Numero 6 - Gennaio-Aprile 1996

Editoriale - Sommario - Dossier - Abbonamenti - Redazione


Il 21 aprile non voteremo solamente per far vincere uno schieramento o un partito: soprattutto eleggeremo i nostri rappresentanti in Parlamento, secondo lo spirito dell'uninominale, nel quale dovrebbero contare anche le qualità personali dei candidati. Di qui il decalogo proposto dal Mosaico: per un nuovo patto tra eletti ed elettori, per un impegno limpido e chiaro, per un rinnovamento vero, che restituisca credibilità all'agire politico.

Patto di responsabilità

L'ultima volta che siamo andati a votare per le elezioni politiche, marzo 1994, abbiamo sperato di trovare nei nostri collegi elettorali candidati che avessero almeno le caratteristiche minime che un buon candidato dovrebbe avere: competenza, prestigio sociale, visibilità del proprio operato, adesione personale al programma della coalizione, libertà dai vincoli fiduciari con i partiti di appartenenza, distanza dai vecchi notabili degli anni '80, fiducia di massima da parte dei cittadini. Invece ci siamo trovati di fronte, per l'ennesima volta, a molte figure scelte dalle segreterie di partito secondo la logica della spartizione e della cooptazione, che mirava ad accontentare solo i componenti della coalizione senza tenere conto delle esigenze programmatiche e di quelle del bene collettivo.
Sappiamo di non dire niente di nuovo e che a parole i componenti dello schieramento a noi più affine, il centrosinistra, ci assicurano che l'errore non verrà più ripetuto; ma purtroppo i segnali che provengono dai partiti di questa coalizione non sono assolutamente confortanti. Sembrano tutti concentrati nel voler affermare solo la propria presenza e visibilità, a scapito degli impegni programmatici e di trasparenza.
Offrire competenza
Perché non recuperare allora l'alto valore della mediazione inteso come accordo per il perseguimento del bene comune e non come affermazione del proprio candidato-partito? Perché non distinguersi dallo schieramento concorrente non solo per il programma ma anche per la qualità degli uomini che lo rappresenteranno? Per molti italiani, moderati e non, sarà difficile votare per il centrosinistra: almeno offriamo loro la competenza di uomini capaci e degni della fiducia dei cittadini.
Ci rendiamo conto che i criteri di selezione del personale politico non possono che essere decisi dai vertici della coalizione: per questo questi vertici devono assumersi la responsabilità di compiere scelte che vadano sempre più verso la trasparenza e che aiutino la realizzazione del programma di governo. Spesso però si dimentica che poi sarà l'elettore ad avere l'ultima parola: infatti alle ultime politiche i Progressisti hanno subito l'errore fatto, presentando candidati a volte addirittura impresentabili, e perdendo le elezioni.
In mancanza di primarie
È ormai evidente che non ci sono le condizioni per poter procedere ad una selezione dei candidati attraverso le primarie, sia perché non esistono ancora delle regole specifiche, sia per la non volontà dei più, compreso l'Ulivo. Non rimane altro, quindi, che sperare che i vertici della coalizione scelgano " buoni candidati " che saranno poi verificati al momento elettorale.
Ma a noi preme che sul valore dei candidati ci sia un minimo di verifica pre-elettorale: tale verifica potrà avvenire se riusciremo a costringere i nostri candidati a confrontarsi con una sorta di decalogo, che ha lo scopo di informare gli elettori sulle qualità per cui il candidato, da semplice cittadino, si propone per diventare il nostro rappresentante in Parlamento, per gestire il bene collettivo.
I punti che seguono (in ultima pagina) sono pertanto una serie di richieste minime, che ogni potenziale candidato dovrebbe prendere in considerazione e sui quali il cittadino dovrebbe avere ampia e completa informazione.
Sappiamo già che si dirà "ma è ovvio, chi volete che si opponga a richieste come queste; tutti i candidati sono disposti a firmare questi punti". Bene, se è vero, lo facciano concretamente e attuino quello che viene chiesto. Potrà essere un vantaggio per tutti.
Alessandro Delpiano

All'inizio

ALL'INTERNO:


Aborto: l'aiuto e il giudizio

Intervista a Vittoria Gualandi a pag. 2-3

Scuola da riformare

DOSSIER a pag. 7-10

Monte Sole, parco ferito?

Interventi a pag. 4-6

Una voce nel deserto

Alex Zanotelli a Bologna, a pag. 11

Bologna in/sicura?

Luci sulla Città, primo incontro a pag. 12

Internet per tutti: ma chi paga?

Intervista a Lucio Picci a pag. 13

Lettere al Mosaico

a pag 14-15

Candidature: impegno e chiarezza

Un documento per una raccolta di firme, a pag. 16

CAMPAGNA ABBONAMENTI 1996 - La vita e la diffusione di questo giornale si basano esclusivamente sul nostro lavoro volontario e sul contributo di voi tutti. Abbonatevi e diffondete il giornale. Contributi al CCP 24867400 intestato a Il Mosaico, via Venturoli 45, 40138 Bologna. IL MOSAICO - reg. Trib. di Bologna n. 6346 del 21/09/1994 - stampa Futura Press, Bologna - sped. in abbon. postale / 50%

All'inizio



PAG. 2-3 - etica e società

Ancora su maternità, aborto e legge 194. Tra le reazioni suscitate dall'articolo "Perbenisti e indifferenti" (di cui diamo conto anche a pagina 14), quella della presidente del Servizio Accoglienza Vita, Vittoria Gualandi: i problemi quotidiani dell'accoglienza, il rapporto con le ragazze, il ruolo dei servizi pubblici e delle parrocchie. Una cultura in difficoltà ad accogliere la "vita" come condizione di limite e come imprevedibilità quotidiana.

