri occhi...
Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e
dovuta e infetti il mondo".
In silenzio, si gira, si guarda: migliaia di ciocche di capelli, pròtesi, oggetti personali ci interrogano. Come è
stato possibile? Perché? Provo "vergogna", come uomo, come appartenente alla specie umana. Vergogna
perché tutto ciò è potuto accadere, nel nostro secolo, in Europa. Allo stesso tempo provo paura. Auschwitz
è lì a ricordarci quanto in basso può cadere l'uomo. Potrà succedere di nuovo?
"Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da
libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi
affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono "belle parole" non
sostenute da buone ragioni".
Entro in una baracca, da solo, non c'è nessuno. Attorno a me le cuccette in legno dove in poco spazio
stavano due-tre persone, qualche lavabo. Sulle pareti scritte recenti, in tutte le lingue, la più frequente MAI
PIŮ, MAI PIŮ, che pare quasi un grido, un monito che ci giunge da chi qui ha perso la vita.
Forse che in tante parti del mondo non si stanno ripetendo fenomeni assimilabili -almeno sotto certi profili-
all'orrore nazista? Deportazioni, uccisioni di massa, violenze "inutili", "pulizie" etniche? Discriminazioni e
umiliazioni di stampo razzista, persino in paesi democratici? E sull'altra riva dell'Adriatico - in Bosnia, in
Europa - non sono addirittura ricomparsi i campi di concentramento?
Che cosa possiamo fare noi? Potremo un giorno dire: non sapevamo, non potevamo fare nulla? Che
qualcuno, come già Levi riferendosi ai tedeschi, non debba in futuro scrivere di noi, della nostra
generazione:
"Quasi tutti, ma non tutti, erano stati sordi, ciechi e muti: una massa di "invalidi" intorno a un nocciolo di
feroci. Quasi tutti, ma non tutti, erano stati vili".
Marco Calandrino
All'inizio
Sono made in Italy gran parte delle mine antiuomo sparse per il pianeta, ostinati
"cecchini tecnologici" che continuano a colpire innocenti anche a decenni dal
conflitto.
Quando indignarsi non basta
Sono oltre 100.000.000 (cento milioni) le mine antiuomo ed anticarro disseminate in 64 paesi del mondo
(20 milioni nella sola Africa). Ogni mese, nel mondo, 450 persone vengono gravemente ferite e 800 uccise.
Una mina non distingue tra soldati, bambini che giocano e donne che raccolgono legna: il maggior numero
di vittime si conta infatti tra i civili. Il 70% delle ferite da mina richiede l'amputazione degli arti, e le protesi
restano un lusso riservato a pochi. Oltre a ciò, le mine impediscono pure l'accesso a zone coltivabili,
rendono impraticabili interi territori impedendo il rimpatrio di profughi e producendo disastri anche
economici.
Quasi si potrebbe "giustificare" un'azione di guerra tra due eserciti che si fronteggiano con proprie truppe.
Più vile e intollerabile è l'azione dei cecchini, intenti a colpire bambini che giocano o persone in fila per il
pane. Ma in tante guerre, in varie parti del mondo, sono in costante agguato le mine, veri "cecchini
tecnologici" che non sanno leggere né tregue né trattati di pace, e restano attive anche 50 anni dopo la fine
dei conflitti.
Da tempo sappiamo che gran parte di queste mine è di produzione italiana: per questo da alcuni anni &
el nostro Paese la Campagna Italiana Contro le Mine. Promossa da organismi laici e cattolici, punta alla
sensibilizzazione dell'opinione pubblica sul drammatico tema delle mine, e verte su alcuni punti importanti:
raccolta di adesioni (anche delibere di Consigli Comunali);
sostegno finanziario ai progetti di sminamento e di riabilitazione delle vittime;
richiesta della messa al bando delle mine;
invio di lettere alle aziende produttrici di mine;
iniziative di sensibilzzazione nel territorio.
Dom Helder Camara, complimentandosi con i volontari che andavano in Sud America, ricordava loro che
"laggiù" andavano a pestare al coda di un serpente la cui testa però era "quassù". È ancora vero oggi: tocca
a noi dare una voce a chi non l'ha (o non l'ha più) e cambiare le logiche di potere che generano, tra le altre,
aberrazioni quali la produzione di mine. Convinti che insieme si possa realizzare la speranza.
Per informazioni sulla campagna in Emilia Romagna: Centro Amilcar Cabral, via S. Mamolo 14, 40136 BO,
tel. 051/581464.
Augusto Bonaiuti (O.N.G. Amici dei Popoli )
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PAG. 7-10 - DOSSIER: immigrati, tra accoglienza e paura
1 - Il quadro normativo. Dalla Costituzione alla legge Martelli, una storia di
inadempienze legislative e di interventi ispirati all'emergenza. La necessità di una
riflessione collettiva e di un'azione politica autentica e responsabile, al di là di
opposte demagogie.
Senza tetto né legge
"La condizione dello straniero è regolata dalla legge, in conformità delle norme e dei trattati internazionali":
così dispone la Costituzione, che attribuisce dunque al Parlamento il compito di regolare la materia per
legge, ovvero con una normativa "generale ed astratta", su cui si pronuncino le forze politiche e che sia
applicabile a tutti. Invece (a parte il lontano Testo Unico di Pubblica Sicurezza, che nel 1931 le aveva
dedicato pochi e generici articoli) l'immigrazione è stata di fatto regolata da una pioggia di Circolari
Ministeriali, ovvero provvedimenti amministrativi coi quali gli organi superiori danno istruzioni agli inferiori
circa l'applicazione di una normativa esistente: quindi senza coordinamento tra le varie disposizioni (facenti
capo a differenti amministrazioni) e senza un confronto responsabile e serio in Parlamento e tra gli stessi
cittadini. Con buona pace della Costituzione.
Tra deleghe legislative inattuate e sanatorie, il susseguirsi disordinato di provvedimenti ha prodotto un tale
caos che spesso, per i cittadini extracomunitari che entrano in qualsiasi ufficio pubblico, la soluzione dei loro
problemi dipende dal grado di "aggiornamento" dell'impiegato (per non dire del suo acume e della sua
solerzia), portando a discrepanti trattamenti di situazioni analoghe.
In questa situazione giunge la famosa Legge Martelli, dal titolo "norme urgenti in materia di asilo politico, di
ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari e di regolarizzazione dei cittadini extracomunitari ed apolidi
già presenti nel territorio dello Stato". Nata come decreto legge, sull'onda emotiva generata, come spesso
accade, di un fatto di cronaca (l'uccisione di un immigrato), fu infine approvata - con alcune modifiche - nel
febbraio del ‘90. Il termine extracomunitario si impone così nel linguaggio comune, per definire gli stranieri
diversi dai cittadini dei paesi aderenti ai trattati dell'Unione Europea (che in quanto comunitari hanno libero
transito e libertà di soggiorno nel nostro paese così come gli italiani nel resto d'Europa).
La legge regola l'ingresso in Italia di cittadini extraeuropei "per motivi di turismo, studio, lavoro subordinato
o lavoro autonomo, cura, familiari e di culto", specificando quali documenti occorrano per l'ingresso e
assegnando alla polizia di frontiera un primo controllo onde non permettere l'ingresso, oltre che a persone
"pericolose per la sicurezza", a quelle che, pur avendo i documenti necessari, siano "manifestamente
sprovviste di mezzi di sostentamento in Italia."
Si stabiliscono poi le condizioni per la concessione del permesso di soggiorno (indispensabile per rimanere
in Italia), per la durata e il rinnovo: il primo rinnovo dovrà essere condizionato "all'accertamento che lo
straniero disponga di un reddito minimo pari all'importo della pensione sociale." Il cittadino straniero, che
risieda regolarmente in un comune, può richiedere la registrazione anagrafica. La legge disciplina poi le
procedure di espulsione e stabilisce sanzioni penali per chi, al fine di sottrarsi al provvedimento di
espulsione, distrugge i documenti (art 7 bis, introdotto dalla legge 296 del 1993). Infine la Martelli si occupa
della regolarizzazione della posizione di stranieri che al momento dell'entrata in vigore della legge si
trovavano già in Italia.
Oggi la legge Martelli appare inadeguata a regolare nella sua complessità un fenomeno sempre più
rilevante come quello dell'immigrazione. Nel testo risulta evidente la preoccupazione di impedire l'ingresso
ad elementi pericolosi, ma anche ai disperati che finirebbero a carico del nostro sistema assistenziale,
senza peraltro riuscire a contrastare con mezzi efficaci il crescente flusso dei clandestini, gestito da
organizzazioni criminali (che riservano alla loro "merce" trattamenti disumani) e pericoloso per l'impatto che
rischia di avere sugli equilibri sociali.
Manca infine la possibilità di affrontare con criteri generali - e non con provvedimenti ad personam - il
problema dell'accoglienza di persone che cercano rifugio da situazioni di calamità naturale o guerra. Sul
tema è sì intervenuta la legge 390 del ‘92, che riconosce lo stato di profughi di guerra ai cittadini ex jugoslavi
provvisti di documento ed entrati dopo il giugno ‘91: una legge che, oltre a varie interpretazioni restrittive,
ha avuto ben scarsa attuazione in termini di accoglienza e strutture.
