oggi: il piano è in attesa del via libera del CORECO, dopodichè darà pubblicato; dopo una ulteriore fase
di osservazioni e modifiche, sarà approvato definitivamente dalla Provincia e ratificato dalla Regione.
Il Parco Storico è certamente una grande occasione; la mancanza di precedenti lo rende da un lato una
esperienza ancora più interessante, dall'altro mancano punti di riferimento. Le stesse finalità sono in
qualche misura istanze diverse che debbono trovare una convergenza: occorre conciliare il livello storico-
ideale, della memoria e della vigilanza per il presente, quello di conservazione ambientale e quello di rilancio
dell'economia locale.
Proprio a questo livello emergono le divergenze di valutazione sulle scelte effettuate. Motivo del contendere
in particolare lo stralcio dall'area di parco della zona di Sperticano, su cui il Comune di Marzabotto vuole
una cava, e l'ampliamento dell'area di pre-parco (dove è consentita la caccia) a scapito di quella di parco
(dove invece è proibita). A questo si aggiungono il ritardo sulla scuola di pace e le difficoltà di collaborazione
fra associazioni ed Ente Parco (che putroppo non era rappresentato nonostante i nostri inviti). Le ragioni di
chi critica le scelte fin qui adottate sono riportate nell'articolo dell'associazione Terre Memoria e Pace delle
pagine precedenti.
A queste gli amministratori presenti all'incontro hanno opposto le proprie ragioni. Per il Vicesindaco
Lanzarini la necessità di consenso della popolazione locale, che in qualche modo non può essere
danneggiata economicamente dalla creazione del Parco, è motivo sufficiente per lo stralcio della zona di
Sperticano. La cava verrà riempita dopo il periodo di attività estrattiva, e la zona verrà riqualificata. La vita
è dura per chi è in montagna, ma chi sta in città dovrebbe ricordarsi che senza l'opera di arginamento delle
acque e presidio del territorio, la montagna finirebbe per "franare addosso alla città". E l'attività in montagna
non è di per sè sufficientemente remunerativa, e dunque andrebbe sostenuta dalla comunità. In questo
quadro, la cava rappresenta in un certo senso il minimo che si possa concedere.
Per il Presidente Vittorio Prodi, le scelte fatte rappresentano il risultato di una lunga riflessione e di tanti
confronti, per cui di esse si assume per intero la responsabilità politica: si tratta certo di un compromesso
fra le varie esigenze, ma indispensabile per varare davvero e senza indugi il Parco Storico; l'alternativa
sarebbe un'ostilità delle comunità e degli enti locali che di fatto bloccherebbero il processo.
La serata ha visto anche il contributo più tecnico dell'arch. Altobelli, e un numero notevole di domande
(12); sono intervenute associazioni come Legambiente, Terre Memoria e Pace, il Coordinamento delle
Associazioni per la scuola di pace, l'Istituto Ferrucci Parri, l'AGESCI, il GAVCI, il WWF. Al termine della
serata ognuno sarà uscito con una sua opinione sui fatti, ma è da segnalare che nonostante si fosse in
presenza di polemiche anche roventi, il clima e il tono della serata sono rimasti comunque costruttivi da
parte di tutti.
Giuseppe Paruolo
All'inizio
PAG. 7-10 - DOSSIER: riforma della scuola
La riforma della scuola è uno dei luoghi in cui si ridefinisce lo stato sociale.
Vengono meno alcuni punti fermi: l'equazione pubblico-statale, un precariato
"garantito", un'utenza sicura. Gli insegnanti sono i primi a cogliere il malessere e
interrogano i politici.
Un nuovo patto per la scuola
In un recente intervento, Raffaele Simone ha denunciato "la depressione collettiva dei professionisti della
scuola". Chi come me frequenta insegnanti sa che il fenomeno è reale, va oggi al di là di un certo
scetticismo e qualunquismo tradizionali in parte della categoria, e ha ragioni che vanno oltre la perdita di
prestigio sociale e il modesto, declinante trattamento economico. Credo che un motivo essenziale sia il
declino di un patto sociale "al ribasso", che ha retto per decenni lo status della professione: da un lato
accessi facili all'insegnamento, carichi di lavoro leggeri e discontinui, nessun controllo delle prestazioni,
dall'altro accettazione di una condizione retributiva e sociale modesta, subordinazione ad una
amministrazione dispotica quanto incapace.
Le condizioni del patto si sono incrinate: le esigenze di bilancio hanno portato, e porteranno, ad un aumento
graduale dei carichi di lavoro ordinari; bisogni educativi sempre più complessi portano a scaricare
sull'insegnamento una quantità crescente di compiti aggiuntivi (la programmazione, l'orientamento, il
recupero, la socializzazione, le infinite "educazioni" stradale sessuale alimentare multiculturale...), senza
che vengano forniti i mezzi per affrontarli. All'insegnante si richiede di esercitare una professione molto più
complessa di un tempo, eterogenea e creativa.
E tutto questo senza contropartite. La politica del personale e della didattica di questi anni ha aspetti
dissennati. Un ceto "buro-pedagogico" (la definizione è di Guido Armellini) installato nell'amministrazione
rovescia sulla categoria richieste a getto continuo, inficiate da una visione meccanicistica dei processi
educativi; l'atteggiamento non è di valorizzazione delle competenze, ma tendenzialmente punitivo; la
gestione centralistica, a colpi di circolari, produce un "effetto Re Mida" (a rovescio: tutto quello che tocca si
trasforma in sterco): esigenze sacrosante, come la programmazione educativa, una valutazione trasparente
e razionale, il recupero al posto dell'esame di riparazione, si trasformano immediatamente in richieste
burocratiche, carte da compilare. Di fronte a compiti educativi sempre più difficili e complicati, gli insegnanti
sono costretti a chiedersi, non "che possiamo fare?", ma "che cosa è obbligatorio? che cosa è proibito?"
Tutto questo va a colpire in primo luogo la minoranza più preparata e motivata del corpo insegnante; è una
minoranza consistente e professionalmente agguerrita, che da un paio di decenni ha retto molte scuole da
un punto di vista organizzativo e didattico, a cui dobbiamo i progressi nella qualità dell'istruzione, le
trasformazioni della nostra scuola (che ci sono state, e profonde, nei limiti della rigidità degli ordinamenti):
le sperimentazioni (in qualche caso, come nell'istruzione professionale, autentiche riforme di settore) sono
il prodotto più visibile dell'attività di questi professionisti (insegnanti, e qualche dirigente); il materiale
pubblicato su qualche rivista professionale testimonia della qualità del loro impegno. Il "volontariato" (cioè
il senso di responsabilità sociale) è stato l'unica molla che li ha spinti a lavorare, studiare, progettare; gli
incentivi e i riconoscimenti ufficiali sono stati scarsissimi o nulli, inferiori comunque alle frustrazioni, agli
impacci burocratici, alle aperte opposizioni (chi lavora seriamente dà fastidio). Oggi l'incombere di nuovi
compiti (e la loro burocratizzazione) ricade inevitabilmente su di loro e rischia di sfiancarli definitivamente
(le fughe nel pensionamento sono un sintomo allarmante), disperdendo la risorsa più importante su cui si
può contare per il rinnovamento della scuola.
Chi aspira a governare questo paese dovrebbe almeno sapere che nessun progetto di politica scolastica
può fare a meno di mobilitare consenso nel corpo insegnante: nessun rinnovamento del sistema educativo
avrebbe successo, se fosse vissuto come l'ennesima imposizione. Bisogna allora immaginare e proporre
una sorta di nuovo patto sociale. Se il rinnovamento passa per l'autonomia degli istituti scolastici, a coloro
che ci lavorano (e soprattutto alla loro parte più consapevole e preparata) sarà richiesto un nuovo
formidabile impegno di energie e capacità, un incremento di responsabilità. Bisogna chiedersi che cosa
offrire in cambio. Sappiamo che un miglioramento retributivo generale non è possibile per i prossimi anni;
si tratta di pensare a prospettive di carriera (la loro mancanza è un grosso fattore di demotivazione nella
professione), a riconoscimenti, economici e no, delle prestazioni maggiori e migliori, a una valorizzazione
delle competenze che le renda trasferibili, riconoscendo la leadership dei più capaci. In breve, bisogna
puntare a fare della professionalità educativa un fatto visibile e socialmente apprezzato. Di tutto questo, la
tesi 66 per la definizione della piattaforma programmatica dell'Ulivo non fa parola. E pensare che, oltre tutto,
un milione di professionisti della scuola sono un bacino elettorale non trascurabile.
Adriano Colombo
All'inizio
Insegnanti, quale ruolo sociale?
