Numero 7 - Maggio-Agosto 1996
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Redazione
Il consenso ottenuto dall'Ulivo, superiore a quello dei partiti in esso confluiti, ha
dimostrato ancora una volta quanto sia forte il bisogno di soggetti nuovi, che
favoriscano un ricambio del personale politico e una maggiore partecipazione.
Ancora poco di questo si è visto il 21 aprile, che dobbiamo vedere come l'inizio per
un percorso nuovo, nella logica del bipolarismo.
E ora costruiamo l'Ulivo
Uno dei motivi che ci spinsero due anni fa a dare vita a "Il Mosaico" era dimostrare, sul campo, che era possibile
trovare percorsi e progetti comuni che consentissero a persone con diversa provenienza ideale e culturale di
incontrarsi. Era la primavera '94, la destra di Fini e Berlusconi aveva appena vinto le elezioni, e in molti ancora
sostenevano l'impossibilità di un incontro fra cattolici, ambientalisti e gente di sinistra.
Oggi, a valle delle elezioni del 21 aprile, si è dimostrato il contrario: e già questo è un grande passo avanti. Al di là
dei giudizi sui due schieramenti, la vittoria netta dell'Ulivo ha introdotto un elemento di chiarezza, aprendo la strada
verso una maturazione bipolare della nostra politica (anche se resta forte in alcuni l'aspirazione a riaggregare un
centro "condannato a governare", oggi con la destra e domani con la sinistra, in modo da escludere ogni
alternanza).
Naturalmente abbiamo il senso delle proporzioni, e non vogliamo certo paragonare il nostro contributo ai meriti
delle forze politiche e delle persone che hanno reso possibile raggiungere questo traguardo; ma ci piace
sottolineare come Il Mosaico si muovesse di fatto già nella prospettiva dell'Ulivo prima ancora che Romano Prodi
lanciasse il suo progetto politico.
Nell'accogliere con soddisfazione il superamento dei vecchi steccati sancito dal responso delle urne, occorre
riconoscere con grande onestà che quanto è stato fatto finora è solo l'inizio di un processo di rinnovamento
complessivo. Pensare di avere già raggiunto il risultato sarebbe il più tragico degli errori. Come essere soddisfatti
di come è stata condotta dai partiti la spartizione delle candidature? Come non riconoscere che per molti politici
l'Ulivo è stato un autobus da prendere al volo, senza l'intenzione di fare davvero spazio ad una nuova
partecipazione?
La vittoria dell'Ulivo porta in sè anche una grande responsabilità, che è quella di rendere possibile, nel concreto,
una nuova stagione di partecipazione e di democrazia. Per questo non ci abbandoniamo a trionfalismi e non
rinunciamo ad un contributo critico: paradossalmente, dopo che ha vinto nelle urne, è ancora più urgente costruire
l'Ulivo.
Elezioni, partiti e comitati
Da sempre abbiamo sostenuto che non si poteva pensare a una nuova forza rappresentativa del centro e della
sinistra come ad una semplice somma dei partiti che in tale area si riconoscono. Queste elezioni lo hanno
confermato: l'Ulivo ha avuto milioni di voti in più di quelli ottenuti al proporzionale dai partiti che lo componevano.
Peccato che i candidati al maggioritario fossero stati accuratamente suddivisi fra i medesimi partiti, con
pochissimo spazio per esponenti della società civile o dei comitati sorti in tutta Italia per sostenere il progetto
dell'Ulivo. Così dobbiamo onestamente riconoscere che l'esigenza espressa con forza dall'elettorato, cioè votare
il candidato e la coalizione più che il partito alle sue spalle, andrà molto probabilmente delusa, risultando più forte
il legame fra partito e candidato che fra elettori ed eletto.
Il nostro impegno vuole contribuire perchè questo non succeda più. Non si vuole qui parlare bene dell'Ulivo e male
dei partiti: i partiti, purché rinnovati, sono e restano la prima forma di partecipazione politica. C'è chi sta nell'Ulivo
perché si riconosce in uno dei partiti che lo compongono: posizione rispettabilissima, ma non è la nostra.
Alcuni giudicano velleitaria la nostra prospettiva, che punta a fare dell'Ulivo una occasione storica di rinnovamento
e di nuova partecipazione della base alla vita politica. Ma ci chiediamo che futuro avrà l'Ulivo se prevarrà la
tendenza a mortificare o escludere ogni forma di aggregazione fuori dalle attuali strutture partitiche, a spartirsi le
candidature, a opporsi alle primarie e a negare spazi ad ogni istanza della base. Così ingessato l'Ulivo resterebbe
un cartello elettorale, il governo Prodi avrebbe le mani più legate, e alle prossime elezioni la delusione e la
domanda di rinnovamento finirebbe per premiare la destra.
Appuntamenti innanzitutto locali
Per quanto ci riguarda, siamo determinati a proseguire il nostro impegno dove possiamo, e cioè sul piano locale,
con buona pace di quei giornalisti che ci "oscurano" perchè non sanno come classificarci, non trovando a quale
padrino politico ricondurre le nostre iniziative. Ecco alcuni appuntamenti che non intendiamo mancare.
Il primo è portare avanti il documento "Un Patto di Responsabilità", presentato sullo scorso numero e sottoscritto
da tantissimi cittadini: vogliamo aiutare gli eletti a rendere conto del loro operato, e ne parliamo più diffusamente
a pag. 6.
Il secondo riguarda il futuro del movimento nato con i "Comitati per l'Italia che vogliamo": esaurito il compito
elettorale, è ora che faccia un passo avanti e si doti finalmente di una struttura democratica, la sola capace di
valorizzare e sostenere l'impegno di tante persone che in questa occasione si sono riavvicinate alla partecipazione
politica. Altrimenti il movimento sarà sempre tenuto in scacco e controllato dai partiti, e si incamminerà verso un
futuro vagamente culturale e comunque ininfluente.
Il terzo sono le prossime amministrative, relative alla Città Metropolitana, sulla quale da tempo cerchiamo di
tenere vivo il dibattito. Certo, si tratta di un appuntamento ancora lontano, ma bisogna fin d'ora prepararlo, perché
il nuovo emerga non solo nelle intenzioni, ma anche nei metodi e nei fatti concreti. Da parte nostra, abbiamo già
iniziato un percorso di informazione e verifica con gli incontri di "Luci sulla Città".
La conclusione è ormai solita: chi si riconosce in queste nostre riflessioni non si limiti a dire "bravi, fate pure", ma
prenda il telefono e ci contatti, in modo da partecipare in prima persona e contribuire a rendere più realizzabili
queste prospettive.
Giuseppe Paruolo
All'inizio
ALL'INTERNO:
Politiche sociali al bivio
Flavia Franzoni Prodi a pag. 2-3
Telecomunicazioni:
una guerra di bande
DOSSIER a pag. 7-10
Insegnanti e pornostar
Guido Armellini a pag. 12-13
Sblocchiamo gli affitti
Alessandro Delpiano intervista Edoardo Preger
a pag. 4
All'inizio
PAG. 2-3 - welfare da ripensare
Stato e mercato, sanità e scuola, lavoro di cura e questione femminile: sono i temi
dell'incontro della redazione del Mosaico con Flavia Franzoni, esperta di politiche
sociali (a questo titolo ha attivamente collaborato col marito, Romano Prodi, per il
programma e la campagna elettorale dell'Ulivo). Il welfare al bivio tra
conservazione e riforma: la deriva di un'assistenza generalizzata e la ricerca di
nuovi criteri di selettività e priorità d'intervento.
Politiche sociali: cambiare per salvare
Cominciamo dalle politiche sociali e dalle soluzioni indicate nel programma dell'Ulivo.
Parlare di politiche sociali vuol dire parlare di tutto: sanità, lavoro, scuola, servizi sociali, e riguardo a questi temi le
proposte sono tante. Accenno ad alcuni temi su cui c'è ancora molto da riflettere e lavorare. Una linea portante che
attraversa il programma è quella dell'integrazione: tra sociale e sanitario, tra pubblico e privato, e in particolare col
terzo settore. Poi c'è il nuovo tema della selettività, che significa due cose: differenziare le modalità di accesso ai
servizi in relazione alla capacità contributiva e scegliere cosa debba essere assolutamente erogato e cosa invece
si può tagliare. In sostanza l'universalismo delle prestazioni va mantenuto, ma compatibilmente con i criteri di
selettività che andranno via via adottati.
Prendiamo gli assegni familiari: c'è chi dice che vanno dati uguali per tutti, in quanto riconoscimento della società
al fatto di avere dei figli; c'è chi invece dice che vanno commisurati al reddito. Quest'ultima è la tesi da sempre
sostenuta da Gorrieri, che ha fatto fatica a passare ma che adesso si è imposta, grazie anche alla scarsità di
risorse. Questa ha fatto giudicare più equo limitare l'intervento a chi ha più bisogno scaglionandolo sulla base del
reddito anziché, come in Svezia, distribuirlo a tutti anche a costo di abbassarne l'importo.
Oppure guardiamo a quello che sta succedendo nella sanità. Se si appesantisce troppo il contributo economico
degli utenti al servizio sanitario si rischia di indurre una fuga verso strutture private, con la nascita di una sanità di
serie A (per chi se la può pagare) e una, pubblica, di serie B, a carattere residuale, come ultima spiaggia per chi
non ha di meglio. Per salvare il carattere pubblico e universalistico del servizio sanitario occorre allora introdurre
dei criteri di selettività. Quello della selettività è un problema delicatissimo, di cui si sta discutendo in tutta Europa.
Ugualmente complesso è il problema del rapporto pubblico-privato. La collaborazione tra servizi pubblici e servizi
privati risponde ad esigenze di risparmio, di elasticità e di efficienza, ma ha caratteristiche diverse da settore a
settore, e a seconda dei soggetti privati che coinvolge: cooperative sociali, associazionismo, volontariato, privato
mercantile.
È necessario distinguere, all'interno del terzo settore, tra prestazioni volontarie gratuite e casi di lavoro retribuito, o
sotto-retribuito, altrimenti il non profit rischia di diventare una zona grigia dove si incontra di tutto, dalla generosità
personale allo sfruttamento del lavoro nero.
Il rapporto pubblico-privato quasi sempre è mediato dal rapporto di convenzione tra enti privati e pubblici. Ma
questo della convenzione spesso è un semplice meccanismo di "esternalizzazione" del lavoro di cura, potremmo
dire un decentramento produttivo, un trasferimento di compiti esecutivi. Diverso invece è il caso in cui all'impresa
sociale sia dato un compito più creativo. Ma qual è il grado di progettualità che il pubblico deve riconoscere a
questi soggetti? Pensiamo al franchising, con cui si dà da gestire un'attività commerciale, e applichiamolo a una
casa protetta: si possono dare anche i camici del personale e gli orari di lavoro e di visita, oppure si può lasciare
la libertà di inventare forme e regole...
Tutto ciò per dire che il programma ha lanciato alcune sfide importanti, che oggi sono da raccogliere, da discutere
e da ripensare, soprattutto a livello di ciascuna regione.
A proposito di selettività, è anche vero che molti benefici vengono fruiti da chi non he ha diritto: così gli
abusi e le clientele cresciute all'ombra del "sociale" hanno portato molta acqua alle tesi di smantellamento
care alle destre, nel senso di far invocare un "anno zero" dello Stato sociale, per abbattere tutto e
ricominicare da capo. Pare che anche dentro l'Ulivo i più lucidi abbiano la percezione che questo Welfare,
più che da difendere, è da ricostruire. La domanda allora è: c'è spazio secondo lei per un'azione che
difenda i principi dello Stato sociale riformando radicalmente l'esistente, facendo proprie in questo modo
anche alcune istanze di rinnovamento che la destra rappresenta, oppure proprio la pressione della destra,
che ha pesantemente attaccato le garanzie sociali, spingerà ad attestarsi a difesa dell'esistente, favorendo
il gioco dei "conservatori" presenti nell'Ulivo?
Io stessa, per timore di minare le fondamenta stessa delo Stato sociale, mi trovo spesso "conservatrice". È difficile
rovesciare idee radicate. Prendiamo il caso dell'Università, tipico esempio di distribuzione "perversa" del reddito,
perché la si dà gratuita (non del tutto, ma le tasse non coprono che 1/6 del costo) per tutti gli studenti, beneficiando
una categoria che rispetto all'universo dei giovani non è particolarmente bisognosa (in quanto appartengono
prevalentemente alla classe media). Eppure aumenti anche minimi scatenano forti proteste.
Poi si deve considerare l'aspettativa delle persone. Prendiamo le pensioni: probabilmente prima o poi si dovrà
innalzare ancora l'età pensionabile. Nel concreto però ci sono persone che hanno già fatto un loro progetto di vita,
che hanno sopportato un lavoro logorante nell'attesa di questa pensione, e come si fa a non tenerne conto? È
questa la complessità della politica.
È ovvio che si debbano razionalizzare i benefici, potenziare i controlli e stroncare gli abusi. Ma quello che mi
preoccupa di più è individuare criteri di equità rispetto al bisogno. E su questo rispetto al programma del Polo
c'erano discriminanti forti: non dimentichiamo che di là c'erano idee di privatizzazione "all'americana", lasciando al
mercato tutto quello che non fosse un intervento a soccorso dei più poveri.
Questo introduce anche, per così dire, un classismo generazionale: a Prodi, in campagna elettorale, una
signora dal pubblico disse: se avessi 50 anni voterei per lei, ma ne ho 40 e allora voterò per il Polo. Questo
per dire che, sulle pensioni, i giovani hanno interesse che l'innalzamento, se deve esserci, venga disposto
il più presto possibile, per non trovarsi loro a lavorare fino a 70 anni, mentre chi sta andando in pensione
adesso ragiona al contrario...