In questi giorni assistiamo, sulla scena politica, ad un tiro incrociato di affermazioni demagogiche, vuoi sulla
necessità di "inasprire", vuoi di "umanizzare" la normativa sugli immigrati, quando ci pare che innanzitutto
una vera normativa manchi, ed il problema debba essere ancora affrontato nella sua globalità e
complessità. Crediamo che sarebbe il momento, per le forze politiche (e per i mezzi di informazione) di
informare correttamente, prospettare soluzioni e su quelle dibattere, piuttosto che cavalcare in modo
acritico l'onda emotiva dell'opinione pubblica.
Mario M. Nanni
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2 - Immigrazione e ordine pubblico. Quando i cittadini si sentono minacciati,
all'accoglienza subentra la paura e il rifiuto, e si prepara il terreno a derive
razziste. La frustrazione di chi dovrebbe applicare la legge ma non ne ha gli
strumenti.
Dall'indifferenza
all'intolleranza
Un uomo si arma di bastone e scende in strada. Altri lo seguono. Vogliono allontanare dal loro quartiere gli
immigrati, nei quali vedono una minaccia. Altrove è già accaduto, e può accadere anche in una città
tradizionalmene ospitale, come Bologna. È corretto parlare di razzismo? La xenofobia è la sola chiave di lettura
per capire simili fenomeni? Ne abbiamo parlato con alcuni responsabili della Questura di Bologna,
quotidianamente alle prese con il problema della sicurezza dei cittadini.
Il discorso parte dalla legge Martelli, nata con lo scopo di limitare i poteri discrezionali dell'autorità di Pubblica
Sicurezza attraverso l'indicazione tassativa dei motivi e delle condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno.
"Il risultato è che ci tocca essere duri con chi vive situazioni che meriterebbero comprensione, ma manca di
requisiti formali per regolarizzarsi, mentre non abbiamo potere su chi sfida sistematicamente la legge
approfittando dei suoi "buchi" per sfuggire alle espulsioni e anche per compiere attività illecite".
Per i cittadini stranieri senza permesso la legge prevede un decreto di espulsione, al quale segue una intimazione
ad abbandonare il territorio nazionale entro 15 giorni, trascorsi i quali scatta, per chi viene trovato ancora in Italia,
l'accompagnamento coatto alla frontiera (solitamente l'aeroporto di Fiumicino, da dove partono aerei per i paesi di
origine di questi immigrati).
A parte che in 15 giorni chiunque ha il tempo di sparire, per espellere una persona occorre identificarla: succede
così che un clandestino che viene fermato, solitamente privo di documenti, si inventa sul momento un nome ed
una nazionalità di fantasia. Viene quindi mobilitata l'Interpol perché recapiti al paese dichiarato la domanda di
verifica dell'identità. Per avere la risposta, ovviamente negativa, occorrono circa 7 mesi. Solo dopo è possibile
mandare foto ed impronta alle autorità del paese di presunta provenienza, che fa passare altro tempo, anche
perché di solito non ha interesse a collaborare.
In questo tempo il clandestino, che per vivere ha bisogno di mangiare, si arrangia in qualche modo, e magari
commette un reato. Se viene fermato in un'altra città, dà generalità ancora diverse e tutto ricomincia daccapo.
Quando finalmente c'è un riconoscimento, scatta l'accompagnamento coatto, che significa distaccare 3 agenti e
un'auto per accompagnare la persona a Fiumicino, spesso per nulla. Perché se l'irregolare rifiuta di salire
sull'aereo e fa una scenata, il comandante non si assume la responsabilità di caricarlo, per non mettere in pericolo
la sicurezza dei passeggeri, e non se ne fa nulla.
Detto in cifre, su 8000 decreti di espulsione emessi negli ultimi anni nella provincia di Bologna solo l'8% sono
andati eseguiti, con un grande spreco di denaro pubblico, di tempo e di lavoro di uomini che vengono distolti da
servizi di vigilanza e controllo, fanno notare in Questura. Di qui l'accumulo di irregolari, dovuto alla mancanza di
sanzioni che funzionino da deterrente: anche la pena per chi distrugge i documenti risulta inapplicabile, poiché è
difficile provare la distruzione.
Ma quanti sono i clandestini a Bologna? La valutazione qui è più pessimistica rispetto ai dati forniti dal Comune,
che parlano di circa 1000 soggetti: gli irregolari sarebbero quanti i decreti di espulsione, circa 8.000.
"Questo fa capire come mai, anche in una città aperta e tollerante come Bologna, comincia a serpeggiare la
tensione e la rabbia". E non si tratta di ideologie o di colore politico: la Bolognina non è certo un quartiere fascista,
mi fanno notare, ma la sera la gente di via Barbieri ha paura ad uscire, perché non si sente tutelata. "All'inizio se
la prendevano con la Polizia: poi hanno capito che anche noi siamo impotenti: gli stessi clandestini quando li
fermiamo si mettono a ridere".
Su questa situazione cadono gli ultimi provvedimenti cosiddetti "garantisti", che rendono sempre più complicato
l'arresto, anche di uno spacciatore di droga, che oggi rischia solo una denuncia a piede libero. E quando, nei casi
più gravi, ne viene chiesto l'arresto, si deve motivarlo con una documentazione che tiene impegnato un ufficio per
una mattina intera. Inutilmente, perché 24 ore dopo, all'udienza di convalida, verrà facilmente rimesso in libertà, in
attesa del processo.
"Ma quando un padre che ha un figlio con problemi di droga vede sotto casa lo spacciatore che attende la sua
vittima, e si accorge che non ci può fare nulla, perché non ha strumenti legali per difendersi, si capisce quello che
è successo a Torino, dove gli abitanti di alcuni quartieri si sono organizzati in ronde. Il fatto è che i cittadini, quando
vedono l'autorità pubblica spogliata di ogni potere di intervento, tendono a riprendersi in proprio quel potere. Ovvio
che in questa situazione vengono fuori quelli che sfruttano l'esasperazione per gettare benzina sul fuoco e fare un
discorso razzista e xenofobo. Ma confondere le due cose è un errore, che può spingere la tensione oltre il limite di
controllo".
In un quadro dove prevalgono le tinte fosche, di positivo c'è il rapporto con le autorità locali e con i servizi sociali
territoriali. "La comprensione della realtà sociale è una componente indispensabile al nostro lavoro di tutela della
sicurezza. Ma il problema resta politico, e in queste condizioni non potremo fare miracoli..."
a cura di A. D. P.
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3 - Una voce dal volontariato. L'evoluzione del fenomeno migratorio e il ritardo
dei servizi pubblici, modellati sull'immigrazione maschile ed incapaci di accogliere
donne e bambini. Le schiave della prostituzione e la miopia di chi considera
problema sotto il profilo del decoro. Il rischio di colpire le vittime lasciando gli
sfruttatori liberi di arricchirsi.
Carne da marciapiede
"I servizi sociali per gli immigrati sono pensati solo per maschi adulti: a Bologna, come in tante altre città,
manca qualsiasi struttura di emergenza per accogliere donne e bambini". Paola Vitiello, coordinatrice del
Centro d'Ascolto Immigrati della Caritas di Bologna, lamenta il ritardo con cui si muovono gli enti pubblici
davanti alle emergenze sociali, che spesso trovano nel volontariato l'unico tentativo di risposta.
A parte il Centro S. Petronio (che mette a disposizione 15 posti letto), il progetto-pilota Casa Insieme e
poche altre iniziative di solidarietà spontanea, alle donne straniere con bambini la nostra città non offre
nulla: c'era un progetto di struttura da 30 posti letto, ma è rimasto sulla carta per problemi burocratici.
"Il problema è che i servizi istituzionali sono rimasti alla vecchia immigrazione e non si sono adeguati
all'evoluzione del flusso migratorio, sempre più fatto di famiglie. E dire che la famiglia è il luogo migliore per
favorire l'integrazione, soprattutto attraverso i bambini".
La carenza principale di fronte all'immigrazione continua dunque ad essere la casa...
Il problema della casa è dovuto alla diffidenza dei proprietari ad affittare ad extracomunitari. Si è tentato con
una cooperativa (ASAS) di intermediazione tra proprietà e immigrati, che ha riunito gruppi di 4 immigrati (e
dunque 4 redditi) in modo da affittare insieme gli appartamenti. La cosa ha funzionato (sono 16 gli
appartamenti affittati con questo sistema), ed ora, superato il timore che gli immigrati non pagassero, la
cooperativa cerca di favorire un contratto diretto tra affittuari e proprietà. Più difficile è il discorso con le
famiglie, dove c'è un solo reddito.
Da più parti si lamenta la mancanza, nella normativa sull'immigrazione, di sanzioni efficaci contro i clandestini
e soprattutto contro coloro che sfruttano la clandestinità per gestire attività illecite. Qual è la vostra
percezione rispetto a questo problema?
Il problema non è la legge (che tra l'altro andrebbe applicata anche nelle parti in cui impegna lo stato e le
amministrazioni locali a creare strutture di accoglienza), ma il mercato criminale degli ingressi clandestini,
che vengono gestiti in società tra la mafia italiana e quella dei paesi vicini. Ogni "passaggio in Italia" rende
2 milioni, ai quali si aggiungono i proventi della prostituzione, che coinvolge sempre più ragazze minorenni:
e tra poco toccherà ai bambini, ultima richiesta del mercato del sesso e della perversione, che infatti in altri
paesi sono già al centro di traffici vergognosi.