Ma la vita è un'altra cosa

L'affermazione inaccettabile dell'intervista al dott. Lado è che dipinge il Servizio Accoglienza Vita come un gruppo di donne di buona volontà ma sprovvedute. Venire e vedere: qui c'è un forte contributo professionale, a tutti i livelli. È vero invece che l'ambulatorio ginecologico [dove Lado prestava la sua attività di volontariato, NdR] non ha avuto gran successo: pensavamo che le ragazze che vengono da noi ne avessero bisogno, invece abbiamo visto che a livello medico hanno già un riferimento, e non potevamo certo forzarle a servirsi del nostro ambulatorio.
Chi viene qui ha già scelto di tenere il bambino e cerca solo un aiuto, oppure deve prendere una decisione?
Le ragazze che vengono qui non sempre hanno deciso di tenere il bambino. Ma anche quando sono per tenerlo, c'è il problema di un attaccamento eccessivo verso la creatura che deve nascere. Tutta la loro possessività, tutto il loro affetto, tutte le loro attese future sono focalizzate lì. Occorre evitare che assolutizzino la dimensione materna e investano tutto sul figlio: loro hanno una loro vita autonoma, si devono fare un proprio spazio. Perché se si legano troppo al figlio e cominciano a negarsi tutto, quando quel figlio crescerà e a sua volta vorrà avere degli spazi propri, avranno delle crisi loro e i figli, perché tenderanno a negargli quello spazio che hanno negato a loro stesse. Ma questo è un discorso che non capiscono molto... bisogna un po' forzarle in questa direzione.
Le persone che vengono qui sono per lo più sole oppure vivono in coppie stabili?
La maggioranza hanno un partner, la percentuale che viene qui in seguito ad un rapporto occasionale è minima.
Capita mai che il problema sia condiviso nella coppia, o è sempre la donna a farsi carico della scelta se tenersi il figlio?
Si presentano entrambi i casi.
La parte maschile sente questa responsabilità?
Vengono quasi tutte accompagnate dal partner: che poi questo si faccia parte attiva nel seguire il bambino è un altro paio di maniche. Dove ci sono relazioni affettive stabili, le ragazze non vengono sole. Ma alla fine è la donna che decide. Se lei non è intenzionata, il fatto che lui lo voglia non cambia di molto la situazione. È la legge che lo stabilisce, ed è anche la realtà dei fatti. Non ci è mai successo che una donna abbia partorito contro la propria volontà per far piacere al partner.
Quante sono le persone che si rivolgono a voi?
Una statistica non si può fare, ci sono momenti con molte richieste ed altri con poche: comunque noi censiamo tutto, e possiamo dare tutte le cifre. Saranno 60 o 70 all'anno. Certo rispetto ai numeri del bisogno sono poche... I casi ci sono mandati in maggioranza dai consultori pubblici.
Dunque c'è un buon rapporto con il servizio pubblico?
Direi molto buono.
Non mi sembra una cosa banale, vista l'origine ecclesiale, per quanto laicizzata, di questa iniziativa...
Il pubblico ci percepisce chiaramente in maniera positiva, anche perché fuori di noi non ha altra scelta. Siamo soli.
Ci sono anche le suore di Paderno...
Certo, però loro hanno un istituto: che è tutta un'altra cosa. Fanno accoglienza ospitando le ragazze madri presso di loro, ma i collegamenti con Bologna sono molto scarsi, per cui le ragazze ospitate non possono svolgere alcuna attività lavorativa. I bambini hanno l'asilo interno, e con le madri mangiano lì, dormono lì e vivono lì. Le nostre ospiti invece vivono in un normale tessuto di relazioni con la città: lavorano, e anche quando le ospitiamo nei nostri appartamenti vivono sempre in condominio: non le vogliamo mettere in un contesto di collegio, di istituto.
Al di là di queste due iniziative, pur così diverse, non c'è nulla?
No, anche perché al pubblico fare questo lavoro costerebbe una follia.
E voi come vi sostenete?
Offerte, carità cittadina. Abbiamo 10 appartamenti in uso gratuito. Ospitiamo 5 coppie, più 11 donne sole col bambino (a gruppi di 2 o 3 per appartamento).
Pagano l'affitto?
Pagano solo le utenze: gas, acqua, luce e telefono. Non solo per controllare le spese, ma anche per avere con loro un rapporto che non voglio definire educativo (perché con degli adulti sarebbe disastroso porsi in maniera educativa), ma direi responsabilizzante, che rispetta meglio la loro libertà. È una sistemazione di passaggio, ci teniamo a chiarirlo con loro fin dall'inizio: sanno che da noi non ci si può fermare, al massimo 2 anni. Dopo devono arrivare ad una sistemazione autonoma: che non vuole dire che smettiamo di seguirle, ma che dobbiamo puntare alla loro autonomia, preparandole alla gestione della casa.
Ovviamente questo vale per chi ha la possibilità, anche minima, di pagare: se entra una ragazza che non ha niente paghiamo noi. Ma appena può (o perché ha un contributo dall'USL, o perché ha un lavoro: e noi facciamo di tutto per farle avere un lavoro) tocca a lei. Le bollette arrivano intestate a noi, e noi facciamo la suddivisione tra chi abita l'appartamento. Siamo sempre noi che facciamo il contratto di affitto con il proprietario.
Questi appartamenti li avete avuti da privati o dal pubblico...
Alcuni da privati (che rinunciano a guadagarci), uno dalla curia, uno da una cooperativa, altri da opere pie... Sono quasi tutti appartamenti belli, che frutterebbero parecchio. Delle spese condominiali ci facciamo carico noi: dobbiamo dire però che spesso, quando ci sono spese extra, ci sono proprietari molto gentili che se le accollano per risparmiarle a noi.
E dai servizi pubblici non ricevete nulla?
Certo che sì: ma non è sempre stato così. Sia chiaro che noi non vogliamo regalare nulla al servizio pubblico: perché il mio concetto è che questi sono servizi che dovrebbero essere offerti dal pubblico. Non è così, vuoi perché è latitante, vuoi perché ci sono pochi soldi o bisogni più urgenti... non importa. Ma credo che sia bene essere responsabilizzanti anche verso le istituzioni: siccome faccio un lavoro che sarebbe tuo, non è giusto farlo del tutto gratis: dunque mi dai qualcosa. Prima, quando l'orientamento era quello di non ricevere denaro pubblico, le istituzioni se ne lavavano allegramente le mani: era un modo per non occuparsi del problema, e me lo ricordo, perché ci lavoravo. Le persone non se ne andavano più dagli appartamenti, non c'erano soldi, e il SAV ha rischiato di chiudere.
Invece quando il pubblico è chiamato a contribuire, si fa carico del problema: da quando il Comune, per ogni persona da noi ospitata, deve pagare una retta, sia pure minima (6-700.000 lire per il mantenimento mensile di madre e bambino!), ecco che sono cominciate a venir fuori le soluzioni abitative di edilizia pubblica. Poi hanno capito che è loro interesse che da noi ci siano posti liberi, in modo da poter rispondere alle emergenze che loro stessi ci segnalano. Questo periodo di ospitalità temporanea presso di noi è anche utile al servizio sociale come periodo di osservazione, perché si possano mettere a fuoco meglio le caratteristiche, le esigenze e le capacità delle persone o delle coppie ospitate, e per fare interventi più mirati.
C'è da dire che al pubblico la gestione di un appartamento costerebbe 5 volte quello che costa a noi. Perché dovrebbero garantire una presenza continua su 24 ore, o almeno 12. Io sono stata per 20 anni assistente sociale al Dipartimento Sicurezza Sociale del Comune, e so come vanno queste cose: per 12 ore sono 2 turni, per 24 sono 4...
Non è concepito dal pubblico un servizio con una presenza meno stringente?
Eh, no: perché qualsiasi cosa succeda, un servizio pubblico deve essere coperto. Per una struttura pubblica è un problema molto complesso, ci sono molti obblighi in più. Noi come privati abbiamo comunque molte responsabilità, ma quando usiamo la diligenza del buon padre di famiglia siamo più o meno coperti. Nel pubblico non basta: ci vogliono molti più controlli. Poi qui c'è il lavoro del volontariato, una trentina di persone in tutto. E i volontari non hanno orari: se c'è bisogno puoi contare su di loro anche la sera o la domenica: se fossero dipendenti questo non sarebbe possibile.
Adesso, possiamo dirlo apertis verbis, con il Comune abbiamo una collaborazione ottimale. Anche perché è maturato tutto un discorso sulla maternità, che anni fa non esisteva. Hanno capito l'importanza pubblica dell'accoglienza alla vita: lo capiamo da come si rapportano con noi.
Più una maturazione dell'apparato amministrativo, o una presa di coscienza del livello politico?
Beh, so per esperienza diretta che senza il livello politico non si muove una lira, quindi il cambiamento riguarda anche quello. Il livello tecnico non può destinare nemmeno una fetta minima del denaro pubblico. In un momento difficilissimo la scelta di destinare denaro in questa direzione è stata indubbiamente coraggiosa.
Il problema principale dell'aborto è che le donne al 60-70% arrivano ad abortire senza essere passate dai consultori. La legge infatti prevede in via eccezionale, per chi chiede l'aborto in prossimità del termine dei 3 mesi (dopo il quale scatta una disciplina più restrittiva), la possibilità di passare all'intervento saltando i vari colloqui. Così la maggioranza aspetta e poi chiede l'interruzione d'urgenza, ed il gioco è fatto: l'aborto resta una decisione privata, che non viene confrontata né ponderata con nessuno. Se telefoni al S. Orsola, trovi addirittura una cassetta registrata che elenca i documenti che servono e dà gli orari per presentarsi. Anche perché l'aborto, almeno nella nostra regione, è un fenomeno tipico delle classi medio alte: le statistiche sono chiare in proposito: titolo di studio alto, secondo figlio, condizioni agiate.
Come diceva Lado: immagine da difendere, vergogna di chiedere...
Viene qui solo chi, in un modo o nell'altro, riconosce una propria debolezza. Difficilmente benestanti: ci è capitato, ma erano persone molto giovani... Alcune hanno scelto di non riconoscere il bambino. È un'esperienza durissima, anche per noi. Ma resta molto rara.
Da quanti anni esiste il SAV?
Il SAV nasce dopo il referendum sulla legge 194, ossia 13 anni fa, voluto dalla chiesa bolognese e sostenuto attraverso la Caritas. I soci (e i finanziatori) sono le parrocchie ed i movimenti cattolici. Abbiamo un consiglio direttivo che si riunisce 1 volta al mese, e un esecutivo di 7 membri che gestisce nel concreto. Io sono Presidente da 4 anni. Prima c'era un clima politico più difficile, i contrasti erano molto acuti, c'era un muro contro muro.La mia provenienza da una struttura pubblica mi ha molto aiutata ad allargare la collaborazione.
La paura del servizio pubblico era che noi forzassimo le donne a tenere il bambino contro la loro volontà. Noi invece abbiamo dato garanzia di non costringere nessuno: alla donna presentiamo l'aiuto che possiamo offrirle, e la invitiamo a riflettere, sottolineando che la decisione sarà solo sua e sarà libera. Senza nessun tipo di giudizio. Noi non possiamo giudicarle, non perché siamo cattolici, ma perché nessuno può dare giudizi su una donna che abortisce. Anche se lo fa per pagarsi la seconda casa, io non mi permetto di giudicarla. Dico che il fatto in sé è enorme, ma il fatto, non la persona, perché possono essere mille le cose che sono scattate al suo interno. Facciamo di tutto per consentirle di scegliere la vita, ma se la sua scelta è diversa la rispettiamo.
Voi, personalmente, potendo scrivere su un foglio bianco una disciplina ideale dell'aborto, dal punto di vista legislativo, auspichereste una soluzione alla tedesca, dove l'aborto è illecito ma non viene punito, oppure una pena per chi abortisce, oppure una mera restrizione della 194...
Il primo problema non è che la 194 è di manica larga: è che non viene applicata. Quanto al resto, io chiaramente l'aborto non lo penalizzerei mai. Non metto in galera una persona perché ha abortito. Però come stato farei di tutto perché lei non arrivi ad abortire: non solo economicamente, ma anche e soprattutto sul piano culturale.
Quanto all'accesso alle case, ospitate chiunque, senza far luogo a giudizi sulla morale di vita, anche sessuale?
Il titolo per essere accolte al SAV è lo stato di bisogno. Le persone che vengono possono essere cattoliche o musulmane o atee: non posso imporre una certa morale. Faccio un discorso sui metodi naturali, dopodiché basta: non posso certo legare l'entrata o l'uscita dal SAV all'uso della pillola: nel modo più assoluto. Do l'informazione dal punto di vista dell'etica proposta dalla chiesa. Dopodichè il resto è fuori dai miei compiti. Se io vengo anche a sapere che una ragazza usa un contraccettivo, non ho nessun motivo per metterla fuori. Forse se abortisse, ma anche qui avrei delle difficoltà: comunque non ci è mai accaduto, o almeno non lo abbiamo mai saputo. Ma quella dei contraccettivi è una sfera privata, dove non posso entrare.
Avete faticato ad affermare questa linea nel consiglio direttivo, nel luogo di rappresentanza di vari gruppi cattolici, e meno a contatto con i problemi?
Diciamo che godiamo di una certa autonomia operativa, e che il nostro principio è che il SAV rispetta la libertà di tutte le persone, su tutti i piani. Del resto è chiaro che non tutte le sensibilità sono identiche, e che ci vuole prudenza.
Vivendo a contatto con questo problema, come vivete - da cattolici - la pastorale della Chiesa sul tema degli anticoncezionali?
Il tema dell'aborto è un tema enorme, drammatico, oggettivo, che va al di là della fede o della morale di appartenenza. Quello dell'anticoncezionale invece è legato direttamente all'essere credente, non lo puoi imporre a chi non crede. Una cosa è un valore come la vita, che è da proteggere, anche con una certa politica; altro è la contraccezione: penso un po' come quel pontefice che diceva di non voler entrare nella camera degli sposi, e che in fondo di queste scelte responsabile è la coppia.
Dunque voi auspicate una maggiore capacità di distinzione di piano tra questo problema e quello dell'aborto?
Sì. Anche perché dall'aborto nasce tutta una cultura di chiusura alla vita, di paura ad affrontare le difficoltà, di non accoglienza di ciò che è nuovo, e che viene a sconvolgere i nostri piani. Accogliere la vita è anche prendere quel che viene, accettare la tua vita, con quello che ti succede: anche un incidente, che magari ti segna.
Perché secondo voi la vita che nasce, da sempre considerata un arricchimento, oggi viene vissuta come perdita, come problema?
Il fatto nuovo è che i giovani cercano l'affermazione di se stessi: c'è una psicologia preoccupante nelle nuove generazioni. Sono abituati a programmare tutto: prima ottenere un titolo di studio, poi il lavoro, poi un certo livello di benessere, e solo allora, se va bene, un figlio. Se questo si presenta prima fa saltare tutti questi obiettivi. Poi c'è l'idea che se a mio figlio non riesco a garantire le Timberland, meglio non farlo nascere, perché non si senta inferiore. È lo specchio delle tv berlusconiane.
Non c'è disponibilità ad affrontare la vita come imprevisto, come avventura: o è tutto programmato, oppure non merita nemmeno di essere vissuto. Faccia un confronto tra noi europei e i paesi del terzo mondo: abbiamo una coppia di sudamericani dove lui fa il domestico presso una famiglia, lei è ospite in un appartamento del SAV, e hanno avuto il coraggio di avere un figlio. L'ho detto a dei ragazzi del movimento per la vita, che vanno in piazza con i cartelli "No all'aborto": chi di voi in quelle condizioni avrebbe questo coraggio? Nessuno. La verità è che noi europei siamo nati vecchi, siamo viziati e stanchi, ed a questo punto è giusto venire colonizzati, da chi ha più voglia di vivere.
Siamo andati e torneremo a parlarne nelle parrocchie, agli incontri giovanili: ma è un deserto. Di aborto non si parla, come se non fosse un problema per i cattolici: e invece noi sappiamo che i cattolici abortiscono, come gli altri. E la sessualità? Silenzio. E invece nei luoghi della formazione giovanile bisogna parlare di queste cose.
A cura di Andrea De Pasquale

All'inizio

PAG. 4-6 - quale Parco per Monte Sole

Da un lato le ragioni della storia e dell'ambiente. Dall'altro quelle dell'economia e della politica locale. Fotografia di un progetto di Parco Storico prima fortemente voluto, poi rallentato e modificato, ora temporaneamente bloccato. Le ragioni di chi giudica il piano attuale "annacquato" rispetto allo spirito del progetto originario.

Quel che resta del Parco

Dal 29 settembre al 5 ottobre 1944 una divisione di SS comandata da Walter Reder circondò le colline intorno a Monte Sole, poi salì verso i centri abitati. Qui sterminò per rappresaglia la popolazione locale e distrusse i luoghi in cui essa viveva. Circa ottocento persone, quasi tutte donne, vecchi e bambini, furono uccise in pochi giorni.
Prima della guerra quelle colline ospitavano diversi paesi, abitati per lo più da agricoltori. Oggi a ricordare quegli antichi insediamenti rimangono poche pietre, ormai ricoperte dalla vegetazione. Quelle stesse pietre, quegli stessi luoghi ricordano tuttavia anche gli stessi eventi che hanno portato alla scomparsa di quelle comunità. Proprio per questo oggi quei luoghi assumono un grande valore: essi possono dire qualcosa al visitatore che li interroga e si interroga su quello che è successo e possono aiutarlo a riflettere sul perché è successo e su come evitare che succeda di nuovo. Possono farlo, e meglio di come potrebbe un monumento ai caduti o un museo, perché non solo rappresentano o portano le tracce di ciò che è accaduto ma sono la traccia reale dell'accaduto e come tale possono parlare anche oltre le intenzioni dell'artista o dell'allestitore/appaesatore.
Parco storico, non museo
Si tratta dunque di un luogo dalle grandi potenzialità educative, che sono già state in parte esplorate anche dalla nostra associazione in attività con gruppi giovanili e nell'ambito dei campi Pace a Tre Voci (con ragazzi israeliani, palestinesi e italiani). Queste potenzialità educative sono state colte a livello istituzionale: la legge regionale 19 del 1989 ha istituito in "tutti i territori interessati dagli avvenimenti storici..." (art. 1) il Parco Storico di Monte Sole, con lo scopo di preservare la memoria della strage del 1944. Inoltre è stata prevista l'istituzione di una Scuola di Pace per la trasmissione della memoria alle giovani generazioni, "che sappia indicare le vie nuove per la concordia e lo sviluppo dei popoli, sulla base delle esperienze del passato, nonchè sui valori di libertà solidarietà umana, giustizia sociale e dignità della persona" (art. 1), studiando i presupposti che hanno reso possibile il sorgere del fascismo e del nazismo, per prevenire il ripetersi di fenomeni analoghi. È chiaro che in questo contesto l'attività della Scuola di Pace non può essere assolutamente disgiunta da quella del Parco: se i luoghi hanno qualcosa da dire a chi vuole riflettere sugli avvenimenti di Monte Sole, sui conflitti e la pace, allora le scelte di gestione territoriale diventano (devono diventare!) anche scelte educative in senso stretto.
Tuttavia, nonostante il progetto per la Scuola di Pace (redatto da un tavolo comune di istituzioni e di associazioni di volontariato e presentato pubblicamente dal presidente della Provincia il 30 settembre scorso a Marzabotto) preveda una gestione coordinata dei due enti, tale coordinamento viene nei fatti contraddetto: lo statuto del Parco non lo prevede ancora e sembra che si faccia di tutto per limitare l'efficacia della Scuola. Infatti, nonostante il progetto sia stato definito già dalla fine del '94, non è ancora stato redatto lo statuto definitivo e le associazioni e le istituzioni firmatarie solo pochi giorni fa sono state convocate dalla Provincia per discuterne.
Dal campo alla spiaggia
Il corso di formazione per educatori, posto come primo e necessario passo per un serio lavoro della Scuola di Pace, e previsto per i primi mesi del '96, è ormai inattuabile visti i ritardi con cui procede l'iter dell'intera iniziativa; questo si aggiunge al già grave episodio per cui nella nostra regione, sede del primo campo di Pace a Tre Voci in Europa si è regrediti la scorsa estate, dopo anni di intenso lavoro, ad invitare i soli ragazzi palestinesi ad una vacanza balneare alle Navi di Cattolica. Nel frattempo nascono, ad opera di alcuni degli stessi soggetti firmatari, iniziative autonome che non valorizzano il progetto educativo globale. È il caso, ad esempio, dell'aula didattica istituita dal Provveditorato agli Studi, del Centro di Documentazione creato dal Parco e della volontà manifestata in una riunione in regione di creare un comitato artistico che si occupi specificamente dell'aspetto monumentale del luogo, quando la ricerca più recente sottolinea l'importanza di non scindere la dimensione storico-ambientale da quella artistica. Singolarmente prese queste iniziative sono potenzialmente positive ma nel complesso ostacolano, sembra di proposito, l'avvio del coordinamento concordato.
Una Provincia accomodante?
Anche per quanto riguarda il Parco non sono mancati segnali preoccupanti, in relazione all'adozione del Piano Territoriale, lo strumento che lo rende operativo. Infatti la Provincia di Bologna ha accolto senza fiatare gran parte delle richieste dei comuni coinvolti, spesso dettate da interessi di parte e in contraddizione col progetto. In questo modo essa ha di fatto rinunciato alla sua funzione istituzionale di ente preposto a vagliare (non passivamente accogliere) e armonizzare tali richieste con gli scopi della legge istitutiva. Sono tristi esempi in questa direzione: la riduzione drastica delle dimensioni del Parco e il conseguente aumento della zona di Pre-Parco (con esigui vincoli ambientali) e lo stralcio dai confini del Parco dei terreni in cui si vogliono realizzare delle cave, nonostante la loro naturale appartenenza al Parco stesso. In particolare la volontà di realizzare una cava nell'area di Sperticano, località importante per la memoria degli avvenimenti del '44, contraddice lo spirito della stessa legge istitutiva, oltre a ignorare le indicazioni della Regione Emilia-Romagna che ha chiesto di eliminare quella cava dal Piano delle Attività Estrattive della Provincia.
Ricordiamo infine il dichiarato intento di rendere transitabile (vuol dire asfaltabile?) la strada che attraversa tutto il Parco da Grizzana ai luoghi del cosiddetto memoriale. L'equipe tecnica incaricata della realizzazione del Piano Territoriale, viste le notevoli variazioni introdotte su invito dei comuni, ritenendole incompatibili con le finalità della legge istitutiva, ha ritirato la firma dal progetto che nonostante tutto è stato portato in consiglio provinciale il 21 novembre '95 e adottato con i voti della maggioranza (Verdi esclusi) e l'uscita dall'aula delle opposizioni. La gravità del comportamento della Provincia tuttavia non sta tanto, come sostenuto dalle opposizioni, nell'aver voluto presentare comunque il Piano per l'adozione, ma nel non aver sostenuto fino in fondo l'integrità del progetto. A questo si sono aggiunti i rilievi mossi ultimamente dal COmitato REgionale di COntrollo (come pure l'esposto già presentato dal WWF in relazione alla convenzione stipulata con il Consorzio di Bonifica Reno-Palata) che ha per il momento bloccato la delibera della Provincia. Benchè questi rilievi auspichino una maggior integrità del progetto, essi rischiano paradossalmente di portare acqua al mulino di chi si oppone all'esistenza di un piano territoriale: gli interessi particolari da un lato e quelli di chi potrebbe voler continuare a gestire la celebrazione della memoria senza confrontarsi con altri. Tutto ciò non costituisce certo una limpida partenza per un Parco/Scuola di Pace che vuole "educare" le giovani generazioni.
Una memoria a brandelli
Quale sarà allora il destino della memoria dell'eccidio di Monte Sole e del nazi-fascismo? Se ne può togliere un pezzo qua e un pezzo là e si può dimenticare di armonizzare tra loro le istanze educative e territoriali? Forse sì, se è solo un simbolo che si vuole mantenere; se si vuole soltanto celebrare, anche una memoria a brandelli va bene, basta che ci siano dei caduti da onorare e un microfono davanti al quale farsi fotografare. Ma allora non c'è neanche bisogno di andare a Monte Sole, basta una fotografia del posto messa in un sacrario, anzi, basta il sacrario. Perché un sacrario c'è già, a Marzabotto. E negli anni passati il ricordo dell'eccidio è stato talmente legato ad esso che i fatti sono diventati noti come "la strage di Marzabotto", anche se essa non è avvenuta a Marzabotto (città) ma in un amplissimo territorio fra Setta e Reno compreso nei comuni di Marzabotto, Grizzana e Monzuno. Ed è il Parco, unico in tutta Italia per le sue caratteristiche, che deve riassumere in pieno, tramite un armonico rapporto di collaborazione tra Consorzio di gestione e Scuola di Pace, il ruolo che gli è proprio: cioè tutto il Parco dovrebbe essere Scuola di Pace, in un nesso continuamente reso presente e inscindibile di ambiente e storia. È necessario capire, perché solo capendo fino in fondo i meccanismi che hanno portato a tali avvenimenti se ne può evitare la ripetizione: allora una memoria a brandelli, mangiucchiata dalle cave e dalle strade, non è nemmeno un piccolo passo nella direzione giusta. Un tale modo di fare memoria infatti sembra dire che sono cose passate e sepolte e bisogna pensare solo ai nostri problemi di oggi senza aggiungere questi fantasmi dal passato. Eppure le forze che hanno determinato gli eventi di allora sono e saranno ancora all'opera, sotto forme differenti, finchè le loro dinamiche non saranno comprese in ogni aspetto. Non volerle vedere ci sembra ancora un esempio di visione ristretta che impedisce una politica in senso nobile, come confronto con un certo passato sulle condizioni che ci consentono di essere una civitas oggi e domani.
Per questo continueremo a cercare tutte le forme di informazione e confronto con i Governi locali, e anche per questo abbiamo chiesto ospitalità agli amici del Mosaico. E se è vero che una cava può dare lavoro per qualche anno (ma un Parco Storico di questo tipo sarebbe una risorsa economica ancor più importante e duratura per le sue valli), soddisfando in questo modo alcuni bisogni più che legittimi, non sembra secondario cercare di evitare che in futuro qualcuno possa ripetere che arbeit macht frei.
Terre, Memoria e Pace (a cura di Stefano Selleri)