Sono convinta, particolarmente per il settore sanitario (ma probabilmente vale lo stesso anche per le pensioni) che
spezzare il sistema equivalga a farlo saltare. Perché comunque rimarrebbe una sanità dei più poveri, con meno
capacità critica al suo interno, e perché il sistema privatistico funzionerebbe su un meccanismo assicurativo, che
tende ad espellere i casi più difficili, in quanto troppo costosi.
Sul fatto che per difendere i principi del Welfare, le difese sociali e l'idea dell'unitarietà del sistema pubblico occorra
rivedere radicalmente i meccanismi e i criteri esistenti siamo tutti d'accordo: il problema però è come fare. Bisogna
essere estremamente empirici: non ci sono modelli astratti da applicare. Prendiamo il caso dell'aziendalizzazione
delle USL e il meccanismo di finanziamento attraverso i DRG (Diagnosys Related Group, sistema che separa il
momento della produzione del servizio sanitario da quello di finanziamento), cioè attraverso il rimborso delle
prestazioni secondo un tariffario omogeneo. L'azienda USL compra dall'azienda ospedaliera le prestazioni, e non
rimborsa più a piè di lista né sul numero delle giornate di degenza. Questo dovrebbe creare un circolo virtuoso di
concorrenza tra gli ospedali e tra strutture pubbliche e private.
Sulla carta, un sistema perfetto, capace di introdurre elementi di mercato e di competizione che avrebbero dovuto
razionalizzare l'uso delle risorse. Adesso che si sta andando a regime emergono i problemi. Ciascun reparto
ospedialiero infatti ha come obiettivo il pareggio, deve cioè stare nel budget, anzi se risparmia qualcosa ha un po'
di risorse da spendere in formazione, ecc. Ma se i DRG non sono correttamente calcolati succede che i reparti si
spostano a fare le cose che, per il rimborso, più convengono al reparto anziché al sistema e ai pazienti. Ecco allora
che dagli ospedali vengono espulsi alcuni soggetti "difficili", scaricandone i costi all'esterno. Inoltre il meccanismo
dei DRG pare abbia portato a dirottare più soldi agli ospedali penalizzando la medicina di base e la prevenzione,
su cui si sono concentrati i tagli. Questo non vuol dire che si debba tornare indietro, ma che i cambiamenti
richiedono sperimentazioni e correzioni continue.
Il problema forse è che anche un modello valido, come è certamente l'introduzione di criteri di
managerialità con poteri più agili e meno burocratizzati, se applicato a persone cresciute e selezionate in 40
anni di partitocrazia è destinato a fallire. Perché questi useranno i nuovi poteri per promuovere e premiare
amici e parenti. E questi fallimenti danno fiato alle posizioni radicali di chi dice che non c'è nulla da fare e
che bisogna buttare all'aria tutto ciò che è pubblico...
Politicamente la prima cosa da combattere è la degenerazione, l'abuso, direi la patologia in alcuni comportamenti
interni ai servizi pubblici. Ma questo non deve distrarre la nostra attenzione dalle disfunzioni "fisiologiche" delle
stesse organizzazioni dei servizi: è questo il passo più difficile e politicamente più impegnativo. Per questo io spero
nel decentramento, nella sperimentazione e nella responsabilizzazione locale. D'altra parte i servizi pubblici di cura
alle persone sono "macchine" in crisi in tutto il mondo e faticano a funzionare.
All'estero c'è stato anche chi ha tentato di far decidere agli utenti che cose preferiscono avere gratis e che cosa
invece accettano di dover pagare: i risultati sono stati sconfortanti, perché la gente sceglie di farsi pagare il dentista
e dice che non le importa nulla dell'appendice, unicamente perché la probabilità di averne bisogno è più bassa. Per
cui una riforma "democratica" delle priorità porta a lasciare più solo chi cade nel maggior bisogno, mentre una
scelta politica lungimirante, che punti a individuare priorità che vadano oltre l'egoismo miope del singolo, è
destinata per questa strada a non trovare consenso.
Riguardo alla scuola privata il programma dell'Ulivo appare stranamente vicino a quello del Polo: non crede
che affidare una porzione del mercato scolastico al privato, che si sa essere spesso di modesta qualità,
significhi fare un pessimo affare?
Secondo me la scuola è diversa dalla sanità. In fondo per il cittadino, se il servizio è ben organizzato e gratuito, la
prestazione sanitaria è uguale in una struttura privata e in una pubblica. A mio parere invece la scuola pubblica è
diversa da quella privata nel senso che ha avuto delle finalità storiche diverse: di integrazione sociale, del far stare
insieme ragazzi di culture diverse. Un progetto diverso e più complesso rispetto a quello della scuola privata.
Questo non vuol dire che la scuola privata non sia una risorsa importante e da sostenere. I conti con la scuola
privata bisogna farli: li ha fatti tutta Europa. La mia opinione quindi è che alla scuola pubblica rimane una funzione
di coesione sociale che è e continuerà ad essere insostituibile, ma che si devono mettere "in rete" anche le altre
scuole. Nel programma dell'Ulivo tutta la scuola è pubblica, purché ci sia il controllo da parte dello Stato.
Credo che la soluzione alla fine sarà quella dei contributi alla scuola privata mediante convenzione, perché il buono
scuola (voluto tra l'altro dal Polo) crea molti problemi, tra cui una competitività tra scuole non sempre basata sulla
qualità, ma anche su elementi meno virtuosi. Sostenere e mettere in rete (come è avvenuto in Emilia Romagna
per le materne) risponde anche a una esigenza di pluralismo e rispetta i desideri delle famiglie.
Le scuole private, per diventare "pubbliche" nel senso sopra descritto, dovranno adeguarsi sotto il profilo della
qualità didattica, ma anche nella funzione di integrazione sociale, ad esempio prendendosi i loro zingari, i loro
handicappati... Perché il rischio è quello che le scuole private diventino corsi di recupero anni o scuole d'élite. Del
resto non si può generalizzare il discorso: altro è parlare di un liceo privato, altro della formazione professionale...
Concludiamo con uno sguardo alla questione femminile.
Oggi vediamo che lo specifico femminile si rende prezioso in vari campi, come ad esempio l'organizzazione del
lavoro. Per il ruolo che ha sempre avuto nella famiglia e con i figli, la donna rispetto all'uomo dà più importanza
alla comunicazione, coltiva le relazioni, sa integrare aspetti e istanze diverse, a volte conflittuali, e sa gestire meglio
la complessità di certe situazioni. E oggi, mentre tutta la cultura dell'organizzazione sta cambiando, ci si sta
accorgendo che occorre molta più relazione dentro le organizzazioni, fatte non di macchine, ma di persone.
Riguardo al tema "donna", confesso che per molto tempo mi ha infastidito per i modi con cui veniva posto. Poi
negli ultimi anni abbiamo assistito ad un incontro nuovo di culture che prima si contrapponevano sulla base di
ideologie, rivendicazione femminista da un lato e arroccamento sui doveri familiari dall'altro. Anche il linguaggio è
diventato meno aggressivo.
Qual è secondo lei l'immagine di donna che viene comunicata e vissuta all'interno della comunità cristiana?
Non tanto come magistero, ma rispetto alla vita pratica...
Tutto sommato la comunità cristiana non è una delle più penalizzanti. Anche perché è passato il tempo della
contrapposizione tra realizzazione sul lavoro e in famiglia. Dalla matrice cristiana è arrivata la valorizzazione del
lavoro di cura e di educazione, che ha portato tutti a non parlare più del diritto della donna al lavoro ma del diritto
della donna a scegliere: anche di stare in casa. Quindi non solo garantire che la donna possa andare a lavorare
(merito questo di una battaglia condotta da sponde laiche), ma che possa scegliere tutte le possibili composizioni
tra casa e lavoro.
Questo ci conduce a parlare di flessibilità del lavoro e di part time, che resta una esperienza rara. In molte
realtà hanno provato a farlo partire varie volte, e non ha funzionato. Dove funziona, chi chiede il part time
viene messo a tappare i buchi. Non conta se uno può fare il suo lavoro in 4 ore anziché in 6: il part time
significa spesso essere messo ai margini.
Questo è verissimo. Eppure l'attuale organizzazione del lavoro, che richiede flessibilità e che mette a disposizione
tecnologie per lavorare a distanza, consentirebbe un uso molto più esteso del part time. Bisogna però fare
attenzione che non sia l'ennesima occasione per relegare la donna in un mercato del lavoro di serie B.
Le ultime elezioni hanno visto una rappresentanza femminile molto esigua. È possibile una politica al
femminile? Erano utili in proposito le quote obbligatorie di donne nelle liste?
Le quote non mi sono mai piaciute, perché fanno della donna una specie protetta, e finiscono per rinchiuderla nella
riserva delle politiche sociali, le uniche dove, storicamente, a una donna sia consentito fare carriera politica. Infatti,
al di là del problema numerico, che pure è significativo, c'è un problema di competenze: da quelle economiche,
che sono le decisive, le donne vengono sempre tenute lontane. Si comincia dai gradini bassi del curriculum politico
a indirizzare le donne su scuola, assistenza, sanità: mai dove si maneggia denaro e si stabiliscono le spese. Ma al
fondo c'è un problema culturale, di ripartizione del lavoro in famiglia e di responsabilità verso i figli: se qui stasera
siete in maggioranza uomini, forse è anche perché c'è una donna che è restata a casa...
Mi accorgo che in questa chiacchierata ho portato più problemi che soluzioni. Ma questo può essere un segnale
che c'è ancora molto da pensare e da lavorare, anche per costruire l'Ulivo. I grandi obiettivi vanno perseguiti
individuando azioni particolari ad essi coerenti, senza paura delle innovazioni. Lo stato sociale va salvato
riprogettandolo.
a cura di A.D.P.
(Intervista del 10 giugno 1996)
All'inizio
PAG. 4 - casa cercasi
Le case sfitte e l'alto prezzo degli affitti rappresentano uno dei problemi più
drammatici, soprattutto nelle aree urbane. Il Sindaco di Cesena, Edoardo Preger,
sta affrontando la questione con una idea (che ha avuto un inizio promettente)
rivolta anche a coloro che non rientrano nelle fascie sociali deboli. Altre città sono
interessate, compresa Bologna, che però...
Un'idea per gli affitti
In alcuni dei principali comuni d'Italia (Roma, Venezia, Bologna...), per far fronte al problema della
casa si sta sperimentando la cosiddetta Società per l'Affitto, un'idea nata a Cesena che ha poi avuto
adesioni diffuse. Potrebbe spiegare in breve in cosa consiste?
E' uno strumento per acquisire da parte del Comune appartamenti in affitto dai privati e subaffittarli agli
inquilini; sostanzialmente è uno strumento che si interpone fra proprietà ed inquilino. Come struttura è una
vera e propria società di capitale...
Quali sono i meccanismi per cui questa società può rendere più accessibile il mercato degli affitti?
Siamo partiti dal fatto che ci sono molte case sfitte e tante famiglie alla ricerca di una casa e ci siamo
interrogati sul perché . Una della ragioni per cui un proprietario rinuncia ad avere una rendita, tenendo vuoto
un appartamento, è la preoccupazione che quando avrà bisogno dell'appartamento, perché ad esempio ha
un figlio che si deve sposare oppure ha bisogno di vendere, liberare la casa diventa un grosso problema sia
per l'inquilino, che rischia di finire in mezzo ad una strada, sia per il proprietario che, per le grosse difficoltà
burocratiche e legislative, si ritrova la casa libera quando ormai è troppo tardi.
Questo è stato il primo ragionamento. Poi un'altra delle ragioni è che il proprietario si vuole scegliere
l'inquilino perché magari ha paura che una ragazza madre, un extracomunitario, uno studente o chiunque
altro non paghi l'affitto o gli rovini l'appartamento. C'è una specie di gelosia, peraltro comprensibile, delle
quattro mura. Allora, visto che con l'edilizia sociale si copre a malapena il numero di coloro che si trovano
in condizioni economiche disagiate, quando sono diventato sindaco il primo problema grosso è stato
proprio quello di trovarmi di fronte una cospicua quantità di famiglie alla ricerca di una casa in affitto, che
non potevano rientrare nella fascia sociale assistita dall'edilizia popolare.
Mi sono domandato cosa si poteva fare per queste famiglie appartenenti alla fascia economica media.
L'idea è stata quella di farci carico noi, come Comune, di affittare le case, costituendo una società che
garantisse il proprietario per quelle preoccupazioni sopra elencate. Ovviamente la società doveva essere
solida, e così all'interno oltre il Comune c'è la Cassa di Risparmio, la Curia, l'Associazione dei Costruttori,
l'Associazione dei Piccoli Proprietari: una società insomma che dà tutte le garanzie di solvibilità.
Quindi il proprietario è indifferente a chi va dentro la sua casa, visto che affitta a noi, e poi siamo noi che
scegliamo l'inquilino, garantendo al proprietario la restituzione dell'appartamento in buone condizioni e il
pagamento delll'affitto. Inoltre ci impegnamo col proprietario in modo che, qualora abbia bisogno
dell'appartamento, ci facciamo carico della mobilità dell'inquilino, cioè lo spostiamo a un altro
appartamento.
E se l'inquilino si oppone?
Questo è uno dei problemi; però uno sfratto fuori casa è una cosa diversa da uno sfratto per spostarlo da
casa a casa; in questo ultimo caso il pretore dovrebbe avere meno problemi a concedere lo sfratto in tempi
rapidi. L'importante è che si creino le condizioni per cui nessuno venga messo in mezzo ad una strada.
Questa è stata la base del ragionamento. Naturalmente noi abbiamo anche voluto con questo strumento
calmierare un po' al ribasso i prezzi del mercato. Anche noi affittiamo col Patto in Deroga, però non
prendiamo gli appartamenti che ci vengono offerti ad un prezzo alto. Abbiamo cercato di contenere gli affitti
in un intervallo che va dalle 500.000 lire a un massimo di 800.000 lire al mese.