Le condizioni sono brutali: queste ragazze, a volte solo quattordicenni, devono versare un milione al giorno:
immagina cosa vuol dire, a 50 mila lire alla volta. Una donna è stata costretta a "lavorare" fino all'ottavo
mese di gravidanza. Eppure non hanno vie d'uscita: i protettori che le prendono in consegna le sequestrano
il passaporto e le mandano in strada: in quanto clandestine, non hanno nessuna tutela e sono costrette a
vivere sotto ricatto. A questo punto io chiedo: perché si parla sempre di prostituzione sotto il profilo
dell'ordine pubblico, come disturbo alla quiete e al decoro? Ci rendiamo conto che siamo davanti ad un
traffico di persone trattate peggio delle bestie? Perché ci si illude che la soluzione consista nell'espellere la
ragazza trovata sui viali, mentre nessuno si preoccupa di fare indagini sul racket? A Firenze la Caritas ha
fatto denunce con tanto di nomi e cognomi, ma non ne è seguito nulla.
Come dovrebbero muoversi allora i tutori della legge?
Per prima cosa occorre mettere le vittime in condizioni di poter denunciare gli sfruttatori. Oggi se una
ragazza trova il coraggio di fare una denuncia alla polizia, uscita dall'ufficio è sola in mezzo alla strada: i
protettori le spezzeranno la schiena di botte e la puniranno in modo esemplare, come monito per tutte le
altre. Se si vuole intaccare il racket bisogna dare protezione a chi si ribella, magari fornendogli un permesso
di soggiorno temporaneo.
In secondo luogo occorre fare indagini e risalire ai veri criminali che gestiscono questo mercato disumano.
Il problema di chi invoca maggiore repressione è che di solito sbaglia bersaglio: colpendo i singoli
clandestini, si colpiscono le vittime, lasciando che i loro sfruttatori si arricchiscano tranquillamente.
Infine i colpevoli vanno puniti non per sfruttamento della prostituzione, reato per cui sono previste pene lievi,
ma per riduzione in schiavitù, dove si rischiano 20 anni. Non siamo, lo ripeto, davanti a un problema di
pubblico decoro, ma ad una violenza continuata e perpetrata verso persone private di ogni diritto.
a cura di Elena Bartoli
All'inizio
4 - Immigrazione e lavoro. Oltre la "prima accoglienza": i percorsi di integrazione
sociale degli immigrati. L'opinione di chi progetta e coordina la formazione
professionale degli extracomunitari: tra assistenza e pari opportunità di accesso
al mercato del lavoro.
Dall'emergenza al
progetto
Prima di parlare in specifico del tema di cui mi occupo, l'attività formativa, mi sembrano utili 3 premesse
generali:
1) Strutturalità del fenomeno.
L'immigrazione extracomunitaria costituisce solo una piccola parte del fenomeno più generale della mobilità
tra i popoli, che in questa fase storica è piuttosto contenuta (coinvolge circa il 2% della popolazione
mondiale, e il dato è in gran parte dovuto a esodi di massa per carestie e conflitti locali). Dunque non stiamo
vivendo un'emergenza, ma un fenomento strutturale che si avvia a divenire una costante: dobbiamo
imparare a convivere con questo "colorarsi" della nostra società1.
2) Un'immigrazione a doppia velocità.
Nel fenomeno immigrazione si sta delineando una profonda distinzione: da un lato c'è una fetta di stranieri
che ricalca i paradigmi dell'emergenza: profughi e rifugiati, provenienti sempre più spesso dall'est europeo
o dal sud est asiatico e portatori di bisogni primari (cibo, alloggio, assistenza).
Dall'altro lato c'è una fetta di immigrati già insediati da tempo in Italia, magari con una propria famiglia, che
dispongono di esperienza di lavoro e titolo di studio: costoro hanno istanze di integrazione di livello
superiore, e chiedono pari opportunità rispetto all'operaio specializzato o al diplomato italiano, per inserirsi
a pieno titolo sul mercato del lavoro in modo da valorizzare le loro qualifiche e capacità. Questo è
particolarmente vero in Emilia Romagna, dove le opportunità economiche hanno generato un'immigrazione
di tipo stanziale, molto più stabile che a Villa Literno, dove gli stranieri stanno 3 mesi e vanno via.
3) Una realtà a molte dimensioni.
Dobbiamo superare quella scuola di pensiero che descrive i processi sociali come realtà circoscritte, che
vanno affrontate isolatamente, per "bisogni" a compartimenti stagni. L'immigrazione, come ogni altra realtà
sociale, è un fenomeno complesso, che non riguarda un certo territorio o un certo ambito di vita, ma li
attraversa tutti. Per farvi fronte occorre allora un intervento complesso, su più fronti, che coinvolga più attori.
Lo stesso vale per la formazione: i corsi che hanno dato i migliori risultati hanno visto il coinvolgimento del
territorio, delle Caritas parrocchiali, dei responsabili della Questura, dei servizi sociali e dei sindacati. La
fatica più grande è proprio quella di coordinare, di integrare i vari soggetti ed i vari livelli dell'intervento.
Questo significa che una politica per l'immigrazione e l'integrazione, per essere efficace, deve
necessariamente essere "distribuita", ed occuparsi di vari aspetti: dalla lingua al lavoro, dalla salute alla
casa, dalla formazione alla socialità.
Immigrati e formazione.
Sul tema della formazione ritengo che occorra agire su 3 piani.
Emergenza - bisogni di base - formazione iniziale
È il piano della risposta a bisogni occupazionali immediati; in profili professionali bassi, che coprano i vuoti
lasciati dalla manodopera locale (saldatori, addetti alle macchine utensili, manovali, servizi domiciliari agli
anziani, ecc.). Sono corsi di 400/800 ore, che durano pochi mesi, ed hanno l'obiettivo di rispondere il più
rapidamente possibile al mercato del lavoro.
Stabilizzazione - integrazione - miglioramento posizione sociale
Non si può ritenere che in prospettiva tutta l'immigrazione sia destinata a coprire aree occupazionali
marginali. Occorre quindi allargare la formazione a mansioni qualificate, attività autonome, nascita di
imprese. Scopo: allargare le opportunità di accesso al mercato del lavoro. C'è persino una legge regionale
che finanzia le attività e le imprese avviate in proprio da immigrati, ma è poco sfruttata.
Su questo punto si misura la fatica culturale ad accettare la "concorrenza" degli immigrati in mansioni e
professioni medio-alte, ad accettare che anche loro accedano ai nostri circuiti sociali e professionali: la
tendenza è sempre a confinare i loro diritti di accesso a circuiti bassi, riservati alle fasce deboli.
Strategia "dell'impasto".
L'idea è che la società migliora più viene mescolata (ovvero più i singoli ingredienti vengono miscelati e
legati assieme). Fuori di metafora, finché si continua a lavorare sugli immigrati, si lavora su un solo
ingrediente: invece rendere gli immigrati protagonisti attivi del processo di integrazione in tutte le sue fasi
implica il loro aver voce in un progetto che li deve vedere ad un tempo fruitori e promotori.
Possiamo dunque delineare 2 paradigmi riassuntivi:
1. approccio di emergenza - intervento sugli immigrati: "li" integriamo (ruolo passivo) - integrazione come
assimilazione culturale - occupazione come copertura di fascie lavorative di bassa qualificazione -
socializzazione come mantenimento in circuiti "caritativi", riservati ai soggetti deboli, senza parità.
2. approccio di normalità - lavoro con l'immigrato: "ci" integriamo (ruolo attivo) - integrazione come
disponibilità a lasciarci interrogare dal diverso - occupazione come imprenditorialità e valorizzazione delle
competenze - socialità come partecipazione ai circuiti sociali "normali".
Posto che l'integrazione esige l'accettazione e l'adattamento agli usi del paese ospitante, occorre anche che
il "diverso" diventi per noi un'occasione per metterci in discussione. Accoglienza non significa omologazione
passiva, puro assorbimento dell'altro nel nostro sistema culturale, sociale ed economico, ma significa
piuttosto conciliazione personale e collettiva con altre culture, altre visioni del mondo, altri valori.
La lotta all'esclusione sociale è anche un banco di prova per il processo di integrazione europea e per
l'equilibrio tra mercato e solidarietà. Non a caso il Libro Bianco sulla Politica Sociale Europea (n.11-12)
ammonisce che "l'emarginazione di vasti gruppi della società è una sfida alla coesione sociale dell'Unione.
Non si tratta soltanto di una questione di giustizia sociale; l'Unione semplicemente non può permettersi di
privarsi del contributo che i gruppi emarginati possono recare alla società nel suo complesso."
Paolo Degli Esposti
1 - Per effetto delle opposte dinamiche demografiche, si calcola che in Europa dal 1990 al 2025 la forza lavoro diminuirà di quasi
15 milioni di individui, mentre nello stesso periodo in Africa aumenterà di 56 milioni [ndr].
