La lotta zapatista ha trovato un inatteso quanto prezioso alleato nella rete telematica: la diffusione su Internet di notizie e appelli ha mobilitato una opinione pubblica planetaria. L'inedita esperienza di un conflitto combattuto soprattutto sul terreno della comunicazione.

Chiapas, una guerra telematica

Una rivoluzione viaggia su Internet: il grido degli indios messicani del Chiapas è stato adottato sulla grande rete fin dalla sua esplosione, nel gennaio 1994. Oggi, quello zapatista costituisce a tutti gli effetti il primo caso di ribellione "digitale", posta cioè sotto la diretta tutela di una comunità telematica che non deve più affidarsi ai mutevoli umori di stampa e tv, alle censure o alle manipolazioni. Una comunità che si prende le notizie alla fonte, giocando in tempo reale, e che partecipa in prima persona allo scambio di informazioni. Col risultato visibile a tutti l'estate scorsa, quando - come per una magia indigena - 3500 viandanti del ciberspazio sono sbarcati nel cuore del Messico per il più incredibile summit politico economico che sia mai stato organizzato nella giungla (e forse non solo).
Potenza di internet. Siamo agli inizi del '94, sono passati pochi giorni da quando i campesinos hanno imbracciato le armi - scendendo dalla foresta all'alba di capodanno e lanciando proclami dai cinque municipi in cui si sono arroccati - e in Messico cominciano a arrivare giornalisti. Armati di cartina, chiedono dove sia mai questo Chiapas, di cui fino a quel giorno ignoravano persino l'esistenza. La società messicana cade dalla nuvoletta in cui la tengono i maggiori organi di informazione, narcotizzati dall'apparato governativo. I giornali sono costretti a prendere atto che qualcosa sta accadendo, laggiù, ai margini della Selva Lacandona, impenetrabile foresta ai confini col Guatemala. Compaiono i primi titoli, i partiti politici si svegliano, ecco le dichiarazioni ufficiali (caute, naturalmente per non spaventare troppo gli investitori stranieri). E gli inviati dei quotidiani nazionali arrivano là dove già li aspettano il New York Times o Le Monde. Il mondo ha bussato alla porta del Messico informandolo che aveva il fuoco in cantina. E il Messico è stato costretto a far accomodare gli ospiti e scendere per andare a vedere. Come è potuto succedere?
Ciò che accade in realtà in quei giorni di gennaio - mentre gli zapatisti asserragliati si appellano alla società civile e il Messico dorme - è che uno studente americano, Justin Paulson, viene a conoscenza della rivolta, e decide di dare una mano come può, ovvero inserendo nel proprio sito i messaggi degli zapatisti. Nasce così lo "Ya, basta" (ora , basta), tuttora allestito e consultabile  all'http:// www.peak.org/ justin/ezln. Quello che radio tv e giornali locali si ostinano ad ignorare, fa il suo "virtuale" giro del mondo. E il gioco è fatto.
Le parole del subcomandante Marcos - un misto di Neruda, Tom Robbins e leggende maya - rimbalzano di paese in paese. Le richieste degli indios, abbracciate dalla Grande Rete, guadagnano un posto sugli schermi di migliaia di "navigatori". La stampa trova affascinante che, dopo la caduta di tutti i muri, dopo la pace in Salvador e in Guatemala, ci sia ancora qualcuno pronto a infischiarsi della morte delle ideologie e a morire col fucile imbracciato. Come si dice in gergo, "è una bella storia". E gli inviati partono. Nascono i comitati di solidarietà e i centri d'appoggio.