Questo progetto, nato a Cesena, ha suscitato adesioni a livello nazionale....
C'è stato molto interesse, ma per il momento le altre esperienze sono ancora a livello embrionale, anche se
spero che crescano presto.
A Cesena la Società è partita affittando trenta appartamenti che abbiamo vagliato accuratamente.
Riteniamo che come minimo bisogna arrivare a cento contratti perché la Società si autogestisca; per il
momento è sovvenzionata dai soci. Noi prendiamo il 2% dal proprietario e il 2% dall'inquilino per spese di
amministrazione, ma a cento appartamenti arriveremo certamente presto, perché abbiamo posto delle
clausole nell'assegnazione delle aree del PEEP (Piano per Edilizia Economica Popolare).
Abbiamo stabilito che una quota degli appartamenti realizzati dalle imprese, il 20%, debba
obbligatoriamente essere data in locazione alla Società per l'Affitto: e consideriamo che quasi la metà
dell'edilizia cesenate programmata è su aree PEEP. In particolare abbiamo fatto un accordo con la Cassa
Di Risparmio, che realizzerà esclusivamente per l'affitto circa 50 appartamenti che verranno dati alla
Società per l'Affitto.
Quanto incide la Società nel mercato degli affitti? Riesce a intaccare il problema?
Le famiglie in affitto a Cesena sono 4000 su 32.000 complessive, di cui 1000 in affitto in case popolari: ne
rimangono quindi 3000. E' ovvio che il problema non si risolve con sole cento case in affitto, però
certamente l'impatto sul mercato locale è sensibile, anche perché un'altra società che tiene in mano cento
appartamenti in affitto a Cesena non esiste. Ma noi puntiamo ad averne molti di più.
A Bologna la Società per l'affitto è stata costituita per dare una sistemazione a coloro che sono in
attesa per l'assegnazione di una casa popolare: una scelta molto diversa rispetto alla vostra...
Questa scelta noi non l'abbiamo fatta, perché la nostra idea è quella di dare una risposta ad una fascia
sociale media, che non è quella della casa popolare. Il costo degli appartamenti affittati da privati infatti è
troppo alto anche per una coppia giovane che ha un lavoro e che, esclusi dalle graduatorie per l'edilizia
popolare, faticano a permettersi il prezzo del libero mercato. Possono invece pagare il canone che noi
concordiamo con i proprietari, disposti a chiedere di meno in cambio delle fondamentali garanzie sopra
citate.
Inoltre abbiamo già definito un accordo con la Regione Emilia Romagna e con lo IACP per un fondo sociale
di sostegno, costituito da un contributo alle famiglie che sono in difficoltà, in modo che al proprietario arrivi
ugualmente il canone d'affitto, pur alleggerendo il peso sulle famiglie. Per cui potremo in futuro anche
intervenire, oltre a quello che già facciamo, anche per coloro che sono in attesa per le case popolari.
Oltre al problema dei tempi lunghi di sfratto, avete riscontrato altri ostacoli?
Sì. Trattandosi di una società, l'affitto deve essere dichiarato per intero, mentre gran parte delle volte o non
viene dichiarato per niente o viene dichiarato solo in parte. Quindi le richieste che noi facciamo sono
sostanzialmente due: primo, che si riesca ad ottenere lo sfratto dall'autorità giudiziaria in tempi brevi per
casi come il nostro, cioè con la certezza che l'inquilino trovi alloggio in un altro appartamento; secondo,
chiediamo una agevolazione fiscale per casi di questo genere, facendo in modo che non rientri nell'IRPEF,
oppure con una detassazione sull'ICI. Quest'ultima richiesta l'abbiamo inoltrata al CNEL e a parlamentari
che si occupano di queste questioni.
Se oltre a questo contorno legislativo, ci sarà anche un bilancio positivo di questa Società, sicuramente
l'esperienza andrà a regime anche altrove.
A quanto ammonta l'investimento da parte del Comune?
Il capitale sociale della Società degli Affitti è di 100 milioni e il Comune ha contribuito con 30 milioni; una
cifra irrisoria che oltrettutto si pensa di annullare col tempo, ma comunque anche spendendo 50 milioni
l'anno si rimane sempre dentro un budget più che sostenibile, soprattutto per città grandi come Bologna.
La società civile è molto articolata, e non può esistere la casa popolare da una parte e il libero mercato
dall'altra: c'è anche una fascia intermedia di gente che non ha bisogno del canone sociale; con questa
Società si amplia il ventaglio di offerte, per cui uno si può collocare dove le sue condizioni economiche lo
consentono: nella casa popolare, nella casa della Società dell'Affitto (magari con la possibilità di dare una
agevolazione per un certo periodo di tempo), nell'edilizia convenzionata-agevolata oppure nel mercato dell'affitto privato.
a cura di Alessandro Delpiano
| LA SOCIETÀ DEGLI AFFITTI A BOLOGNA |
Finalità: fare da mediatore immobiliare fra privati ed inquilini per coloro che sono in attesa nella graduatoria
per le case popolari.
Numero di appartamenti da mediare: 50
Canone di affitto: quello previsto dall'equo-canone più l'80% dell'equo-canone.
Sovvenzionamento da parte del Comune: l'80% dell'equo canone, mentre la rimanente parte, cioè quella
coincidente con l'equo-canone, sarà a carico dell'inquilino.
Durata del contratto: due anni.
Somma stanziata dal Comune di Bologna: 390 milioni.
|
All'inizio
PAG. 5 - cittadini del mondo
Sempre più determinata da istantanei spostamenti di capitali e incontrollati giochi
finanziari, l'economia mondiale sfugge ormai alla capacità di governo dei singoli Stati. In
un quadro che vede boom economici andare di pari passo allo sfruttamento selvaggio
dei lavoratori, quale ruolo per le Organizzazioni Non Governative?
ONG, sentinelle di giustizia
"ONG e cooperazione allo sviluppo" è stato il tema dell'incontro promosso dall'Associazione "Amici dei Popoli" il 2
maggio scorso presso la parrocchia di S. Giovanni Bosco. Relatore della serata il Prof. Stefano Zamagni, Preside
della Facoltà di economia dell'Università di Bologna.
La scelta è caduta su uno dei non molti economisti che in questi anni hanno approfondito il tema della presenza
nella vita economica nazionale e internazionale del cosiddetto "terzo settore", ossia di quelle associazioni
volontarie che in vari campi operano senza fini di lucro e facendo ricorso al volontariato nei suoi vari aspetti.
La globalizzazione dell'economia
Oggi l'economia mondiale tende a globalizzarsi: da un lato gli Stati nazionali riescono sempre meno ad intervenire
sulle grandi scelte economiche, dall'altro le iniziative degli operatori economici hanno sempre meno ostacoli. Infatti
nessuno stato nazionale compie scelte economiche (blocco dei movimenti di capitale, eccessivo incremento del
prelievo fiscale, sconsiderata modifica del tasso di cambio della moneta) che lo mettano a rischio di essere
emarginato delle transazioni economiche.
Perciò tutti sanno che oggi è possibile effettuare operazioni economiche in tempo reale in qualsiasi parte del
mondo spostando ingenti quantità di capitali da una borsa all'altra. Tale realtà ha degli effetti positivi e negativi:
positivi perché determina una maggiore libertà di movimento e di impresa, negativi perché è sempre più
importante che qualcuno svolga un'opera di controllo.
La globalizzazione e la libera circolazione mondiale dei capitali, infatti, riesce a creare, o determinerà dei poli di
sviluppo, ma occorrerà sempre di più sorvegliare il mercato per ovviare ad una serie di storture.
La più grave in questo senso è rappresentata dal concetto di "contrattualità". In pratica, ha spiegato Zamagni, oggi
i Paesi che si trovano a dover negoziare - per esempio - i termini di pagamento del loro debito, sono deboli non
solo perché le loro economie sono fragili, ma anche perché hanno oggettive difficoltà di contrattazione nei riguardi
delle autorità internazionali di sorveglianza (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale), le quali
impongono loro le condizioni più favorevoli all'Occidente e meno interessanti per gli indebitati.
Questo principio della forza contrattuale - ha sostenuto Zamagni - è tanto più grave in quanto tende ad
approfondire il divario economico tra i Paesi ad alta industrializzazione e i Paesi in via di impoverimento.
Il secondo problema creato dalla globalizzazione è rappresentato dalla evoluzione tecnologica del Nord: una volta
chiunque si impadronisse di uno strumento prodotto dalle industrie occidentali era in grado di impararne la
struttura e di riprodurlo assolutamente uguale. Tale è stata la storia dello sviluppo economico del Giappone.
Oggi però le cose sono cambiate: se si cerca di capire come sia fatto un personal computer o un altro prodotto
dell'industria, anche smontandolo non si apprende niente di utile: ecco allora che emerge il problema della
presenza in un paese di persone in grado di apprendere e mettere in pratica le nuove conoscenze economiche e
tecnologiche, in modo che anche i paesi impoveriti di oggi possano un domani disporre di un adeguato tessuto
imprenditoriale.
Il lavoro e la sua etica.
Per tutta la serata ha aleggiato il tema del lavoro e di un'etica adeguata: infatti se è chiaro che in alcune nazioni è
avvenuta negli ultimi anni una crescita economica prepotente, è anche chiaro che tale boom è avvenuto a spese
dei lavoratori, sia adulti che bambini. Zamagni ha affermato che comunque un'industria costituisce pur sempre un
polo di sviluppo e un modo per ridurre la disoccupazione, riconoscendo però che in tutti i paesi in cui i diritti
sindacali non trovano applicazione, occorrerà che nei prossimi anni cresca l'impegno dei lavoratori al fine di
migliorare la loro condizione di vita e di lavoro.
In questo quadro le Ong vedono accrescere la loro importanza: esse da un lato devono continuare nella loro opera
di educazione e di istruzione della popolazione, dall'altro devono premere sulle grandi organizzazioni internazionali
affinché compiano passi significativi in vista della realizzazione dei grandi principi contenuti nelle dichiarazioni
universali sui diritti dell'uomo, dell'infanzia ecc.
Zamagni, riferendosi in particolare alle ONG italiane, ha dichiarato che esse devono ritornare alle loro radici
costitutive superando la stagione delle sovvenzioni e dei contributi pubblici: in passato le ONG erano soprattutto
alla spasmodica ricerca di finanziatori pubblici, vuoi perché sapevano che c'erano molti soldi, vuoi perché la
disponibilità economica aveva fatto nascere progetti che non avevano nessun riferimento alle realtà che si
intendeva sostenere. Oggi - ha proseguito il relatore - è venuto il momento di cambiare: le ONG non devono più
"tirare nessuno per la giacchetta", ma devono dimostrare di aver un forte radicamento nel loro territorio,
predisporre programmi che abbiano una vera rispondenza alle realtà da aiutare, raccogliere finanziamenti dalla
gente comune sulla base di ciò che sono in grado di fare. Solo così potranno influire - come già hanno dimostrato
di saper fare in varie istanze internazionali - sulle grandi scelte della politica mondiale.
Pier Luigi Giacomoni
All'inizio
PAG. 6 - prima e dopo le elezioni
Il "Patto di responsabilità" proposto dal Mosaico e pubblicato nello scorso numero
ha suscitato notevoli consensi sia tra cittadini che presso alcuni canditati e
personaggi politici: mentre però i primi l'hanno sottoscritto con convinzione, tra i
secondi anche chi ha detto di apprezzarlo al dunque ha preferito "non rischiare".
Rispetto alle passate elezioni possiamo parlare di un'occasione mancata, ma che
tuttavia non vogliamo abbandonare.
Un patto da riproporre
La strada che porta alla "politica che vogliamo" sale sempre. Per certi aspetti, sale ancora di più di prima,
perché se con il voto del 21 aprile alcune speranze ed occasioni sono state colte, molte altre non meno
importanti sono state travolte nella spirale perversa delle elezioni-spettacolo.
La esasperazione degli aspetti peggiori del maggioritario (e in modo particolare del "leaderismo"), in
assenza di una cultura dell'alternanza e di una assunzione diretta di responsabilità, che sarebbe propria
dell'autentico maggioritario, ha di fatto impedito un efficace collegamento fra il cittadino (delegante) da un
lato e il candidato (delegato) dall'altro.
Le firme e le fughe
Noi abbiamo proposto un "Patto di Responsabilità" la cui firma avrebbe dovuto legare eletti ed elettori ad
alcuni impegni di chiarezza reciproca e di coinvolgimento che andassero ben oltre le elezioni. Lo abbiamo
presentato in varie sedi e in vari modi, ricevendo sempre grandi attestati di interesse e condivisione. All'atto
pratico però né i candidati né i partiti l'hanno poi preso in considerazione, nonostante l'adesione (con firma)
di moltissimi cittadini.
Naturalmente si può obiettare che ciò potrebbe essere successo perché il cosidetto "decalogo" che abbiamo
proposto era banale e ovvio. Può darsi. Ma è stato fatto qualche cosa di alternativo? Di più chiaro? Di più
impegnativo e coinvolgente? Se sì, non ce ne siamo accorti. Erano forse meglio l'applausometro (vedi La
Repubblica) o i "santini" dei vari candidati, o le infinite chiacchere nei vari incontri, dibattiti, e cene elettorali?
Maggioritario in salsa proporzionale
Il nostro documento era stato fatto proprio anche dall'Assemblea dei "Comitati per L'Italia che Vogliamo", in
una lunga seduta notturna, ma poi tutto si è perso nella fretta e nella nebbia di una macchina elettorale
guidata dai soliti noti. Chi ha veramente scelto i candidati dell'Ulivo a Bologna e nell'intera Emilia Romagna?
