Non è un fatto di età, né di cultura, né di benessere: la violenza contro le donne sembra piuttosto una costante di fondo capace di attraversare generazioni e gruppi sociali. Un colloquio con chi da anni è in prima linea su una frontiera incredibilmente attuale.

Bersaglio donna

"Generalmente si pensa che gli uomini che trattano le donne con violenza siano persone malate o pazze o alcolizzate, quando invece al 70-80% sono persone cosiddette normali". Comincia da qui Gabriella, operatrice della "Casa delle Donne per non subire violenza", per dare il quadro in cui si colloca l'attività del suo Centro, sorto nel '90, che oggi impegna 6 operatrici fisse e una decina di volontarie.
La violenza su cui lavorate è una violenza eclatante o piuttosto una violenza sottile, quotidiana e domestica?
La stragrande maggioranza dei casi, circa l'80%, è violenza interna alla coppia, maltrattamento che può essere psicologico (verbale, comunicativo), fisico e sessuale. La forma più diffusa e praticata è quella della svalutazione continua, dello svilimento della donna da parte dell'uomo con cui vive.
Parlando di violenza sulla donna viene da pensare al piano fisico, dove c'è uno squilibrio di forze, mentre su quello verbale e psicologico si direbbe che c'è una parità...
E invece il problema è culturale. La nostra società ha ancora una struttura patriarcale, maschilista, per cui esiste una violenza del genere maschile su quello femminile. Noi finora abbiamo dato accoglienza a circa 1.800 donne, e abbiamo riscontrato che il maltrattamento psicologico lascia segni ancora più profondi di quello fisico. Il risultato di questa violenza, apparentemente mite, è una progressiva perdita di identità da parte della donna, che porta a conseguenze gravissime. Per esempio in alcuni studi americani la sindrome della donna maltrattata viene paragonata alla sindrome delle persone torturate. Perché tutta una serie di sintomi sono gli stessi (incapacità a riposare, somatizzazioni, perdita della propria identità e dell'equilibrio); un'azione che se protratta nel tempo ha degli esiti di distruzione della personalità. Tieni conto poi che la violenza psicologica accompagna sempre quella fisica, che va dallo spintone allo strattonamento allo schiaffo alle percosse anche con bastoni o oggetti di casa. In una relazione violenta l'uomo, per colpire la donna, colpisce oggetti, animali o piante a cui lei è particolarmente affezionata.
Questi fenomeni sono tipici di persone e coppie di una certa età suppongo...
No, anche questo è un mito da sfatare: non è vero che solo le generazioni più anziane ricorrono al maltrattamento. La violenza che abbiamo riscontrato è equamente distribuita nelle diverse fasce d'età: tra minorenni l'1%, ma tra i 18 e i 30 anni abbiamo il 25% dei casi; tra i 31 e i 40 il 28%, tra i 41 e i 50 il 18%, tra i 51 e i 60 il 10%, oltre i 60 il 3% (del restante 15% non abbiamo l'età). La trasversalità del fenomeno, oltre che per l'età, vale anche per il livello culturale e per le disponibilità economiche. Alzando il livello culturale ed economico non si intacca il tasso di violenza di un genere su un altro.
Questa concezione maschilista è secondo voi un retaggio del passato oppure è mantenuta in vita da elementi nuovi, che sono di oggi e non di ieri, che sono creati dalla modernità: penso al mito del vincente, del manager. È solo un problema di emancipazione dal passato o c'è dell'altro?
Sul punto come l'hai posto tu non abbiamo mai ragionato. Ti rispondo a livello personale: certamente non è solo un problema di retaggi del passato. Può sembrare che gli anni '70, culmine del movimento femminista, abbiano ribaltato le cose: in realtà non è così.
Proseguendo nell'esame, arriviamo alla violenza sessuale.
Anche questa appartiene alla coppia. Generalmente lo stupro lo si immagina di notte, per strada, da parte di sconosciuti. Invece la maggioranza avviene ad opera di amici o di amici degli amici, comunque nella cerchia parentale o amicale. Perché ci sono anche situazioni di incesto e simili. C'è sempre una conoscenza, e una fiducia mal riposta. È molto diffusa anche la violenza consumata in un rapporto stabile, ma a volte non viene riconosciuta come tale. Men che meno dall'uomo, ma spesso anche dalla donna. L'amore diventa una prestazione implicita nella relazione di coppia, come per alcuni pulire la casa. È dovuto, e a comando dell'uomo.