Terre, Memoria e Pace (associazione per l'educazione alla pace a partire dai luoghi della memoria della Shoah) è un'associazione di volontariato che svolge da diversi anni attività di educazione alla pace con scuole, gruppi giovanili, obiettori di coscienza, educatori e formatori. Ha collaborato alla realizzazione dei campi di Pace a Tre Voci con ragazzi italiani, israeliani e palestinesi, finanziati dalla Regione Emilia Romagna e alla realizzazione della veglia di Pioppe di Salvaro in occasione del cinquantesimo anniversario dell'eccidio della Botte (1 ottobre 1944). Partecipa al progetto della Scuola di Pace di Monte Sole insieme a Amnesty International, Centro Volontari di Monte Sole, Comuni di Bologna, Marzabotto, Vado e Grizzana Morandi, Comunità montane 10 e 11 LANDIS, Centro delle Donne, Spazio Pubblico delle Donne, CIRUP e CEDIP, coordinato dalla Provincia di Bologna. Ha collaborato alla 1st Conference on teaching the Holocaust (Londra 1995) e alla prima guida ai luoghi della memoria in Italia di prossima pubblicazione presso Electa.

All'inizio



Dopo anni di mediazione e compromessi non sempre esaltanti, ora esiste un piano del Parco di Monte Sole, da perfezionare con la collaborazione di tutti. Un contributo del Vicesindaco di Bologna, delegato del Comune per il Parco.

Un impegno da non fallire

Per oltre trent'anni l'eccidio della popolazione di Monte Sole, nei territori di Marzabotto, Grizzana, Monzuno, è stato ricordo dei partigiani e dei partiti antifascisti. Solo nel corso degli anni '70 le ricerche dei sacerdoti Macchiavelli e Gherardi hanno integrato e corretto questa impostazione, attenuando gli aspetti militari e resistenziali dell'evento terribile, restituendoci la cultura reale delle popolazioni scomparse nell'eccidio, il ruolo dei sacerdoti martirizzati, il carattere "castale" della strage perpetrata dai nazisti di Reder.
Su questo sfondo più maturo e condiviso, segnato in modo incomparabile dal volume di Gherardi, "Le querce di Monte Sole", e dalla lunga, densissima, introduzione di Dossetti, gli anni '80 ci hanno portato l'idea di un Parco storico e di un memoriale da realizzarsi sul monte fra Setta e Reno, unitamente ad una scuola di pace da far vivere nel ricordo di quella violenza e nella condanna e resistenza ad ogni cultura ed opera di guerra nel nostro presente.
Ottimo proposito, se pure dolorosamente tardivo, e tuttora faticosamente gestito dalle istituzioni locali promotrici: i tre Comuni del territorio, la Provincia, la Regione. Un certo contrasto fra interessi naturalistici (un Parco è pur sempre un mondo naturale "a parte"), interessi economici ed aspettative sociali ("riportiamo la vita sul monte"), e i doveri della memoria e della ricerca (Monte Sole come Memoriale e Scuola di Pace), hanno occupato lunghi anni di mediazione e, si deve riconoscere, di compromessi non esaltanti.
Ma finalmente un Piano del Parco esiste, un Consorzio per la sua gestione è costituito e si può e deve provvedere alla "sistemazione" coerente del Memoriale (la parte centrale del Parco) e alla promozione della Scuola di pace, continuando e perfezionando quanto già avviato con la collaborazione preziosa di alcune Associazioni fortemente motivate e generosamente salite sul monte con i primi campi di pace (tra italiani, israeliani, palestinesi ad esempio...), o con i "pellegrinaggi", laici e cristiani, favoriti dall diaconia che la chiesa ha affidato alla comunità monastica di Dossetti.
Ma per essere autonoma e forte nel suo impegno, la Scuola di pace deve venire dotata di uno statuto adeguato e di risorse proprie, e affidata a persone e personalità in grado di perseguire bene l'altissima finalità: solo una Fondazione può farlo. Ma tra i promotori esistono ancora incertezze e faticose riflessioni: è sperabile si concludano presto, con decisioni condivise, attuate con intelligente coerenza e ferma determinazione. A oltre mezzo secolo di distanza è un impegno da non fallire.
Luigi Pedrazzi

All'inizio

La genesi del progetto, le tappe e gli intoppi della sua attuazione nella serata organizzata dal Mosaico. Le ragioni delle istituzioni, che rivendicano il compromesso raggiunto come unica strada praticabile per superare le resistenze e fare davvero il Parco.

Monte Sole, ragioni e scelte

Il Mosaico ha uno stile: fare la fatica di entrare nel merito dei problemi, provare a capire per aiutare i cittadini a giudicare. Di qui la serata sulla vicenda di Monte Sole organizzata il 15 febbraio scorso, che ha visto una nutrita partecipazione di associazioni e cittadini. A rispondere alle loro domande Vittorio Prodi, Presidente della Provincia di Bologna, Franco Lanzarini, Vicesindaco di Marzabotto, e Paola Altobelli, l'architetto della Provincia che ha seguito come responsabile il progetto del Parco Storico di Monte Sole. Come premessa un breve cenno alla cronologia degli eventi:
  • dopo anni di celebrazioni c'è il timore che l'allontanarsi nel tempo possa fare cadere il ricordo dei fatti; fra i gesti più vivi e significativi della volontà di ricordare la scelta della comunità di don Giuseppe Dossetti di stabilirsi proprio sui luoghi dell'eccidio;
  • aprile 88: la Provincia propone il parco
  • maggio 89: la Regione emana la legge istitutiva;
  • fine 92: la Regione modifica la legge per tener conto di leggi nazionali (sulle autonomie locali e sui parchi) intervenute nel frattempo;
  • metà 93: la Provincia propone il consorzio e affida gli incarichi professionali al gruppo di lavoro di esperti;
  • primavera 94: viene costituito il consorzio di gestione, vengono avanzate questioni tecnico/legali sul progetto di massima del parco
  • novembre 94: documento che propone la scuola di pace, a firma di Provincia, Regione, Associazioni di volontariato;
  • gennaio 95: la bozza di piano viene presentato agli enti locali;
  • aprile 95: il piano, modificato secondo le richieste degli enti locali, va in giunta, che però non lo adotta; a questo punto con le elezioni amministrative, la palla passa ai nuovi amministratori;
  • novembre 95: dopo una nuova fase istruttoria e modifiche che recepiscono ulteriori richieste dei Comuni coinvolti, il piano viene adottato dalla Provincia;
  • oggi: il piano è in attesa del via libera del CORECO, dopodichè darà pubblicato; dopo una ulteriore fase di osservazioni e modifiche, sarà approvato definitivamente dalla Provincia e ratificato dalla Regione.
    Il Parco Storico è certamente una grande occasione; la mancanza di precedenti lo rende da un lato una esperienza ancora più interessante, dall'altro mancano punti di riferimento. Le stesse finalità sono in qualche misura istanze diverse che debbono trovare una convergenza: occorre conciliare il livello storico- ideale, della memoria e della vigilanza per il presente, quello di conservazione ambientale e quello di rilancio dell'economia locale.
    Proprio a questo livello emergono le divergenze di valutazione sulle scelte effettuate. Motivo del contendere in particolare lo stralcio dall'area di parco della zona di Sperticano, su cui il Comune di Marzabotto vuole una cava, e l'ampliamento dell'area di pre-parco (dove è consentita la caccia) a scapito di quella di parco (dove invece è proibita). A questo si aggiungono il ritardo sulla scuola di pace e le difficoltà di collaborazione fra associazioni ed Ente Parco (che putroppo non era rappresentato nonostante i nostri inviti). Le ragioni di chi critica le scelte fin qui adottate sono riportate nell'articolo dell'associazione Terre Memoria e Pace delle pagine precedenti.
    A queste gli amministratori presenti all'incontro hanno opposto le proprie ragioni. Per il Vicesindaco Lanzarini la necessità di consenso della popolazione locale, che in qualche modo non può essere danneggiata economicamente dalla creazione del Parco, è motivo sufficiente per lo stralcio della zona di Sperticano. La cava verrà riempita dopo il periodo di attività estrattiva, e la zona verrà riqualificata. La vita è dura per chi è in montagna, ma chi sta in città dovrebbe ricordarsi che senza l'opera di arginamento delle acque e presidio del territorio, la montagna finirebbe per "franare addosso alla città". E l'attività in montagna non è di per sè sufficientemente remunerativa, e dunque andrebbe sostenuta dalla comunità. In questo quadro, la cava rappresenta in un certo senso il minimo che si possa concedere.
    Per il Presidente Vittorio Prodi, le scelte fatte rappresentano il risultato di una lunga riflessione e di tanti confronti, per cui di esse si assume per intero la responsabilità politica: si tratta certo di un compromesso fra le varie esigenze, ma indispensabile per varare davvero e senza indugi il Parco Storico; l'alternativa sarebbe un'ostilità delle comunità e degli enti locali che di fatto bloccherebbero il processo.
    La serata ha visto anche il contributo più tecnico dell'arch. Altobelli, e un numero notevole di domande (12); sono intervenute associazioni come Legambiente, Terre Memoria e Pace, il Coordinamento delle Associazioni per la scuola di pace, l'Istituto Ferrucci Parri, l'AGESCI, il GAVCI, il WWF. Al termine della serata ognuno sarà uscito con una sua opinione sui fatti, ma è da segnalare che nonostante si fosse in presenza di polemiche anche roventi, il clima e il tono della serata sono rimasti comunque costruttivi da parte di tutti.
    Giuseppe Paruolo

    All'inizio

    PAG. 7-10 - DOSSIER: riforma della scuola

    La riforma della scuola è uno dei luoghi in cui si ridefinisce lo stato sociale. Vengono meno alcuni punti fermi: l'equazione pubblico-statale, un precariato "garantito", un'utenza sicura. Gli insegnanti sono i primi a cogliere il malessere e interrogano i politici.