Con chi si sono impegnati gli eletti? E chi verificherà il loro operato?
In sostanza, si è avuta una interpretazione totalmente proporzionalista dello schema maggioritario da parte
dei partiti, e su questo anche i Comitati dell' Ulivo non sono riusciti ad incidere. Il tutto è stato peggiorato da
una infelice legge elettorale che, tramite la frazione proporzionale e il meccanismo dello scorporo e delle
opzioni, ha di fatto impedito la realizzazione di un qualsiasi "Patto di Responsabilità" fra elettore ed eletto.
Si potrebbe obiettare che questo appunto sia più formale che sostanziale e che il rapporto cittadino-
istituzioni deve comunque essere filtrato dai partiti. Nessuno nega la importanza fondamentale dei partiti,
senza i quali non può esistere una vera democrazia parlamentare, ma ricondurre tutte le colpe al
meccanismo elettorale porterebbe a chiedersi perché allora non si sia optato per una legge elettorale
proporzionale con soglia (magari alta) che indirizza esplicitamente il cittadino a rivolgersi al "suo" partito. Ma questo sarebbe un falso problema.
Dalla gente ai cittadini
Il problema vero è che non può bastare una legge elettorale, comunque essa sia, a cambiare e migliorare
la politica. Tantomeno possiamo illuderci che ciò possa essere ottenuto tramite più o meno fantasiose
riforme istituzionali. Il nocciolo del problema resta lo stesso: dallo stato di gente occorre passare a quello di
cittadini, con tutti gli onori ed oneri che ciò implica.
Sta al cittadino e alla sua partecipazione (come singolo, in associazioni, movimenti, partiti, etc.) imporre
regole, garanzie, responsabilità e chiarezza. Sta ai politici proporre quadri istituzionali e programmatici, idee
e progetti che configurino strategie generali di progresso. Sta a chi si candida al governo trovare soluzioni
concrete e poi attuare gli impegni assunti.
Se non si riesce a ri-innescare questo meccanismo virtuoso che porta ad una vera maturazione e
partecipazione di ogni singolo componente della società (naturalmente tenuto conto delle capacità e
possibilità individuali), non si riuscirà a riformare la politica, e il palazzo sarà sempre più lontano e di scarso
interesse per la gente.
In questo senso uno dei dati più preoccupanti della recente campagna elettorale è stata la scarsissima
partecipazione da parte dei giovani, che riflette un preoccupante "disimpegno civico" e conferma l'estendersi
di una visione di un noi sempre più ristretto e miope.
Gli stessi Comitati per l'Italia che vogliamo, nati come centro di nuova aggregazione per un riappropriarsi
della politica, sono stati spesso di fatto controllati da "esperti" attivi e smaliziati. In molti è affiorata la
frustrazione, certamente dovuta in parte alla illusione ingiustificata che il nuovo potesse nascere dalla buona
volontà dei neofiti, ma in parte anche dovuta alla incapacità di cogliere che il "metodo nuovo" era in questo
caso anche "sostanza nuova".
Una strada in salita
D'altra parte, anche nel fronte del Polo non sono mancate sincere iniziative per un cambiamento, ma non
sono poi riuscite a farsi largo e ad emergere. Tutto questo ci spinge a credere che appunto la strada sia
ancora in salita e che non ci si possa fermare.
Indipendentemente dallo schieramento in cui si sono ritrovati, i gruppi e i comitati che hanno sperato e
creduto nella necessità di questo rinnovamento debbono continuare la loro azione, fedeli alla ispirazione
iniziale. Si tratta di un processo lungo e faticoso che va attuato di pari passo con il recupero della scuola,
della famiglia, delle associazioni e delle fondazioni e di tutto quanto può contribuire a ricostruire e rafforzare
la rete capillare che serve a rivitalizzazare la coscienza civica dei cittadini.
Flavio Fusi Pecci
All'inizio
PAG. 7-10 - DOSSIER: anarchia tra le onde
Tra innovazione tecnologica e guerre commerciali, il mondo delle
telecomunicazioni è attraversato da mutamenti che stanno cambiando le nostre
abitudini quotidiane, con tutte le opportunità e i rischi collegati. Argomento non
facile da approfondire, molto tecnico e tipicamente appappannaggio dei soli
specialisti. Ma che ci coinvolge tutti. Cominciamo ad affrontarlo dando uno
sguardo generale sul settore e un piccolo glossario tecnico.
Una rete senza fili
Le nuove tecnologie nel campo delle telecomunicazioni stanno oggi rivoluzionando sempre più il nostro
modo di vivere ed il nostro modo di comunicare; termini quali ISDN, TACS, GSM, che solamente pochi anni
fa erano di uso esclusivo di esperti ed appassionati, sono oramai diventati di dominio comune. Molte
persone però, pur utilizzando continuamente queste sigle, non sanno esattamente il loro significato e non
conoscono sufficientemente la tecnologia che sta alla loro base. Ciò non permette loro, da un lato di
sfruttare tutte le potenzialità ed i vantaggi di questi nuovi mezzi tecnologici, e dall'altro di difendersi da
possibili "promotori tecnologici" senza scrupoli.
Una storia recente
E' allora interessante capire come sono nati e come funzionano questi strani e complessi oggetti, desiderio
di molti.
Venti anni fa esistevano una molteplicità di reti per telecomunicazioni, ma ognuna di esse era pensata,
costruita ed utilizzata unicamente per un determinato tipo di servizio; nel nostro paese erano presenti una
rete telefonica di tipo analogico (segnali continui nel tempo), ed una rete per dati in forma digitale quale la
ITAPAC. La gestione e l'armonizzazione di queste reti, man mano che le loro dimensioni aumentavano,
diventava sempre più complessa ed onerosa dal punto di vista finanziario.
Infatti, molte aziende pur sfruttando entrambi i servizi erano costrette ad installare due distinti collegamenti.
L'idea ricorrente in quegli anni, per poter superare questi problemi, era quella di riuscire a costruire una rete
"integrata" nei servizi, cioè che fosse in grado di fornire una molteplicità di servizi, pur utilizzando le
medesime risorse.
Analogico e digitale
Solo con la scoperta di tecniche per la trasformazione dei segnali analogici (quale, ad esempio, la voce) in
segnali digitali equivalenti (come quelli utilizzati dai computer), è stato possibile effettuare il primo, ma
fondamentale passo verso la "rete globale". Ciò ha infatti permesso l'utilizzo di un'unica tecnica di
trasmissione delle informazioni, indipendentemente dalla loro natura e dalla loro provenienza, realizzando
così la prima rete "integrata nella tecnica".
La possibilità di trasferire contemporaneamente, con una sola connessione, ampie moli di dati di natura
differente (suoni, immagini, ecc.) ha fatto nascere, senza ombra di dubbio, l'idea di creare un tipo di servizio
che oggi tutti chiamano "multimediale".
Tutti questi dati da trasferire simultaneamente avevano però bisogno di un ampio spazio (pensiamo, a titolo
di esempio, ad un flusso d'acqua all'interno di un tubo) e non esisteva un supporto fisico in grado di farlo.
Questo è stato invece reso possibile dopo l'introduzione delle fibre ottiche, nelle quali la trasmissione delle
informazioni avviene alla velocità più elevata possibile, cioè quella della luce.
E' nata così ISDN (Integrated Services Digital Network), cioè una rete a tecnologia digitale integrata nei
servizi, che rende disponibili una serie di servizi quali l'interconnessione di più elementi (fax, computer,
vidoeterminali, ecc..), la videoconferenza e molti altri ancora.
La nascita dei cellulari
La disponibilità di reti ad alta velocità per il trasporto di dati ha reso possibile, assieme ad altre innovazioni
tecnologiche, la costruzione dei moderni sistemi telefonici cellulari, la cui espansione è sotto gli occhi di
tutti. Lo sviluppo di questi sistemi, che nel nostro paese era stato frenato anche da limitazioni di tipo
giuridico (non era permesso estrarre il terminale dalle auto, e ciò limitava fortemente il numero dei potenziali
utenti), è avvenuto soprattutto dopo i mondiali di "Italia '90", in parte indotto dalla pubblicità, più o meno
involontaria, fatta da calciatori e personaggi del jet-set. In questi sistemi l'area interessata dal servizio è
suddivisa in "celle" (da qui il nome di telefoni cellulari), ognuna delle quali dotata di una stazione base,
attraverso la quale un utente si può interconnettere con la rete telefonica fissa, oppure con altri utenti mobili.
Movimenti monitorati
Durante il movimento capita spesso che l'utente mobile esca dal raggio d'azione di una determinata
stazione radiobase, entrando o in una zona coperta da un'altra stazione mantenendo in questo modo attiva
la comunicazione dopo un opportuno scambio di competenze (quasi invisibile all'utente) tra le due basi;
oppure in una zona non servita, facendo cadere la comunicazione. I terminali mobili, indipendentemente
dallo stato di utilizzo, trasmettono ad intervalli regolari informazioni alla stazione base sulla loro posizione,
in modo da poter essere rintracciati in caso di una chiamata.
Le stazioni radiobase sono infatti collegate tra loro da una rete telematica, dotata anche di speciali registri
elettronici, nei quali sono memorizzate informazioni circa l'identità dell'utente, la sua ultima posizione
segnalata ed altre informazioni aggiuntive.
All'atto della composizione del numero relativo ad un utente mobile, la rete telefonica ricerca la posizione
dell'utente desiderato nel registro elettronico, e provvede a trasmettere la segnalazione di chiamata alla
stazione radiobase che per ultima aveva segnalato la presenza dell'utente.
Dall'Italia all'Europa
I sistemi radiomobili cellulari presenti in Italia sono sostanzialmente due: il TACS (Total Access
Communication System) ed il GSM (Global System for Mobile communications). Il primo è un sistema
analogico e a carattere nazionale, mentre il secondo, studiato da un'apposito gruppo di studio europeo, è di
tipo digitale ed a carattere sovranazionale. I vantaggi del GSM sono quelli di realizzare con un collegamento
senza fili quello che era stato precedentemente chiamato "integrazione nei servizi"; infatti, la sua natura
digitale gli permette di ricevere e trasferire contemporaneamente informazioni di diversa provenienza. E'
proprio per questa sua caratteristica che esso risulterà vincente nei confronti di tutti i sistemi analogici
precedenti, compresi gli apparecchi telefonici tradizionali, cioè quelli collegati direttamente alla rete fissa.
Lorenzo Minelli
All'inizio
La disciplina dell'etere ha avuto in Italia una storia travagliata, di cui ancora non si
intravvede la fine, con gruppi economici e cartelli politici impegnati in una lunga
guerra di bande (di frequenza). Il tentativo della Mammì, l'attesa di un riordino
globale del settore delle frequenze.
Una legge nella giungla
Le onde elettromagnetiche, caratterizzate da diverse frequenze, si diffondono liberamente nello spazio. Per
questo si è reso necessario suddividere, a livello internazionale, il cosiddetto "etere", cioè lo spazio nel quale
si propagano tutte le onde elettromagnetiche, in bande di frequenza, ognuna delle quali attribuita ad un uso
o a un servizio ben definito. Ad esempio i radioamatori non possono trasmettere utilizzando qualsiasi
frequenza, ma solo le bande loro attribuite.
Ogni nazione, pur restando entro i predetti limiti internazionali, ha facoltà di redigere un proprio piano di
ripartizione delle frequenze, definendo i servizi esclusivi, primari e secondari, e i relativi utilizzatori per ogni
banda di frequenza.
Ad esempio la banda di frequenza da 108 a 136 Mhz è attribuita al Ministero della Difesa e al Ministero delle
Poste, per l'uso esclusivo del servizio di navigazione aeronautica (collegamenti torri di controllo - aerei,
ecc.). Ogni Ente o Ministero decide poi quali frequenze usare per i propri servizi.
La banda di frequenza da 470 a 862 Mhz (con l'esclusione della fascia tra 608 e 614 Mhz, dove opera la
radioastronomia, di cui parliamo a pag. 10) è stata destinata al servizio di radiodiffusione per i sistemi
televisivi.
Il Ministero delle Poste ha provveduto a suddividere in sottobande questi canali, recependo le regole dei
sistemi televisivi internazionali. Il passo successivo consiste nell'assegnare ogni singolo canale ad una
emittente televisiva, cosa che è risultata almeno in Italia alquanto complicata.
Negli anni '80 il nostro paese ha visto la nascita di un considerevole numero di emittenti televisive private,
che sono sorte e si sono sviluppate in una quasi totale assenza di normative e di regole. In pratica era
sufficiente che un privato cittadino decidesse di accendere un trasmettitore, mettendo in onda qualsiasi
programma, e la rete televisiva era praticamente creata.
Si può facilmente immaginare che in un tale sistema il più forte e spregiudicato dettasse legge. L'unico
vincolo normativo realmente esistente consisteva nell'impossibilità di trasmettere contemporaneamente lo
stesso programma su tutto il territorio nazionale.
Tale vincolo cadde nell'85, con un decreto dell'allora Presidente del Consiglio Craxi, che si oppose ad una
iniziativa di alcuni pretori volta a far rispettare questa norma. Da allora è iniziata una battaglia legislativo-
giudiziaria tutt'ora in corso che ha visto l'emanazione di alcune leggi fondamentali, insieme al tentativo - a
volte riuscito - di piegarle a interessi di parte.
La legge più importante è la 223/90, conosciuta anche come legge Mammì, che per prima ha cercato di
fotografare la situazione imponendo un censimento degli impianti attivi e la definizione, tramite schede
tecniche, delle caratteristiche degli stessi da parte di ogni emittente privata.