Il clima di disgregazione che permea il mondo della scuola è motivato anche dalla crisi del ruolo sociale
dell'insegnante, che in passato era il fondamentale (se non unico) trasmettitore di conoscenze. Se ci
pensiamo bene, altre figure hanno subito nel tempo una progressiva depauperazione del loro ruolo
istituzionale (e quindi del grado sociale), cui è corrisposto un peggioramento generale dell'intero servizio di
cui sono struttura portante. Pensiamo al medico condotto o al farmacista. Così come per l'insegnante, la
possibilità di soddisfare il bisogno con maggiore efficienza e celerità (anche se solo apparente) ha svuotato
il "potere sociale" che era associato a quella "funzione-istituzione". Pensiamo a come era la società nei
piccoli paesi o in certi quartieri cittadini e capiremo subito come ciò sia vero.
Nel caso specifico degli insegnanti, una riprova si ha anche nella variazione nella scala di valore (e a volte
di timore) con cui gli studenti stessi "pesano" gli insegnanti. La matematica ad esempio, che resta sempre
una delle materie meno "volgarizzate" ed assimilabili tramite la televisione o altri media, conferisce
all'insegnante un ruolo di rilievo all'interno della scuola (anche se non nella società che non ne sente
l'impatto economico-sociale diretto). Oppure l'insegnante di lingue straniere: è interessante se è di inglese
(anche se ormai la lingua la si va ad imparare in loco), mentre è di serie B se insegna francese, lingua
ritenuta ormai inutile o secondaria.
Forse uno degli aspetti chiave da affrontare è proprio quello di recuperare all'insegnante un ruolo vero di
educazione, nel contesto di una società sempre più superficiale ed incapace di approfondire e comprendere
i problemi, per portare gli studenti ad una vera maturazione ed indipendenza di giudizio.
Flavio Fusi Pecci
All'inizio
Precariato, sanatorie, concorsi, scuole confessionali e non, convenzioni e
controlli: ne abbiamo parlato con Paolo Ferratini, assessore alla scuola del
Comune di Bologna e membro del coordinamento dei Comitati per la scuola
dell'Ulivo.
Pubblico o privato, purché
autonomo
Assessore, può chiarire la questione del concorso per la scuola materna, che ha suscitato e continua
a suscitare tante polemiche, anche intorno alla sua persona?
Il bando del concorso prevede due tipi di ammissibilità: le insegnanti precarie possono partecipare anche
se sprovviste di abilitazione, in quanto i giorni di servizio (almeno 365) costituiscono un titolo compensativo;
i candidati dovranno avere il diploma magistrale e un titolo abilitante. Il 50% dei posti è riservato alle
insegnanti precarie, ma non si tratta di una riserva assoluta, perché è comunque necessario superare il
concorso. Le insegnanti precarie hanno presentato un'istanza di annullamento del concorso al TAR, che non
ha concesso la sospensiva (la celebrazione del concorso di per sé non costituisce danno per i ricorrenti),
ma ha fissato l'udienza al 14 marzo. Dunque le date del concorso sono rimaste fisse al 25 e 26 gennaio.
I sindacati invece mi hanno accusato di clientelismo riguardo ad un'altra ricorrente, signora Marcheselli,
che, pur essendo in possesso del solo diploma, ha presentato una domanda, respinta perché non
corrispondente alle richieste del bando. La aspirante candidata ha però fatto ricorso in base a una legge
dello Stato, che prevede per l'accesso al concorso o il diploma o l'abilitazione. Il TAR, in attesa della
sentenza, ha ammesso con riserva la candidata.
A questo punto ho pensato che fosse giusto dare anche agli altri aspiranti, che avessero fatto domanda
nelle medesime condizioni della ricorrente, la possibilità di accedere al concorso in caso di parere
favorevole del TAR, sospendendo il concorso. Sono stato accusato di volere favorire la Marcheselli, ma
questa accusa è illogica, in quanto l'unica a non trarre vantaggio dalla sospensione sarebbe proprio lei, a
differenza di altri possibili concorrenti, disinformati e all'oscuro di tale possibilità.
In un lettera a Repubblica, in settembre, lei ha scritto che riteneva il concorso l'unico modo
trasparente e serio di reclutamento degli insegnanti. Questi tipi di concorso riservato non sono in
contraddizione con questa affermazione?
Questo bando è maturato fra il '93 e il '95, in una lunga intesa tra amministrazione e sindacati. Io sono
arrivato a gestire la situazione nella sua fase finale, non forse la più delicata, ma la più esposta. Queste
restrizioni hanno cercato di contemperare interessi diversi. Lo ritengo comunque un buon bando. Inoltre la
legge finanziaria, art.1 comma 15, permette ai "Comuni non dissestati" di "indire concorsi riservati per il
personale precario".
A questo proposito, cosa pensa dei corsi abilitanti, previsti dalla legge finanziaria dello Stato, e dei
corsi di riconversione, già attuati? Perché secondo lei l'Ulivo non ha preso posizione nei confronti di
queste decisioni?
Resto persuaso che qualità e selezione siano connesse. Ma il concorso non è l'unico mezzo per garantire
questa qualità. Bisogna ripensare la carriera dell'insegnante fin dall'inizio: non solo corsi post-laurea, ma
anche forme di tutoring, praticantato, tirocinio. Lo strumento concorsuale è largamente imperfetto: è
ineliminabile (i concorsi ci devono essere e con scadenze certe), ma deve collocarsi alla fine di un processo
formativo. Ma inevitabilmente in un meccanismo come la scuola si crea sempre precariato, che a sua volta
crea sofferenza. L'Ulivo sconta una difficoltà che i Comitati Prodi hanno rilevato: uno scarso peso politico,
derivante dalla mancanza di una rappresentanza parlamentare.
E lei, come uomo del centro sinistra, cosa pensa in proposito?
Ritengo che il cambiare normativa ogni sei mesi sia la caratteristica di un paese senza guida. Le ragioni di
queste oscillazioni stanno nella mancanza di un progettazione coerente per il sistema formativo: si procede
per aggiustamenti, e più si va avanti più si mettono pezze. Anche per il precariato è successa la stessa
cosa. Si è creato un modello espansivo del personale, senza preoccuparsi di creare modelli di
riconversione. Finché tutto questo è stato finanziato con il debito pubblico, ha funzionato. Ora si dà un colpo
al cerchio e uno alla botte: la legge prevede concorsi, e poi si fa un emendamento alla finanziaria, che
consente concorsi riservati e corsi abilitanti.
Ma queste sanatorie continue creano aspettative, sia nei precari sia in chi intende intraprendere la
carriera scolastica, nella certezza che prima o poi arriverà il loro turno, mentre i posti non ci sono...
L'attuazione dei corsi abilitanti paga certi interessi dei sindacati (e spiace constatare che nel centro-sinistra
per certe cose nulla è cambiato). Una posizione più rigorosa, come quella di Prodi, non trova spazio.
Entriamo ora nella questione più spinosa: può chiarire le posizioni dell'Ulivo sul problema scuola
pubblica/scuola privata?
Il dibattito della sinistra ha il suo punto di svolta in un documento del luglio 1994, elaborato da intellettuali
di sinistra, laici e cattolici, tra cui Prodi. Il cuore del documento è questo: bisogna finirla con la formula
"pubblico = statale". Deve esistere un governo che detta delle regole, degli standard qualitativi, degli obiettivi
ai quali uniformarsi se si vuole godere del riconoscimento e dei fondi. Ma bisogna distinguere tra governo e
gestione: che la gestione delle agenzie formative sia statale o non statale non fa fatto. Non si tratta di una
competizione: si deve creare una concorrenza plurale all'interno di una cornice che è l'autonomia: al livello
più basso si devono realizzare gli strumenti adatti a conseguire gli standard stabiliti al quadro più alto. Ogni
singolo soggetto partecipa in questo modo del sistema pubblico. Non capisco allora perché, a questo punto,
dovrei escludere aprioristicamente un attore che condivide le regole della competizione.
Allora aumenterebbero i soggetti della competizione...
Ben vengano, se assicurano standard di qualità e migliorano il livello dell'offerta. Ma devono sottostare alle
regole.
Come si pensa di risolvere la questione degli "oneri per lo Stato"? Nell'art. 33 della Costituzione si
parla di scuola statale, non di scuola pubblica.
Nella Costituzione sta scritto che l'istruzione è pubblica. La questione dell'art.33 si può risolvere in vari modi:
uno per via interpretativa, e le vie interpretative a sostegno di un'ipotesi non restrittiva sono sostenibili. Lo
stesso estensore dell'emendamento chiarì, qualche anno dopo, che il senso di quell'emendamento era che
nessuna scuola poteva nascere privatamente arrogandosi il diritto di pretendere un contributo dallo Stato.
L'altra interpretazione plausibile è che gli oneri vadano intesi come "oneri aggiuntivi". Non vedo nel dettato
costituzionale un impedimento insormontabile a un ripensamento complessivo del concetto di pubblico
come non eguale a statale. Fuori dall'Italia, questa equiparazione di pubblico e statale non esiste, perché la
nozione di servizio pubblico è legata non alla fonte di erogazione di un servizio ma alla soddisfazione di un
bisogno.
Come pensate, concretamente, di riuscire a controllare la qualità degli istituti da sovvenzionare?