Nella Rete c'è posto per tutti. I siti si moltiplicano, oggi è facile trovare gli appelli degli indios, i resoconti dei giornali messicani, i rapporti dei volontari che operano sul campo, persino prese di posizione personali. È attivo il sito del Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale, organizzazione civile messicana che si fa carico della richiesta di rinnovamento sollevata dai "ribelli" (consultabile su spin.com.mx/~floresu/fzln/). Quanto all'Italia il sito più corposo che raccoglie e rilancia informazioni è su www.ecn.org/lists/ezln-it. Tutto materiale scambiato a livello orizzontale fra le comunità zapatiste che popolano la selva telematica planetaria. Non c'è nessun bisogno che Marcos e i suoi si attacchino a un improbabile computer nel fango della Lacandona. È sufficiente che abbiano un amico o un telefono. Meglio se entrambi. E se c'è chi ha visto un cellulare in mano al comandante Tacho, ormai anche il venditore di panini sull'intercity Roma-Milano l'ha in tasca: perché scandalizzarsi se - per una volta - qualcuno usa gli strumenti del sistema per combatterlo?
La corrente è una merce rara in Chiapas, che pure produce il 60% dell'energia idroelettrica messicana, e dove però due abitazioni su tre mancano di illuminazione. La luce è arrivata in alcune comunità indigene proprio nell'agosto scorso, i volontari hanno lavorato fianco a fianco con i  campesinos per tirare su i pali della luce che - almeno per qualche ora - rischiarassero l'Incontro Intercontinentale, anche lui figlio della grande Rete. La convocazione ha fatto il giro del mondo come un qualsiasi altro comunicato rilanciato di paese in paese, di computer in computer. All'appuntamento nella foresta si sono presentati in 3500 circa, 3250 sono stati schedati dai militari come "simpatizzanti zapatisti", 70 espulsi dal paese perché "non graditi" (per lo più giornalisti). Un poderoso sforzo organizzativo per le comunità indigene e un duro seminario di vita per i partecipanti occidentali, che per una settimana hanno parlato di politica ed economia seduti sugli alberi, cotti dal sole, mangiati dagli insetti.
Non gradito agli zapatisti del ciberspazio è risultato invece il reportage del giornalista (Paolo Guzzanti, per la cronaca) che con inutile ironia ha dissertato a più riprese, dalle pagine della Stampa, sulla "guerriglia buona per tutte le bocche" e sul "televillaggio mondiale della rivoluzione sognata". Ebbene, la redazione della Grande Rete, non si è fatta attendere, la posta elettronica del giornale è stata presa d'assalto da messaggi di protesta, fino all'ingorgo più totale. Non è mancato chi si è preso la briga di mettere in rete una risposta organica alle osservazioni di Guzzanti, smontandone il reportage pezzo per pezzo, ribattendo con dati, cifre, documenti, alle generiche affermazioni del giornalista. E ancora, sempre via internet, il Fronte Zapatista Messicano, ha sollecitato la pressione della comunità internazionale sul governo, perché fosse concessa a una delegazione di ribelli di uscire dalla selva e partecipare al Congresso Nazionale Indigeno: centinaia e centinaia di fax sono arrivati da tutto il mondo sui tavoli degli organizzatori dell'appello telematico, che si sono affrettati a farli pubblicare sul quotidiano "La Jornada". Non sarà stato certo questo l'unico motivo, ma qualche giorno dopo, il Presidente messicano Zedillo ha concesso alla comandante Ramona -pur se gravemente malata- di prendere parte all'assemblea.
Insomma, il Grande Fratello digitale ha decisamente adottato gli indios del sud est messicano e fa buona guardia perché la mobilitazione sia sempre rapida e - per quanto possibile - efficace. Nessuno si nasconde  i rischi e gli eventuali pericolo di una comunicazione così diretta, straripante, ossessionata dal bisogno di anticipazione, nonché priva di qualsiasi distacco. Ma è certo che l'informazione è lì, pronta per l'uso, basta saperla rintracciare e maneggiare con cura. L'ultimo appello è proprio di questi giorni, non si chiedono fax, né firme, né danaro, ma... gente. Gente che possa regalare due settimane di vacanza a un villaggio indigeno, gente disponibile a partecipare a un Accampamento Civile per la pace, dove - semplicemente con la propria presenza - i volontari fanno "scudo" ai campesinos contro le pressioni dell'esercito federale. Perché con internet si possono fare tantissime cose, ma non guardare un bambino negli occhi. O giocare a pallone con lui.

Daniela Cavini

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