Questa legge ha imposto anche il divieto di attivare nuovi impianti oltre quelli censiti. Questi buoni principi
legislativi sono stati in parte vanificati dal fatto che il decreto attuativo è stato emanato solo nel marzo del
'92 (DM 255/92). Questo periodo di transizione ha permesso pertanto anche a coloro che avevano
denunciato impianti inesistenti di proseguire nell'accaparramento delle frequenze. Tutto ciò è avvenuto
senza un reale controllo da parte del Ministero, ancora sprovvisto di mezzi e normative adeguate.
A questa situazione si è aggiunto il fatto che il censimento è stato assegnato a una ditta privata (attualmente
sotto inchesta per aver favorito alcune emittenti) lasciando alle sedi periferiche del Ministero delle Poste solo
una verifica tecnica, senza valore per la futura assegnazione delle frequenze.
Il quadro si è stabilizzato solo recentemente, con l'emanazione delle concessioni, che permettono di definire
tutti gli impianti utilizzabili, e una serie di vincoli a cui attenersi per far convivere nello stesso ambito più
soggetti, e prevedendo inoltre il pagamento di un canone in base alla copertura territoriale posseduta.
Quanto sopra descritto ha fatto sì che in Italia si sia formato un duopolio, solo recentemente attenuato
dall'ingresso sul mercato di un terzo soggetto privato. Inoltre le emittenti locali hanno fatto molta fatica a
decollare, schiacciate da questi colossi.
A Bologna per esempio solo un terzo dei canali previsti è utilizzato da emittenti locali, essendo il resto
occupato da quelle nazionali. Abbiamo quindi una situazione bloccata, in cui le emittenti nazionali utilizzano
2/3 della banda disponibile, togliendo spazio alle realtà televisive locali.
Il settore sta vivendo in attesa di iniziative rese possibili dalle nuove tecnologie, come la TV satellitare o via
cavo, in chiaro o criptata, e di una legislazione che definisca un riordino complessivo del sistema delle
telecomunicazioni. Lo spostamento dei grossi network verso questi mezzi potrebbe liberare gli spazi
attualmente occupati per le emittenti locali, permettendo così a nuovi soggetti di entrare nel mercato.
Tale riordino dovrà tenere conto della sentenza della Corte Costituzionale che riduce a 2 le emittenti che
possono essere possedute da un unico soggetto imprenditoriale, evitando la formazione di grosse
concentrazioni.
Analogamente sarebbe opportuno muoversi nel settore pubblicitario, primaria fonte di introiti, impedendo
che le concessionarie di pubblicità facciano parte dello stesso network.
Mirco Corazza
All'inizio
L'Authority sulle telecomunicazioni non è la panacea per tutti i problemi.
Sviluppare un sistema di regole senza organizzare le verifiche e le sanzioni,
significa non regolare alcunché.
Senza bacchetta magica
I servizi pubblici non vanno? Si faccia l'Authority e ci penserà lei a farli funzionare. Cosa manca perché
funzioni il sistema televisivo o perché si privatizzi la finanziaria STET? Ovvio, l'Authority...
Abbiamo scoperto un parola magica, in lingua inglese naturalmente, perché l'idioma di Dante non basta, o
forse non verrebbe preso sul serio in un Paese come il nostro, dove parlare di Autorità potrebbe far ridere.
Finchè il vocabolo sarà nuovo e non sperimentato, conserverà tutta la potenza del suo fascino, e ciò basterà
ad accontentare politici o professori, ma soprattutto quelli che si apprestano a far businnes in assoluta
libertà. Questa della soluzione magica è storia vecchia; c'è rimasta nel sangue fin da quando Adamo tentò
la scalata affidandosi ad una mela magica, che però non ha funzionato.
Cerchiamo di approfondire allora questa questione dell'Autorità che dovrebbe far funzionare i servizi
pubblici, le cosiddette Utilities, ed in particolare il caso dell'Autorità del servizio telefonico, anzi dei servizi di
telecomunicazione, fra cui si comprende anche il servizio televisivo.
Ma cosa centra il servizio telefonico con il servizio televisivo? Il cittadino comune ritiene che Telefono e TV
sian due cose diverse, uno è la Telecom l'altro sono la RAI e la Fininvest; con il telefono si dice quello che
si vuole a chi ci pare, con la TV tocca di stare ad ascoltare quello che gli altri raccontano e, se non piace, si
può solo spegnere. Sembrerebbero due servizi nettamente diversi, ed assicuriamo che continuerebbero ad
esserlo se i cittadini si accontentassero. Ma purtroppo, o per fortuna, c'è qualcuno che non si accontenta.
Qui è la novità, qui è il nodo politico.
Nel futuro, qualche centinaio di migliaia di italiani, forse un milione più o meno, potranno permettersi di
vedere la TV via telefono o viceversa di telefonare guardandosi in faccia.
La politica deve pensare anche a questo, al progresso. E poco importa se per molto tempo interesserà una
minoranza.
Per la gran parte dei 25 milioni di utenti telefonici o dei 50 milioni di utenti televisivi non cambierà nulla, ad
essi la faccenda interesserà poco, non perché la questione non abbia il suo "appeal", ma semplicemente
perché continueranno ad avere altri problemi più seri da affrontare e non sentiranno il bisogno di integrare
comunicazioni interattive e diffusive. Ma siccome c'è già qualcuno che pensa, magari con la pubblicità, a
come far venire a tutti il bisogno, la politica si sta preoccupando di affrontare da subito la questione
nell'ottica dell'integrazione. Allora affrontiamo la questione dell'Autorità di regolazione e controllo del settore
telecomunicazioni, dove non son più distinti i servizi telefonici da quelli televisivi, ma si considerano
assieme.
L'Autorità dovrà occuparsi di regolare e controllare l'intero settore. Alcuni però eccepiscono dicendo che una
cosa è regolare altra cosa è controllare. Regolare è far le regole mentre controllare è verificare il rispetto
delle regole ed intervenire in caso di inadempienza con misure correttive, e forse anche con sanzioni.
Troppa grazia Sant'Antoni!
È come se si chiedesse agli autori del Codice Penale di svolgere funzione investigativa di Polizia e
giudicante di Magistratura, con sentenze di assoluzione o condanna. Qui si cumula! Dove vanno a finire le
garanzie per le varie componenti coinvolte: gestori di TLC, utenti, fornitori d'informazioni, etc?
La risposta potrebbe essere che l'Autorità regola, o come dice qualcuno " è dotata di forti poteri normativi
secondari", ed emette delibere, sentenze, comandi e quant'altro, ma non esercita le funzioni di verifica;
sarebbe come dire che chi ha fatto il Codice Penale, può emetter sentenze ma non ha investigato sul singolo
episodio in contestazione e così la democrazia è salva e la libertà garantita.
Però la cosa non è ancora chiarita! Chi si accollerà l'onere di porgere all'Autorità gli elementi per lo
svolgimento della funzione giudicante? Ecco allora che scappa fuori la complicazione che all'inizio non s'era
vista, e cioè che non basta la sola Authority per far funzionare tutta la macchina, occorre pensare
contestualmente anche ad organizzare il sistema delle verifiche, creare una sorta di Ente Verificatore.
Due esempi potranno bastare.
Ogni anno giungono a Telecom circa 270.000 reclami di utenti che lamentano qualcosa che non va: una
bolletta troppo alta, un difetto sulla linea, etc... Si consideri che questi reclamanti dovranno avere la
possibilità di accedere, a basso costo, all'Autorità (questa è Direttiva Europea fresca di stampa!). Per ogni
reclamo occorrerà investigare, verificare registrare, misurare, studiare, e alla fine decidere se ha ragione
Telecom o l'utente.
Quanto personale sarà necessario? Il calcolo è semplice: 500 persone per il 10% dei reclami (quella parte
che probabilmente riuscirà a superare i vari sbarramenti all'accesso, che certamente verranno posti in
essere). Questa è una complicazione che nessuno si aspettava, un numero di persone quasi 4 volte quelle
previste per l'Autorità.
Consideriamo, ancora a titolo d'esempio, il fatto che due macchine possono comunicare mediante la rete
Telecom solo se sono omologate, cioè hanno superato le prove ufficiali che garantiscano l'operatività nel
rispetto di certe prescrizioni di funzionamento e sicurezza. La domanda è: chi verificherà che sulla rete
saranno utilizzate esclusivamente dette apparecchiature? La legge vigente mette in capo al Ministero PT
l'onere della verifica e della sanzione, cioè sospensione del servizio e il pagamento di una somma. Dopo la
costituzione dell'Autorità, questa prestazione sarà demandata all' Autorità o sarà ancora svolta dal Ministero
PT o, come taluni auspicano, da un nuovo Ente di Verifica?
La lista delle cose da verificare è lunghissima ma non ci prolungheremo. Speriamo soltanto che non si pensi
di affidare le verifiche al Ministero PT che oggi conosciamo. Sarebbe come chiedere ad una gallina zoppa
di raggiungere una lepre in corsa. Se però curiamo la gamba e alleniamo un po' la gallina, chissà, potrebbe
darsi che qualche risultato...
Ma poi è certo che si vuole il risultato? I dubbi cominciano a sorgere, se si pensa che le verifiche tecniche
che si potrebbero fare fin da ora, senza bisogno di vagheggiare Authority, sono già parecchie decine. Ma
ben poco si sta facendo, in quel di Roma: la nuova parola d'ordine, è " tagliare le spese", che significa di
fatto bloccare ogni attività.
Alcuni esempi hanno mostrato che non basta l'Authority per regolare e controllare il sistema delle
Telecomunicazioni: occorre porre mano seriamente, assieme alla questione delle regole, anche a quella
della verifica e delle sanzioni.
Si tratta dei tre anelli di un'unica catena: regole, verifiche, sanzioni. È questione importante, anche se
molti cittadini non lo sanno, perché è questione di libertà. Affidarci al solo sistema delle regole senza
pensare a come organizzare le verifiche del loro rispetto, significa non volerne di fatto l'applicazione. È
vecchia storia, vecchio copione per vecchi suonatori. Non sarà forse questo quello che taluni vogliono senza
dirlo? C'è chi pensa che forse i veri suonatori non sono cambiati, ma si sono abilmente travestiti ed
intrufolati.
Marco Cevenini
(Ministero PT-Bologna, Uff. di controllo TLC)
All'inizio
In barba alle disposizioni concordate in sede internazionale, nel nostro Paese le
frequenze riservate alla radioastronomia sono state di fatto espropriate dall'uso
privato e commerciale. Una situazione assurda, che attende un intervento politico
di ordinamento e disciplina, per non penalizzare ulteriormente la ricerca.
Silenzio radio per ascoltare il cielo
La Radioastronomia è una nuova scienza astronomica che studia l' energia emessa dai corpi celesti nella
banda radio (lunghezze d'onda dal metro al millimetro), alle stesse frequenze usate dai sistemi di
telecomunicazioni. Utilizza grandi parabole che puntano il cielo alla ricerca degli oggetti, la cui emissione
nelle bande a radiofrequenza è per lo più dovuta a cariche elettriche di alta energia che si muovono in forti
campi magnetici al centro di galassie e quasar. Le distanze in gioco sono enormi e queste emittenti arrivano
debolissime, rilevabili solo con ricevitori di alta tecnologia.
La flebile voce delle stelle
Il segnale radioastronomico, inoltre, non è in alcun modo confrontabile con quelli comunemente disponibili
nelle ordinarie Telecomunicazioni. Esso infatti non è costituito da un segnale portante cui è sovrapposta una
modulazione, ma da rumore continuo, che si estende su tutto lo spettro, del tutto analogo a quello di fondo
del ricevitore. La separazione fra rumore utile, che costituisce appunto il segnale radioastronomico, e quello
di fondo avviene con algoritmi e tecniche sofisticate, che operano su ampie bande osservative di
radiofrequenze, permettendo la rivelazione di segnali celesti anche e oltre 1000 volte inferiori allo stesso
rumore di fondo del sistema ricevente.
La Radioastronomia è quindi una attività di solo ascolto e, nella accezione comunemente accolta, risulta
essere un Servizio Passivo, che non emette segnali di qualsivoglia natura e intensità, ma può operare solo
nel totale Silenzio Radio.
La Conferenza Mondiale delle Telecomunicazioni del 1959 (WARC-59) decise che alla Radioastronomia
vanno assegnate una apposita serie di bande dello spettro radio, spaziate approssimativamente di una
ottava e sufficientemente ampie. In successive Conferenze Mondiali, le iniziali assegnazioni vennero
aggiornate ed ampliate nell'intento di soddisfare le nuove esigenze della ricerca scientifica nel campo.
Vennero anche stilate delle raccomandazioni da parte del CCIR (Comité Consultatif International des
Radiocommunications) intese a proteggere le bande assegnate alla Radioastronomia sia nei confronti di
Servizi attivi operanti in qualche circostanza sulle medesime bande, sia da segnali spuri emessi da servizi
attivi operanti su bande adiacenti.
La giungla italiana
Il Piano Nazionale di Ripartizione delle Frequenze (PNRF) del 1983 assegnava alla Radioastronomia, con
titolo di Servizio Primario, un certo numero di bande, comprese tra 27.5 MHz e 40.5 GHz. Il piano venne
disatteso fin dall'inizio non solo dalla continua ed aggressiva invasione da parte di emittenti commerciali,
che trovando liberi i canali radioastronomici li utilizzarono massicciamente, ma persino dallo stesso
Ministero delle Poste e Telecomunicazioni.
Recentemente, in una Circolare via FAX (1995) il Ministero PT invitava i Circoli regionali ad assegnare le
frequenze radioastronomiche nell'intervallo 1660-1670 MHz a ponti di trasferimento di radio private,
salvando l'aspetto legale mediante la postilla "... purchè non interferenti il servizio di Radioastronomia
utilizzatore primario della banda".