    Un nuovo patto per la scuola

    In un recente intervento, Raffaele Simone ha denunciato "la depressione collettiva dei professionisti della scuola". Chi come me frequenta insegnanti sa che il fenomeno è reale, va oggi al di là di un certo scetticismo e qualunquismo tradizionali in parte della categoria, e ha ragioni che vanno oltre la perdita di prestigio sociale e il modesto, declinante trattamento economico. Credo che un motivo essenziale sia il declino di un patto sociale "al ribasso", che ha retto per decenni lo status della professione: da un lato accessi facili all'insegnamento, carichi di lavoro leggeri e discontinui, nessun controllo delle prestazioni, dall'altro accettazione di una condizione retributiva e sociale modesta, subordinazione ad una amministrazione dispotica quanto incapace.
    Le condizioni del patto si sono incrinate: le esigenze di bilancio hanno portato, e porteranno, ad un aumento graduale dei carichi di lavoro ordinari; bisogni educativi sempre più complessi portano a scaricare sull'insegnamento una quantità crescente di compiti aggiuntivi (la programmazione, l'orientamento, il recupero, la socializzazione, le infinite "educazioni" stradale sessuale alimentare multiculturale...), senza che vengano forniti i mezzi per affrontarli. All'insegnante si richiede di esercitare una professione molto più complessa di un tempo, eterogenea e creativa.
    E tutto questo senza contropartite. La politica del personale e della didattica di questi anni ha aspetti dissennati. Un ceto "buro-pedagogico" (la definizione è di Guido Armellini) installato nell'amministrazione rovescia sulla categoria richieste a getto continuo, inficiate da una visione meccanicistica dei processi educativi; l'atteggiamento non è di valorizzazione delle competenze, ma tendenzialmente punitivo; la gestione centralistica, a colpi di circolari, produce un "effetto Re Mida" (a rovescio: tutto quello che tocca si trasforma in sterco): esigenze sacrosante, come la programmazione educativa, una valutazione trasparente e razionale, il recupero al posto dell'esame di riparazione, si trasformano immediatamente in richieste burocratiche, carte da compilare. Di fronte a compiti educativi sempre più difficili e complicati, gli insegnanti sono costretti a chiedersi, non "che possiamo fare?", ma "che cosa è obbligatorio? che cosa è proibito?"
    Tutto questo va a colpire in primo luogo la minoranza più preparata e motivata del corpo insegnante; è una minoranza consistente e professionalmente agguerrita, che da un paio di decenni ha retto molte scuole da un punto di vista organizzativo e didattico, a cui dobbiamo i progressi nella qualità dell'istruzione, le trasformazioni della nostra scuola (che ci sono state, e profonde, nei limiti della rigidità degli ordinamenti): le sperimentazioni (in qualche caso, come nell'istruzione professionale, autentiche riforme di settore) sono il prodotto più visibile dell'attività di questi professionisti (insegnanti, e qualche dirigente); il materiale pubblicato su qualche rivista professionale testimonia della qualità del loro impegno. Il "volontariato" (cioè il senso di responsabilità sociale) è stato l'unica molla che li ha spinti a lavorare, studiare, progettare; gli incentivi e i riconoscimenti ufficiali sono stati scarsissimi o nulli, inferiori comunque alle frustrazioni, agli impacci burocratici, alle aperte opposizioni (chi lavora seriamente dà fastidio). Oggi l'incombere di nuovi compiti (e la loro burocratizzazione) ricade inevitabilmente su di loro e rischia di sfiancarli definitivamente (le fughe nel pensionamento sono un sintomo allarmante), disperdendo la risorsa più importante su cui si può contare per il rinnovamento della scuola.
    Chi aspira a governare questo paese dovrebbe almeno sapere che nessun progetto di politica scolastica può fare a meno di mobilitare consenso nel corpo insegnante: nessun rinnovamento del sistema educativo avrebbe successo, se fosse vissuto come l'ennesima imposizione. Bisogna allora immaginare e proporre una sorta di nuovo patto sociale. Se il rinnovamento passa per l'autonomia degli istituti scolastici, a coloro che ci lavorano (e soprattutto alla loro parte più consapevole e preparata) sarà richiesto un nuovo formidabile impegno di energie e capacità, un incremento di responsabilità. Bisogna chiedersi che cosa offrire in cambio. Sappiamo che un miglioramento retributivo generale non è possibile per i prossimi anni; si tratta di pensare a prospettive di carriera (la loro mancanza è un grosso fattore di demotivazione nella professione), a riconoscimenti, economici e no, delle prestazioni maggiori e migliori, a una valorizzazione delle competenze che le renda trasferibili, riconoscendo la leadership dei più capaci. In breve, bisogna puntare a fare della professionalità educativa un fatto visibile e socialmente apprezzato. Di tutto questo, la tesi 66 per la definizione della piattaforma programmatica dell'Ulivo non fa parola. E pensare che, oltre tutto, un milione di professionisti della scuola sono un bacino elettorale non trascurabile.
    Adriano Colombo

    All'inizio

    Insegnanti, quale ruolo sociale?

    Il clima di disgregazione che permea il mondo della scuola è motivato anche dalla crisi del ruolo sociale dell'insegnante, che in passato era il fondamentale (se non unico) trasmettitore di conoscenze. Se ci pensiamo bene, altre figure hanno subito nel tempo una progressiva depauperazione del loro ruolo istituzionale (e quindi del grado sociale), cui è corrisposto un peggioramento generale dell'intero servizio di cui sono struttura portante. Pensiamo al medico condotto o al farmacista. Così come per l'insegnante, la possibilità di soddisfare il bisogno con maggiore efficienza e celerità (anche se solo apparente) ha svuotato il "potere sociale" che era associato a quella "funzione-istituzione". Pensiamo a come era la società nei piccoli paesi o in certi quartieri cittadini e capiremo subito come ciò sia vero.
    Nel caso specifico degli insegnanti, una riprova si ha anche nella variazione nella scala di valore (e a volte di timore) con cui gli studenti stessi "pesano" gli insegnanti. La matematica ad esempio, che resta sempre una delle materie meno "volgarizzate" ed assimilabili tramite la televisione o altri media, conferisce all'insegnante un ruolo di rilievo all'interno della scuola (anche se non nella società che non ne sente l'impatto economico-sociale diretto). Oppure l'insegnante di lingue straniere: è interessante se è di inglese (anche se ormai la lingua la si va ad imparare in loco), mentre è di serie B se insegna francese, lingua ritenuta ormai inutile o secondaria.
    Forse uno degli aspetti chiave da affrontare è proprio quello di recuperare all'insegnante un ruolo vero di educazione, nel contesto di una società sempre più superficiale ed incapace di approfondire e comprendere i problemi, per portare gli studenti ad una vera maturazione ed indipendenza di giudizio.
    Flavio Fusi Pecci

    All'inizio

    Precariato, sanatorie, concorsi, scuole confessionali e non, convenzioni e controlli: ne abbiamo parlato con Paolo Ferratini, assessore alla scuola del Comune di Bologna e membro del coordinamento dei Comitati per la scuola dell'Ulivo.