Ci sono alcuni standard, legati alle precondizioni per il funzionamento di una scuola che si ponga l'obiettivo
di svolgere una funzione pubblica. Mi spiego: è chiaro che una scuola che nasca con l'intento di soddisfare
bisogni educativi di un segmento molto preciso della popolazione, per esempio una scuola ebraica o una
scuola islamica, non potrà attingere ai finanziamenti pubblici, perché nasce con una caratteristica molto
precisa e si autoesclude dal finanziamento: va benissimo che esistano, la scuola ebraica ha una lunga
tradizione, ma nascono in un regime di separatezza culturale che porta alla conservazione di una cultura,
alla trasmissione di una fede religiosa.
E la scuola cattolica? È meno confessionale di quella ebraica o islamica?
La scuola cattolica, se vorrà attingere dal sistema pubblico, dovrà comunque rispettare alcuni standard,
alcune precondizioni o garanzie nel quadro costituzionale del diritto. Una scuola confessionale può
benissimo dare al proprio indirizzo di studi una certa caratteristica, e strutturare il proprio curriculum (che
pure dovrà rispondere a certi standard pedagogici per essere riconosciuto nell'ambito del sistema pubblico)
obbedendo a una certa tradizione culturale specifica, che è quella della tradizione cattolica, senza per
questo venire meno ad alcuni principi di apertura.
E questo non potrebbe valere anche per scuole di altre confessioni?
Certamente. Io ho fatto l'esempio della scuola ebraica perché da sempre ha certe caratteristiche di
particolare esclusività. E' chiaro che per sua tradizione culturale la scuola confessionale cattolica ha
caratteristiche diverse, cioè di minore separatezza. La tradizione ebraica e la tradizione islamica hanno
maggiore rigore e rigidità: pensa soltanto all'impedimento dei matrimoni misti.
Una scuola privata, confessionale o no, garantisce il mantenimento della propria specificità attraverso
un canale esclusivo di reclutamento degli insegnanti, che devono rispondere a determinate
caratteristiche. Come pensate di risolvere questo problema?
Questo è un tema talmente specifico che andrebbe affrontato, per così dire, regime convenzionale per
regime convenzionale. Lo strumento che si individua come più idoneo è quello della convenzione, sempre
pensando a una scuola regolata dal concetto di autonomia dei singoli istituti. E' chiaro che ci dovranno
essere delle cornici valide per tutti. Lo stato giuridico dell'insegnante, la sua formazione professionale,
devono essere rigorosamente garantiti.
Si verrebbe però a creare una sorta di canale privilegiato per alcuni insegnanti: persone dotate dello
stesso titolo verrebbero discriminate sul fatto di essere o non essere, per esempio, cattoliche.
Perché parla di privilegio? E' assurdo allargare il quadro dell'accesso al sistema pubblico e poi regolare in
modo troppo prescrittivo tutte le condizioni all'accesso stesso, altrimenti ricadremmo in una forma che mi
ricorda quando Terracini negli anni '60 sosteneva che era possibile la parità soltanto se le scuole private si
adeguavano in tutto ai programmi delle scuole pubbliche. A questo punto non si capisce per quale motivo
dovrebbe esistere una scuola privata.
Ma infatti è proprio questo il punto: se le scuole private devono venire meno a certe loro
caratteristiche....
Devono venir meno a certe estremizzazioni che ostano con certi principi fondamentali che sono quelli dettati
dalla costituzione. Ma il pluralismo fa sì che possano esistere sistemi formativi diversi, che incarnino
tradizioni culturali diverse. E' fondamentale riconoscere che anche attraverso strade culturalmente
differenziate si può pervenire a uno stesso risultato, conforme a certi standard di qualità, che vanno
mantenuti. Alla stessa meta si può giungere attraverso differenti strade, e per queste strade tu puoi mettere
contenuti e valori, che sono anche diversi da quelli di chi sta nella scuola a fianco.
Il nuovo Concordato e il Codice di diritto canonico prevedono un controllo delle autorità
ecclesiastiche sulla selezione del personale delle scuole cattoliche. Dove va a finire la parità?
Questo pone un problema. Nel momento in cui si andrà a convenzione, questo porrà un problema. Del
resto, quando ci si convenziona, ci si convenziona in due, quindi è chiaro che si dovrà trovare un punto
d'accordo, se lo si vuole trovare. Poi può darsi benissimo che le scuole non vogliano: guardi che ci sono
molte opposizioni da parte delle scuole cattoliche a questo tipo di programma. Garantire una possibilità non
significa che tutti si debbano uniformare. Vorrei chiarire che non si parla di un'apertura automatica a tutti i
privati, per cui tutti vengono finanziati, ma solo il privato che accetta certi patti. C'è un regime negoziale che
avrà al suo interno elementi di standard qualitativi, caratteristiche per l'assunzione del personale docente,
caratteristiche per l'accesso, però anche benefici in positivo: una scuola che garantisce caratteristiche
particolari per l'handicap, per esempio, evidentemente avrà punteggio in più. Si tratta di rendere un po' più
flessibili le maglie: in fondo che cos'è l'autonomia se non questo? In un regime corretto di autonomia, anche
una scuola statale, se non corrisponde a certi standard, deve chiudere o rinnovarsi. Però in prospettiva non
mi importa se la gestione dell'istituto sia pubblica o privata: mi importa se non riesce a rispondere a certi
requisiti di efficacia. Se no, l'autonomia diventa solo una novità di tipo amministrativo.
Oltre alle precondizioni, come pensate di risolvere il problema del controllo? Con un sistema di
valutazione nazionale?
Se non c'è un sistema di valutazione non si fa niente. Ma il controllo, che da una parte deve alimentare il
sostegno, aiutare la ricerca, aiutare il rapporto col territorio, e dall'altra deve anche essere controllo
sull'efficacia dei risultati, deve esserci anche per le scuole statali.
E questo sarà fattibile con un numero accresciuto di soggetti?
Sarà ancora più fattibile: questo sistema di competizione virtuosa è tanto più plausibile quanto maggiore è
il numero di soggetti, o il numero di tipologie diverse, che hanno vantaggio ad affermare il meglio di sé.
E in una situazione di risorse limitate...
Il problema delle risorse va tutto ripensato: oggi noi abbiamo un concetto di risorsa che è esclusivamente
di finanziamento statale, ma siamo in presenza di uno spreco straordinario, non tanto perché l'erogazione
va verso rami secchi, ma perché, non essendoci nessuna verifica dell'efficacia dei sistemi formativi, di fatto
questo finanziamento è a perdere. Questo onere oggi grava interamente sullo stato: non c'è finanziamento
da parte delle famiglie, se non per le tasse scolastiche, né da parte delle forze economiche. In un'ipotesi di
ridistribuzione delle responsabilità, da parte delle autonomie locali, dei singoli istituti, capaci di interagire col
proprio territorio, con personalità giuridica, con capacità di stipulare convenzioni su progetti, allora il
ventaglio delle fonti di finanziamento aumenta, perché si può pensare di chiedere alle imprese di
sovvenzionare la formazione. I finanziamenti sarebbero non sulle spese correnti, ma su progetti specifici.
Cosa succederà alle zone d'Italia in cui questo meccanismo virtuoso sarà più difficile da innescare?
L'investimento forte iniziale da parte dello Stato dovrà essere tale da perequare le situazioni. Penso al tema
dell'edilizia scolastica, che in certe zone è un tema scottante. Devono essere previsti fondi di perequazione
tali da garantire realmente pari opportunità di partenza. Questa è una delle poche funzioni fondamentali che
rimarrebbe in mano al Ministero.
A cura di Benedetta Nanni
All'inizio
Tra programmi di riconversione ed esuberi da smaltire, la vicenda degli insegnanti
della scuola richiama il riutilizzo di materiali di scarto. Dai corsi abilitanti alle
graduatorie di anzianità, emerge un meccanismo che tutto considera fuorché
l'impegno e la competenza.
Corsi, concorsi e
riciclaggi
Fra le tante e complesse cause dell'attuale situazione di difficoltà della scuola, occorre tener conto anche
delle modalità di assunzione e utilizzo del personale docente. È noto a tutti che una deleteria prassi ha fatto
sì che l'amministrazione abbia (per miopia o interesse clientelare-elettoralistico) sempre favorito il formarsi
di enormi sacche di precariato, che in modi assai discutibili e senza alcuna forma di verifica e selezione è
stata via via assunta in ruolo. Il formarsi del precariato dipende dal fatto che le assunzioni temporanee (le
supplenze) sono piuttosto diffuse e si basano su graduatorie l'iscrizione alle quali è libera; tali assunzioni
ingenerano aspettative di lavoro che per anni sono state soddisfatte sostanzialmente con due diversi
strumenti: l'ope legis (cioè l'assunzione definitiva di chi avesse in determinati archi temporali un certo
numero di giorni di servizio come supplente) e i corsi abilitanti (cioè la frequenza a corsi di formazione
professionale privi di qualsiasi barriera selettiva). Un minimo di verifica delle competenze professionali dei
docenti si è cercato di recuperarlo con l'istituzione del cosiddetto "doppio canale", che consiste nel dividere
l'assegnazione di posti di ruolo tra personale precario fornito di abilitazione all'insegnamento e vincitori di
concorso ordinario (strumento limitato e da riformare, ma l'unico corretto per assicurare ai candidati pari
opportunità e al servizio pubblico standard di competenza).