Gli scienziati che operano nella banda citata (1660-1670 MHz) presso le grandi parabole radioastronomiche
si sono da allora trasformati in cacciatori di radio-interferenze, ascoltatori di comunicati commerciali,
pubblicità, musica, dediche a mamme e nipotini. Le sofisticate strumentazioni non sono più in grado di
registrare i tenui fruscii del cielo, ma, completamente saturi di musica e parole umane, si portano a "fondo
scala" inutilmente puntati su un cielo completamente oscurato.
Una lotta impari
Poi naturalmente seguono le identificazioni e le denunce, ma si sa che in Italia chi ha avuto una
autorizzazione può ricorrere al TAR e nessuno lo sposta più. I radioastronomi continuano con pertinacia
questa loro lotta impari, e per ogni radio che riescono a far spostare ad altra banda, dieci nuove compaiono
il giorno dopo!
La soluzione non può che essere politica: un riordino del piano nazionale delle radiofrequenze, una azione
decisa in difesa delle attività scientifiche, una protezione totale delle bande internazionalmente assegnate
alla ricerca, adottando e difendendo le risoluzioni internazionali.
È chiaro che in un sistema di telecomunicazioni abbandonato ad una crescita disordinata o addirittura
lasciato nominalmente "libero" di adeguarsi alle leggi del mercato (in realtà in balia dei più forti o dei più
"pirata") non c'è spazio, oltre che per una informazione realmente corretta, neanche per una ricerca
scientifica seria.
Piccole nicchie ecologiche di Silenzio Radio, dove le stelle possano far sentire la loro debole voce e
raccontare la loro fantastca storia non valgono una canzonetta o una pubblicità di detersivi?
Lucia Padrielli
All'inizio
PAG. 11 - elezioni universitarie
A valle delle elezioni dello scorso maggio, alcune informazioni su organi, sistemi
elettivi, affluenza alle urne e risultati, e una riflessione da parte degli studenti di
Impegno Universitario.
Università: il voto studentesco
Gli organi di ateneo
Consigli di Facoltà, di studio, di diploma: hanno il compito di organizzare il funzionamento delle strutture
accademiche relative. - Studenti eletti direttamente ( 3 schede distinte)
Consiglio Studentesco: composto da 30 studenti, 15 eletti direttamente e gli altri 15 (uno per facoltà) dai
rappresentati neo eletti in C.d.F. - Viene eletto tra i suoi membri a maggioranza un presidente.
I suoi compiti sono estremamente limitati (esprime pareri nei confronti degli altri organi). L'unico ruolo
fondamentale è l'elezione dei 6 (su 25 membri) rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione dell'Ateneo.
Consiglio di Amministrazione dell'Ateneo: si occupa di tutto ciò che riguarda l'amministrazione ed il
finanziamento dell'Università, dalle tasse all'edilizia. - Dal C.S. hanno accesso il suo presidente più 5
consiglieri eletti in un'unica seduta.
Consiglio d'amministrazione dell'Azienda Comunale per il diritto allo studio: presenti due studenti (su
9 membri). Si occupa di tutto ciò che concerne il diritto allo studio (mense, borse, studentati, ecc.) - Studenti
eletti direttamente.
Comitato per le attività sportive: due studenti eletti su 6 membri. - Studenti eletti direttamente.
Senato Accademico: nessun rappresentante degli studenti
Giunta D'Ateneo: il presidente del C.S. ma solo in qualità di osservatore.
Il sistema elettorale
L'attuale sistema elettorale a candidature individuali fu proposto dai rappresentanti dei Cattolici Popolari
(oggi rinominatisi Student Office) e della Sinistra Giovanile durante la discussione del nuovo statuto
dell'Ateneo.
Il sistema è articolato su 5 schede che vengono consegnate all'elettore, una per ogni consiglio sopra
indicato (N.B. viene consegnata o la scheda per il corso di studio o del diploma), nelle quali si devono
scivere i nomi e cognomi dei candidati prescelti (tranne per il consiglio studentesco in cui i nomi sono già
prestampati). Per il consiglio di facoltà è possibile esprimere una doppia preferenza. In totale l'elettore è
obbligato a ricordare e scrivere correttamente 5 nomi ed indicarne un'altra. Da notare che non essendo
riconosciute le liste di appartenenza dei candidati, i manifesti elettorali ufficiali ed i nomi prestampati sulla
scheda del C.S. sono semplicemente un lungo "listone" di candidature individuali. A seconda del numero di
posti di rappresentante a disposizione in un dato consiglio, verranno proclamati eletti i candidati che
avranno raccolto il maggior numero di voti ( a parità è eletto colui il quale ha l'immatricolazione più recente).
Non sono previsti i rappresentanti dei candidati né dentro né fuori dai seggi per controllare la regolarità del
voto.
Il commento ai risultati
Per quanto riguarda Impegno Universitario, si conferma nelle elezioni del 1994 e 1996 come la realtà
culturale e politica con più consenso e radicamento in Università dopo i C.P.: frutto di un lavoro costante fra
gli studenti e per gli studenti, di una presenza attiva negli organi accademici e di un programma chiaro e
costruttivo; il tutto con alla base scelte fondanti e decisive come l'indipendenza da partiti, lobby, ecc.;
Il risultato è per noi lusinghiero, anche in presenza della flessione nei consensi, poiché sia nel Consiglio
d'Amministrazione dell'A.Co.Stud. (2 seggi) che nel Comitato per le attività sportive (2 seggi) abbiamo eletto
il nostro candidato Francesco Girelli; candidati di altri gruppi hanno ricevuto consensi minimi. Inoltre tutti i
nostri candidati nei consigli di facoltà e di studio sono stati eletti.
Il nostro entusiasmo è smorzato dal calo di consensi di Impegno Universitario, un dato senz'altro negativo
e in parte ancora da interpretare. Ciò è dovuto in parte ad una dispersione dei voti fra candidati indipendenti
sostenuti da gruppi di facoltà, molto più numerosi in queste ultime elezioni; ed in parte alla nostra difficoltà
di coinvolgere gli studenti nel grande impegno propositivo all'interno dei consigli; l'assurdo sistema
elettorale ha poi fatto il resto nel penalizzarci quanto al numero di eletti.
Quanto ai candidati eletti, si conferma il radicamento nelle facoltà dello Student Office / Cattolici Popolari,
che può contare su strutture, iniziative ed attività di grande impatto politico ed economico, ed anche su
appoggi in ambito accademico; altri gruppi, legati a partiti sia di sinistra (Sinistra Giovanile) che di destra
(Alleanza Universitaria e Forza Italia Giovani), non ottengono consensi significativi ormai da 5 anni: segno
di stanchezza verso uno stile politico vecchio e della loro presenza sporadica.
Focalizzando l'attenzione sull'andamento generale dobbiamo notare che troppo alto continua ad essere il
numero degli studenti che non va a votare, nonostante un trend costante di aumento dei votanti: un dato
preoccupante, che dimostra quanto sia difficile vivere gli anni dell'università sentendosi parte di una
comunità (e il dato dei non votanti è poi molto più alto nelle grandi facoltà: esce così sconfitta la logica del
mega-ateneo).
Come se non bastasse le schede bianche e nulle rimangono sempre su valori molto alti: ciò è la
conseguenza di un sistema elettorale fallimentare e non democratico, che non prevede l'indicazione di liste o gruppi di appartenenza, favorendo il voto clientelare e determinando palesi irregolarità (propaganda e
suggerimenti elettorali durante le operazioni di voto, controllo dell'elettorato tramite telefonate e
"schedature" all'interno dei seggi, elettori accompagnati ai seggi dai candidati).
Alessandro Sturaro
(neo eletto in C. S. di Impegno Universitario)
|
ANNO 1991 | ANNO 1994 | ANNO 1996 |
| GRUPPI | votanti (14.93%): 11.717 su 78.928 bianche-nulle: 10.30% |
votanti (16.82%): 15.405 su 91.577 bianche-nulle: 23.11% | votanti
(17.06%): 16.334 su 95.769 bianche-nulle: 11.13% |
| Student Office & Cattolici Popolari
| 5.101 voti (48.41%) | 5.673 voti (47.95%) | 7.034 voti (46.92%) |
| Impegno Universitario | 1.394 voti (13.23%) | 3.708 voti (31.34%) (*) | 2.632 voti (17.55%) |
| Sinistra Giovanile | 2.707 voti (25.69%) | - | 954 voti (6.36%) |
| Atisrevinu & Unione degli Universitari | 1.213 voti (10.25%) | 698 voti (4.65%) |
(*) compresi 650 voti di un gruppo di Cesena, pari al 5.49%
I risultati si riferiscono per l'anno 1991 all'elezione per il Consiglio d'Amministrazione dell'Università (si votò
per liste), mentre per gli anni 1994 e 1996 all'elezione per il Consiglio Studentesco (sommando i voti dei
singoli candidati di ciascun gruppo). |
All'inizio
PAG. 12-13: obiettivo scuola
Nella crisi della scuola, un punto dolente è la formazione degli insegnanti. Ma
quali contenuti dare a tale formazione? E soprattutto dove cercare i formatori?
"Conosciamo poco di ciò che fa grandi alcuni insegnanti (...). Diciamo vagamente
che queste abilità dipendono dall'arte più che dalla scienza. Forse in questa
metafora c'è della verità scientifica" (G. Bateson).
Insegnare. Come il clown e la pornostar
Si è molto parlato, negli ultimi anni, di "autonomia scolastica". Eppure mai come in questo periodo le
scuole, sottoposte a un bombardamento di circolari, moduli, schede, prescrizioni burocratiche, sono state
viste come passive esecutrici di modelli e procedure elaborate da un "centro" ipertrofico e inamovibile, che
il variare dei governi e dei ministri non ha intaccato.
Destrutturare il ministero.
Se il nuovo governo vorrà affrontare seriamente il problema della scuola, dovrà portare alle estreme
conseguenze le sue promesse di decentramento, impegnandosi nella destrutturazione di quel Ministero
della Pubblica Istruzione che lo stesso Romano Prodi, ancor prima di entrare in politica, amava definire
"una struttura fossile, impossibile da gestire".
Solo una radicale liberazione dall'invasione burocratica potrà alleviare il clima di depressione dilagante tra
la maggior parte degli insegnanti e mobilitare quelle energie interne alla scuola che sono le uniche capaci
di dar fiato a un'autentica "autoriforma": trasformare le scuole in centri di ricerca didattica oltre che di
trasmissione del sapere; favorire lo sviluppo di soluzioni e di proposte formative diversificate; valorizzare le
competenze già esistenti promuovendo l'incontro, il confronto, la valutazione dei risultati. In altre parole,
mettere in grado gli insegnanti di agire come esseri pensanti, capaci di costruire e gestire da sè i modelli e
le strategie del proprio lavoro.
In questo quadro si colloca il fondamentale problema della formazione dei docenti. Il nostro paese è pieno
di persone che pensano di saper insegnare a insegnare agli insegnanti: pedagogisti, psichiatri e psicologi,
sociologi, ispettori ministeriali, accademici delle più varie discipline.
Insegnare a insegnare
Fino ad oggi questa idea non è suonata strana agli orecchi delle competenti autorità: se c'è da istituire un
corso di formazione per insegnanti, si ricorre immancabilmente alle sopra citate categorie. Ne nascono
anche dei conflitti: non molto tempo fa i quotidiani hanno ospitato un acceso dibattito tra pedagogisti e
specialisti disciplinari sul ruolo che ciascuna delle due corporazioni avrebbe dovuto ricoprire nei neo-istituiti
corsi universitari per la formazione dei docenti. A nessuno degli intervenuti è passata per la mente l'idea
molto banale che, se c'è qualcuno che sa insegnare, quello è un o una insegnante.
Se uno psicologo o un medico va a un corso d'aggiornamento, dall'altra parte del tavolo trova quasi sempre
uno psicologo o un medico considerato particolarmente bravo, che si è specializzato in qualche strategia
terapeutica, che ha esperienze interessanti da raccontare, che ha scritto libri a riguardo. Se ci fossero corsi
di formazione per ciabattini, sarebbero sicuramente tenuti da ciabattini esperti, non da idraulici, orologiai o
elettricisti; e l'eventuale presenza di podologi, massaggiatori reflessologici, scuoiatori di cinghiali e
coccodrilli sarebbe considerata un contributo interessante ma collaterale. Solo agli insegnanti - categoria il
cui mestiere ha molto di artigianale, di soggettivo, di idiosincratico - tocca invariabilmente andare a lezione
da professionisti che svolgono un altro lavoro: il senso comune esclude che dalla pratica dell'insegnamento
possa scaturire un sapere degno di questo nome. Non a caso, se si pensa a una carriera per il personale
docente, immediatamente ci si preoccupa di premiare le attività di gestione, di progettazione, di
coordinamento, come se il contatto diretto con i ragazzi e con le ragazze fosse una pedissequa applicazione
di modelli e di tecniche prestabiliti e non quell'arte complessa, avventurosa, sorprendente che gli insegnanti
seri e appassionati conoscono e amano.
Chi forma chi
È fin troppo ovvio che un buon insegnante di matematica, o di storia, deve avere una buona conoscenza
della matematica, o della storia. Ma non si capisce perché, subito dopo aver conseguito una laurea in
queste discipline, occorrerebbe fargli incamerare un sovrappiù di formazione specialistica: o l'università è
capace di far imparare i capisaldi delle discipline che insegna, e allora un normale corso di laurea è più che
sufficiente; oppure non ne è capace, e allora un'aggiunta di due anni dello stesso tipo di formazione non può
certo risolvere il problema. Quanto alla pedagogia, da quando il ruolo dello studioso si è scisso nettamente
da quello dell'insegnante - cosa che non avveniva ai tempi di Pestalozzi, Freinet, Montessori - i suoi percorsi
epistemologici sembrano segire le tracce di quei dotti del Seicento che dettavano legge sul funzionamento
dell'universo e sui moti degli astri rifiutandosi di dargli uno sguardo diretto con il canocchiale di Galileo: la
separazione fra chi insegna e chi teorizza sull'insegnamento è uno dei fondamentali motivi dell'inaridimento
del sapere pedagogico e dell'avvilimento del mestiere dell'insegnante. In altri paesi europei i docenti
universitari che si occupano di didattica devono passare, per contratto, molta parte del loro tempo nelle
classi, a contatto diretto con insegnanti e studenti: penso che questo salutare bagno di realtà li aiuti a
elaborare modelli interpretativi e operativi ragionevoli, flessibili, sottoponibili al vaglio dell'esperienza: cosa
che nel nostro paese avviene assai raramente.