    Pubblico o privato, purché autonomo


    Assessore, può chiarire la questione del concorso per la scuola materna, che ha suscitato e continua a suscitare tante polemiche, anche intorno alla sua persona?
    Il bando del concorso prevede due tipi di ammissibilità: le insegnanti precarie possono partecipare anche se sprovviste di abilitazione, in quanto i giorni di servizio (almeno 365) costituiscono un titolo compensativo; i candidati dovranno avere il diploma magistrale e un titolo abilitante. Il 50% dei posti è riservato alle insegnanti precarie, ma non si tratta di una riserva assoluta, perché è comunque necessario superare il concorso. Le insegnanti precarie hanno presentato un'istanza di annullamento del concorso al TAR, che non ha concesso la sospensiva (la celebrazione del concorso di per sé non costituisce danno per i ricorrenti), ma ha fissato l'udienza al 14 marzo. Dunque le date del concorso sono rimaste fisse al 25 e 26 gennaio.
    I sindacati invece mi hanno accusato di clientelismo riguardo ad un'altra ricorrente, signora Marcheselli, che, pur essendo in possesso del solo diploma, ha presentato una domanda, respinta perché non corrispondente alle richieste del bando. La aspirante candidata ha però fatto ricorso in base a una legge dello Stato, che prevede per l'accesso al concorso o il diploma o l'abilitazione. Il TAR, in attesa della sentenza, ha ammesso con riserva la candidata.
    A questo punto ho pensato che fosse giusto dare anche agli altri aspiranti, che avessero fatto domanda nelle medesime condizioni della ricorrente, la possibilità di accedere al concorso in caso di parere favorevole del TAR, sospendendo il concorso. Sono stato accusato di volere favorire la Marcheselli, ma questa accusa è illogica, in quanto l'unica a non trarre vantaggio dalla sospensione sarebbe proprio lei, a differenza di altri possibili concorrenti, disinformati e all'oscuro di tale possibilità.
    In un lettera a Repubblica, in settembre, lei ha scritto che riteneva il concorso l'unico modo trasparente e serio di reclutamento degli insegnanti. Questi tipi di concorso riservato non sono in contraddizione con questa affermazione?
    Questo bando è maturato fra il '93 e il '95, in una lunga intesa tra amministrazione e sindacati. Io sono arrivato a gestire la situazione nella sua fase finale, non forse la più delicata, ma la più esposta. Queste restrizioni hanno cercato di contemperare interessi diversi. Lo ritengo comunque un buon bando. Inoltre la legge finanziaria, art.1 comma 15, permette ai "Comuni non dissestati" di "indire concorsi riservati per il personale precario".
    A questo proposito, cosa pensa dei corsi abilitanti, previsti dalla legge finanziaria dello Stato, e dei corsi di riconversione, già attuati? Perché secondo lei l'Ulivo non ha preso posizione nei confronti di queste decisioni?
    Resto persuaso che qualità e selezione siano connesse. Ma il concorso non è l'unico mezzo per garantire questa qualità. Bisogna ripensare la carriera dell'insegnante fin dall'inizio: non solo corsi post-laurea, ma anche forme di tutoring, praticantato, tirocinio. Lo strumento concorsuale è largamente imperfetto: è ineliminabile (i concorsi ci devono essere e con scadenze certe), ma deve collocarsi alla fine di un processo formativo. Ma inevitabilmente in un meccanismo come la scuola si crea sempre precariato, che a sua volta crea sofferenza. L'Ulivo sconta una difficoltà che i Comitati Prodi hanno rilevato: uno scarso peso politico, derivante dalla mancanza di una rappresentanza parlamentare.
    E lei, come uomo del centro sinistra, cosa pensa in proposito?
    Ritengo che il cambiare normativa ogni sei mesi sia la caratteristica di un paese senza guida. Le ragioni di queste oscillazioni stanno nella mancanza di un progettazione coerente per il sistema formativo: si procede per aggiustamenti, e più si va avanti più si mettono pezze. Anche per il precariato è successa la stessa cosa. Si è creato un modello espansivo del personale, senza preoccuparsi di creare modelli di riconversione. Finché tutto questo è stato finanziato con il debito pubblico, ha funzionato. Ora si dà un colpo al cerchio e uno alla botte: la legge prevede concorsi, e poi si fa un emendamento alla finanziaria, che consente concorsi riservati e corsi abilitanti.
    Ma queste sanatorie continue creano aspettative, sia nei precari sia in chi intende intraprendere la carriera scolastica, nella certezza che prima o poi arriverà il loro turno, mentre i posti non ci sono...
    L'attuazione dei corsi abilitanti paga certi interessi dei sindacati (e spiace constatare che nel centro-sinistra per certe cose nulla è cambiato). Una posizione più rigorosa, come quella di Prodi, non trova spazio.
    Entriamo ora nella questione più spinosa: può chiarire le posizioni dell'Ulivo sul problema scuola pubblica/scuola privata?
    Il dibattito della sinistra ha il suo punto di svolta in un documento del luglio 1994, elaborato da intellettuali di sinistra, laici e cattolici, tra cui Prodi. Il cuore del documento è questo: bisogna finirla con la formula "pubblico = statale". Deve esistere un governo che detta delle regole, degli standard qualitativi, degli obiettivi ai quali uniformarsi se si vuole godere del riconoscimento e dei fondi. Ma bisogna distinguere tra governo e gestione: che la gestione delle agenzie formative sia statale o non statale non fa fatto. Non si tratta di una competizione: si deve creare una concorrenza plurale all'interno di una cornice che è l'autonomia: al livello più basso si devono realizzare gli strumenti adatti a conseguire gli standard stabiliti al quadro più alto. Ogni singolo soggetto partecipa in questo modo del sistema pubblico. Non capisco allora perché, a questo punto, dovrei escludere aprioristicamente un attore che condivide le regole della competizione.
    Allora aumenterebbero i soggetti della competizione...
    Ben vengano, se assicurano standard di qualità e migliorano il livello dell'offerta. Ma devono sottostare alle regole.
    Come si pensa di risolvere la questione degli "oneri per lo Stato"? Nell'art. 33 della Costituzione si parla di scuola statale, non di scuola pubblica.
    Nella Costituzione sta scritto che l'istruzione è pubblica. La questione dell'art.33 si può risolvere in vari modi: uno per via interpretativa, e le vie interpretative a sostegno di un'ipotesi non restrittiva sono sostenibili. Lo stesso estensore dell'emendamento chiarì, qualche anno dopo, che il senso di quell'emendamento era che nessuna scuola poteva nascere privatamente arrogandosi il diritto di pretendere un contributo dallo Stato. L'altra interpretazione plausibile è che gli oneri vadano intesi come "oneri aggiuntivi". Non vedo nel dettato costituzionale un impedimento insormontabile a un ripensamento complessivo del concetto di pubblico come non eguale a statale. Fuori dall'Italia, questa equiparazione di pubblico e statale non esiste, perché la nozione di servizio pubblico è legata non alla fonte di erogazione di un servizio ma alla soddisfazione di un bisogno.
    Come pensate, concretamente, di riuscire a controllare la qualità degli istituti da sovvenzionare?
    Ci sono alcuni standard, legati alle precondizioni per il funzionamento di una scuola che si ponga l'obiettivo di svolgere una funzione pubblica. Mi spiego: è chiaro che una scuola che nasca con l'intento di soddisfare bisogni educativi di un segmento molto preciso della popolazione, per esempio una scuola ebraica o una scuola islamica, non potrà attingere ai finanziamenti pubblici, perché nasce con una caratteristica molto precisa e si autoesclude dal finanziamento: va benissimo che esistano, la scuola ebraica ha una lunga tradizione, ma nascono in un regime di separatezza culturale che porta alla conservazione di una cultura, alla trasmissione di una fede religiosa.
    E la scuola cattolica? È meno confessionale di quella ebraica o islamica?
    La scuola cattolica, se vorrà attingere dal sistema pubblico, dovrà comunque rispettare alcuni standard, alcune precondizioni o garanzie nel quadro costituzionale del diritto. Una scuola confessionale può benissimo dare al proprio indirizzo di studi una certa caratteristica, e strutturare il proprio curriculum (che pure dovrà rispondere a certi standard pedagogici per essere riconosciuto nell'ambito del sistema pubblico) obbedendo a una certa tradizione culturale specifica, che è quella della tradizione cattolica, senza per questo venire meno ad alcuni principi di apertura.
    E questo non potrebbe valere anche per scuole di altre confessioni?
    Certamente. Io ho fatto l'esempio della scuola ebraica perché da sempre ha certe caratteristiche di particolare esclusività. E' chiaro che per sua tradizione culturale la scuola confessionale cattolica ha caratteristiche diverse, cioè di minore separatezza. La tradizione ebraica e la tradizione islamica hanno maggiore rigore e rigidità: pensa soltanto all'impedimento dei matrimoni misti.
    Una scuola privata, confessionale o no, garantisce il mantenimento della propria specificità attraverso un canale esclusivo di reclutamento degli insegnanti, che devono rispondere a determinate caratteristiche. Come pensate di risolvere questo problema?
    Questo è un tema talmente specifico che andrebbe affrontato, per così dire, regime convenzionale per regime convenzionale. Lo strumento che si individua come più idoneo è quello della convenzione, sempre pensando a una scuola regolata dal concetto di autonomia dei singoli istituti. E' chiaro che ci dovranno essere delle cornici valide per tutti. Lo stato giuridico dell'insegnante, la sua formazione professionale, devono essere rigorosamente garantiti.
    Si verrebbe però a creare una sorta di canale privilegiato per alcuni insegnanti: persone dotate dello stesso titolo verrebbero discriminate sul fatto di essere o non essere, per esempio, cattoliche.
    Perché parla di privilegio? E' assurdo allargare il quadro dell'accesso al sistema pubblico e poi regolare in modo troppo prescrittivo tutte le condizioni all'accesso stesso, altrimenti ricadremmo in una forma che mi ricorda quando Terracini negli anni '60 sosteneva che era possibile la parità soltanto se le scuole private si adeguavano in tutto ai programmi delle scuole pubbliche. A questo punto non si capisce per quale motivo dovrebbe esistere una scuola privata.
    Ma infatti è proprio questo il punto: se le scuole private devono venire meno a certe loro caratteristiche....
    Devono venir meno a certe estremizzazioni che ostano con certi principi fondamentali che sono quelli dettati dalla costituzione. Ma il pluralismo fa sì che possano esistere sistemi formativi diversi, che incarnino tradizioni culturali diverse. E' fondamentale riconoscere che anche attraverso strade culturalmente differenziate si può pervenire a uno stesso risultato, conforme a certi standard di qualità, che vanno mantenuti. Alla stessa meta si può giungere attraverso differenti strade, e per queste strade tu puoi mettere contenuti e valori, che sono anche diversi da quelli di chi sta nella scuola a fianco.
    Il nuovo Concordato e il Codice di diritto canonico prevedono un controllo delle autorità ecclesiastiche sulla selezione del personale delle scuole cattoliche. Dove va a finire la parità?
    Questo pone un problema. Nel momento in cui si andrà a convenzione, questo porrà un problema. Del resto, quando ci si convenziona, ci si convenziona in due, quindi è chiaro che si dovrà trovare un punto d'accordo, se lo si vuole trovare. Poi può darsi benissimo che le scuole non vogliano: guardi che ci sono molte opposizioni da parte delle scuole cattoliche a questo tipo di programma. Garantire una possibilità non significa che tutti si debbano uniformare. Vorrei chiarire che non si parla di un'apertura automatica a tutti i privati, per cui tutti vengono finanziati, ma solo il privato che accetta certi patti. C'è un regime negoziale che avrà al suo interno elementi di standard qualitativi, caratteristiche per l'assunzione del personale docente, caratteristiche per l'accesso, però anche benefici in positivo: una scuola che garantisce caratteristiche particolari per l'handicap, per esempio, evidentemente avrà punteggio in più. Si tratta di rendere un po' più flessibili le maglie: in fondo che cos'è l'autonomia se non questo? In un regime corretto di autonomia, anche una scuola statale, se non corrisponde a certi standard, deve chiudere o rinnovarsi. Però in prospettiva non mi importa se la gestione dell'istituto sia pubblica o privata: mi importa se non riesce a rispondere a certi requisiti di efficacia. Se no, l'autonomia diventa solo una novità di tipo amministrativo.
    Oltre alle precondizioni, come pensate di risolvere il problema del controllo? Con un sistema di valutazione nazionale?
    Se non c'è un sistema di valutazione non si fa niente. Ma il controllo, che da una parte deve alimentare il sostegno, aiutare la ricerca, aiutare il rapporto col territorio, e dall'altra deve anche essere controllo sull'efficacia dei risultati, deve esserci anche per le scuole statali.
    E questo sarà fattibile con un numero accresciuto di soggetti?
    Sarà ancora più fattibile: questo sistema di competizione virtuosa è tanto più plausibile quanto maggiore è il numero di soggetti, o il numero di tipologie diverse, che hanno vantaggio ad affermare il meglio di sé.
    E in una situazione di risorse limitate...
    Il problema delle risorse va tutto ripensato: oggi noi abbiamo un concetto di risorsa che è esclusivamente di finanziamento statale, ma siamo in presenza di uno spreco straordinario, non tanto perché l'erogazione va verso rami secchi, ma perché, non essendoci nessuna verifica dell'efficacia dei sistemi formativi, di fatto questo finanziamento è a perdere. Questo onere oggi grava interamente sullo stato: non c'è finanziamento da parte delle famiglie, se non per le tasse scolastiche, né da parte delle forze economiche. In un'ipotesi di ridistribuzione delle responsabilità, da parte delle autonomie locali, dei singoli istituti, capaci di interagire col proprio territorio, con personalità giuridica, con capacità di stipulare convenzioni su progetti, allora il ventaglio delle fonti di finanziamento aumenta, perché si può pensare di chiedere alle imprese di sovvenzionare la formazione. I finanziamenti sarebbero non sulle spese correnti, ma su progetti specifici.
    Cosa succederà alle zone d'Italia in cui questo meccanismo virtuoso sarà più difficile da innescare?
    L'investimento forte iniziale da parte dello Stato dovrà essere tale da perequare le situazioni. Penso al tema dell'edilizia scolastica, che in certe zone è un tema scottante. Devono essere previsti fondi di perequazione tali da garantire realmente pari opportunità di partenza. Questa è una delle poche funzioni fondamentali che rimarrebbe in mano al Ministero.
    A cura di Benedetta Nanni

    All'inizio

    Tra programmi di riconversione ed esuberi da smaltire, la vicenda degli insegnanti della scuola richiama il riutilizzo di materiali di scarto. Dai corsi abilitanti alle graduatorie di anzianità, emerge un meccanismo che tutto considera fuorché l'impegno e la competenza.

    Corsi, concorsi e riciclaggi

    Fra le tante e complesse cause dell'attuale situazione di difficoltà della scuola, occorre tener conto anche delle modalità di assunzione e utilizzo del personale docente. È noto a tutti che una deleteria prassi ha fatto sì che l'amministrazione abbia (per miopia o interesse clientelare-elettoralistico) sempre favorito il formarsi di enormi sacche di precariato, che in modi assai discutibili e senza alcuna forma di verifica e selezione è stata via via assunta in ruolo. Il formarsi del precariato dipende dal fatto che le assunzioni temporanee (le supplenze) sono piuttosto diffuse e si basano su graduatorie l'iscrizione alle quali è libera; tali assunzioni ingenerano aspettative di lavoro che per anni sono state soddisfatte sostanzialmente con due diversi strumenti: l'ope legis (cioè l'assunzione definitiva di chi avesse in determinati archi temporali un certo numero di giorni di servizio come supplente) e i corsi abilitanti (cioè la frequenza a corsi di formazione professionale privi di qualsiasi barriera selettiva). Un minimo di verifica delle competenze professionali dei docenti si è cercato di recuperarlo con l'istituzione del cosiddetto "doppio canale", che consiste nel dividere l'assegnazione di posti di ruolo tra personale precario fornito di abilitazione all'insegnamento e vincitori di concorso ordinario (strumento limitato e da riformare, ma l'unico corretto per assicurare ai candidati pari opportunità e al servizio pubblico standard di competenza).
    La situazione si è fatta più grave quando, per il calo della popolazione studentesca e le necessità di risparmio, si è proceduto al "taglio delle classi". Davanti agli esuberi l'amministrazione, anziché ridurre il precariato e puntare ad una selezione qualificata del personale (da immettere in ruolo o da escludere dall'insegnamento), ripropone l'organizzazione di corsi abilitanti (legge finanziaria dicembre '95) e di corsi di riconversione (D.M. 176 - 27 maggio '95). Questi ultimi consistono nel forzato spostamento di insegnanti che da tempo insegnano determinate discipline (sulle quali, si presume, hanno competenze didattiche e disciplinari) su altre discipline che vengono ritenute "affini", mediante un corso professionale di qualche decina di ore. Quindi avviene il trasferimento, per cui, ad esempio, un professore di pedagogia che ha insegnato per anni alle magistrali, passerebbe ad una cattedra di filosofia in un liceo.
    Due le conseguenze poco confortanti per la qualità del servizio scolastico: innanzi tutto la preparazione "riciclata" sarà di scarsa qualità, in secondo luogo verranno penalizzati i docenti che, per formazione originaria (e quindi per competenza), avrebbero dovuto ricoprire le cattedre affidate ai "riconvertiti". Infatti, una volta inseriti nella stessa graduatoria, i docenti vengono selezionati esclusivamente in base all'anzianità di servizio: un criterio che penalizza la professionalità sia dal punto di vista della selezione del personale in esubero (che perde posto senza alcun riferimento ad una valutazione qualitativa del lavoro svolto), sia dal punto di vista delle nuove assunzioni, che tagliano fuori i giovani, per quanto preparati. Ma la qualità della scuola (come di ogni servizio pubblico) non può prescindere dalle qualità professionali di chi vi opera.
    Mario Nanni

    All'inizio

    Riconvertirmi? No, grazie.