All'inizio
Scheda: IMMIGRAZIONE A BOLOGNA
PRESENZE DI STRANIERI REGOLARI
(residenti o temporanemente presenti)
censim. '81 censim. '91 dati '94
(res.+ temp.) (res.+ temp.) (solo res.)
Bologna città 4.500 7.500 6.800
Bologna provincia 1.300 4.100 6.500
Totale 5.800 11.600 13.300
(stima compresi i temporanei) 20.000
Quantità. Nella provincia di Bologna risiedono circa 20.000 stranieri "regolari" (nomadi compresi). Questo
numero, è bene chiarirlo, include i cittadini comunitari (oltre 1500), provenienti cioè dai paesi dell'UE. I restanti si
definiscono "extracomunitari", termine ancora ambiguo perchè comprende sia gli stranieri provenienti da paesi a
sviluppo avanzato (come Usa o Svizzera), sia quelli provenienti da paesi poveri, ai quali tradizionalmente ci si
riferisce quando si parla di "immigrati" in senso stretto. Questa ambiguità spiega alcune discrepanze tra i numeri.
A questi vanno aggiunti i "clandestini", che il Comune stima intorno alle 1000 unità (a differenza della Questura,
che parla di 8000).
Tendenza. Nel decennio 1981-91 Bologna come provincia ha visto un incremento del 67% degli stranieri: in
particolare sono aumentate di più le residenze (+77%) che le presenze temporeanee (+59%), segno della tendenza
al radicamento ed ad una maggiore stanzialità. Nello stesso periodo l'incremento medio in Italia è stato del 58%,
e in Emilia Romagna del 138%. Nello stesso periodo si è registrato un calo verticale (da 3214 a 1429) degli
studenti stranieri iscritti all'Ateneo bolognese.
Distribuzione. Mentre nell'81 il capoluogo raccoglieva ben il 66% delle presenze straniere, nel ‘90 tale percentuale
è scesa al 56, ed oggi non supera il 50%: anche tra gli immigrati c'è uno spostamento dalla città ai comuni della
cintura.
Provenienza. Nell''86 il 52% degli stranieri residenti a Bologna proveniva da Europa ed America: oggi solo il 34%
ha questa provienienza. Più in dettaglio: 33% Asia (10% Filippine), 32 % Africa (15% solo Marocco), 27% Europa
(15% da paesi CEE), 8% America (6% America Latina). Sempre nell'86 tra gli Europei la quota di provenienza
CEE era del 73%: oggi solo del 55%. In sostanza aumenta l'immigrazione dai paesi in via di sviluppo e diminuisce
da quelli a sviluppo avanzato.
Sesso. E' interessante notare la differenza tra l'immigrazione dal Marocco (all'80% maschile) e dalle Filippine o
dal Sud America (femminile rispettivamente al 62% e 72%). Nel primo caso è il giovane maschio a "esplorare",
per poi cercare, una volta sistemato, di ricongiungersi con la famiglia. Dalle Filippine e dal Sud America sono le
donne che "esplorano", accedendo al lavoro domestico: solo in seguito arrivano gli uomini con le famiglie. Ciò si
riflette anche sulla geografia cittadina: i gruppi a dominanza maschile si raccolgono nei quartieri Navile e S. Vitale,
presso i centri di accoglienza, quelli a dominanza femminile soprattutto in S.Stefano e Saragozza, presso le
famiglie bolognesi più benestanti.
Istruzione. Contrariamente a quello che si vorrebbe credere, il livello medio di istruzione degli immigrati "regolari"
è vicino a quello dei "bolognesi". Nel 1991 tra gli stranieri hanno la laurea o un diploma il 68% dei maschi europei
(e il 63% delle donne europee), il 51% degli asiatici (31% donne), il 37% degli africani (13% donne), il 51% dei
sudamericani (49% donne). Meno del 2% sono gli analfabeti. Le stesse percentuali a Bologna sono del 31% per
gli uomini e 37% per le donne (anche se il confronto andrebbe fatto tra pari età).
Lavoro. Probabilmente a causa delle difficoltà economiche delle imprese e della forte evasione nel regolare le
posizioni, gli avviamenti al lavoro di immigrati sono passati dal 9.5% del totale nel 1991 al 5.6% nel 1994. Nel
1994, su 603 uomini assunti: 50% in attività industriali, 29% nel terziario, 21% in agricoltura; delle 174 donne: 51%
nel lavoro domestico e le altre in qualifiche generico-basse.
Scuola. La presenza nella scuola nel 1993-94 è stata a Bologna di 82 bambini nei nidi e 141 nelle scuole materne.
Nelle scuole elementari il numero oscilla intorno ai 500, nelle medie intorno ai 200. Nell' università sono diminuiti
fino quasi a zero gli studenti greci, iraniani e statunitensi, mentre sono cresciuti quelli provenienti dalle nazioni
dell'Est europeo e dal Maghreb.
Casa. L'accesso alla casa è un'eccezione. Considerando il numero di immigrati (2059) entrati nelle strutture di
prima accoglienza nel periodo ‘90-94, solo il 42% ne sono usciti nel corso dei 5 anni: il ricambio è dunque molto
lento e la prima accoglienza diventa una struttura abitativa "quasi-stabile". Bisogna poi considerare che nel ‘91-92
su 85.000 studenti universitari, circa 1000 erano stranieri, 33.000 provenivano da altre regioni e 28.000 da altre
provincie, per cui un'immigrato si trova a "competere" nella ricerca della casa, oltre che con i "bolognesi", anche
con 20-40000 studenti.
Sanità. Ben il 32% degli stranieri "regolari" sono di fatto privi di copertura sanitaria, senza contare la mancanza
totale di assistenza "ufficiale" per i clandestini, cui sopperiscono alcune opere di volontariato (come il Centro
Biavati).
Devianza. Nel 1993, gli extracomunitari rappresentavano circa il 21% della popolazione carceraria ed il 30% nelle
strutture minorili di sorveglianza della regione: una percentuale come si vede molto più alta rispetto al 2% che si
registra sul territorio.
Valutazioni comparative. In conclusione, secondo questi dati le presenze straniere complessive a Bologna e
provincia non superano il 2% della popolazione (di poco al di sopra del dato nazionale, che si attesta intorno
all'1,5%), o il 2,8% seguendo le stime più pessimistiche.
Ma nel resto d'Europa la percentuale di stranieri rispetto ai residenti supera il 9% in Belgio, il 7% in Germania, il
6% in Francia, il 5% in Olanda e il 3,5% in Gran Bretagna (dati ‘93/'94). Restringendo lo sguardo agli
extracomunitari provenienti da paesi poveri, vero nocciolo del problema, il quadro non cambia: ogni 100 abitanti la
Germania ne accoglie 5,4, la Francia 4,2, il Belgio 3,8, l'Olanda 3,7, la Gran Bretagna 1,8, l'Italia 1,2. In altre parole
l'Italia accoglie appena il 5,9% del totale degli extracomunitari che raggiungono l'Europa (contro il 38% della
Germania e il 23% della Francia), pur detenendo quasi il 17% della popolazione comunitaria e pur producendo il
17,6% del PIL comunitario.
Questo significa che se Bologna si pone in leggero vantaggio rispetto alla realtà nazionale, il confronto vero è con
le aree europee economicamente sviluppate, rispetto alla quale la nostra capacità di accoglienza ed integrazione
è ancora piuttosto bassa.
Fonti: Oss. Immigrazioni Comune di Bologna, Oss. Immigrazioni Provincia di Bologna, Dossier sull'immigrazione a cura della Caritas di
Roma, Servizio immigrazione - Città Multietnica - Iperbole.
All'inizio
PAG. 11 - immigrazione e burocrazia
Le disavventure burocratiche di una coppia mista - italiana lei, gabonese lui - con
due bambine e mille difficoltà ad incontrarsi. A margine del dossier un caso-limite
ma ugualmente illuminante sul rapporto tra regolamenti formali e situazioni
concrete di vita.
Una famiglia "virtuale"
Io faccio parte di una cosiddetta "coppia mista", e in più "virtuale". Lui è un africano, giunto a Bologna per
studiare e qui rimasto coinvolto in un affaire d'amore con la sottoscritta, coronato dalla nascita di due
splendide gemelline. Famiglia virtuale, perchè quasi 10 mila chilometri dividono la parte femminile della
famiglia, che vive e lavora a Bologna, da quella maschile che attualmente si arrabatta a Libreville, Gabon,
Africa.
Ho conosciuto Gustave a Bologna 6 anni fa. Era venuto per studiare, con l'intenzione di tornare appena
possibile in Africa dove cercare un buon lavoro per poter aiutare il resto della sua famiglia, composta da un
numero imprecisato di sorelle, fratelli e parenti vari. Non aveva messo nel conto di formare una famiglia in
Italia, nè tantomeno di fermarsi qui a vivere, e questo era ben chiaro fin dall'inizio della nostra storia. Poi
però sono nate le nostre figlie, un po' per la mia voglia di maternità, un po' per la sua attitudine tutta africana
verso i bambini. E insieme a loro è nato anche un progetto di famiglia ed un impegno reciproco per la sua
realizzazione.