L'università e la didattica
D'altra parte è noto che in Italia l'attività didattica occupa l'ultimo posto tra gli interessi e le preoccupazioni
della larga maggioranza dei professori universitari: sembra alquanto paradossale che coloro che
dovrebbero insegnare ad insegnare provengano proprio da una categoria che si preoccupa così poco del
suo stile di insegnamento. In fondo la più autentica pedagogia del pedagogista non è quella enunciata a
parole, ma quella praticata all'università, nella sua relazione con i suoi studenti. Nei corsi d'aggiornamento
si enunciano illuminate teorie secondo le quali i bambini e le bambine non sono scatole vuote e non bisogna
trattarli come oggetti ma come soggetti; ma ci si guarda bene dall'applicare questa strategia pedagogica
anche agli insegnanti destinatari del corso. Non c'è da stupirsi poi se nelle scuole si diffondono quegli
atteggiamenti gregari e vittimistici che si rimproverano giustamentemente alla corporazione degli
insegnanti: se chi mi insegna a fare il mio mestiere non tiene alcun conto di ciò che so e che so fare, non
mi resta che adagiarmi sulle ricette didattiche preconfezionate che giungono dall'alto (e brontolare
rancorosamente quando scopro che non funzionano).
Come l'antropologo o la pornostar
Ciò che motiva la spartizione della formazione dei docenti tra specialisti disciplinari e pedagogisti è l'idea
dell'insegnamento come "trasmissione" di saperi codificati: da un lato le discipline da insegnare, dall'altro le
tecniche per farle penetrare, a dosi crescenti, nella testa dei discenti. Specialisti e pedagogisti spiegano
all'insegnante ciò che deve sapere e saper fare, in modo che questo possa a sua volta spiegare ai bambini
ciò che dovranno sapere e saper fare per essere accolti a pieno titolo nella società degli adulti. Gli stessi
specialisti illustrano anche gli strumenti adatti a "misurare" la quantità di apprendimento entrato nella testa
del bambino o della bambina e le strategie adatte a correre ai ripari quando la dose non è sufficiente. Ma la
scuola, quando va come deve, non è questo. È il luogo (forse l'unico, a parte la famiglia, in questo momento
storico) in cui si incontrano generazioni diverse, su uno sfondo per molti aspetti lacerante di crisi di valori e
di modelli. Pensare che tutto si risolva in un asettico e unidirezionale passaggio di valori e di saperi è
illusorio.
Fattori come la crescente distanza culturale fra le generazioni, la perdita di prestigio sociale della scuola e
dell'istruzione, la sfasatura tra cultura scolastica ed extrascolastica richiedono che chi insegna sia prima di
tutto capace di motivare all'apprendimento. Da questo punto di vista i principali requisiti di un buon
insegnante sono la passione e la curiosità per ciò che insegna e per le persone che ha di fronte, il gusto per
l'avventura e per l'imprevisto insiti in ogni relazione umana, il senso della complessità e dello straordinario
valore sociale del suo lavoro, la consapevolezza della vastità della propria ignoranza e la propensione a
ripensare ogni giorno al significato di ciò che fa in classe con i suoi studenti. Come lo stregone, il clown e
la pornostar, l'insegnante lavora con il corpo, con la voce, con le emozioni. Come l'antropologo, esplora usi
e costumi di una tribù sconosciuta, si sforza di gettare ponti fra culture diverse, cerca di costruire contesti
comunicativi comuni. Questo genere di cose non si impara esponendosi passivamente all'ascolto degli
ultimi sviluppi del sapere specialistico o delle più recenti rassegne di obiettivi, indicatori e descrittori
elaborate da qualche supercilioso sezionatore dei comportamenti umani.
Ampliare la gamma dei punti di vista
Per quel che mi riguarda, il maggior contributo alla mia formazione di insegnante è venuto da un'esperienza
giovanile di educatore in un'associazione volontaria, dagli scambi di esperienze con colleghe e colleghi
esperti e appassionati e dall'incontro con narrazioni come quelle di Janus Korczak, Mario Lodi, don Milani:
esseri umani diversissimi, accomunati da una forte spinta etica e da un rapporto appassionato e fantasioso
con i ragazzi e le ragazze. Per ciascuno di loro l'esperienza educativa non si poneva come una trasmissione
unilaterale di valori e saperi, ma come costruzione cooperativa di un mondo possibile in cui i modelli sociali
dominanti (a volte feroci, come nel caso di Korczac) potessero essere messi in discussione e sovvertiti: le
tecniche, sempre discutibili e reinventabili, venivano di conseguenza, e ognuno si costruiva ogni giorno le
sue. Si obietterà che i casi citati sono eccezionali, che non si può pretendere che ogni insegnante sia un
genio o un eroe, che bisogna portare i grandi numeri a un livello medio di decenza. A me sembra che la
trasmissione unidirezionale di metodologie didattiche standardizzate, anziché sollevare le situazioni più
mediocri, rischi di deprimerle ulteriormente: il generale deterioramento della qualità delle esperienze
scolastiche dagli anni delle tassonomie fino ad oggi ne è una riprova. Per quanto scarse siano le doti di un
attuale o futuro insegnante, credo che l'unico modo per aiutarlo a migliorare stia nel farlo diventare
protagonista della propria formazione, offrendogli la possibilità di ampliare, attraverso esperienze e incontri
significativi, la gamma dei suoi punti di vista sulla straordinaria complessità del mestiere che svolge o che
svolgerà.
Due proposte
Un sociologo che ha svolto accreditate ricerche sulla scuola italiana afferma che "circa tre insegnanti su
dieci sono quasi degli eroi, molto competenti e ottimi didatti: suppliscono con l'impegno personale, si
aggiornano, ma non sono per niente valorizzati e non hanno alcun riconoscimento. Una metà dei restanti
due terzi è inadeguata. L'altra metà tira a campare" (*). Se le cose stanno così, è chiaro che una formazione
in servizio concepita come semplice "aggiornamento" disciplinare, unito alla mera trasmissione di nozioni
psicologiche e pedagogiche, rischia di lasciare il tempo che trova. E anche la differenziazione retributiva di
cui si parla come di una panacea non mi sembra possedere il potere salvifico che le si attribuisce. Si tratta
invece di restituire senso al mestiere dell'insegnante: il che, dal punto di vista della formazione, significa
offrire tempo e occasioni per metacomunicare sul proprio lavoro quotidiano, per recuperare il suo valore
etico e conoscitivo, per elaborare e far circolare il sapere che ne scaturisce. Se per mettere in moto un
processo di questo tipo sia necessario ricorrere all'apporto di interventi esterni al mondo della scuola o sia
più utile la valorizzazione delle competenze esistenti tra gli insegnanti, dovrebbero essere gli stessi
destinatari della formazione a deciderlo di volta in volta. Una premessa indispensabile è comunque il
radicale sfoltimento dell'inutile lavoro burocratico che attualmente intasa la vita della scuola e
l'istituzionalizzazione di tempi "sabbatici" dedicati alla ricerca e allo studio.
Per quanto riguarda invece la formazione iniziale, un ruolo fondamentale andrebbe offerto agli insegnanti
capaci di interagire con i loro futuri colleghi in un lavoro che si svolga anche e soprattutto nelle classi,
insieme con ragazze e ragazzi in carne ed ossa. Insomma, quel "tirocinio" che nei progetti ufficiali è relegato
a una funzione subordinata dovrebbe essere il cardine della formazione, non come "esercitazione pratica"
in cui si "applicano" e si verificano a posteriori teorie pedagogiche preconfezionate, ma come esperienza
diretta della sconfinata varietà di osservazioni, strategie, implicazioni che possono scaturire dall'atto
dell'insegnare e dell'imparare. Qualcosa di simile si potrebbe sperimentare all'interno di situazioni educative
extrascolastiche, con preferenza per quelle inserite in ambienti socialmente o psicologicamente "a rischio".
Mi pare che queste ipotesi potrebbero funzionare ad alcune condizioni: che gli insegnanti-"formatori" (ma la
parola ha qualcosa di ripugnante, e bisognerebbe inventarne un'altra) non siano totalmente esonerati
dall'insegnamento ma mantengano un contatto costante con le classi e con i ragazzi, attraverso forme di
distacco parziale; che il problema della formazione degli insegnanti sia sottratto alla direzione del ceto
buro-pedagogico che lo ha gestito fino ad ora; che i rapporti tra ricerca didattica e sapere accademico, e tra
scuola e università, non si svolgano più in termini gerarchici e unidirezionali ma di scambio alla pari.
L'unificazione tra Ministero dell'Università e della Pubblica Istruzione, avvenuto probabilmente per
considerazioni d'altro genere, potrebbe aprire qualche spiraglio in questa direzione.
Guido Armellini
(*) Alessandro Cavalli intervistato da F. Erbani su "La Repubblica" del 27.1.1996.
All'inizio
PAG. 14 - cittadini del mondo
Formazione, sensibilizzazione a temi come giustizia sociale e rapporti Nord-Sud,
impegno per la pace e la cooperazione, iniziative di solidarietà e campi di lavoro:
un'istantanea di quello che è oggi in Italia il Servizio Civile Internazionale.
Oltre i confini
Il Servizio Civile Internazionale (SCI) fu fondato nel 1920 per iniziativa di un gruppo di pacifisti europei, fra
cui Pierre Ceresole ed Helene Monastier. Si tratta di un'associazione internazionale di volontariato, presente
con circa 60 sezioni nazionali in diversi paesi europei, asiatici ed africani.
Principi e impegni
L'articolo 1 dello statuto della sezione italiana indica le quattro caratteristiche di fondo dell'associazione:
laicità, democraticità, pluralismo e impegno a realizzare una società più equa e più giusta. A partire da
queste motivazioni ben si comprendono i settori di intervento del SCI:
impegno a favore del processo di pacificazione internazionale,
promozione dell'obiezione di coscienza,
attuazione dei rapporti economico-sociali fondati sull'equità e la cooperazione per il superamento delle
diseguaglianze fra Nord e Sud a livello mondiale,
promozione di iniziative di solidarietà internazionale a favore dei popoli oppressi dai regimi autoritari,
sviluppo di azioni concrete a favore della solidarietà sociale,
contributo al potenziamento di una politica di protezione civile e di salvaguardia ambientale.
Gli strumenti pratici di cui il S.C.I. si avvale per realizzare questo impegno sono: campi di lavoro estivi ed
invernali, volontariato a medio e lungo termine, compresi i week-end di formazione a tema, campagne di
boicottaggio (es. contro la Nestlè), seminari, ecc.
Cosa si fa in Italia
Fondata nel 1945, l'associazione italiana vive da qualche anno una fase di costante incremento, sia dal
punto di vista delle iscrizioni che delle attività: per esempio si è passati dai circa 600 soci e 6 campi di lavoro
organizzati nel 1985 al raddoppio del numero dei soci e alla realizzazione di più di 100 campi del 1995. La
segreteria nazionale ha sede a Roma, mentre a livello locale esistono gruppi regionali o, più
frequentemente, gruppi locali nei quali i soci svolgono attività informativa sul territorio.
Nei prossimi mesi entrerà in vigore il nuovo statuto, che ha come intendimento la formalizzazione di un
processo di decentramento di fatto già in atto da diversi anni; mentre l'art. 20 del vecchio statuto
riconosceva queste realtà citandole appena ("L'associazione promuove la formazione dei muovimenti
associativi a livello locale, con particolare riferimento all'ambito regionale").
Nella nuova stesura invece viene dato risalto all'autonomia dei gruppi territoriali (sia regionali che locali),
nella convinzione di facilitare così lo svolgimento delle attività sul territorio e il relazionarsi con altre
associazioni ed enti locali, anche per ottenere fianziamenti per progetti specifici. Accanto al decentramento
territoriale ne è stato previsto uno "tematico", tramite la costituzione ufficiale di gruppi che saranno
impegnati nell'approfondimento di un singolo argomento. Anche questa modifica è la conseguenza diretta
dell'esperienza positiva di un gruppo di SCI che lavora gia da qualche anno, benchè privo di riconoscimento
formale, sull'America Latina.
Decentrare innanzitutto
Si sta ipotizzando di costituire - in un prossimo futuro - un gruppo tematico sulla ex-Jugoslavia; molte infatti
sono le iniziative dell'associazione a favore dei rifugiati: raccolta e invio di materiale, campagna a favore dei
rifugiati come i Crossing borders, campi di lavoro come quello organizzato nell'estate '95 a Villasimius, in
provincia di Cagliari, che ha visto la diretta partecipazione di ragazzi profughi da Mostar.
Parallelamente, nel documento politico approvato dall'ultima assemblea nazionale, si parla della necessità
di decentramento per permettere ai singoli soci di essere effettivamente attivi, sia acquisendo esperienza e
motivazioni, sia promuovendo quelle attività che assicurano la continuità con i campi di lavoro, sia
pubblicizzando - a livello locale - le campagne nazionali ed internazionali promosse dal SCI. Una
particolarità: il fenomeno del decentramento è una peculiarità di della sezione italiana.