La situazione si è fatta più grave quando, per il calo della popolazione studentesca e le necessità di
risparmio, si è proceduto al "taglio delle classi". Davanti agli esuberi l'amministrazione, anziché ridurre il
precariato e puntare ad una selezione qualificata del personale (da immettere in ruolo o da escludere
dall'insegnamento), ripropone l'organizzazione di corsi abilitanti (legge finanziaria dicembre '95) e di corsi
di riconversione (D.M. 176 - 27 maggio '95). Questi ultimi consistono nel forzato spostamento di insegnanti
che da tempo insegnano determinate discipline (sulle quali, si presume, hanno competenze didattiche e
disciplinari) su altre discipline che vengono ritenute "affini", mediante un corso professionale di qualche
decina di ore. Quindi avviene il trasferimento, per cui, ad esempio, un professore di pedagogia che ha
insegnato per anni alle magistrali, passerebbe ad una cattedra di filosofia in un liceo.
Due le conseguenze poco confortanti per la qualità del servizio scolastico: innanzi tutto la preparazione
"riciclata" sarà di scarsa qualità, in secondo luogo verranno penalizzati i docenti che, per formazione
originaria (e quindi per competenza), avrebbero dovuto ricoprire le cattedre affidate ai "riconvertiti". Infatti,
una volta inseriti nella stessa graduatoria, i docenti vengono selezionati esclusivamente in base all'anzianità
di servizio: un criterio che penalizza la professionalità sia dal punto di vista della selezione del personale in
esubero (che perde posto senza alcun riferimento ad una valutazione qualitativa del lavoro svolto), sia dal
punto di vista delle nuove assunzioni, che tagliano fuori i giovani, per quanto preparati. Ma la qualità della
scuola (come di ogni servizio pubblico) non può prescindere dalle qualità professionali di chi vi opera.
Mario Nanni
All'inizio
Riconvertirmi? No, grazie.
Fiorenza Flores è da 26 anni docente di ruolo di discipline economico aziendali. Dopo aver seguito il corso di
riconversione professionale per accedere alla graduatoria di discipline giuridiche ed economiche, ha rifiutato
di sostenere l'esame, rinunciando così a tutti i benefici che le sarebbero derivati.
A chi è stato rivolto il corso?
Sono stati "invitati" in modo perentorio tutti gli insegnanti che, in base alle proiezioni sull'anno successivo,
risultavano "perdenti posto". Vorrei sottolineare che perdere il posto è una questione di sfortuna: trovarsi
ultimo nella graduatoria di una scuola in contrazione. Infatti non vengono riorganizzate le graduatorie e non
si tiene conto dell'anzianità di servizio. L'unico criterio scelto è la casualità.
Come sono stati organizzati questi corsi?
In modo vergognoso: i docenti non erano coordinati; salvo qualche lodevole eccezione, ognuno ha trattato
un argomento senza calarsi nella realtà scolastica. Molti dei docenti universitari hanno dichiarato perfino di
non conoscere i programmi ministeriali. Il programma era disarticolato, trattava temi specifici come se si
fosse trattato di un corso di aggiornamento, rivolto a persone esperta in materia. La coordinatrice, in seguito
ai malumori dei corsisti, ha dichiarato di aver organizzato un corso di alta qualità, che non pensava dovesse
essere rivolto a persone "ignoranti ed incompetenti", aggiungendo al danno le beffe. Inoltre c'è stata una
mancanza totale di trasparenza: le modalità sono state comunicate solo alla vigilia degli esami; ancora
adesso non sappiamo che tipo di utilizzo avrà questa abilitazione (sarà spendibile a livello regionale? E
secondo quali graduatorie?). E poi c'è stata una gran fretta: ci è stato fatto chiaramente capire che l'esame
sarebbe stato un pro forma: volevano forse immetterci in graduatoria prima dei trasferimenti, in modo da
poterci piazzare in qualche buco?
Perché ti sei rifiutata di sostenere l'esame?
Non credo nella riconversione, perché questa operazione si può effettuare solo in barba alla qualità:
nell'arco di 80 ore non ci si può certo impadronire di specifiche conoscenze disciplinari e tecniche. L'ho fatto
per dignità personale e per rispetto di un'utenza che non si può prendere in giro: gli studenti non sono cavie.
Inoltre c'è una questione di rispetto nei confronti degli insegnanti della materia a cui noi siamo stati
"riconvertiti": nel giro di un paio di anni, unificando le graduatorie, verranno penalizzati docenti vincitori di
concorso, competenti, scavalcati solo per un mero criterio di anzianità da chi ha una infarinatura derivata
da un corso di 80 ore. Come me, hanno rifiutato di sostenere l'esame altri 4 insegnanti, tutti con esperienza
didattica almeno ventennale. Se si pensa alla qualità della scuola non si può stare dalla parte sbagliata. Non
sappiamo comunque, a questo punto, cosa sarà di noi, perché non sappiamo cosa comporti il rifiuto
dell'esame.
Immagino che esistano soluzioni alternative...
Certo. Solo la riconversione che non tutela e non salvaguardia la professionalità, è inconcepibile per il
docente. Stiamo pagando per una gestione scritteriata: c'è stat un aimmissione in ruolo di docenti che sono
diventati soprannumareari nel giro di un anno: in proiezione non c'erano cattedre. C'è stato il taglio delle
classi, e non si è mai controllato la qualità degli insegnanti: a rimetterci è stata sempre la qualità del
servizio. Si dovrebbe fare una graduatoria provinciale e non all'interno di singoli istituti, per tutelare
l'anzianiyà di servizio. I giovani che intendono intraprendere la carriera di insegnante dovrebbero essere
selezionati, per non creare sacche di precariato, tramite concorsi; i docenti in servizio andrebbero controllati
tramite un sistema di valutazione nazionale, e non selezionati indiscriminatamente in base a criteri del tutto
casuali. È del tutto assente la volontà di intervenire a tutela della qualità del servizio: tali corsi, di cui
nessuno sa niente, ne sono la prova.
All'inizio
PAG. 11 - cittadini del mondo
Padre Alessandro Zanotelli, missionario comboniano ed ex-direttore di Nigrizia, da
diversi anni vive ed opera nelle bidonville di Nairobi. Nei passaggi di un intervento
tenuto a Bologna nei giorni scorsi, la sua testimonianza e il suo appello su guerre,
economia e informazione.
Profezie africane nel deserto
d'Europa
"Non mi interessa fare una conferenza, mi interessano i volti": così inizia Alex Zanotelli, invitato dal Centro
Studi Donati lo scorso 15 febbraio per una conferenza sul Sudan, nell'affollatissima aula delle Nuove
Patologie del Sant'Orsola.
Il disastro dell'Africa
"Da trent'anni il Sudan è in una guerra sanguinosa; doveva essere una guerra Nord-Sud invece si è
frantumato il Sud. Non per ragioni ideologiche: si è spaccato per i giochi della multinazionale LONRO
(London Rhodesia). In molte altre zone dell'Africa gli stati autoritari si sono sgretolati: in Ruanda su sette
milioni di abitanti un milione sono morti, tre sono profughi, uno e mezzo sono stati sfollati; in Burundi
avviene lo stesso massacro però più lentamente. Lo Zaire è crollato completamente. Soffrono anche zone
che sembravano stabili, come il Camerun. Il Kenya pareva un modello di stabilità politica, ma il governo
mette le etnie una contro l'altra. Il problema non sono le etnie ma la strumentalizzazione economica".
Perché la violenza?
"Siamo arrivati a qualcosa di inaudito per l'umanità: la violenza che non ha significato. Finora le violenze
anche più gravi venivano giustificate, erano controllate. Oggi non ci sono più spiegazioni: Jugoslavia,
Ruanda. L'unica spiegazione è che il genio della violenza ci è scappato di mano: è fuori dalla bottiglia e
abbiamo paura. Gil Bailie in "Violence unveiled: humanity at the crossroad" dice: la razionalità non può più
spiegare nulla. Questa violenza senza spiegazioni diventerà apocalittica.
L'unica uscita è la croce: un Dio che non chiede sangue ma si mette dalla parte delle vittime. La nonviolenza
non l'ha inventata Gandhi ma Gesù e le chiese non ne vogliono ancora sapere".
Il fondamentalismo
"Vent'anni fa si parlava di "morte di Dio", oggi invece le religioni fioriscono e c'è il fondamentalismo. Perché?