Nel frattempo lui si è laureato in ingegneria elettrotecnica. Per più di 2 anni ha tentato di lavorare in Italia
senza trovare niente di più qualificato di un lavoro da operario generico, quindi è tornato in Africa dove sta
cercando di inserirsi professionalmente. Noi invece siamo rimaste in Italia, perché il mio lavoro è
indispensabile per mantenere me e le bambine. Il progetto a lunga scadenza è quello di riunire la famiglia,
dove e come ancora non sappiamo, ma stiamo cercando un luogo che possa offrire ad entrambi un lavoro
sufficentemente decoroso.
Attualmente i nostri rapporti sono limitati ad una telefonata settimanale, che deve essere breve ed
essenziale a causa delle tariffe astronomiche, e a qualche lettera. Poi cerchiamo di vederci almeno 2 volte
all'anno. Quando andiamo noi in Africa le pratiche burocratiche sono abbastanza semplici. Nella
Ambasciata Gabonese a Roma conoscono la situazione e appena ricevono il mio passaporto mi rilasciano
il visto in giornata (e gratis!). La musica è ben diversa quando è il suo turno di venire in Italia.
Quando viveva in Italia, Gustave aveva un regolare permesso di soggiorno, prima per studio poi per lavoro.
Tornato in Africa il suo permesso è scaduto, e adesso deve ottenere ogni volta un visto per poter venire in
Italia anche per brevi periodi. Per concederlo l'Ambasciata Italiana a Libreville richiede il cosiddetto
"certificato di garanzia", un documento rilasciato dalla Questura in Italia col quale un cittadino italiano si
impegna a ospitare, mantenere, pagare eventuali spese sanitarie ed infine rimpatriare al termine del periodo
accordato l'ospite straniero. Per ottenere il certificato è necessario dimostrare di essere "ricchi" (se non
avessi almeno 30 milioni di reddito non potrei invitare il padre delle mie figlie) e di possedere una casa o
almeno un regolare contratto di affitto (per fortuna la casa in cui abito è mia). Dopo aver presentato la
domanda e i documenti sono necessari 15 giorni, dopodichè il certificato deve essere spedito (in originale)
alla persona che vuole entrare in Italia che, portandolo all'Ambasciata, ottiene il visto di ingresso.
La prima volta che Gustave è venuto in Italia non c'era il tempo materiale per seguire questa procedura,
quindi ho tentato di superarla telefonando direttamente all'Ambasciata Italiana a Libreville per spiegare la
situazione. Già Gustave aveva cercato di percorrere la stessa strada, ma senza risultato. Alla fine della
telefonata (non oso pensare a quanto mi è costata!) il funzionario si era convinto a rilasciargli il visto sulla
(mia) parola.
Tutto andò bene fino al suo arrivo a Fiumicino, alle 4 di mattina di un giovedì di dicembre, quando mi
telefonò per avvertirmi che, nonostante il suo visto fosse regolare, doveva attendere fino alle 8 perchè
mancava un certo funzionario della polizia di frontiera. Alle 8 il funzionario era arrivato, ma ancora, senza
altre spiegazioni, lo trattennero in areoporto. Allora telefonai io direttamente al posto di frontiera di Fiumicino
e così imparai che per entrare in Italia è necessario avere con sè anche il certificato di garanzia oltre al visto.
Poichè lui non poteva esibire quel documento, lo avrebbero trattenuto fino alla partenza del prossimo aereo
utile per rimpatriarlo. Immaginate il mio sconforto a questa notizia. Il mio interlocutore, forse commosso
dalla situazione, mi consigliò di rivolgermi alla Questura di Bologna per vedere se era possibile trovare un
rimedio.
Telefono allora in Questura per scoprire che chiudeva alle 11 (oramai erano le 10 e 30): mi dicono di andare
là velocemente perché il dirigente, momentaneamente assente, avrebbe forse potuto aiutarmi. Ero a casa
da sola con le bimbe ammalate (allora avevano 3 anni), la babysitter era introvabile, ma trovo una amica
disponibile per le bimbe e mi precipito in Questura. Il Dirigente si rivela essere una signora molto umana e
comprensiva che, dopo aver telefonato personalmente a Fiumicino, mi prepara un certificato al volo e
spedisce il documento via Fax. Alle 13 finalmente Gustave era stato "rilasciato". Ancora non era finita ma il
più era fatto. Il giorno dopo siamo dovuti tornare in Questura (prima lui, poi io, poi finalmente l'abbiamo
capita e ci siamo andati tutti e quattro insieme) per ottenere il permesso di soggiorno turistico.
La seconda volta che Gustave è tornato in Italia, memore delle passate traversie, mi sono mossa per tempo
per ottenere il famigerato "certificato". A metà giugno già lo possedevo e, per maggior sicurezza, l'ho
spedito con una raccomandata espresso. Poichè una lettera normale impiega circa 15 giorni per arrivare a
Libreville, ero tranquilla che sarebbe arrivato in tempo, ma dopo un mese la lettera non era ancora arrivata
e quando arrivò (pochi giorni prima della partenza prevista) era talmente bagnata che il modulo interno,
compilato con il pennarello, era completamente illeggibile.
Per fortuna questa volta tutto si è concluso bene, solo con un po' di batticuore, poichè sia l'Ambasciata che
il controllo passaporti di Fiumicino non si sono troppo formalizzati, accontentandosi di un originale sbiadito
e di una copia leggibile che avevo prontamente provveduto a spedire via fax.
Ho cercato di capire se esiste una procedura più semplice per attraversare frontiere con meno formalità. Per
esempio esiste una pratica di "ricongiungimento famigliare" tramite la quale un lavoratore straniero può
richiede che i suoi parenti stretti (moglie, figli, genitori) lo raggiungano e che sia loro concesso di risiedere
legalmente in Italia. Ma io e Gustave non ci siamo mai sposati e quindi costituiamo una famiglia solo di
fatto.
Vorrà dire che dovremo scegliere se proseguire sulla nostra strada, diventando abituali frequentatori di
Ambasciate e Questure o se far contenti tutti (mamme, figlie ... e burocrazia italiana), decidendo finalmente
di sposarci.
Elda Rossi
All'inizio
PAG. 12 - cittadini del mondo
Ogni nostro acquisto è l'ultimo anello di una catena che arricchisce le
multinazionali di intermediazione commerciale e sfrutta il lavoro (malpagato e a
volte disumano) della manodopera del Sud del Mondo. Il Commercio alternativo
nasce per spezzare questa spirale ed educare all'interdipendenza tra i popoli, a
partire dai gesti quotidiani.
Ex-Aequo: per un consumo
solidale
Del 1993 anche a Bologna esiste un punto vendita del Commercio Equo e Solidale, gestito dall'associazione
Icaro e dalla Cooperativa Ex Aequo. A due anni e mezzo dalla nascita, Ex Aequo continua a crescere, sia
in quantità che - speriamo - in qualità. Crescono i soci (Icaro arriverà prossimamente ai 6.000 soci) e il
fatturato (260 milioni lordi, da luglio '94 a giugno '95). E crescono anche i problemi economici e di gestione
(in particolare amministrativi: c'è per caso tra di voi un commercialista-amministratore disposto a darci una
mano?) La nostra - lo ricordiamo - è un'attività che esiste solo grazie al volontariato, e l'impegno che
vogliamo ribadire ai soci ed agli amici di Ex Aequo è quello di continuare ad investire in solidarietà,
cooperazione, informazione.
Il Commercio Equo e Solidale ha senso solo in quanto evidenzia l'orizzonte vasto di problematiche
economiche e sociali che sta dietro il semplice atto del consumo, e in quanto propone - oltre alla critica
all'esistente - l'utopia concreta di sottrarre al dominio del fattore economico alcuni spazi della nostra
socialità quotidiana, e dei rapporti tra le persone ed i popoli.
Non ci interessa la carità o il richiamo ad un'astratta giustizia, o a una solidarietà fatta solo di "buone
parole". Siamo parte di un movimento nato per opporsi al dominio occulto delle trasnazionali, per
promuovere la dignità e l'autosviluppo dei popoli del Sud del mondo, e per aumentare la consapevolezza
dei consumatori del Nord verso queste problematiche. Il nostro primo obiettivo è rapportarci alla testa ed al
cuore dei nostri concittadini, sapendo che ciò accade in tante altre città d'Italia e d'Europa, ponendo
problemi e proponendo anche qualche soluzione.
"Pensare globalmente, agire localmente" è uno slogan mutuato dal pensiero ambientalista che si adatta
perfettamente alla nostra identità e proposta. Proprio per questo riproponiamo, come nei mesi precedenti,
incontri di conoscenza e approfondimento del Commercio Equo e Solidale, che si terranno il 22 novembre e
il 13 dicembre, presso Meridiana (mediateca della Coop. La luna nel pozzo, in via Gandusio 10, a Bologna).
Noi le consideriamo occasioni semplici ma concrete per un contatto diretto, e per mantenere "aperta" la
porta a chiunque abbia proposte e voglia coinvolgersi nella nostra attività.
Un grande appuntamento di rilievo nazionale ci attende in dicembre: il Commercio Equo e Solidale, assieme
a tante altre realtà dell'associazionismo nazionale, sta costituendo la Banca Etica, la prima iniziativa che in
Italia si propone esplicitamente di offrire opportunità etiche ai singoli risparmiatori, per finanziare attività
no-profit, di cooperazione-solidarietà, o di rilevanza sociale. Ne parleremo sabato 9 dicembre, in un
CONVEGNO organizzato assieme all'Arci di Bologna.