D'altro canto, in questi anni di forte incremento del numero degli iscritti, ha trovato ampio spazio nella
discussione, durante l'assemblea dell'ultimo dicembre, il tema della formazione. Mentre in passato spesso
i soci si identificavano con gli attivisti, ora sono tantissime le persone che si iscrivono al SCI per partecipare
per la prima volta ad un campo di lavoro. È certamente un'opportunità validissima quella di potere vivere
un'esperienza di vita comunitaria, di autogestione, responsabilizzazione e volontariato, soprattutto quando
non si hanno alle spalle altre esperienze del genere, ma è altrettanto fondamentale che il campo di lavoro
sia veramente un momento formativo, cui ne dovrebbero seguire altri, una volta che il volontario sia
rientrato.
La formazione
Il tipo di formazione che promossa dal SCI può essere definita "orizzontale", nel senso che nessun
insegnamento viene fatto cadere dall'alto: alcune persone più competenti su di un tema propongono incontri
e discussioni ai quali ognuno contribuisce portando la propria esperienza. Riunioni di questo genere
risultano essere formative per tutti e soprattutto, in una struttura così flessibile, ognuno si sente
responsabilizzato e spinto ad occuparsi in prima persona degli argomenti che più gli interessano in quel
momento.
Non poteva mancare, fra i temi trattati in sede di assemblea nazionale, quello dell'informazione. Preso atto
dell'inadeguatezza degli strumenti attuali per la diffusione di notizie dalla segreteria nazionale alle sedi
locali, sia come efficacia, sia come costi (un foglio informativo quindicinale per gli attivisti e per i gruppi e
un trimestrale per tutti i soci, sempre più ingestibile), la direzione in cui si è concordato di andare è quella
di realizzare un periodico da inviare ad ogni socio.
Elena Tabellini
Chi fosse interessato alle attività proposte dal S.C.I. (la quota di iscrizione è di 30.000 lire) può contattare lo
051/431265 e chiedere di Elena.
All'inizio
PAG. 15 - lettere
Riceviamo e pubblichiamo. Continua lo scambio di idee tra Il Mosaico e
esponenti politici impegnati nelle istituzioni locali. Questa volta a scriverci è Marco
Macciantelli, assessore provinciale alla cultura, sport e turismo, a proposito di
questione metropolitana.
Dal comune alla periferia
A proposito dell'incontro "informiamoci con il Mosaico" e del rendiconto firmato da Flavio Fusi Pecci sul
numero 5 (settembre-dicembre 1995) di questa rivista, vorrei intervenire sul tema della "città metropolitana",
spostando, se è possibile, il punto di osservazione su un aspetto, a volte non sufficientemente considerato,
che tocca il ruolo di uno dei centri nevralgici delle decisioni del governo del nostro territorio: Palazzo
d'Accursio. (...). Certo, il capoluogo tende, obiettivamente, ad impostare politiche che si riverberano su tutto
il contesto locale. Un comune così grande e autorevole, come Bologna, finisce per influenzare gli indirizzi
degli altri 59 Comuni della provincia, anche senza volerlo.
Inviterei a fare attenzione su un punto. Il Comune di Bologna alla data del 31 dicembre 1994 annoverava
390.434 residenti. La provincia di Bologna, complessivamente, 906.018. Sono dati dai quali non è difficile
trarre l'impressione che la "volontà politica" dei quasi quattrocentomila (del capoluogo) non può non pesare
su quello degli altri cinquecentomila (dell' "area vasta"). Da tempo è in corso un massiccio processo di
redistribuzione della popolazione dal capoluogo al resto del territorio provinciale (...). Elevato appare inoltre
il grado di mobilità: le statistiche dicono che ogni giorno quasi 100.000 persone dalla provincia si riversano,
per ragioni di lavoro o di studio, nel Comune capoluogo. (...)
Se consultiamo l'art.3 della nostra Costituzione siamo chiamati a considerare l'esigenza di una uguaglianza
non solo formale, ma sostanziale, di tutti i cittadini. E allora, la questione si potrebbe formulare così: perché
la voce e i diritti dei cinquecentomila -della Pianura, del Circondario di Imola e dell'Appennino- possa essere
ascoltata come quella dei quasi quattrocentomila del centro storico e della periferia bolognese, occorre far
sì che i primi contino di più.
Come? Un'ipotesi è quella che essi eleggano i loro rappresentanti, al pari dei cittadini del capoluogo, e che
gli eletti siedano nella stessa assise politico-rappresentativa. Un consiglio di tutta la popolazione della
provincia di Bologna. Un consiglio - perché non usare a questo punto il termine corretto? - "metropolitano".
Inoltre è necessario che, insieme, i cittadini del capoluogo e quelli della provincia possano concorrere ad
esprimere quel governo dal quale dipendono le politiche per tutto il territorio, con una giunta che superi la
divisione tra Comune e Provincia di Bologna. Precisamente, una "Giunta metropolitana".(...)
E in effetti, assunta dal punto di vista dei diritti di cittadinanza, la "questione metropolitana" è di una
semplicità elementare. Occorre un luogo unitario per un nuovo governo del territorio. E' esattamente quanto
prevede una legge del nostro Stato. Una legge che costituisce, a suo modo, una specie di "carta
costituzionale" delle autonomie locali. Una legge che ha riformato gli Enti locali, riaffermandone il ruolo, ai
sensi della nostra Costituzione, ritenuta antica, eppure ancora capace, nella sua prima parte, cioè sul piano
dei principi e della loro applicazione, di configurare novità anche sorprendenti.
La Legge 142 riforma gli Enti locali (...) prevedendone una riorganizzazione attraverso un'integrazione
prima, una fusione poi, tra il Comune capoluogo e l'Ente provinciale, insieme a un sempre più stretto e
intenso coordinamento con i Comuni della provincia.(...)
Si potrebbe dir così: i cittadini della provincia devono "contare" di più, ma perché questo accada, occorre
superare la storica distinzione tra provincia e comune capoluogo in un unico luogo che raccolga, coordini e
rappresenti tutti. La storica centralità del capoluogo non è più adeguata ad esprimere la fitta rete di relazioni
che oggi disegna il nuovo volto del territorio.
Ora, non vi è dubbio che la legge 142, come tante altre cose del resto, non è perfetta. Ha il limite
dell'astrattezza, pretende - come dire?- di stabilire dall'alto lo sviluppo di qualcosa che prima di tutto deve
essere sentito dai cittadini, vorrei dire "vissuto" dai cittadini, come una realtà verificabile quotidianamente,
dal basso.
Anche per questo, pur tra qualche limite, il contesto bolognese ha deciso di curvare verso la soluzione di
una sperimentazione empirica, concreta: dar vita, qui, in periferia, visto il tanto discorrere di "federalismo",
alle premesse che possono configurare i futuri sviluppi, creando un coordinamento nella forma di una
conferenza metropolitana. e' il frutto, importante e tangibile, del "metodo" impostato dal prof. Luciano
Vandelli, oggi vice presidente della provincia di Bologna.
Qualcuno ha detto che il coordinamento è una "risorsa strategica" del tempo che viviamo; la Conferenza
metropolitana è il coordinamento spontaneo, fondato su un "patto volontario", tra le comunità della
provincia e i loro rappresentanti, i primi cittadini.
Non intendo celebrare quello che è stato fatto; anzi credo che occorra tener presente che certe obiezioni
rivelano ragioni profonde che vanno comprese, specie quando sfidano certi progetti innovativi su un terreno
a cui nessuno deve sfuggire: quello della concretezza.
Personalmente, credo che ci sia ancora molto da fare. In primo luogo stabilendo una doverosa distinzione
tra "area metropolitana" e "città metropolitana". L' "area" è una realtà constatabile da chiunque voglia aprire
gli occhi attorno a se: e riguarda le relazioni che connettono tutte le parti del nostro territorio. La Città
metropolitana è una prospettiva di più lungo respiro, che ha bisogno di tempi e modi adeguati, insieme a
concreti presupposti legislativi e ad un'intesa, esplicita e solida, tra Regione, Provincia e Comune
capoluogo. Da questo punto di vista la delibera del Consiglio comunale di Bologna, orientata a chiedere
l'indizione di una consultazione referendaria entro il 1997 rappresenta una scadenza ineludibile rispetto alla
quale tutti dobbiamo cominciare a prepararci. (...)
La Provincia ha un compito quanto mai significativo nell'attuale mandato amministrativo. Ma anche il
Comune di Bologna può cogliere un'occasione preziosa: quella di far suo il significato dell'innovazione che
si prospetta, perché se è vero che le decisioni di Palazzo d'Accursio finiscono per ripercuotersi
immancabilmente su tutto il territorio provinciale, è altrettanto vero che l'ottica di Palazzo d'Accursio non
può più essere circoscritta soltanto alle mura del capoluogo: occorre, invece, pensare alla nostra realtà
locale come a un "sistema", nel quale, in modo sempre più coerente, "tutto si tiene".
E' questa consapevolezza del fatto che il contesto del nostro territorio è un sistema di interdipendenze, che
dovrebbe spingerci a vedere nella sfida metropolitana un'occasione per far fare un salto in avanti ai diritti di
tutti i nostri concittadini. Almeno, questo è il modo in cui io personalmente guardo a quella che rimane -ed
è- una sfida per tutto il nostro territorio e per le sue amministrazioni locali.
Marco Macciantelli
(assessore alla cultura, sport e turismo
della Provincia di Bologna)
All'inizio
PAG. 16 - appuntamenti e avvisi
Centro Poggeschi
Mostra sull'opera di Giovanni Poggeschi
Continuerà fino a tutto settembre l'esposizione (inaugurata nelle scorse settimane in via Guerrazzi 14, a
Bologna) relativa all'opera di Giovanni Poggeschi, pittore e poeta (1905-1972).
Laureato in legge, Giovanni Poggeschi comincia a dipingere attorno al 1927, spinto anche dall'amicizia con
Nino Bertocchi, Corrado Corazza e Lea Colliva. Insieme a questi fonda nel 1931 la rivista "L'Orto", dove
compaiono diversi suoi disegni. Nella prima metà degli anni 30 Poggeschi lavora in semplicità e solitudine a
S. Matteo della Decima, presso Cento, dove conosce don Francesco Mezzacasa, che diviene il suo primo
maestro spirituale. Dopo aver presentato le sue opere in alcune mostre a Bologna, Ferrara e Milano, il 13
novembre 1936 entra come novizio nella Compagnia di Gesù, e si trasferisce prima ad Ariccia, poi a Roma
per gli studi, fino all'ordinazione del 1944. Ritornando a Bologna nel 1950, Poggeschi riprende a dipingere
dopo una pausa di quasi 15 anni, ottenendo un notevole apprezzamento e realizzando mostre a Roma,
Milano e Bologna. Nel '69 esce uno studio sulla sua arte, mentre due anni più tardi, poco prima della sua
scomparsa, pubblica una raccolta di disegni e poesie con l'introduzione di Carlo Bertocchi.
Per informazioni rivolgersi a: Centro Poggeschi, via Guerrazzi 14, 40125 Bologna, tel. 051/220435.
Un collegamento fra gruppi
Solidarietà con l'Africa
Si è tenuto nei mesi scorsi a Parma un seminario di studio sul tema "Quale solidarietà con l'Africa oggi" (con
150 persone di 56 gruppi e associazioni che operano in Africa). Dal vivace dibattito sono uscite alcune
decisioni concrete:
nel campo dell'informazione, si elaborarerà un vademecum per gli operatori che si recano in Africa per
ricercare fonti attendibili di notizie;
nel campo dell'impegno politico, si è constatata la progressiva perdita di interesse ai temi della politica
estera e della cooperazione internazionale in particolare;
nel campo della società civile, si è proposta una campagna nazionale per sensibilizzare sul problema del
Burundi, del Rwanda e della regione dei Grandi Laghi, sollecitando l'impegno dei politici e dei mass media.
Le iniziative saranno portate avanti da un collegamento tra le associazioni, affidato al Gruppo Africa (via S.
Martino 6, 43100 Parma, tel. 0521/960427, fax 0521/960596), col quale può mettersi in contatto chiunque
sia interessato.
Luci sulla città
Il piano del traffico: cosa si muove?
Si è svolto il 18 giugno scorso il secondo incontro della serie "Luci sulla città", promosso da "Il Mosaico" con
ArciNova e il circolo "Cittadinanza e Democrazia".
Gianfranco Parenti, assessore al traffico del comune di Bologna, e Filippo Boriani, presidente della
commissione mobilità del consiglio comunale bolognese, hanno risposto alle domande di associazioni e
cittadini. Fra gli intervenuti Ugo Mazza, presidente dell'ATC, e rappresentanti di diverse associazioni:
Legambiente, ACI, Comitato Irnerio, Comitato sull'alta velocità, Verdi, Governare Bologna, oltre che
naturalmente delle associazioni promotrici della serata.
Incisive le domande, vivace il dibattito.
Il Mosaico
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Il Mosaico
periodico della Associazione "Il Mosaico" , via Venturoli 45, 40138 Bologna
direttore responsabile Andrea De Pasquale
reg. Tribunale di Bologna n. 6346 del 21/09/1994
stampa Futura Press srl, Bologna, spedizione in abbon. postale / 50%
Questo numero è stato chiuso in redazione il 20/06/96.
Hanno collaborato:
Anna Alberigo, Guido Armellini, Alessandra Brusoni, Marco Calandrino, Marco Cevenini,
Mirco Corazza, Alessandro Delpiano, Flavio Fusi Pecci, Pierluigi Giacomoni, Andrea Lenzarini,
Lorenzo Minelli, Guido Mocellin, Benedetta Nanni, Mario M. Nanni, Lucia Padrielli,
Giuseppe Paruolo, Alessandro Sturaro, Elena Tabellini, Marco Vagnerini.
IN QUESTO GIORNALE SOLO
LA CARTA É RICICLATA
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