Dalle radici cristiane della "con-passione" con ogni miseria umana, all'impegno sul campo nei luoghi dei diritti negati, fino alle scelte politiche ed economiche. Imparare a interloquire con le istituzioni e l'economia è una necessità e un dovere per il volontariato, chiamato a fare autocritica e a capire come "una solidarietà non responsabilizzante generi mostri, quali clientelismo e dipendenza". Debito pubblico e solidarietà con i cittadini di domani: per un'equità intergenerazionale.

Volontariato: solidale ma responsabile

Dando seguito all'appuntamento fiorentino del settembre '95 (Annunciare la carità - Pensare la solidarietà), una cospicua parte del volontariato di ispirazione cristiana si è nuovamente ritrovata a Firenze, dal 18 al 20 ottobre (Teatro Tenda) per un secondo convegno organizzato dalla rivista Il Regno, dalla Caritas italiana, dal Gruppo Abele e dal Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (CNCA), in collaborazione con la chiesa di Firenze. Il titolo "Annunciare la carità - Vivere la speranza. Esclusione sociale, responsabilità economica, diritti di cittadinanza" sta a indicare una continuità con la riflessione avviata lo scorso anno, e insieme, dopo l'incontro della chiesa italiana a Palermo, il proposito di compiere ulteriori passi.
Prendendo avvio da uno sguardo di taglio teologico-spirituale, il convegno ha inteso porre una domanda sui motivi primi che muovono alla carità, la quale deve necessariamente innestarsi nella memoria della croce del Cristo, l'«Ecce homo», per poter poi affrontare l'abbraccio con la miseria dell'umano. «L'autorità morale della carità nel mondo è in aumento, ed è di moda essere solidali e generosi... ma questo sentimento diffuso, benché confuso, di una fraternità internazionale crescente, sembra cambiare poco nel modo di giungere a un mondo più giusto per tutti» affermava nella sua relazione p. P.H. Kolvenbach sj, preposito generale della Compagnia di Gesù. Accanto alla solitudine del dolore, non basta dunque una pura filantropia o empatia con chi soffre, ma si impone il modello della compassione, del patire-con, che fu proprio del Cristo e che esige il completo dono di sé. Si tratta di un atteggiamento che per mons. P. Coda va tradotto in due coordinate inscindibili, indispensabili anche per dare spessore al «progetto culturale» della chiesa italiana: «la conversione al Dio di Gesù Cristo e la conversione al povero».
Tuttavia, questo povero di cui qui si parla non è rimasto figura teorica su cui disquisire nella sala di un convegno, davanti a un pubblico di un migliaio di persone. Le crude e toccanti testimonianze del sabato mattina, nelle parole di don L. Ciotti, di L. Millu (reduce di Auschwitz e testimone dell'olocausto), di P. Stefani, di M.T. Porcile Santiso, e ancora di P. Rumiz, A. Cupini, A.M. Fanucci, lo hanno tradotto in nomi, esperienze e volti precisi. Così don Ciotti: «Francesca, 5 anni, figlia di genitori sieropositivi, ha contratto a sua volta il virus... I giudici minorili non trovano nessun istituto o famiglia disposti a ospitarla...»; «Kamel, 30 anni, si è ucciso nel carcere di Cagliari, di notte, recidendosi le vene, mentre i compagni di cella dormivano... Era uno di quegli 8.644 detenuti stranieri che popolano le nostre carceri...»; «la piccola albanese, 12 anni, costretta con botte e minacce a prostituirsi sulla litoranea di Salerno, il permesso di soggiorno non ce l'ha....». Tante storie di negazione che, insieme a molte altre, sembrano chiudersi senza alcun segno di speranza. Ma se è vero, come recita il comando evangelico, che la moneta del tributo va resa a Cesare, perché di Cesare, e così a Dio, le cose di Dio, allora ciò significa che anche l'uomo, immagine del creatore, va a Lui restituito. «Restituite l'uomo a Dio! ossia: restituite l'uomo all'uomo... L'uomo è stato creato con dignità e Dio lo vuole con dignità; l'uomo è stato creato con i suoi diritti e Dio lo vuole con i suoi diritti...». Restituite Francesca, Kamel, la piccola albanese a Dio, grida ancora don Ciotti, per poi soffermarsi su un passo del messaggio inviato al convegno dall'anziano card. Ballestrero, già presidente della CEI negli anni 1979-1985, oggi malato: «Il ruolo di noi cristiani deve diventare fondamentale per un cambiamento di mentalità nella società, perché la denuncia di situazioni di ingiustizia e di oppressione è anch'essa annuncio salvifico».