    Fiorenza Flores è da 26 anni docente di ruolo di discipline economico aziendali. Dopo aver seguito il corso di riconversione professionale per accedere alla graduatoria di discipline giuridiche ed economiche, ha rifiutato di sostenere l'esame, rinunciando così a tutti i benefici che le sarebbero derivati.
    A chi è stato rivolto il corso?
    Sono stati "invitati" in modo perentorio tutti gli insegnanti che, in base alle proiezioni sull'anno successivo, risultavano "perdenti posto". Vorrei sottolineare che perdere il posto è una questione di sfortuna: trovarsi ultimo nella graduatoria di una scuola in contrazione. Infatti non vengono riorganizzate le graduatorie e non si tiene conto dell'anzianità di servizio. L'unico criterio scelto è la casualità.
    Come sono stati organizzati questi corsi?
    In modo vergognoso: i docenti non erano coordinati; salvo qualche lodevole eccezione, ognuno ha trattato un argomento senza calarsi nella realtà scolastica. Molti dei docenti universitari hanno dichiarato perfino di non conoscere i programmi ministeriali. Il programma era disarticolato, trattava temi specifici come se si fosse trattato di un corso di aggiornamento, rivolto a persone esperta in materia. La coordinatrice, in seguito ai malumori dei corsisti, ha dichiarato di aver organizzato un corso di alta qualità, che non pensava dovesse essere rivolto a persone "ignoranti ed incompetenti", aggiungendo al danno le beffe. Inoltre c'è stata una mancanza totale di trasparenza: le modalità sono state comunicate solo alla vigilia degli esami; ancora adesso non sappiamo che tipo di utilizzo avrà questa abilitazione (sarà spendibile a livello regionale? E secondo quali graduatorie?). E poi c'è stata una gran fretta: ci è stato fatto chiaramente capire che l'esame sarebbe stato un pro forma: volevano forse immetterci in graduatoria prima dei trasferimenti, in modo da poterci piazzare in qualche buco?
    Perché ti sei rifiutata di sostenere l'esame?
    Non credo nella riconversione, perché questa operazione si può effettuare solo in barba alla qualità: nell'arco di 80 ore non ci si può certo impadronire di specifiche conoscenze disciplinari e tecniche. L'ho fatto per dignità personale e per rispetto di un'utenza che non si può prendere in giro: gli studenti non sono cavie. Inoltre c'è una questione di rispetto nei confronti degli insegnanti della materia a cui noi siamo stati "riconvertiti": nel giro di un paio di anni, unificando le graduatorie, verranno penalizzati docenti vincitori di concorso, competenti, scavalcati solo per un mero criterio di anzianità da chi ha una infarinatura derivata da un corso di 80 ore. Come me, hanno rifiutato di sostenere l'esame altri 4 insegnanti, tutti con esperienza didattica almeno ventennale. Se si pensa alla qualità della scuola non si può stare dalla parte sbagliata. Non sappiamo comunque, a questo punto, cosa sarà di noi, perché non sappiamo cosa comporti il rifiuto dell'esame.
    Immagino che esistano soluzioni alternative...
    Certo. Solo la riconversione che non tutela e non salvaguardia la professionalità, è inconcepibile per il docente. Stiamo pagando per una gestione scritteriata: c'è stat un aimmissione in ruolo di docenti che sono diventati soprannumareari nel giro di un anno: in proiezione non c'erano cattedre. C'è stato il taglio delle classi, e non si è mai controllato la qualità degli insegnanti: a rimetterci è stata sempre la qualità del servizio. Si dovrebbe fare una graduatoria provinciale e non all'interno di singoli istituti, per tutelare l'anzianiyà di servizio. I giovani che intendono intraprendere la carriera di insegnante dovrebbero essere selezionati, per non creare sacche di precariato, tramite concorsi; i docenti in servizio andrebbero controllati tramite un sistema di valutazione nazionale, e non selezionati indiscriminatamente in base a criteri del tutto casuali. È del tutto assente la volontà di intervenire a tutela della qualità del servizio: tali corsi, di cui nessuno sa niente, ne sono la prova.

    All'inizio

    PAG. 11 - cittadini del mondo

    Padre Alessandro Zanotelli, missionario comboniano ed ex-direttore di Nigrizia, da diversi anni vive ed opera nelle bidonville di Nairobi. Nei passaggi di un intervento tenuto a Bologna nei giorni scorsi, la sua testimonianza e il suo appello su guerre, economia e informazione.

    Profezie africane nel deserto d'Europa

    "Non mi interessa fare una conferenza, mi interessano i volti": così inizia Alex Zanotelli, invitato dal Centro Studi Donati lo scorso 15 febbraio per una conferenza sul Sudan, nell'affollatissima aula delle Nuove Patologie del Sant'Orsola.
    Il disastro dell'Africa
    "Da trent'anni il Sudan è in una guerra sanguinosa; doveva essere una guerra Nord-Sud invece si è frantumato il Sud. Non per ragioni ideologiche: si è spaccato per i giochi della multinazionale LONRO (London Rhodesia). In molte altre zone dell'Africa gli stati autoritari si sono sgretolati: in Ruanda su sette milioni di abitanti un milione sono morti, tre sono profughi, uno e mezzo sono stati sfollati; in Burundi avviene lo stesso massacro però più lentamente. Lo Zaire è crollato completamente. Soffrono anche zone che sembravano stabili, come il Camerun. Il Kenya pareva un modello di stabilità politica, ma il governo mette le etnie una contro l'altra. Il problema non sono le etnie ma la strumentalizzazione economica".
    Perché la violenza?
    "Siamo arrivati a qualcosa di inaudito per l'umanità: la violenza che non ha significato. Finora le violenze anche più gravi venivano giustificate, erano controllate. Oggi non ci sono più spiegazioni: Jugoslavia, Ruanda. L'unica spiegazione è che il genio della violenza ci è scappato di mano: è fuori dalla bottiglia e abbiamo paura. Gil Bailie in "Violence unveiled: humanity at the crossroad" dice: la razionalità non può più spiegare nulla. Questa violenza senza spiegazioni diventerà apocalittica. L'unica uscita è la croce: un Dio che non chiede sangue ma si mette dalla parte delle vittime. La nonviolenza non l'ha inventata Gandhi ma Gesù e le chiese non ne vogliono ancora sapere".
    Il fondamentalismo
    "Vent'anni fa si parlava di "morte di Dio", oggi invece le religioni fioriscono e c'è il fondamentalismo. Perché? La gente ha visto che nella vita moderna, nel sistema economico che viene imposto, non c'è nulla; ecco che il fondamentalismo è un salto; è cercare acqua fresca. Non si possono semplificare le questioni, ma non ci sto a fare crociate, guerre religiose. Il problema non è religioso ma di diritti umani: il diritto dei popoli alla loro cultura. Bisogna uscire dalla logica religiosa; è grave che l'unica superpotenza rimasta veda l'Islam come nemico."
    La violenza economica
    "Quando guardate in fondo alle cose, il problema è uno solo: l'economia. L'Africa ha il 2% del prodotto globale lordo. Vedo ad occhi nudi i poveri peggiorare la loro condizione; fra dieci anni metà dei ragazzi di Nairobi non riuscirà ad andare in prima elementare. Voi parlate di "aggiustamenti strutturali": pazzia pura. L'apartheid economico riguarda il 20% della popolazione. La Banca Mondiale afferma che un miliardo e centocinquanta milioni di persone sono assolutamente inutili.
    Quello che mi fa male è che le chiese non dicano che questo è male; si insiste sempre sul sesto comandamento, Gesù ne parla nei Vangeli solo tre volte. Invece parla spessissimo di denaro. Per la Chiesa uno che ha un miliardo in banca può fare la comunione. Ci sono altri due aspetti del sistema, oltre alla finanza: il militare e i massmedia. Negli Stati Uniti, secondo dati di due anni fa, più del 51% della ricerca, anche nelle università, è militare. Ho saputo da uno molto addentro che in Italia il minimo che andava ai partiti di governo in tangenti dalla vendita delle armi era il 10%. Quanto ai massmedia, in Italia sono tutti controllati da due complessi industriali, in USA da dieci. Il sistema vuole darci l'illusione di essere l'unico possibile. Ci fa diventare un tubo digerente: ogni americano vede la televisione per ventisei ore alla settimana. Questo sistema ci ipoteca il futuro. Gli scienziati ci danno cinquant'anni di tempo per cambiare, prima che l'ambiente sia del tutto compromesso. Se tutti i paesi seguissero l'industrialismo ci vorrebbero cinque o sei pianeti. Gli scienziati di Wuppertal - quelli che danno materiali a Beppe Grillo - dicono che la Germania, se vuole sopravvivere, dovrà tagliare i consumi del 90% nei prossimi cinquant'anni".
    Che cosa si può fare?
    "Io mi appello a voi. I poveri mi insegnano che la vita vince; tocca a voi farla vincere. È nata la Banca etica: appoggiatela. Appoggiate le MAG e il commercio equo e solidale. È uscita la "Guida al consumo critico" di Gesualdi, finalmente. Vedrete che sarà un polverone. In campo politico, esistono tanti gruppi ma non ne esce niente: quando incontro l'Azione cattolica, l'Agesci, mi dicono "noi restiamo nel prepolitico". È ora di cambiare. Fate un coordinamento: i gruppi di base devono esprimere un referente a livello regionale, in modo che ci sia un coordinamento nazionale composto da tutti i referenti regionali. In questo modo i gruppi impegnati nel sociale possono trovare una voce politica ed essere ascoltati.
    Attenti al nuovo modello di difesa, alla nuova legge sull'obiezione di coscienza, all'esercito fatto di professionisti: in un momento in cui si parla di uomo forte una proposta del genere è molto pericolosa. Fatevi la vostra stampa, tutto quello che volete, ma fate girare controinformazione. Non si può fare la lotta al sistema da soli. Se non siete credenti, fate dei gruppi di riflessione. Se siete credenti, fate una comunità di base, che ogni quindici giorni si riunisce per leggere la Parola. Fanno così in Nord-America. Ma smettiamola di dividerci tra credenti e non credenti. Il comunismo diceva: cambiando le strutture cambia l'uomo. In realtà, se l'uomo non cambia la struttura, sarà la struttura a cambiare lui. Sporcatevi le mani per far vincere la vita".
    a cura di Sergio Govoni

    All'inizio

    PAG. 12 - Luci sulla Città

    Ha preso il via il 21 novembre l'iniziativa "Luci sulla città", con una serata sul tema della sicurezza cittadina. Pur nel silenzio dei mezzi di comunicazione, si sperimenta una nuova strada per "monitorare" l'operato concreto della pubblica amministrazione e il grado di attuazione dei programmi elettorali. Coi cittadini una volta tanto protagonisti.

    Bologna in/sicura?

    Nell'era dei mezzi di comunicazione e dei dibattiti globali, capita spesso che tutta l'attenzione si vada a concentrare su ciò che sta per avvenire, piuttosto che su ciò che è appena accaduto. Ecco dunque che si continuano a fare grandi progetti, dimenticando che poi essi vanno realizzati e verificati in dettaglio. La cosa è particolarmente rilevante quando si tratta di idee e progetti che riguardano la vita quotidiana di migliaia di cittadini.
    LUCI SULLA CITTÀ (iniziativa da noi lanciata nel N. 4) vuole occuparsi di questa verifica a livello locale nel quadro di un rinnovato rapporto fra cittadini e amministratori. In particolare, vogliamo capire non solo ciò che si ha programma di fare, ma soprattutto che cosa si è fatto concretamente di quanto è stato programmato.
    Oltre i cento giorni
    Oggi a Bologna, usciti dalla seduzione tutta letteraria del "programma dei cento giorni", si deve discutere a fondo il cosidetto "programma di mandato" che, a circa un anno dall'insediamento del nuovo Consiglio Comunale, stenta ancora a prendere una forma concreta ed attuativa. Se da un lato nessuno vuole surrogare il Consiglio Comunale nei compiti di controllo che gli sono propri, dall'altro è evidente nei fatti che il rapporto "delegato-delegante" sia rarefatto e che la tradizione partecipativa che contraddistingueva la nostra città si sia fortemente affievolita negli ultimi anni. In questo senso in queste ultime settimane, sono state suggerite e discusse varie proposte di monitoraggio con grande rilievo sulla stampa locale, che peraltro ha pervicacemente ignorato ogni vero contatto con la base dei cittadini.
    La preparazione del primo incontro di LUCI SULLA CITTÀ, centrato sul tema della sicurezza urbana e tenutosi il 21 novembre scorso, ha permessp di mettere a punto alcune schede sintetiche sui sotto-progetti essenziali del progetto comunale "Bologna sicura: vivere insieme la città". In particolare, per ciascun sotto- progetto è stata preparata una scheda articolata in:
    a) data di inizio,
    b) responsabilità istituzionale,
    c) scenario di riferimento,
    d) obiettivi ed azioni previste,
    e) risorse impegnate,
    f) risultati concreti ottenuti,
    g) prospettive future.
    Le schede, distribuite all'incontro e disponibili per chi ne facesse richiesta, sono state curate dallo staff tecnico dell' Assessorato alle Politiche Sociali grazie alla collaborazione dell' Assessore Golfarelli e della Dott. Cattoli.
    Un monitoraggio da parte dei cittadini
    Ognuno dei progetti in corso dovrebbe secondo noi essere oggetto di un monitoraggio periodico basato su schede di questo genere, in modo da rendere l'informazione accessibile direttamente senza la mediazione episodica (e spesso frettolosa o di parte) oggi disponibile tramite i mass-media. Un approccio di questo tipo, naturalmente migliorabile, potrebbe rivelarsi un elemento qualificante nella (molto sbandierata, ma poco attuata) volontà del "palazzo" di colloquiare con il cittadino, favorendo vere verifiche del proprio operato.
    Nel corso di questo incontro sul tema della sicurezza sono emersi due aspetti fondamentali. Il primo è legato alla intrinseca complessità dei fenomeni sociali coinvolti e alla difficoltà in cui l'Amministrazione si trova nel connettere in una rete efficiente azioni delimitate e mirate con problematiche più vaste, soprattutto se legate alla prevenzione o alla risoluzione di problemi collegati (casa, lavoro, assistenza,sensazione di paura, etc.). Il secondo consiste nella difficoltà di fare emergere dal contesto farraginoso delle strutture burocratico- amministrative un quadro chiaro della situazione che è andata evolvendo su canali, uffici, progetti multipli spesso non collegati fra loro, nonostante l'impegno e la professionalità delle persone coinvolte. Si ha a tratti l'impressione che sia quasi più importante produrre idee e lanciare iniziative che fermarsi su di esse e spingerle a fondo per incidere concretamente nella realtà.
    E adesso... il traffico
    Il prossimo tema che affronteremo con sarà collegato al tema del traffico. Fatevi vivi se volete provare a capire e verificare.
    Andrea Cavrini

    All'inizio

    PAG. 13 - informazione e democrazia

    Fa discutere la proposta di Stefano Bonaga, padre del progetto Iperbole del Comune di Bologna, di dare la connessione piena ad Internet a tutti i cittadini, a spese del Comune. La rete è un diritto da garantire a tutti, come l'assistenza sanitaria, o va lasciata al libero mercato? Ne discutiamo con Lucio Picci, dell'associazione "ciberspaziale" Città Invisibile.