E poi... e poi saremo a Natale: anche quest'anno ci presenteremo fornitissimi, con l'ormai classica iniziativa
"La Cesta in Festa" (3^ edizione), ancora in collaborazione con "Adotta la Pace" (campagna di adozione a
distanza di famiglie vittima della guerra in ex-Jugoslavia). Il periodo natalizio ci entusiasma e ci terrorizza:
in tutta sincerità facciamo fatica a reggere all'assalto che il negozio subisce (e ne siamo contenti). Anzi,
quest'anno abbiamo a disposizione un articolo in più: un bel calendario firmato da Ex Aequo, dedicato alla
convivenza ed alla pace tra i popoli, a un prezzo davvero modico. Per aiutarci a non soccombere vi
chiediamo - se potete - di prenotare le ceste e i calendari quanto prima potete. Grazie.
Giorgio Dal Fiume
All'inizio
Commercio alternativo: perchè?
Fame e miseria del Sud del mondo non sono una fatalità, ma dipendono dalle attuali regole del commercio
internazionale, che aggravano gli squilibri tra Nord e Sud del mondo. L'interdipendenza ambientale e sociale
non ci permette di rimanere indifferenti, e la coscienza critica dei consumatori del Nord, che costituiscono
l'ultimo anello del sistema di sfruttamento del Sud, costituisce un modo per affrontare problemi comuni al
Nord e al Sud.
In Africa, Asia e America Latina gruppi di produttori si sono da tempo organizzati per sfuggire alle inique
rergole del commercio internazionale. Il Commercio Equo e Solidale fornisce canali di diffusione ai loro
prodotti, evitando il ricorso ad intermediari e grossisti, aiutando chi lotta per l'affermazione della dignità
umana. Il consolidamento di un mercato alternativo è un passo concreto contro relazioni internazionali che
sfruttano uomini e natura, a favore dei processi di liberazione del Sud, per stimolare al Nord un consumo
consapevole. La rete del commercio alternativo - presente da decenni in molti paersi europei - non segue
logiche caritative o assistenziali, ma costruisce rapporti paritari con i fornitori dei prodotti.
La scelta dei partner e dei prodotti segue dei criteri definiti a livello internazionale dalle organizzazioni del
commercio alternativo, con l'obiettivo di contribuire allo sviluppo autonomo delle comunità locali del Sud del
mondo, acquistando da produttori locali - associazioni, cooperative, gruppi autoorganizzati - e garantendo
loro guadagni più equi. Ciò è possibile tramite un contatto diretto con i produttori, che determinano
autonomamente i prezzi, sulla base del lavoro investito nella produzione.
Gli articoli del Commercio Equo e Solidale rispettano criteri di salvaguardia dell'ambiente e dei lavoratori, e
sono "portatori di informazione" sui produttori e sulla dipendenza dal mercato internazionale. I prodotti
artigianali sono frutto delle tradizionali lavorazioni locali e vengono fabbricati con materie prime del posto,
mentre i prodotti alimentari non devono incidere sulla produzione agricola destinata all'autoconsumo. Gli utili
prodotti dalla rete del commercio alternativo vengono utilizzati per finanziare progetti di produzione locale del
Sud e attività di informazione al Nord.
Ex Aequo è in via Altabella 2/a (aperto da martedì a sabato, dalle 10 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.30; tel.
233588), e si propone di essere, oltre che un "negozio" alternativo, un luogo aperto a quanti - singoli,
organizzazioni non governative, associazioni - siano interessati alla realizzazione di iniziative di informazione
e documentazione sulle problematiche Nord/Sud e ambiente/sviluppo.
G.D.F.
All'inizio
PAG. 13 - cittadini del mondo
Da un lato le organizzazioni popolari che spingono "dal basso" le fasce più povere
e le classi medie ad una presa di coscienza. Dall'altro le potenti oligarchie, che
oltre alla terra controllano anche i mass-media, con i TG piazzati dopo le migliori
telenovelas. E il televisore ce l'hanno tutti, anche chi non ha nient'altro. Fra
democrazia e dittatura...
Brasile: una
"democratura"?
Possiamo davvero dire che i paesi dell'America Latina vivono regimi pienamente democratici, o aveva
ragione Leonardo Boff quando affermava che in Brasile è in atto una "democratura"? Quali sono le
condizioni sociali che permettono un'esercizio corretto e completo del diritto di cittadinanza?
Come rapportarsi, a livello politico, con le masse di impoveriti? L'azione avviene principalmente su due
livelli. Il primo e più importante, ma purtroppo non il più significativo quanto a risultati numerici, è quello dei
movimenti popolari di nascita recente, o risultati dell'evoluzione dei movimenti clandestini sorti all'epoca del
regime militare. Legati alla CUT, la grande centrale sindacale che ha dato origine al PT (Partito dei
lavoratori), alla Chiesa cattolica, soprattutto tramite la CPT (Commissione Pastorale della Terra), alle
Chiese protestanti, ai movimenti di volontariato sociale (nelle favelas, coi "meninos de rua", con gli anziani,
i malati di AIDS, i senza tetto ecc.), e ad altre numerose inziative pubbliche e private, questi gruppi si
propongono di "coscientizzare" le fasce più povere della popolazione, ma anche delle classi medie, sempre
più sensibili alle problematiche sociali del paese.
Democrazia teleguidata
Purtroppo questi movimenti di base devono fare i conti con un altro livello di azione, quello delle classi
dominanti, formata da oligarchie rese potentissime dal possesso della terra, dei seggi nelle assemblee
legislative e dell'informazione. E' evidente che non è un combattimento ad armi pari, in quanto la televisione
rappresenta l'unico strumento per lanciare messaggi, ad esempio, a chi non sa leggere. Allo stesso modo,
essa rappresenta un elemento di unità nazionale per un paese di dimensioni continentali, e per i cittadini
che non hanno altri mezzi per conoscere cosa sta succedendo intorno a loro e nel mondo; possiamo
certamente dire che la televisione è un elemento culturale fondamentale per i brasiliani, come il calcio o il
carnevale, per intenderci.
Alcune trasmissioni sono intoccabili. Fra le famose novelas della Globo (prodotti televisivi veramente
ineccepibili e guardabilissimi, chissà perché da noi in Italia arrivano solo i polpettoni messicani o
venezuelani), quelle trasmesse in prima serata sono seguite da un brasiliano su due, e le immagini possono
essere ricevute persino nei meandri più nascosti della foresta amazzonica.
Questa trasmissione è preceduta da un telegiornale che alcuni anni fa era il campione indiscusso di
audience giornalistica, e solo recentemente ha visto intaccata, seppur lievemente, la propria egemonia. Non
è difficile quindi far passare messaggi politici o di qualunque altro tipo, in maniera più o meno esplicita,
raggiungendo un numero altissimo di persone. E per fare un esempio di come una campagna
d'informazione possa essere teleguidata, ecco una notizia trasmessa da due telegiornali di diversa
tendenza. Siamo all'epoca in cui Cardoso era ministro delle finanze e stava per lanciare il "Plano Real", che
avrebbe in pochi mesi abbattuto l'infalzione grazie a manovre artificiali di tipo monetario (sul modello del
piano realizzato in Argentina dal ministro Cavallo). Rede Globo: "L'inflazione di questo mese a S. Paulo è
scesa dello 0,4%". Rede Bandeirantes: "L'inflazione a S. Paulo è stata questo mese del 34,2%, contro il
34,8% del mese precedente". E' una sola notizia, ma sembrano due, e diverse, a chi non sappia nulla di
economia e poco di matematica.
Tra destra e sinistra
Si capisce quindi perchè il leader del PT, Luis Inácio "Lula" da Silva, pur sostenuto dai movimenti popolari,
abbia perso per ben due volte consecutive le elezioni presidenziali. Nel 1989 è stato sconfitto da un
avventuriero senza troppi scrupoli, Fernando Collor, che si servì della TV per infangare Lula con calunnie
sulla sua vita privata. Lo stesso Collor fu poi a sua volta travolto dallo scandalo finanziario che portò milioni
di brasiliani sulle piazze, chiedendone l'impeachment: chi amplificò le manifestazioni, ottenendo un rapido
effetto moltiplicatore, fu quella stessa televisione che aveva contribuito pesantemente a farlo eleggere. Un
anno fa, la televisione ha catalizzato l'attenzione dell'opinione pubblica sul sociologo Cardoso, quando
ancora era ministro: un'immagine rassicurante in grado di piacere persino ad alcuni progressiti per il suo
passato di esiliato politico, e soprattutto di non spaventare il mondo imprenditoriale. Eletto al primo turno,
la sua campagna televisiva era stata curata dalla stessa agenzia che a suo tempo aveva realizzato gli spot
per Bill Clinton. Alcune immagini dei due candidati erano addirittura identiche.