La gente ha visto che nella vita moderna, nel sistema economico che viene imposto, non c'è nulla; ecco che
il fondamentalismo è un salto; è cercare acqua fresca. Non si possono semplificare le questioni, ma non ci
sto a fare crociate, guerre religiose. Il problema non è religioso ma di diritti umani: il diritto dei popoli alla
loro cultura. Bisogna uscire dalla logica religiosa; è grave che l'unica superpotenza rimasta veda l'Islam
come nemico."
La violenza economica
"Quando guardate in fondo alle cose, il problema è uno solo: l'economia. L'Africa ha il 2% del prodotto
globale lordo. Vedo ad occhi nudi i poveri peggiorare la loro condizione; fra dieci anni metà dei ragazzi di
Nairobi non riuscirà ad andare in prima elementare. Voi parlate di "aggiustamenti strutturali": pazzia pura.
L'apartheid economico riguarda il 20% della popolazione. La Banca Mondiale afferma che un miliardo e
centocinquanta milioni di persone sono assolutamente inutili.
Quello che mi fa male è che le chiese non dicano che questo è male; si insiste sempre sul sesto
comandamento, Gesù ne parla nei Vangeli solo tre volte. Invece parla spessissimo di denaro. Per la Chiesa
uno che ha un miliardo in banca può fare la comunione.
Ci sono altri due aspetti del sistema, oltre alla finanza: il militare e i massmedia. Negli Stati Uniti, secondo
dati di due anni fa, più del 51% della ricerca, anche nelle università, è militare. Ho saputo da uno molto
addentro che in Italia il minimo che andava ai partiti di governo in tangenti dalla vendita delle armi era il
10%. Quanto ai massmedia, in Italia sono tutti controllati da due complessi industriali, in USA da dieci. Il
sistema vuole darci l'illusione di essere l'unico possibile. Ci fa diventare un tubo digerente: ogni americano
vede la televisione per ventisei ore alla settimana. Questo sistema ci ipoteca il futuro. Gli scienziati ci danno
cinquant'anni di tempo per cambiare, prima che l'ambiente sia del tutto compromesso. Se tutti i paesi
seguissero l'industrialismo ci vorrebbero cinque o sei pianeti. Gli scienziati di Wuppertal - quelli che danno
materiali a Beppe Grillo - dicono che la Germania, se vuole sopravvivere, dovrà tagliare i consumi del 90%
nei prossimi cinquant'anni".
Che cosa si può fare?
"Io mi appello a voi. I poveri mi insegnano che la vita vince; tocca a voi farla vincere. È nata la Banca etica:
appoggiatela. Appoggiate le MAG e il commercio equo e solidale. È uscita la "Guida al consumo critico" di
Gesualdi, finalmente. Vedrete che sarà un polverone.
In campo politico, esistono tanti gruppi ma non ne esce niente: quando incontro l'Azione cattolica, l'Agesci,
mi dicono "noi restiamo nel prepolitico". È ora di cambiare. Fate un coordinamento: i gruppi di base devono
esprimere un referente a livello regionale, in modo che ci sia un coordinamento nazionale composto da tutti
i referenti regionali. In questo modo i gruppi impegnati nel sociale possono trovare una voce politica ed
essere ascoltati.
Attenti al nuovo modello di difesa, alla nuova legge sull'obiezione di coscienza, all'esercito fatto di
professionisti: in un momento in cui si parla di uomo forte una proposta del genere è molto pericolosa.
Fatevi la vostra stampa, tutto quello che volete, ma fate girare controinformazione. Non si può fare la lotta
al sistema da soli. Se non siete credenti, fate dei gruppi di riflessione. Se siete credenti, fate una comunità
di base, che ogni quindici giorni si riunisce per leggere la Parola. Fanno così in Nord-America. Ma
smettiamola di dividerci tra credenti e non credenti. Il comunismo diceva: cambiando le strutture cambia
l'uomo. In realtà, se l'uomo non cambia la struttura, sarà la struttura a cambiare lui. Sporcatevi le mani per
far vincere la vita".
a cura di Sergio Govoni
All'inizio
PAG. 12 - Luci sulla Città
Ha preso il via il 21 novembre l'iniziativa "Luci sulla città", con una serata sul tema
della sicurezza cittadina. Pur nel silenzio dei mezzi di comunicazione, si
sperimenta una nuova strada per "monitorare" l'operato concreto della pubblica
amministrazione e il grado di attuazione dei programmi elettorali. Coi cittadini una
volta tanto protagonisti.
Bologna in/sicura?
Nell'era dei mezzi di comunicazione e dei dibattiti globali, capita spesso che tutta l'attenzione si vada a
concentrare su ciò che sta per avvenire, piuttosto che su ciò che è appena accaduto. Ecco dunque che si
continuano a fare grandi progetti, dimenticando che poi essi vanno realizzati e verificati in dettaglio. La cosa
è particolarmente rilevante quando si tratta di idee e progetti che riguardano la vita quotidiana di migliaia di
cittadini.
LUCI SULLA CITTÀ (iniziativa da noi lanciata nel N. 4) vuole occuparsi di questa verifica a livello locale nel
quadro di un rinnovato rapporto fra cittadini e amministratori. In particolare, vogliamo capire non solo ciò
che si ha programma di fare, ma soprattutto che cosa si è fatto concretamente di quanto è stato
programmato.
Oltre i cento giorni
Oggi a Bologna, usciti dalla seduzione tutta letteraria del "programma dei cento giorni", si deve discutere a
fondo il cosidetto "programma di mandato" che, a circa un anno dall'insediamento del nuovo Consiglio
Comunale, stenta ancora a prendere una forma concreta ed attuativa. Se da un lato nessuno vuole
surrogare il Consiglio Comunale nei compiti di controllo che gli sono propri, dall'altro è evidente nei fatti che
il rapporto "delegato-delegante" sia rarefatto e che la tradizione partecipativa che contraddistingueva la
nostra città si sia fortemente affievolita negli ultimi anni. In questo senso in queste ultime settimane, sono
state suggerite e discusse varie proposte di monitoraggio con grande rilievo sulla stampa locale, che
peraltro ha pervicacemente ignorato ogni vero contatto con la base dei cittadini.
La preparazione del primo incontro di LUCI SULLA CITTÀ, centrato sul tema della sicurezza urbana e
tenutosi il 21 novembre scorso, ha permessp di mettere a punto alcune schede sintetiche sui sotto-progetti
essenziali del progetto comunale "Bologna sicura: vivere insieme la città". In particolare, per ciascun sotto-
progetto è stata preparata una scheda articolata in:
a) data di inizio,
b) responsabilità istituzionale,
c) scenario di riferimento,
d) obiettivi ed azioni previste,
e) risorse impegnate,
f) risultati concreti ottenuti,
g) prospettive future.
Le schede, distribuite all'incontro e disponibili per chi ne facesse richiesta, sono state curate dallo staff
tecnico dell' Assessorato alle Politiche Sociali grazie alla collaborazione dell' Assessore Golfarelli e della
Dott. Cattoli.
Un monitoraggio da parte
dei cittadini
Ognuno dei progetti in corso dovrebbe secondo noi essere oggetto di un monitoraggio periodico basato su
schede di questo genere, in modo da rendere l'informazione accessibile direttamente senza la mediazione
episodica (e spesso frettolosa o di parte) oggi disponibile tramite i mass-media. Un approccio di questo tipo,
naturalmente migliorabile, potrebbe rivelarsi un elemento qualificante nella (molto sbandierata, ma poco
attuata) volontà del "palazzo" di colloquiare con il cittadino, favorendo vere verifiche del proprio operato.
Nel corso di questo incontro sul tema della sicurezza sono emersi due aspetti fondamentali.
Il primo è legato alla intrinseca complessità dei fenomeni sociali coinvolti e alla difficoltà in cui
l'Amministrazione si trova nel connettere in una rete efficiente azioni delimitate e mirate con problematiche
più vaste, soprattutto se legate alla prevenzione o alla risoluzione di problemi collegati (casa, lavoro,
assistenza,sensazione di paura, etc.).
Il secondo consiste nella difficoltà di fare emergere dal contesto farraginoso delle strutture burocratico-
amministrative un quadro chiaro della situazione che è andata evolvendo su canali, uffici, progetti multipli
spesso non collegati fra loro, nonostante l'impegno e la professionalità delle persone coinvolte. Si ha a tratti
l'impressione che sia quasi più importante produrre idee e lanciare iniziative che fermarsi su di esse e
spingerle a fondo per incidere concretamente nella realtà.
E adesso... il traffico
Il prossimo tema che affronteremo con sarà collegato al tema del traffico. Fatevi vivi se volete provare a
capire e verificare.
Andrea Cavrini
All'inizio
PAG. 13 - informazione e democrazia
Fa discutere la proposta di Stefano Bonaga, padre del progetto Iperbole del
Comune di Bologna, di dare la connessione piena ad Internet a tutti i cittadini, a
spese del Comune. La rete è un diritto da garantire a tutti, come l'assistenza
sanitaria, o va lasciata al libero mercato? Ne discutiamo con Lucio Picci,
dell'associazione "ciberspaziale" Città Invisibile.