    Internet: col canone o con la pubblicità?

    Internet ai cittadini: non si può certo negare il ruolo pionieristico svolto dal Comune di Bologna, che ha attivato da ormai più di un anno un progetto in questo senso. Grazie anche a finanziamenti comunitari, il progetto Iperbole permette ai cittadini di Bologna di ottenere gratis l'accesso alla posta elettronica e ad un insieme di altri servizi, selezionati dal Comune. L'ex-assessore Bonaga, promotore del progetto e rimasto a curarlo con una delega specifica anche dopo il suo abbandono della giunta, ha proposto di estendere il progetto a tutto l'insieme delle informazioni presenti in rete, fornendo gratis ad ogni cittadino quello che in gergo viene definito un accesso "full-Internet", ossia un accesso completo. Le polemiche che hanno accolto questa proposta vertono tutte attorno ad un nodo centrale: l'accesso alla rete telematica è una questione di democrazia, e dunque deve essere fornito come servizio pubblico (come sostiene Bonaga) oppure è un servizio come il telefono o la luce, che quindi va pagato direttamente dal cittadino (come sostengono molti altri, e fra questi in particolare i fornitori privati di accesso ad Internet, che temono che il Comune finisca con privilegiare uno solo di essi, a danno di tutti gli altri)? Fra le tante voci che si sono levate, anche quella di Lucio Picci, che è fra i fondatori ed è presindente di Città Invisibile, una associazione presente su Internet (e che peraltro ospita sul proprio server le pagine de Il Mosaico), che ha proposto che il Comune, invece di scegliere un singolo fornitore, emetta un "buono" (voucher) con cui ogni cittadino possa recarsi dal fornitore di accesso che preferisce per ottenere il collegamento.
    Partiamo proprio dall'idea del "voucher": è solo un modo di mantenere attivi e in concorrenza fra loro i diversi fornitori di Internet o ci sono altre motivazioni?
    La nostra proposta a Bonaga di emettere un "voucher" è in parte da intendersi come una provocazione. Per apprezzarla, è necessario fare un passo indietro. La politica dell'amministrazione bolognese di dare "Internet gratis" è articolata su due scelte di fondo. Primo, di ridurre a zero uno dei quattro elementi che concorrono a formare il costo della connessione a Internet: il costo della connessione. Vi sono però altri tre elementi di costo, sui quali l'amministrazione ha deciso di non intervenire: l'acquisto del computer, il costo delle telefonate urbane (la famigerata TUT, o "Tassazione urbana a tempo"), e il costo della formazione ed alfabetizzazione. Siccome il costo della connessione è una piccola parte del costo totale, a Bologna non è affatto vero che Internet è gratis. Secondo cardine della politica bolognese, l'aver scelto di ridurre il costo della connessione sostituendosi ai privati, fornendo direttamente il servizio. Non è scontato: una amministrazione può render gratuito un servizio fornendolo direttamente, ma anche rimborsando i cittadini che lo acquistano da privati. Nel primo caso, si uccide il mercato e la concorrenza, nel secondo no, fermo restando la garanzia del "diritto". Nel caso specifico, se l'amministrazione deciderà di fornire la connessione "piena" a Internet direttamente, che faranno le imprese private che già stanno sul mercato? E gli utenti, perché privarli del beneficio di poter scegliere il fornitore che preferiscono?
    Prescindendo dalle modalità, pensi che sia effettivamente un compito dell'amministrazione dare l'accesso gratis ai cittadini, proprio in un momento in cui vari servizi sociali vengono privatizzati o comunque diventano a pagamento?
    No, il costo principale per collegarsi ad Internet è la formazione. Se non sai utilizzare uno strumento, non lo utilizzi neppure se è gratis. A Bologna non si è fatto nulla, o quasi, per formare gli utenti. Era necessaria un'azione incisiva nelle scuole, nei luogi di aggregazione. Semplicemente, non è stata fatta. I 460 milioni spesi dal comune (escludendo le risorse interne) potevano essere meglio impiegati, non vi è dubbio.
    Più in generale, quale pensi debba essere il ruolo delle istituzioni in tutta la materia relativa alle autostrade informatiche, e cosa deve essere lasciato al mercato da un lato e all'associazionismo dall'altro?
    Le amministrazioni locali, sempre più, si trovano a svolgere un ruolo supplente nei confronti del potere centrale. Sono il "front desk" dello stato con il cittadino. Il loro ruolo nella promozione di un utilizzo democratico delle reti telematiche potrebbe essere fondamentale. Un ruolo di formazione, di sperimentazione, di utilizzo degli strumenti a disposizione per rinnovare l'amministrazione e in prospettiva i rapporti con i cittadini. L'associazionismo può avere un ruolo importante per realizzare un ampio progetto di formazione. Per esempio, garantendo corsi di formazione gratis in cambio di un "patto sull'onore" - insegnare un corso analogo ad altre persone - e visibilità all'associazione di appartenenza, anche con iniziative di tipo tradizionale, come convegni o altro. Un vero e proprio "patto politico" tra amministrazione e associazioni di volontariato, insomma.
    Cosa pensi dell'esperienza di Iperbole finora? E in particolare dei problemi connessi al fatto che qualcuno in Comune debba decidere quali informazioni rendere accessibili dai cittadini?
    Il mio giudizio su Iperbole è critico ma costruttivo. Bonaga ha avuto il merito di porre un problema. Bonaga ha il demerito di essersi dimostrato incapace di governare il processo che ha messo in piedi, di non aver formato gli utenti, di aver fatto interventi pesanti in un seppur piccolo settore economico senza aver la competenza necessaria. Ora dovrebbe dimostrare che sa ascoltare i consigli e apprendere dagli errori, insomma aggiustare la rotta.
    Internet ha la fama di mezzo democratico per eccellenza, sia per l'interattività che per il numero praticamente illimitato di "canali", a differenza della televisione e degli altri mezzi di informazione. È davvero così o è solo un'illusione dei primi pioneri destinata a tramontare in fretta?
    Tra Internet e gli altri media c'é una discontinuità, è indubbio. Quanto alla fine sarà rilevante, quanto importante sarà la "rivoluzione", non è ancora dato sapere. Le potenzialità ci sono, sta in noi avere la lucidità necessaria perché emergano.
    Quali obiettivi e quali priorità si dà l'associazione Città Invisibile in questo contesto?
    Riguardo alle reti civiche, abbiamo alcune novità importanti. La nostra commissione sulle reti civiche, coordinata da Gaia Grossi, ha appena prodotto un documento "programmatico" valido per tutta la Città Invisibile. È innanzitutto interessante come, utilizzando la rete, si sia giunti a una posizione comune. La commissione ha ricevuto una delega ufficiale, poi ha discusso, quindi si sono tirate le fila. Al termine di questo processo, il documento è passato al vaglio dell'assemblea. Ora è ufficiale. Riguardo al contenuto, sono estremamente soddisfatto. Credo davvero che sia importante e significativo. Ora lo stiamo diffondendo, e le prime critiche che ci sono giunte, molte da parte di amministratori, sono estremamente lusinghiere.
    a cura di G.P.

    All'inizio



    PAG. 14-15 - lettere

    Riceviamo e pubblichiamo. In disaccordo su alcune affermazioni del dr. Lado, l'Associazione Insegnanti Metodo Billings dell'Emilia Romagna (AMBER) e don Tommaso Ghirelli (delegato diocesano per la pastorale sociale e del lavoro) aggiungono la loro voce al dibattito.

    Un metodo alla portata di tutti

    L'intervista "Perbenisti e Indifferenti" disegna i tratti di una società le cui contraddizioni ci appaiono sempre più evidenti, fuori e dentro le istituzioni, fuori e dentro le aggregazioni, fuori e dentro la persona. Crediamo sia opportuno raccogliere la provocazione, lanciata dall'intervista al Dott. Antonio Lado perché vogliamo che il suono un po' amaro e un po' sofferto di queste parole non sia l'unico messaggio a riecheggiare nel cuore della gente. Ogni esperienza nata dalla fatica, dal desiderio di fare il bene, acquista una sua dignità e si mostra come chiave di lettura per comprendere sempre meglio e per sempre meglio operare. Ed è per questa ragione che desideriamo affiancare all'esperienza della "latitanza della scuola", "ai pudori della Chiesa" e "alla solitudine delle ragazze" (così dice l'articolo) l'esperienza di un gruppo di donne che come volontarie da anni si impegnano per la difesa del valore della vita negli ambiti in cui essa si esprime e si manifesta e che hanno scelto di diffondere la conoscenza e l'utilizzo dei Metodi Naturali come una via di crescita personale da proporre. Non è nostra intenzione far emergere le distanze ma piuttosto aprire un confronto nella speranza però che possa emergere la comune verità. L'esperienza ormai ventennale di diffusione del Metodo Billings, uno tra i diversi metodi naturali di controllo della fertilità, ci permette di mettere in discussione l'affermazione che i metodi naturali in generale sono strumenti "non per tutti e che funzionano solo per persone con una certa cultura e una forte motivazione". Le caratteristiche della proposta in realtà rendono il Metodo estremamente duttile: non c'è una selezione in partenza né rispetto alle classi di età nè rispetto all'appartenenza sociale. E' noto che i Metodi Naturali sono uno strumento di conoscenza della fertilità della coppia e aiutano la donna, l'uomo, la coppia a fare delle scelte in merito alla vita sessuale e alla procreazione. E ogni strumento per essere tale deve essere praticabile, altrimenti che strumento è? Alla base di ogni scelta c'è sempre una motivazione, esplicita o implicita, consapevole o inconsapevole: certamente essere motivati è importante per intraprendere la conoscenza e l'uso dei metodi naturali, ma sappiamo che ogni persona può approdare a scelte importanti spinta da piccole curiosità, dal desiderio di capire, dall'angoscia, dalla disperazione. Qualunque cammino, che vale la pena percorrere ha in sè degli elementi di difficoltà o incertezza ma deve essere valido, utile, praticabile, principalmente per chi lo propone. Ci rendiamo conto che proporre uno strumento o una soluzione in pillole è sicuramente più semplice che proporre un cammino, ma siamo convinti che ne valga la pena. L'aspetto culturale poi, può diventare un alibi. La semplicità dei metodi naturali nella sua comprensione ed applicazione è ormai risaputa. Don Mario Zacchini, sacerdote che ha lavorato per 10 anni in Africa nella Comunità di Usokami in Tanzania, riferisce che la diffusione del metodo è uno degli impegni pastorali principali nella comunità africana. Sono circa 40 le coppie che conoscono ed utilizzano il Metodo Billings e molte di queste sono "culturalmente povere". Una coppia fu mandata a circa 1.200 Km. di distanza per impararlo. Attualmente sono 3 le coppie impegnate ad insegnarlo a chi lo richiede. Inizialmente la proposta del Metodo Billings veniva diffusa nei villaggi. L'esperienza svolta in questi anni ha messo in evidenza che l'utilizzo del Metodo Billings aiuta le coppie a crescere nel dialogo e nella conoscenza reciproca. Qualsiasi scelta contraccettiva non ha un valore educativo e a volte mantiene uno "squilibrio" all'interno della coppia. Il percorso offerto dal Metodo Billings comporta una fatica psicologica che passa attraverso l'autocontrollo in funzione però di una maggiore conoscenza di sè e dell'altro, e questo alimenta la relazione nella coppia. In sintesi abbiamo riscontrato che il Metodo Billings è accolto da chi comincia un dialogo e con questa proposta il dialogo cresce. Recenti dati statistici sul territorio nazionale, in corso di pubblicazione, hanno mostrato un indice di affidabilità che si avvicina al 100%. Nei consultori, nei Centri di Accoglienza, nelle Comunità, nella strada, si incontrano spesso situazioni difficili: la sofferenza e il disagio che si prova di fronte al dolore altrui ci spinge a rispondere al bisogno offrendo soluzioni e a proporre strade a volte semplificate, nella speranza di ridurre lo stato di sofferenza. La tentazione di "ricercare il male minore" o "ridurre i danni" è forte e la sperimentiamo quotidianamente. La persona, qualunque sia la difficoltà che esprime, va ascoltata, capita ed accolta: ma dobbiamo tutti sforzarci di fare proposte "liberanti" anche quando ci costringono a risalire la corrente!
    AMBER (Annalisa Zandonella)

    L'insegnamento del Metodo Billings viene proposto a Bologna e provincia in vari Consultori e Servizi sia a livello regionale che nazionale. Le insegnanti abilitate del Metodo Billings sono disponibili nell'accompagnare la coppia nel cammino di apprendimento e di utilizzo del metodo presso i Consultori Familiari di via Irma Bandiera 22 (Bologna), tel 6145487; via San Martino 58 (Castel S. Pietro) tel 940833; via Capponi 2 (Porretta) tel 0534-21052; oppure presso il Servizio Accoglienza alla Vita, via Pieve 1 (Cento di Budrio) Tel 802919; o presso il Servizio di Consulenza per la Vita Familiare, Via Reggio Emilia 33 (S. Lazzaro) Tel 450585.