Che cosa fa scattare nella donna l'idea che si può vivere diversamente, che la sua situazione non è normale e non va accettata passivamente?
Innanzitutto una presa di coscienza. L'andamento della violenza segue uno schema fisso, che chiamiamo il circuito della violenza: dapprima l'aumento della tensione, poi lo scoppio della violenza, poi un'altra fase detta anche della luna di miele, nella quale il maltrattatore si addolcisce, forse anche per farsi perdonare. In questi momenti la donna si convince che l'uomo può cambiare, che è pentito. Dopodiché il circuito ricomincia, in modo ciclico. E' incredibile, ma anche alla ventesima volta la donna si illude come la prima, e si colpevolizza. Il terrore della donna davanti allo scoppio della violenza è tale che è disposta a pagare tutto per non arrivare a questo, assecondando tutta una serie di richieste (vuoi esplicite vuoi implicite) che peggiorano il suo isolamento. Quello che spezza il circuito della violenza è uscire dall'isolamento, non darsi tutte le colpe e prendersi un po' di respiro per se stessa.
A cosa è mirato il colloquio? Cosa cercate di sapere?
Uno degli assunti di base del nostro lavoro è la relazione tra donne: qualsiasi scelta non la operiamo noi sulla donna che viene qui, ma lei, in base alle sue risorse, ai suoi tempi, ai suoi bisogni, ai suoi obiettivi. Per relazione tra donne intendo uno scambio veramente alla pari. I colloqui (possono essere anche molti) mirano a capire il contesto della situazione, su quali risorse la donna può contare e quali strategie può mettere in atto. Poi lavoriamo anche in gruppi di donne: li abbiamo chiamati "Non ti scordar di te", sono composti da 6-8 donne, e intendono favorire l'autostima, entrando nel merito del vissuto di violenza.
Non arrivate mai a prendere posizione rispetto alle situazioni vissute da queste donne, entrando nel merito dei conflitti?
No, anche perché siamo "istituzionalmente" di parte. Partiamo dal presupposto che la violenza è comunque ingiustificabile, e che se una colpa ha da esserci è di chi agisce, non di chi subisce la violenza.
E in casi estremi?
Abbiamo un luogo per accoglierle. Ma tiene in tutto 8 persone, tra donne e bambini, ed è sempre pieno.
Che rapporto avete con le istituzioni locali?
Il centro è autonomo come scelte, ma nel '90 è stata fatta una convenzione con Comune (per la sede e i finanziamenti) e Provincia (per quanto riguarda la casa rifugio). Ogni 3 anni la convenzione va rinnovata, e in queste settimane è in corso la trattativa per il rinnovo. Anche verso le istituzioni, abbiamo soprattutto cercato delle relazioni con le donne.
Ci può essere per te una relazione tra la violenza verso la donna e il tipo di relazione sessuale veicolata dai media, dalla pubblicità e dal cinema? Mi spiego: negli anni '70 si è fatta una battaglia diciamo di liberazione dell'espressività sessuale: ma anche questa "liberazione" non è stata in qualche modo maschilizzata? Il corpo femminile sbattuto in vetrina, come la carne in macelleria, non evoca un mito sessuale e un tipo di relazione inaccettabile per chi come voi proviene da una cultura femminista?
Io penso che quello che è passato dai movimenti degli anni '70 è una visione emancipazionistica della donna, e con essa la libertà dei costumi, che non vuol dire cambiamento di cultura e di mentalità. Oggi si parla di diversità, che è un'altra cosa. E' stata fatta anche una battaglia al femminile contro la pornografia. Ma sono 20 anni che combatto e vedo ancora poco cambiamento: il fatto forse è che, per attuare un cambiamento, occorre mettere a fuoco la realtà e prendere atto dei problemi. E quello del femminile nella nostra società è un problema ancora irrisolto.

(a cura di A.D.P.)

(Casa delle Donne per non subire violenza via de' Poeti 4, Bologna, 051-265700)
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