Internet: col canone o con la
pubblicità?
Internet ai cittadini: non si può certo negare il ruolo pionieristico svolto dal Comune di Bologna, che ha attivato
da ormai più di un anno un progetto in questo senso. Grazie anche a finanziamenti comunitari, il progetto
Iperbole permette ai cittadini di Bologna di ottenere gratis l'accesso alla posta elettronica e ad un insieme di
altri servizi, selezionati dal Comune. L'ex-assessore Bonaga, promotore del progetto e rimasto a curarlo con
una delega specifica anche dopo il suo abbandono della giunta, ha proposto di estendere il progetto a tutto
l'insieme delle informazioni presenti in rete, fornendo gratis ad ogni cittadino quello che in gergo viene definito
un accesso "full-Internet", ossia un accesso completo.
Le polemiche che hanno accolto questa proposta vertono tutte attorno ad un nodo centrale: l'accesso alla
rete telematica è una questione di democrazia, e dunque deve essere fornito come servizio pubblico (come
sostiene Bonaga) oppure è un servizio come il telefono o la luce, che quindi va pagato direttamente dal
cittadino (come sostengono molti altri, e fra questi in particolare i fornitori privati di accesso ad Internet, che
temono che il Comune finisca con privilegiare uno solo di essi, a danno di tutti gli altri)? Fra le tante voci che
si sono levate, anche quella di Lucio Picci, che è fra i fondatori ed è presindente di Città Invisibile, una
associazione presente su Internet (e che peraltro ospita sul proprio server le pagine de Il Mosaico), che ha
proposto che il Comune, invece di scegliere un singolo fornitore, emetta un "buono" (voucher) con cui ogni
cittadino possa recarsi dal fornitore di accesso che preferisce per ottenere il collegamento.
Partiamo proprio dall'idea del "voucher": è solo un modo di mantenere attivi e in concorrenza fra loro
i diversi fornitori di Internet o ci sono altre motivazioni?
La nostra proposta a Bonaga di emettere un "voucher" è in parte da intendersi come una provocazione. Per
apprezzarla, è necessario fare un passo indietro. La politica dell'amministrazione bolognese di dare
"Internet gratis" è articolata su due scelte di fondo. Primo, di ridurre a zero uno dei quattro elementi che
concorrono a formare il costo della connessione a Internet: il costo della connessione. Vi sono però altri tre
elementi di costo, sui quali l'amministrazione ha deciso di non intervenire: l'acquisto del computer, il costo
delle telefonate urbane (la famigerata TUT, o "Tassazione urbana a tempo"), e il costo della formazione ed
alfabetizzazione. Siccome il costo della connessione è una piccola parte del costo totale, a Bologna non è
affatto vero che Internet è gratis. Secondo cardine della politica bolognese, l'aver scelto di ridurre il costo
della connessione sostituendosi ai privati, fornendo direttamente il servizio. Non è scontato: una
amministrazione può render gratuito un servizio fornendolo direttamente, ma anche rimborsando i cittadini
che lo acquistano da privati. Nel primo caso, si uccide il mercato e la concorrenza, nel secondo no, fermo
restando la garanzia del "diritto". Nel caso specifico, se l'amministrazione deciderà di fornire la connessione
"piena" a Internet direttamente, che faranno le imprese private che già stanno sul mercato? E gli utenti,
perché privarli del beneficio di poter scegliere il fornitore che preferiscono?
Prescindendo dalle modalità, pensi che sia effettivamente un compito dell'amministrazione dare
l'accesso gratis ai cittadini, proprio in un momento in cui vari servizi sociali vengono privatizzati o
comunque diventano a pagamento?
No, il costo principale per collegarsi ad Internet è la formazione. Se non sai utilizzare uno strumento, non lo
utilizzi neppure se è gratis. A Bologna non si è fatto nulla, o quasi, per formare gli utenti. Era necessaria
un'azione incisiva nelle scuole, nei luogi di aggregazione. Semplicemente, non è stata fatta. I 460 milioni
spesi dal comune (escludendo le risorse interne) potevano essere meglio impiegati, non vi è dubbio.
Più in generale, quale pensi debba essere il ruolo delle istituzioni in tutta la materia relativa alle
autostrade informatiche, e cosa deve essere lasciato al mercato da un lato e all'associazionismo
dall'altro?
Le amministrazioni locali, sempre più, si trovano a svolgere un ruolo supplente nei confronti del potere
centrale. Sono il "front desk" dello stato con il cittadino. Il loro ruolo nella promozione di un utilizzo
democratico delle reti telematiche potrebbe essere fondamentale. Un ruolo di formazione, di
sperimentazione, di utilizzo degli strumenti a disposizione per rinnovare l'amministrazione e in prospettiva i
rapporti con i cittadini. L'associazionismo può avere un ruolo importante per realizzare un ampio progetto
di formazione. Per esempio, garantendo corsi di formazione gratis in cambio di un "patto sull'onore" -
insegnare un corso analogo ad altre persone - e visibilità all'associazione di appartenenza, anche con
iniziative di tipo tradizionale, come convegni o altro. Un vero e proprio "patto politico" tra amministrazione e
associazioni di volontariato, insomma.
Cosa pensi dell'esperienza di Iperbole finora? E in particolare dei problemi connessi al fatto che
qualcuno in Comune debba decidere quali informazioni rendere accessibili dai cittadini?
Il mio giudizio su Iperbole è critico ma costruttivo. Bonaga ha avuto il merito di porre un problema. Bonaga
ha il demerito di essersi dimostrato incapace di governare il processo che ha messo in piedi, di non aver
formato gli utenti, di aver fatto interventi pesanti in un seppur piccolo settore economico senza aver la
competenza necessaria. Ora dovrebbe dimostrare che sa ascoltare i consigli e apprendere dagli errori,
insomma aggiustare la rotta.
Internet ha la fama di mezzo democratico per eccellenza, sia per l'interattività che per il numero
praticamente illimitato di "canali", a differenza della televisione e degli altri mezzi di informazione. È
davvero così o è solo un'illusione dei primi pioneri destinata a tramontare in fretta?
Tra Internet e gli altri media c'é una discontinuità, è indubbio. Quanto alla fine sarà rilevante, quanto
importante sarà la "rivoluzione", non è ancora dato sapere. Le potenzialità ci sono, sta in noi avere la lucidità
necessaria perché emergano.
Quali obiettivi e quali priorità si dà l'associazione Città Invisibile in questo contesto?
Riguardo alle reti civiche, abbiamo alcune novità importanti. La nostra commissione sulle reti civiche,
coordinata da Gaia Grossi, ha appena prodotto un documento "programmatico" valido per tutta la Città
Invisibile. È innanzitutto interessante come, utilizzando la rete, si sia giunti a una posizione comune. La
commissione ha ricevuto una delega ufficiale, poi ha discusso, quindi si sono tirate le fila. Al termine di
questo processo, il documento è passato al vaglio dell'assemblea. Ora è ufficiale. Riguardo al contenuto,
sono estremamente soddisfatto. Credo davvero che sia importante e significativo. Ora lo stiamo
diffondendo, e le prime critiche che ci sono giunte, molte da parte di amministratori, sono estremamente
lusinghiere.
a cura di G.P.
All'inizio
PAG. 14-15 - lettere
Riceviamo e pubblichiamo. In disaccordo su alcune affermazioni del dr. Lado,
l'Associazione Insegnanti Metodo Billings dell'Emilia Romagna (AMBER) e don
Tommaso Ghirelli (delegato diocesano per la pastorale sociale e del lavoro)
aggiungono la loro voce al dibattito.
Un metodo alla portata di tutti
L'intervista "Perbenisti e Indifferenti" disegna i tratti di una società le cui contraddizioni ci appaiono sempre
più evidenti, fuori e dentro le istituzioni, fuori e dentro le aggregazioni, fuori e dentro la persona.
Crediamo sia opportuno raccogliere la provocazione, lanciata dall'intervista al Dott. Antonio Lado perché
vogliamo che il suono un po' amaro e un po' sofferto di queste parole non sia l'unico messaggio a
riecheggiare nel cuore della gente.
Ogni esperienza nata dalla fatica, dal desiderio di fare il bene, acquista una sua dignità e si mostra come
chiave di lettura per comprendere sempre meglio e per sempre meglio operare. Ed è per questa ragione che
desideriamo affiancare all'esperienza della "latitanza della scuola", "ai pudori della Chiesa" e "alla solitudine
delle ragazze" (così dice l'articolo) l'esperienza di un gruppo di donne che come volontarie da anni si
impegnano per la difesa del valore della vita negli ambiti in cui essa si esprime e si manifesta e che hanno
scelto di diffondere la conoscenza e l'utilizzo dei Metodi Naturali come una via di crescita personale da
proporre.
Non è nostra intenzione far emergere le distanze ma piuttosto aprire un confronto nella speranza però che
possa emergere la comune verità.