    Tenere aperto il problema

    "Perbenisti e indifferenti": le provocazioni contenute nell'intervista al dr. Lado mi hanno fatto pensare. Anzitutto per le accuse alla comunità ecclesiale, sulle quale vorrei ritornare non per ribatterle ma per arricchire la riflessione. Poi perché nell'intervista ce n'è per tutti: per me e anche per il dr. Lado. Così, vorrei che ci impegnassimo tutti e due con più convinzione a sostenere la castità e i metodi naturali. Se partiamo dal presupposto che i casi limite del consultorio sono la norma, perdiamo il coraggio di parlarne! Non vorrei che cadessimo nel tranello di raccomandare la contraccezione come male minore; piuttosto, a chi è in una situazione di debolezza morale presentiamo l'ideale in modo sereno, gioiose, e chiediamo di fare un piccolo passo in avanti. Non il minor male, ma un po' più di bene. Non una legge morale arcigna ma tanta schiettezza. E accompagnare pazientemente chi prova a fare meglio. Invece di accuse un po' generiche alla "Chiesa", cerchiamo di tenere aperto il problema nelle nostre comunità parrocchiali, dove forse c'è troppo pudore di parlarne, ma c'è anche saggezza pastorale e "profezia". E non faremo passare tutte le ragazze per incontinenti o sprovvedute, tutti i ragazzi per caproni. "Il Mosaico" non dovrebbe privarsi dell'oro...
    Tommaso Ghirelli





    Riceviamo e pubblichiamo. La distanza fra città e palazzo, la classe politica, le candidature alle prossime elezioni. Sulla scia del dibattito che ha già visto intervenire Paolo Fabbri e Gabriella Santoro, ci scrive Donata Lenzi, assessore provinciale, e Stefano Gruppuso.

    Attenzione a non fare di tutta l'erba un fascio

    Sono lieta di vedere la rivista crescere, realizzarsi il sogno di coloro che si sono impegnati e mantengono certamente il mio piccolo sostegno, vorrei però, se mi date un po' di spazio, intervenire nella discussione aperta dalla lettera di Paolo Fabbri - attuale assessore all'ambiente della Provincia e proseguita dalla risposta di Gabriella Santoro. Mi sento infatti chiamata in causa, sia come assessore nella medesima Giunta, che come amica. Permettetemi quindi di esprimere una voce in difesa del nostro lavoro. Non conosco la Santoro, ma conosco personalmente Paolo, da prima che ci trovassimo a condividere questa avventura (la partecipazione alla giunta Prodi) con ruoli di responsabilità: ho condiviso con lui un po' di ore al freddo per raccogliere firme per i referendum, la speranza che Mario Segni fosse la persona giusta, la disillusione successiva. So che Paolo prima di tutto è un tecnico, che insegna ancora all'Università perchè non pensa affatto di fare il politico a vita. Mi addolora, quindi, vedere che il suo sfogo non è stato compreso. Era lo sfogo di una persona seria che tentava da anni, fuori dai partiti, di fare qualcosa di concreto per migliorare la situazione del nostro Paese e si è trovata davanti anche il lato brutto della politica. Dalla risposta che ha ricevuto direi che non è stato compreso non c'è stato nessuno sforzo per informarsi. Questo, infatti, mi auguro sia il motivo delle incomprensioni: la mancanza di conoscenza reciproca. Ambizione, privilegi, forti guadagni: queste sarebbero le motivazioni di chi fa politica senza nessuna distinzione fra l'europarlamentare e il sindaco di un paesino. Non è un giudizio un po' frettoloso? Penso al mio amico di Monzuno che fa l'assessore, ha diritto a zero lire, perchè il comune non raggiunge i 5.000 abitanti, eppure non lavora meno, nè ha meno responsabilità di un altro: lo fa gratis perchè crede che sia suo dovere e perchè la sua gente - che lo conosce - gliel'ha chiesto. Mi permetto, d'altro canto far notare che la politica economicamente costa moltissimo. Voi che avete fatto l'esperienza del giornalino, pensate quanto sia importante per le forze politiche far conoscere le proprie idee: ci vogliono giornali, spazio tv, volantini, sale per riunirsi. Pensate a quanto costa la campagna elettorale per un candidato: solo nelle favole quello buono, ma senza un soldo, vince le elezioni. Consentire una reale parità di condizioni è uno degli obiettivi fondamentali per la nostra democrazia. Le nuove leggi sull'elezione diretta dei Sindaci e la spinta di questi anni verso un rinnovamento della politica hanno permesso che a Bologna - sia in Provincia che in Comune - accedessero a ruoli di responsabilità di persone nuove, non facenti parte dei partiti tradizionali, in misura maggiore rispetto a quanto è successo nei piccoli Comuni della Provincia. Quello che stiamo sperimentando sulla nostra pelle è la difficoltà di far conoscere ciò che di buono e di nuovo stiamo facendo, a causa dell'impermeabilità della stampa, del totale ostruzionismo del TG regionale, del nostro rifiuto di fare "il personaggio". Tutto ciò rende ancora più difficile agire per rinnovare dall'interno la pubblica amministrazione rompendo abitudini consolidate, perchè l'opera di rinnovamento ha bisogno almeno del consenso esterno. Mi preoccupa inoltre il rischio che corre chi, non avendo un partito alle spalle, si trova privo di quel momento di discussione indispensabile per compiere qualsiasi scelta importante. La solitudine è un rischio reale, perchè, come tutti quelli che lavorano troppe ore, si rischia di perdere il contatto con chi non fa politica. I veri amici ti aiutano, chi ha i tuoi stessi ideali anche, rimane la delusione davanti ai molti, tra cui Gabriella, che fanno di ogni erba un fascio. Ma perchè il Mosaico non invita anche noi al confronto?
    Donata Lenzi


    Candidati nuovi ma di capacità e consenso

    Egregio direttore, ora che il Parlamento è stato sciolto, cosa succede? O meglio, cosa prosegue, con più evidenza di quanto in modo più o meno sommerso già era in corso? E' indubbio: la "guerra" delle candidature! Trombati del passato e vecchie cariatidi si rifaranno vivi con grande vigore, generali senza esercito chiameranno a raccolta le loro truppe fantasma, qualche improvvisato politico reclamerà per sè consensi dovuti in quanto assolutamente nuovo ed inesperto di politica, insomma, tutta una schiera di personaggi, anche in buona fede, si renderanno disponibili, nel modo più sincero faranno di tutto per tentare l'avventura politica. Non è il tempo delle sperimentazioni. Non possiamo più permetterci di mettere alla prova questo o quello. Dobbiamo puntare subito, a mio avviso, su candidati già avviati in politica e che nella loro limitata esperienza hanno dato prove convincenti di qualità, onestà e serietà. Non è neanche più il tempo di candidati catapultati da altri lidi. Non è accettabile la mancanza di radicamento nel territorio, che non vuol dire avere una visione localistica, ma al contrario, possere una conoscenza particolare da integrare in una visione generale. Credo che sia giunta a termine anche la consuetudine del parlamentare "a vita". Vitalizi per questo ruolo penso non debbano esistere. Nel nostro comune vi sono certamente delle figure che sono in possesso di quei requisiti che la gente apprezza: persone serie, già parzialmente collaudate e con un certo consenso. Basta fare riferimento a loro per avere candidature credibili e accettate, mettendo in second'ordine sia quei politici tanto novelli, quanto a rischio di capacità, sia quelli stagionati che rischiano di essere usati, oramai, oltre la "data di scadenza". La posta in gioco è alta e, dal mio punto di vista di sostenitore del centro sinistra, non possiamo permetterci di perdere, allontanandoci così dall'Europa e da uno stato moderno, snello, solidale ed efficiente. Cordiali saluti
    Stefano Gruppuso


    All'inizio

    PAG. 16 - impegno e chiarezza nelle candidature

    DEMOCRAZIA NELLE CANDIDATURE:

    UN PATTO DI RESPONSABILITÀ

    I programmi sono importanti, ma non più delle persone chiamate a realizzarli.
    In vista delle elezioni (più o meno vicine) si discute dei programmi, ma come sempre le manovre per definire le candidature avvengono nell'ombra. Così, nella premura del successo elettorale, si finisce per chiudere gli occhi sulla qualità dei candidati, trascurando la fondamentale esigenza di trasparenza e rinnovamento del personale politico, di cui la nostra democrazia ha urgente e profondo bisogno.
    Per ridare credibilità alla partecipazione politica è invece essenziale che ci sia un coinvolgimento della base anche nell'individuazione, nel confronto e nella scelta delle candidature. Un primo passo nell'esercizio di questo nostro diritto-dovere di cittadini ed elettori è chiedere che da subito venga rispettato un insieme di criteri di chiarezza e di impegno, sia da parte di chi intende essere candidato che soprattutto da parte di coloro che concretamente andranno ad effettuare le scelte. In coerenza con gli stessi principi ispiratori dell'Ulivo, noi sottoscritti chiediamo che nella scelta delle candidature del centro-sinistra venga data piena risposta ai 10 punti che seguono, come soglia minima per consentire un confronto davvero democratico.


    UN IMPEGNO DI CHIAREZZA
    5 domande a cui rispondere
    LA CHIAREZZA NELL'IMPEGNO
    5 impegni da sottoscrivere
    RAPPRESENTATIVITÀ

    1

    RADICAMENTO NEL COLLEGIO
    Che cosa lega il candidato al collegio in cui si presenta? Ha rapporti con attività o iniziative in quel territorio? Quali collegamenti intende mettere in atto?
    VERIFICHE CON GLI ELETTORI
    Impegno a indire in prima persona almeno due incontri all'anno nel collegio, per informare, acquisire indicazioni e verificare il proprio operato con gli elettori.

    6

    TRASPARENZA

    2

    CARICHE E APPARTENENZE
    A quali associazioni, partiti, gruppi, movimenti, circoli, anche riservati, appartiene o è legato? Quali partecipazioni, cariche o ruoli significativi ricopre in società, enti o istituzioni?
    CENTRALITÀ DEL MANDATO
    Impegno a dimettersi dagli incarichi che per inopportunità o anche solo per problemi di tempo risultino incompatibili col mandato di parlamentare, al di là degli obblighi di legge.

    7

    GARANZIE

    3

    DISPONIBILITÀ ECONOMICHE
    Di quali risorse economiche, dirette e indirette, dispone? Su quali fonti di finanziamento può contare? Quanto intende spendere per la campagna elettorale?
    CORRETTEZZA
    Impegno ad evitare ogni conflitto di interesse. Impegno, se indagato, a renderne conto agli elettori, e a sospendere o rimettere il mandato in caso di rinvio a giudizio.

    8

    PROGETTUALITÀ

    4

    COMPETENZE SPECIFICHE
    In quali settori possiede esperienze e competenze specifiche? In quali attività ritiene di potersi concentrare una volta eletto? Quali provvedimenti intende promuovere in proposito? Di quali collaborazioni (persone, enti, associazioni) intende avvalersi per la sua azione?
    TEMI E PROGRAMMI
    Impegno a dichiarare la propria posizione e le priorità rispetto ai singoli punti del programma della coalizione; a comunicare e motivare eventuali mutamenti di opinione durante il mandato; comunque a chiarire preventivamente la propria posizione sui grandi temi e sulle questioni di forte attualità.

    9

    RISULTATI

    5

    CURRICULUM POLITICO
    Se ha già avuto esperienza come eletto o come nominato, quale impegno (presenze alle sedute, proposte, attività) ha caratterizzato il suo mandato? In quali battaglie si è impegnato e quali risultati ha ottenuto? Considera la sua candidatura in una prospettiva di esperienza a termine o di carriera politica?
    RELAZIONE CONCLUSIVA
    Impegno a concludere il mandato con una relazione scritta sull'attività politica svolta. Impegno a dichiarare le variazioni del proprio stato patrimoniale, gli incarichi e le funzioni acquisite nel periodo del mandato parlamentare.

    10



    All'inizio

    AVVISO AI LETTORI

    In questo numero, per fare spazio al documento sulle candidature, abbiamo dovuto rinunciare alla pubblicazione della pagina degli avvisi e degli appuntamenti. Continuate a segnalarci iniziative ed incontri, sempre però con il necessario anticipo, data la periodicità "lunga" di questo giornale. Inviare il materiale a Il Mosaico, via Venturoli 45, 40138 Bologna, oppure al fax 051/302489 Ringraziamo quanti ci avevano inviato materiale e ci scusiamo per la mancata pubblicazione.

    ABBONAMENTI

    Sostenere questo giornale significa innanzitutto leggerlo, poi farlo conoscere, inviare contributi, lettere e suggerimenti per posta, o al fax: 051/30.24.89, o per e-mail a il.mosaico@citinv.it. Ma significa anche abbonarsi!
    Abbonamento ordinario: L. 20.000 (sostenitore: a partire da L. 50.000)
    Con versamento sul C.C.P. 24867400 intestato a: Il Mosaico, via Venturoli 45, 40138 Bologna
    Seguiteci anche su Internet: http://www.citinv.it/associazioni/IL_MOSAICO
    La scritta "96ok" sulla fascetta indica la registrazione dell'abbonamento: se l'avete fatto ma non trovate questa scritta, comunicatecelo.

    NOTA: la diffusione su rete Internet è gratuita, ma un sostegno ec onomico che consenta di coprire i costi di stampa "tradizionale" è naturalmente ben accetto an che da parte dei lettori in Internet. Anzi: ne abbiamo bisogno.


    Il Mosaico

    periodico bimestrale della Associazione "Il Mosaico", via Venturoli 45, 40138 Bologna
    direttore responsabile Andrea De Pasquale
    reg. Tribunale di Bologna n. 6346 del 21/09/1994
    stampa Futura Press srl, Bologna, spedizione in abbon. postale / 50%
    Questo numero è stato chiuso in redazione il 26/02/96.
    Hanno collaborato:
    Anna Alberigo, Marco Calandrino, Andrea Cavrini, Adriano Colombo, Alessandro Delpiano, Flavio Fusi Pecci, Sergio Govoni, Andrea Lenzarini, Guido Mocellin, Benedetta Nanni, Mario M. Nanni, Giuseppe Paruolo, Luigi Pedrazzi, Stefano Selleri, Marco Vagnerini.


    IN QUESTO GIORNALE SOLO LA CARTA É RICICLATA

    Torna alla home page de Il Mosaico.