Il PT, nonostante massicci investimenti, non è riuscito ad arrivare a tanto, e inoltre è stato vittima di un'abile
campagna, che si trascina ormai da molti anni, fondata sulla fobia anticomunista che anche noi
conosciamo, e che ha cercato di convincere gli anziani e le persone semplici che Lula, se eletto, avrebbe
bruciato la bandiera nazionale sostituendola con la bandiera rossa: un colpo mortale per lo spiccato
nazionalismo brasiliano. Lula è di nuovo al palo, aspettando però la rivincita delle elezioni amministrative
del prossimo anno. Là, a livello locale, la forza propulsiva dei movimenti popolari sarà forse in grado di
contrastare con maggiore efficacia il potere d'immagine della televisione, aggiungendo un tassello al difficile
e lento processo di democratizzazione del paese.
Sandra Biondo
Brasile: grandezze e squilibri
Il Brasile ha una popolazione di 150 milioni di abitanti, di cui quasi 120 risiedono nelle grandi città. Oltre 64
milioni di brasiliani (43%) sopravvivono con un reddito pro-capite uguale o inferiore a mezzo "salario
minimo" (un "salario minimo" è pari a circa 80$); di essi, circa 7 milioni sono indigenti, cioè al di sotto di 1/4
di salario.
L'1% più ricco usufruisce del 14,6% del reddito nazionale; il 50% più povero del 11,2%. La mortalità
infantile su scala nazionale è del 61 per mille, contro il 20 per mille dei paesi del primo mondo, e nel
Nord-Est raggiunge quasi l'88 per mille.
Stime ufficiali dichiarano che il 18% della popolazione è analfabeta, raggiungendo il 33% nella regione
Nord-Est con punte dell'80% fra gli adulti delle zone rurali.
E' la decima potenza industriale del mondo, ma
è solo al 70° posto per qualità
della vita (Fonte: IPEA Brasil 1990/93).
All'inizio
PAG. 14-15 - politica e società civile
Cittadini timorosi di esporsi e di assumersi responsabilità? Oppure impossibilità
oggettiva ad accedere ai "circuiti chiusi" della politica, anche bolognese? Un
contributo al dibattito sul tema - antico ma purtroppo sempre attuale - della
distanza tra città e palazzo.
Lavarsi le mani o sporcarle?
Leggo la lettera di Paolo Fabbri sul Mosaico n. 4 con un certo distacco che però si traforma presto in
fastidio. Il suo modo di affrontare il tema dell'impegno politico mi pare un po' troppo semplice. L'invito a
"sporcarsi le mani" è una esortazione ovvia, soprattutto per chi come me si è formata ed opera
nell'ambiente del volontariato. Proprio per questo mi sento toccata sul vivo, ma per non correre il rischio di
una risposta impulsiva credo sia necessario porsi prima qualche altra domanda.
Perchè tanti restano a guardare,
criticando senza coinvolgersi?
Non credo sia solo il non volersi "sporcare" o un "purismo" che francamente oggi mi pare superato. È
sempre più chiaro il legame tra mondo del volontariato e impegno politico: la disaffezione diffusa, il cinismo,
lo scempio di quanto appartiene a tutti, impongono a chi vuole far crescere il "senso comunitario" di
allargare l'impegno alla politica, intesa come cura delle "cose di tutti". Se non altro per evitare che i piccoli
sforzi di ogni giorno continuino ad essere vanificati da politiche meschine. Per dirla col Gruppo Abele, c'è
una "irrinunciabilità della politica" (1) a cui tutti noi volontari siamo chiamati.
Certo c'è chi è sordo e preferisce stare a guardare senza fare nulla per cambiare, ma c'è anche chi a questo
richiamo ha risposto: soprattutto in questi ultimi tempi tanti "non professionisti della politica" si sono resi
disponibili in prima persona, non per ambizione ma per maturazione personale. È per questo che mi è
difficile comprendere ed accettare la lamentela dei "politici" che si sentono soli.
Chi è nuovo non trova spazio. Qui a Bologna i partiti sono forti e non rinunciano ai loro uomini. A volte
qualche nuovo viene messo in lista solo come propaganda di rinnovamento e nulla più. E questo è male
comune a formazioni diverse, alleate e contrapposte, "vincenti" e "perdenti".
Limitando l'accesso (se non in modo marginale) alle persone che non scelgono la politica come mestiere,
nessuna sorpresa se finisce che i "politici" si trovino soli, senza nessuno dietro.
Trattative, partiti, movimenti
Mi pare che alcuni abbiano una specie di complesso in merito alle trattative preelettorali. Così dimenticano
che il problema non sono le "trattative" in se stesse, ma lo stile con cui sono condotte. Perchè altro è
affermare di riunirsi per cercare "l'uomo giusto al posto giusto", altro è il lottare poi per "il proprio uomo"
prescindendo da qualsiasi altra considerazione, solo per conquistare una posizione di potere. Questo è
accaduto lo scorso aprile, e non è onorevole.
Se nei partiti va così, anche nelle liste civiche non è tutto roseo. Si costruiscono con libertà, senza troppi
dati precostituiti e abitudini stratificate: è una sfida interessante a cui diventa difficile resistere. Ma proprio
perchè molte delle variabili sono tutte da discutere, si finisce in pratica per correre il rischio di ritrovarsi
dove non si voleva precisamente andare.
Una delle maggiori difficoltà si manifesta ad esempio nella definizione dei contenuti del programma, da
rendere omogenei pur partendo da esperienze e culture diverse, o nelle relazioni con le altre formazioni
politiche. Così la democrazia interna diventa un punto essenziale. E fondamentale diventa la questione di
come si orientano le scelte: chi decide, su cosa, con quale mandato e quali limiti?
Nel "movimento" che nasce anche da forti presupposti di fiducia nelle persone che ne hanno la leadership,
va tutelata la formazione delle posizioni politiche, va verificata la linea e la coerenza interna del programma,
questo a partire dalla effettiva maggioranza degli aderenti e dalla designazione esplicita di coordinatori, che
devono avere chiari i limiti e le responsabilità del proprio ruolo.
Per una politica che "costi"
Qualcuno nel momento di formazione delle giunte ha suggerito che per avere persone significative e di
grande esperienza nella guida della città si dovevano pagare moltissimo gli assessori. Credo ci sia poco che
possa essere di più falso e fuorviante di questa idea.
Non c'è bisogno di persone che pur competenti si impegnano solo se pagate moltissimo: io penso alla
politica come qualcosa che "costi".
È sotto gli occhi di tutti che il fatto che occuparsi di politica fosse fino ad oggi fonte di privilegio ha
comportato una selezione indiretta, e non certamente ottimale dei partecipanti al "gioco". È dunque qui e
non nel "nuovoperilnuovo'" che può collocarsi la possibilità di sovvertire la negatività con cui oggi viene vista
la politica.
Ambizione personale, accesso a privilegi, possibilità di forti guadagni: non è accettabile che la classe
politica venga di fatto selezionata in base a questi criteri.
Oggi è necessario ed urgente cambiare le persone (forse tutte), e questo va fatto senza disperdere
competenze e capacità. Ma perchè sia efficace va cambiata la selezione (indiretta) che si compie tra chi
intende occuparsi di politica: fatte salve le competenze, questa deve diventare sempre di più una selezione
sulle motivazioni, cambiando il criterio di base: non più privilegio, ma "costo". Occuparsi delle "cose di tutti"
deve costare di più: in termini di tempo, di carriera, economici (ovviamente proporzionato perchè la politica
non sia solo di chi se la può permettere). Solo questo può selezionare le persone in un modo che sia
proficuo alla comunità, orientato alla ricerca del bene comune. Per evitare che continuino a governarci
persone solo alla ricerca del proprio personale interesse, un costo ci deve essere.
Nel mondo del volontariato ciò accade quotidianamente: gente di valore (non solo chi ha tempo da perdere)
da il suo tempo (e quindi in un certo senso paga un prezzo) senza un beneficio, senza un privilegio. Fa
qualcosa che ha un valore maggiore di quello che gli costa semplicemente perchè ci crede.
Gabriella Santoro
(1) in La Terra vista dalla luna, n. 2, marzo 1995
All'inizio
Coperto dall'ordinario clamore della cronaca politica, senza la forza di far sentire
la propria voce, esiste tuttavia un mondo di gruppi e associazioni che si muovono
per promuovere dal basso un impegno politico rinnovato ed autentico. Una lettera
e un'esperienza da Milano.
Non basta il "personaggio"
Cari amici de "Il Mosaico",
ho letto con interesse il numero di maggio-agosto della vostra rivista. Me l'ha passata un amico dicendosi
certo che avrei trovato consonanze con le idee mie e dell'associazione di cui faccio parte, che si chiama
Demos e ha l'intento di riavvicinare i cittadini al "lavoro" politico ed istituzionale, spezzando il meccanismo
inerziale che attribuisce sempre più potere a chi invece di politica si occupa da tempo e magari a tempo
pieno, ormai completamente distaccati dalla cosiddetta "società civile".
Sono rimasta molto colpita dall'articolo di Massimo Toschi, perché tocca argomenti inconsueti, ora che la
politica non gode di buona fama. Ci sono alcune delle sue proposte rivolte a Prodi che coincidono
esattamente con le riflessioni che la nostra associazione sta facendo da qualche anno.
Mi riferisco in particolare alla dichiarata necessità di ricambio del personale politico: alla regola di non
ricandidare chi ha due o più legislature alle spalle, alla non candidabilità di chi già copre cariche istituzionali
"pesanti".