L'esperienza ormai ventennale di diffusione del Metodo Billings, uno tra i diversi metodi naturali di controllo
della fertilità, ci permette di mettere in discussione l'affermazione che i metodi naturali in generale sono
strumenti "non per tutti e che funzionano solo per persone con una certa cultura e una forte motivazione".
Le caratteristiche della proposta in realtà rendono il Metodo estremamente duttile: non c'è una selezione in
partenza né rispetto alle classi di età nè rispetto all'appartenenza sociale. E' noto che i Metodi Naturali sono
uno strumento di conoscenza della fertilità della coppia e aiutano la donna, l'uomo, la coppia a fare delle
scelte in merito alla vita sessuale e alla procreazione. E ogni strumento per essere tale deve essere
praticabile, altrimenti che strumento è?
Alla base di ogni scelta c'è sempre una motivazione, esplicita o implicita, consapevole o inconsapevole:
certamente essere motivati è importante per intraprendere la conoscenza e l'uso dei metodi naturali, ma
sappiamo che ogni persona può approdare a scelte importanti spinta da piccole curiosità, dal desiderio di
capire, dall'angoscia, dalla disperazione.
Qualunque cammino, che vale la pena percorrere ha in sè degli elementi di difficoltà o incertezza ma deve
essere valido, utile, praticabile, principalmente per chi lo propone. Ci rendiamo conto che proporre uno
strumento o una soluzione in pillole è sicuramente più semplice che proporre un cammino, ma siamo
convinti che ne valga la pena.
L'aspetto culturale poi, può diventare un alibi. La semplicità dei metodi naturali nella sua comprensione ed
applicazione è ormai risaputa. Don Mario Zacchini, sacerdote che ha lavorato per 10 anni in Africa nella
Comunità di Usokami in Tanzania, riferisce che la diffusione del metodo è uno degli impegni pastorali
principali nella comunità africana.
Sono circa 40 le coppie che conoscono ed utilizzano il Metodo Billings e molte di queste sono "culturalmente
povere". Una coppia fu mandata a circa 1.200 Km. di distanza per impararlo. Attualmente sono 3 le coppie
impegnate ad insegnarlo a chi lo richiede. Inizialmente la proposta del Metodo Billings veniva diffusa nei
villaggi.
L'esperienza svolta in questi anni ha messo in evidenza che l'utilizzo del Metodo Billings aiuta le coppie a
crescere nel dialogo e nella conoscenza reciproca. Qualsiasi scelta contraccettiva non ha un valore
educativo e a volte mantiene uno "squilibrio" all'interno della coppia. Il percorso offerto dal Metodo Billings
comporta una fatica psicologica che passa attraverso l'autocontrollo in funzione però di una maggiore
conoscenza di sè e dell'altro, e questo alimenta la relazione nella coppia. In sintesi abbiamo riscontrato che
il Metodo Billings è accolto da chi comincia un dialogo e con questa proposta il dialogo cresce. Recenti dati
statistici sul territorio nazionale, in corso di pubblicazione, hanno mostrato un indice di affidabilità che si
avvicina al 100%.
Nei consultori, nei Centri di Accoglienza, nelle Comunità, nella strada, si incontrano spesso situazioni
difficili: la sofferenza e il disagio che si prova di fronte al dolore altrui ci spinge a rispondere al bisogno
offrendo soluzioni e a proporre strade a volte semplificate, nella speranza di ridurre lo stato di sofferenza.
La tentazione di "ricercare il male minore" o "ridurre i danni" è forte e la sperimentiamo quotidianamente. La
persona, qualunque sia la difficoltà che esprime, va ascoltata, capita ed accolta: ma dobbiamo tutti sforzarci
di fare proposte "liberanti" anche quando ci costringono a risalire la corrente!
AMBER (Annalisa Zandonella)
L'insegnamento del Metodo Billings viene proposto a Bologna e provincia in vari Consultori e Servizi sia a
livello regionale che nazionale. Le insegnanti abilitate del Metodo Billings sono disponibili nell'accompagnare
la coppia nel cammino di apprendimento e di utilizzo del metodo presso i Consultori Familiari di via Irma
Bandiera 22 (Bologna), tel 6145487; via San Martino 58 (Castel S. Pietro) tel 940833; via Capponi 2
(Porretta) tel 0534-21052; oppure presso il Servizio Accoglienza alla Vita, via Pieve 1 (Cento di Budrio) Tel
802919; o presso il Servizio di Consulenza per la Vita Familiare, Via Reggio Emilia 33 (S. Lazzaro) Tel
450585.
Tenere aperto il problema
"Perbenisti e indifferenti": le provocazioni contenute nell'intervista al dr. Lado mi hanno fatto pensare.
Anzitutto per le accuse alla comunità ecclesiale, sulle quale vorrei ritornare non per ribatterle ma per
arricchire la riflessione. Poi perché nell'intervista ce n'è per tutti: per me e anche per il dr. Lado.
Così, vorrei che ci impegnassimo tutti e due con più convinzione a sostenere la castità e i metodi naturali.
Se partiamo dal presupposto che i casi limite del consultorio sono la norma, perdiamo il coraggio di
parlarne!
Non vorrei che cadessimo nel tranello di raccomandare la contraccezione come male minore; piuttosto, a
chi è in una situazione di debolezza morale presentiamo l'ideale in modo sereno, gioiose, e chiediamo di
fare un piccolo passo in avanti. Non il minor male, ma un po' più di bene. Non una legge morale arcigna ma
tanta schiettezza. E accompagnare pazientemente chi prova a fare meglio. Invece di accuse un po'
generiche alla "Chiesa", cerchiamo di tenere aperto il problema nelle nostre comunità parrocchiali, dove
forse c'è troppo pudore di parlarne, ma c'è anche saggezza pastorale e "profezia". E non faremo passare
tutte le ragazze per incontinenti o sprovvedute, tutti i ragazzi per caproni. "Il Mosaico" non dovrebbe privarsi
dell'oro...
Tommaso Ghirelli
Riceviamo e pubblichiamo. La distanza fra città e palazzo, la classe politica, le
candidature alle prossime elezioni. Sulla scia del dibattito che ha già visto
intervenire Paolo Fabbri e Gabriella Santoro, ci scrive Donata Lenzi, assessore
provinciale, e Stefano Gruppuso.
Attenzione a non fare di tutta l'erba
un fascio
Sono lieta di vedere la rivista crescere, realizzarsi il sogno di coloro che si sono impegnati e mantengono
certamente il mio piccolo sostegno, vorrei però, se mi date un po' di spazio, intervenire nella discussione
aperta dalla lettera di Paolo Fabbri - attuale assessore all'ambiente della Provincia e proseguita dalla
risposta di Gabriella Santoro. Mi sento infatti chiamata in causa, sia come assessore nella medesima
Giunta, che come amica. Permettetemi quindi di esprimere una voce in difesa del nostro lavoro.
Non conosco la Santoro, ma conosco personalmente Paolo, da prima che ci trovassimo a condividere
questa avventura (la partecipazione alla giunta Prodi) con ruoli di responsabilità: ho condiviso con lui un po'
di ore al freddo per raccogliere firme per i referendum, la speranza che Mario Segni fosse la persona giusta,
la disillusione successiva. So che Paolo prima di tutto è un tecnico, che insegna ancora all'Università
perchè non pensa affatto di fare il politico a vita. Mi addolora, quindi, vedere che il suo sfogo non è stato
compreso. Era lo sfogo di una persona seria che tentava da anni, fuori dai partiti, di fare qualcosa di
concreto per migliorare la situazione del nostro Paese e si è trovata davanti anche il lato brutto della politica.
Dalla risposta che ha ricevuto direi che non è stato compreso non c'è stato nessuno sforzo per informarsi.
Questo, infatti, mi auguro sia il motivo delle incomprensioni: la mancanza di conoscenza reciproca.
Ambizione, privilegi, forti guadagni: queste sarebbero le motivazioni di chi fa politica senza nessuna
distinzione fra l'europarlamentare e il sindaco di un paesino. Non è un giudizio un po' frettoloso? Penso al
mio amico di Monzuno che fa l'assessore, ha diritto a zero lire, perchè il comune non raggiunge i 5.000
abitanti, eppure non lavora meno, nè ha meno responsabilità di un altro: lo fa gratis perchè crede che sia
suo dovere e perchè la sua gente - che lo conosce - gliel'ha chiesto. Mi permetto, d'altro canto far notare
che la politica economicamente costa moltissimo. Voi che avete fatto l'esperienza del giornalino, pensate
quanto sia importante per le forze politiche far conoscere le proprie idee: ci vogliono giornali, spazio tv,
volantini, sale per riunirsi. Pensate a quanto costa la campagna elettorale per un candidato: solo nelle favole
quello buono, ma senza un soldo, vince le elezioni. Consentire una reale parità di condizioni è uno degli
obiettivi fondamentali per la nostra democrazia.