Tuttavia, tale auspicato mutamento della società, per non essere soltanto un grido nel deserto, non può prescindere dal chiamare in causa l'istituzione e l'economia, che non a caso hanno fatto la parte del leone nella seconda parte del convegno. Imparare a interloquire con questi mondi è una necessità, nonché un dovere che divengono ogni giorno più indispensabili per il volontariato: la forma, gli spazi e addirittura la sopravvivenza di ciò che va sotto la dicitura spesso imprecisa di stato sociale, terzo settore, non profit, verrà a dipendere in misura sempre maggiore dall'intreccio tra aspetti istituzionali ed economici. In questa linea, sono state quindi considerate le possibilità di coniugare efficacemente riforma federale dello stato e impegno di solidarietà (A. Barbera e C. Trigilia), per poi passare a temi più strettamente di politica economica e monetaria (M. Baldassarri e A. Fazio), giuridici (E. Rossi) e istituzionali (R. Prodi). Forse proprio partendo da una sana autocritica «da parte di molti settori della cultura cattolica e della cultura di sinistra nei riguardi di una generica difesa della solidarietà che non ha colto per tempo come una solidarietà non responsabilizzante generi mostri, i mostri della dipendenza, della corruzione, del clientelismo, gli effetti perversi del mancato sviluppo» (C. Trigilia) si può arrivare a guardare senza pregiudizio e costruttivamente alle nuove proposte di rinnovamento. Nell'attuale crisi del Welfare appare chiaro come, se lo stato sociale non viene riformato, rischi l'annientamento. «Lo stato sociale non si può fare in deficit, facendo pagare il futuro, genericamente, e accumulando giganteschi debiti pubblici... Così la generazione dei cinquantenni-sessantenni ha rubato e sta rubando le speranze di sviluppo, di occupazione della generazione successiva... Non è forse anche questo un problema etico, della distribuzione interpersonale e intergenerazionale?» (M. Baldassarri).
Un progetto teso davvero a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana», come recita il 2° comma dell'art. 3 della Costituzione richiamato nell'intervento di E. Rossi, non può comunque fermarsi allo stato sociale tradizionale, ex post, che con esiti spesso discutibili ridistribuisce le risorse dopo che sono state prodotte. Occorre piuttosto uno stato sociale ex ante, capace di aprire opportunità, di creare «le condizioni per essere sulla stessa riga quando la gara comincia» (M. Baldassarri). In questa direzione converge e chiude la relazione del Governatore della Banca d'Italia, ripresa e largamente condivisa da R. Prodi, che impegna in tal senso il suo governo: «La prima forma di disuguaglianza e di esclusione sociale sta nella mancata partecipazione alla vita produttiva... la misura ultima del progresso sta nella capacità di offrire lavoro a tutti i cittadini» (A. Fazio).
Affrontare e intervenire seriamente su temi quali l'esclusione sociale, la responsabilità economica, i diritti di cittadinanza, significa quindi in prospettiva, per il volontariato, spendersi con responsabilità critica in un protagonismo diretto volto a suscitare le condizioni dell'inclusione attraverso forme e modalità più adeguate alla realtà presente.

Gabriella Zucchi

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