Mi ha piacevolmente stupita l'identità di queste proposte con le nostre, nonostante i percorsi diversi delle
rispettive riflessioni. L'evidente quanto inaspettata presenza di un "idem sentire", come direbbe Bossi, con
una delle tipiche espressioni coniate per l'occasione dal fantasioso lingusta, mi ha colpita.
Ma qualcosa non mi convince nelle tesi che attribuiscono al "buon personaggio" contro i "cattivi partiti" la
capacità di attuare finalmente tutte quelle belle cose che ci aspettiamo dal nuovo corso che sembra aver
preso la politica. Parlo della coerenza e della nuova dignità della politica stessa, che tutti adesso si aspettano
di vedere attuate dai vari "leaders", ritenuti sicuri investimenti per il futuro governo dell'Italia.
Io temo invece che affidare il nostro futuro alle qualità personali di chicchesia, fosse pure il più fulgido ed
incorruttibile eroe del nuovo corso, sia l'ennesimo rischio che la democrazia potrebbe correre.
Chi ci salverebbe dal possibile insorgere di caratteristiche negative, sempre in agguato nell'animo dell'uomo?
Non voglio certo nemmeno pensare che ognuno ha il suo prezzo, anch'io voglio credere all'esistenza di
persone fondamentalmente sane e oneste. Non è questo il punto.
Ma non è forse più sicuro e corretto stabilire quelle semplici regole che sono, secondo autorevoli politologi, il
nutrimeno della democrazia? Regole valide per molte situazioni e per molto tempo. Medicine non aggressive
per il corpo malato dei partiti.
Sono convinta infatti che i partiti non debbano morire, ma che costituiscano anzi, insieme alle regole, il
fondamento stesso della democrazia. Perché nessuno, nemmeno il più saggio e equanime degli uomini, può
non prendere "parte" nelle vicende della vita. L'idea è che ognuno, solo per le idee che professa, rappresenta
il "partito" di se stesso.
Vi invio un articolo pubblicato nell'aprile ‘95 sul mensile "Mondo Nuovo", che tratta dei partiti e suggerisce un
modo per salvarli e per salvare con essi anche la democrazia. Con simpatia, in attesa di una risposta, vi
saluto cordialmente, anche a nome dell'associazione Demos.
Milano, 19 ottobre 1995.
Carla Assirelli
Demos: quattro proposte per il
rinnovamento
"Demos è un progetto portato avanti dall'associazione Link, federata ai verdi e fondata sul tema dei diritti e
della democrazia.
La crisi politica in Italia, ma più in generale nel mondo occidentale, può essere spiegata con alcuni caratteri
come la mancanza di partecipazione diffusa, la difficoltà nell'esercizio del controllo democratico, la
concentrazione di potere istituzionale e la formazione di un ceto politico inamovibile.
Demos ha concepito quattro proposte che, pur nei loro limiti, costituiscono i "preliminari" necessari per un
modello più evoluto di democrazia: non sono proposte ascrivibili immediatamente alle tradizionali categorie
destra-sinistra, e in particolare la forma-partito attuale le vede come una minaccia alla sua stessa esistenza.
Non si potrebbe capire l'Italia dei misteri, delle stragi impunite e del colossale debito pubblico senza riferirsi
alla logica interna ad un gruppo politico il cui scopo è quello di autoconservarsi ad ogni costo sociale.
La prima proposta riguarda i limiti dei mandati istituzionali. Un ceto politico abituato a restare
permanentemente nelle istituzioni crea meccanismi inerziali e forme di sclerosi inconciliabili anche con
modelli minimali di democrazia.
La seconda proposta è un cambiamento di approccio all'istituzione che abbiamo chiamato il "rispetto del
mandato". Esso consiste nel non abbandonare il mandato istituzionale per il quale si è stati eletti. Non si
può chiedere alla gente il voto e poi lasciare il mandato solo perché si profila un'elezione di maggior grado.
La terza proposta, il divieto di cumulare più cariche istituzionali, dovrebbe essere un'altra norma
imperativa volta a impedire dannose forme di concentrazine del potere. Un esempio: i segretari di partito
che sono eurodeputati non sono in grado, per motivi pratici, di poter lavorare nell'europarlamento. Oggi
Leoluca Orlando e Marco Formentini, rappresentanti di forze politiche "nuove", prendono lo stipendio di
europarlamentare non potendo partecipare ai lavori dell'organo europeo.
L'ultima proposta è più complicata: si tratta della separazione tra la rappresentanza interna e il ruolo
istituzionale. Chi entra in Parlamento, anche se deve mantenere le idee per le quali si è candidato,
rappresenta tutti, come dice la Costituzione. Non è quindi opportuno che rimanga rappresentante di una
parte. È invece opportuno che il partito di riferimento, essendo fatto da cittadini, si doti di organismi esterni
alle istituzioni e capaci di controllare chi vi è entrato".
(Pino Polistena)
All'inizio
PAG. 16 - appuntamenti e avvisi
Associazione Il Mosaico
BILANCIO DEL PRIMO ANNO DI ATTIVITA'
Gli abbonati a Il Mosaico sono al momento 330. Il giornale è uscito in 5 numeri (incluso il presente),
con una tiratura media di 2900 copie, di cui in media 2383 spedite per posta. L'associazione ha poi
organizzato 7 incontri pubblici su temi diversi, oltre a decine di riunioni interne, aperte a chiunque
fosse interessato.
USCITE
tassa tribunale, documenti, bolli 1.038.050
sale per serate e incontri pubblici 525.000
spese postali spedizione giornale 1.741.700
tipografia 7.049.750
----------
TOTALE 10.335.500
ENTRATE
contributi dei soci 1.480.000
raccolte negli incontri 615.000
abbonamenti 7.900.000
----------
TOTALE 9.995.000
Assemblea dell'Associazione: 16 dicembre 1995 ore 17, al centro Poggeschi, in via Guerrazzi
14 a Bologna. Seguirà la cena ed un momento conviviale.
Consultorio familiare bolognese
Il percorso adottivo
Corso di formazione su problemi e prospettive dell'adozione e dell'affido, tenuto dal prof. Pierpaolo Gamberi,
psicoterapeuta e giudice onorario presso il tribunale minorile di Bologna. I temi affrontati vanno dalla scelta
adottiva al rapporto tra la coppia e il bambino, dal problema dei rapporti con le istituzioni italiane ed estere ai
problemi di interculturalità che l'adozione può proporre. Gli incontri sono a settimane alterne, sabato mattina ore
9-11, a partire dal 25/11, presso il Consultorio Familiare Bolognese, in via Irma Bandiera 22. Per informazioni tel.
051/6145487.
V.I.S. - Amici dei Popoli
Islam e diritti umani
La rassegna continua con i titoli:
20/11/95: La plage des enfants perdus (Marocco 1991)
Le proiezioni, presso il Cinema Galliera in via Matteotti 25 a Bologna alle ore 20:30, saranno precedute da
una introduzione e seguite da un dibattito. L'ingresso è libero.
Centro Poggeschi - Scout
Sviluppo sostenibile: quale rapporto fra uomo e ambiente?
21/11/95: Sviluppo economico e ambiente: complementarietà o contraddizione? (prof. Pucci, Scienze
Politiche)
28/11/95: Sviluppo sostenibile, un problema di equità intergenerazionale
(prof. S. Zamagni, preside Economia)
5/12/95: Biodiversità e sviluppo sostenibile (prof. G. Celli, Agraria)
12/12/95: Le radici culturali dello sfruttamento della natura (prof. F. Appi, Seminario Regionale)
Tutti gli incontri si terranno alle ore 20:45 presso il Centro Poggeschi, via
Guerrazzi 14, Bologna, tel. 051/22.04.35.
Ex Aequo - ARCI
Convegno nazionale L'ALTRA FINANZA
Investire nel futuro:
verso la banca etica
È possibile coniugare economia solidarietà? Commercio Equo e Solidale e associazionismo presentano la
futura Banca etica.
9/12/1995 ore 9-13
aula magna Ciamician
via Selmi 2 Bologna
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NOTA: la diffusione su rete Internet è gratuita, ma un sostegno economico che consenta
di coprire i costi di stampa "tradizionale" è naturalmente ben accetto anche da parte dei lettori in Internet.
Anzi: ne abbiamo bisogno.
Il Mosaico
periodico bimestrale della Associazione "Il Mosaico" , via Venturoli 45, 40138 Bologna
direttore responsabile Andrea De Pasquale
reg. Tribunale di Bologna n. 6346 del 21/09/1994
stampa Futura Press srl, Bologna, spedizione in abbon. postale / 50%
Questo numero è stato chiuso in redazione il 10/11/95.
Hanno collaborato:
Anna Alberigo, Elena Bartoli, Sandra Biondo, Augusto Bonaiuti,
Alessandra Brusoni, Marco Calandrino, Luigi Calori, Giorgio Dal Fiume,
Paolo Degli Esposti, Alessandro Delpiano, Andrea Lenzarini, Flavio Fusi Pecci,
Guido Mocellin, Benedetta Nanni, Mario M. Nanni, Giuseppe Paruolo, Elda Rossi,
Gabriella Santoro.
IN QUESTO GIORNALE SOLO
LA CARTA É RICICLATA
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