Le nuove leggi sull'elezione diretta dei Sindaci e la spinta di questi anni verso un rinnovamento della politica
hanno permesso che a Bologna - sia in Provincia che in Comune - accedessero a ruoli di responsabilità di
persone nuove, non facenti parte dei partiti tradizionali, in misura maggiore rispetto a quanto è successo nei
piccoli Comuni della Provincia. Quello che stiamo sperimentando sulla nostra pelle è la difficoltà di far
conoscere ciò che di buono e di nuovo stiamo facendo, a causa dell'impermeabilità della stampa, del totale
ostruzionismo del TG regionale, del nostro rifiuto di fare "il personaggio". Tutto ciò rende ancora più difficile
agire per rinnovare dall'interno la pubblica amministrazione rompendo abitudini consolidate, perchè l'opera
di rinnovamento ha bisogno almeno del consenso esterno.
Mi preoccupa inoltre il rischio che corre chi, non avendo un partito alle spalle, si trova privo di quel momento
di discussione indispensabile per compiere qualsiasi scelta importante. La solitudine è un rischio reale,
perchè, come tutti quelli che lavorano troppe ore, si rischia di perdere il contatto con chi non fa politica. I
veri amici ti aiutano, chi ha i tuoi stessi ideali anche, rimane la delusione davanti ai molti, tra cui Gabriella,
che fanno di ogni erba un fascio.
Ma perchè il Mosaico non invita anche noi al confronto?
Donata Lenzi
Candidati nuovi ma di capacità e consenso
Egregio direttore,
ora che il Parlamento è stato sciolto, cosa succede? O meglio, cosa prosegue, con più evidenza di quanto
in modo più o meno sommerso già era in corso? E' indubbio: la "guerra" delle candidature! Trombati del
passato e vecchie cariatidi si rifaranno vivi con grande vigore, generali senza esercito chiameranno a
raccolta le loro truppe fantasma, qualche improvvisato politico reclamerà per sè consensi dovuti in quanto
assolutamente nuovo ed inesperto di politica, insomma, tutta una schiera di personaggi, anche in buona
fede, si renderanno disponibili, nel modo più sincero faranno di tutto per tentare l'avventura politica.
Non è il tempo delle sperimentazioni. Non possiamo più permetterci di mettere alla prova questo o quello.
Dobbiamo puntare subito, a mio avviso, su candidati già avviati in politica e che nella loro limitata
esperienza hanno dato prove convincenti di qualità, onestà e serietà. Non è neanche più il tempo di
candidati catapultati da altri lidi. Non è accettabile la mancanza di radicamento nel territorio, che non vuol
dire avere una visione localistica, ma al contrario, possere una conoscenza particolare da integrare in una
visione generale.
Credo che sia giunta a termine anche la consuetudine del parlamentare "a vita". Vitalizi per questo ruolo
penso non debbano esistere. Nel nostro comune vi sono certamente delle figure che sono in possesso di
quei requisiti che la gente apprezza: persone serie, già parzialmente collaudate e con un certo consenso.
Basta fare riferimento a loro per avere candidature credibili e accettate, mettendo in second'ordine sia quei
politici tanto novelli, quanto a rischio di capacità, sia quelli stagionati che rischiano di essere usati, oramai,
oltre la "data di scadenza". La posta in gioco è alta e, dal mio punto di vista di sostenitore del centro sinistra,
non possiamo permetterci di perdere, allontanandoci così dall'Europa e da uno stato moderno, snello,
solidale ed efficiente. Cordiali saluti
Stefano Gruppuso
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PAG. 16 - impegno e chiarezza nelle candidature
DEMOCRAZIA NELLE CANDIDATURE:
UN PATTO DI RESPONSABILITÀ
I programmi sono importanti, ma non più delle persone chiamate a realizzarli.
In vista delle elezioni (più o meno vicine) si discute dei programmi, ma come
sempre le manovre per definire le candidature avvengono nell'ombra.
Così, nella premura del successo elettorale, si finisce per chiudere gli occhi
sulla qualità dei candidati, trascurando la fondamentale esigenza di trasparenza
e rinnovamento del personale politico, di cui la nostra democrazia ha urgente
e profondo bisogno.
Per ridare credibilità alla partecipazione politica è invece essenziale che ci
sia un coinvolgimento della base anche nell'individuazione, nel confronto e
nella scelta delle candidature.
Un primo passo nell'esercizio di questo nostro diritto-dovere di cittadini
ed elettori è chiedere che da subito venga rispettato un insieme di criteri
di chiarezza e di impegno, sia da parte di chi intende essere candidato che
soprattutto da parte di coloro che concretamente andranno
ad effettuare le scelte.
In coerenza con gli stessi principi ispiratori dell'Ulivo, noi sottoscritti
chiediamo che nella scelta delle candidature del centro-sinistra venga
data piena risposta ai 10 punti che seguono, come soglia minima per
consentire un confronto davvero democratico.
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UN IMPEGNO DI CHIAREZZA 5 domande a cui rispondere |
LA CHIAREZZA NELL'IMPEGNO 5 impegni da sottoscrivere |
| RAPPRESENTATIVITÀ |
1 | RADICAMENTO NEL COLLEGIO
Che cosa lega il candidato al collegio in cui si presenta? Ha rapporti
con attività o iniziative in quel territorio? Quali collegamenti intende
mettere in atto? |
VERIFICHE CON GLI ELETTORI
Impegno a indire in prima persona almeno due incontri all'anno nel collegio,
per informare, acquisire indicazioni e verificare il proprio operato con
gli elettori. |
6 |
| TRASPARENZA |
2 | CARICHE E APPARTENENZE
A quali associazioni, partiti, gruppi, movimenti, circoli, anche riservati,
appartiene o è legato? Quali partecipazioni, cariche o ruoli significativi
ricopre in società, enti o istituzioni? |
CENTRALITÀ DEL MANDATO
Impegno a dimettersi dagli incarichi che per inopportunità o anche solo
per problemi di tempo risultino incompatibili col mandato di parlamentare,
al di là degli obblighi di legge. |
7 |
| GARANZIE |
3 | DISPONIBILITÀ ECONOMICHE
Di quali risorse economiche, dirette e indirette, dispone?
Su quali fonti di finanziamento può contare?
Quanto intende spendere per la campagna elettorale? |
CORRETTEZZA
Impegno ad evitare ogni conflitto di interesse. Impegno, se indagato,
a renderne conto agli elettori, e a sospendere o rimettere il mandato
in caso di rinvio a giudizio. |
8 |
| PROGETTUALITÀ |
4 | COMPETENZE SPECIFICHE
In quali settori possiede esperienze e competenze specifiche?
In quali attività ritiene di potersi concentrare una volta eletto?
Quali provvedimenti intende promuovere in proposito?
Di quali collaborazioni (persone, enti, associazioni) intende avvalersi
per la sua azione? |
TEMI E PROGRAMMI
Impegno a dichiarare la propria posizione e le priorità rispetto ai
singoli punti del programma della coalizione; a comunicare e motivare
eventuali mutamenti di opinione durante il mandato; comunque a chiarire
preventivamente la propria posizione sui grandi temi e sulle questioni
di forte attualità. |
9 |
| RISULTATI |
5 | CURRICULUM POLITICO
Se ha già avuto esperienza come eletto o come nominato, quale impegno
(presenze alle sedute, proposte, attività) ha caratterizzato il suo mandato?
In quali battaglie si è impegnato e quali risultati ha ottenuto?
Considera la sua candidatura in una prospettiva di esperienza a termine
o di carriera politica? |
RELAZIONE CONCLUSIVA
Impegno a concludere il mandato con una relazione scritta sull'attività
politica svolta. Impegno a dichiarare le variazioni del proprio stato
patrimoniale, gli incarichi e le funzioni acquisite nel periodo del mandato
parlamentare. |
10 |
All'inizio
AVVISO AI LETTORI
In questo numero, per fare spazio al documento sulle candidature, abbiamo dovuto rinunciare alla pubblicazione
della pagina degli avvisi e degli appuntamenti.
Continuate a segnalarci iniziative ed incontri, sempre però con il necessario anticipo, data la periodicità "lunga" di
questo giornale.
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che da parte dei lettori in Internet.
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Il Mosaico
periodico bimestrale della Associazione "Il Mosaico", via Venturoli 45,
40138 Bologna
direttore responsabile Andrea De Pasquale
reg. Tribunale di Bologna n. 6346 del 21/09/1994
stampa Futura Press srl, Bologna, spedizione in abbon. postale / 50%
Questo numero è stato chiuso in redazione il 26/02/96.
Hanno collaborato:
Anna Alberigo, Marco Calandrino, Andrea Cavrini, Adriano Colombo,
Alessandro Delpiano, Flavio Fusi Pecci, Sergio Govoni, Andrea Lenzarini,
Guido Mocellin, Benedetta Nanni, Mario M. Nanni, Giuseppe Paruolo,
Luigi Pedrazzi, Stefano Selleri, Marco Vagnerini.
IN QUESTO GIORNALE SOLO
LA CARTA É RICICLATA
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