Dopo l'assassinio di Rabin e la vittoria di Nethanyahu alle elezioni, cosa resta del processo di pace fra israeliani e palestinesi? La spaccatura fra chi, da una parte e dall'altra, crede alla pacificazione come premessa per lo sviluppo e chi invece punta al perdurare del conflitto.
Il 29 maggio scorso gli elettori israeliani hanno scelto il loro nuovo "Re": Benjamin Nethanyahu ha prevalso per pochi voti sull'erede di Rabin, Shimon Peres, e da allora per Israele una serie di fosche nubi si sono addensate fino a quando, ai primi di ottobre, oltre settanta persone sono morte. Perché il Medio Oriente, tante volte vicino al traguardo della pace, non riesce a tagliare lo striscione dell'arrivo? In questo articolo, frutto di una serie di testimonianze, offriamo alcuni spunti di riflessione.
Sul processo di pace faticosamente avviato nel 1992 e sui passi compiuti da allora, improvvisa ha aleggiato la mano dell'assassino che il 4 novembre di un anno fa ha posto fine all'esistenza umana di Rabin ed ha aperto un vuoto ancora non colmato. Un vuoto non solo di leadership, ma anche di immaginazione politica. Un odio nuovo ha cominciato a serpeggiare tra gli israeliani, un'avversione strisciante tra quanti credono che il futuro del Paese risieda nella pacificazione dell'area e coloro che puntano tutto sul perdurare del conflitto, poiché ritengono che torni maggiormente a loro vantaggio. La mano omicida che ha freddato il premio Nobel per la pace é infatti un giovane israeliano nutrito di idee oltranziste che ha voluto togliere di mezzo, nel culmine di una campagna politica velenosa condotta dalla destra parlamentare, il simbolo del nuovo Israele. Nel gennaio di quest'anno i Palestinesi hanno votato per il loro nuovo parlamento e hanno scelto Yasser Arafat come loro presidente, ma questi, proprio nella fase d'avvio del suo governo, non ha compreso che il clima stava pericolosamente cambiando: in una drammatica sequenza di morte, gli estremisti islamici di Hamas, assai radicati nei territori della West Bank e a Gaza, hanno fatto esplodere bombe sugli autobus la domenica mattina quando la gente in Israele va a lavorare, provocando parecchie vittime, soprattutto giovani. Questa serie di attentati ha posto drammaticamente il problema della sicurezza che è risultato essere il tema dominante della successiva campagna elettorale israeliana. Chiamati al voto i cittadini hanno scelto l'uomo che dichiarava di voler garantire una maggiore sicurezza personale e hanno mandato a casa l'uomo che parlava di pace.
Per la prima volta gli israeliani il 29 maggio devono scegliere il Primo Ministro e simultaneamente la Knesset (il parlamento unicamerale). La riforma è stata decisa qualche anno fa per ridurre il peso dei piccoli partiti politici nella formazione e nella caduta dei governi. La legge prevede che il candidato che raccoglie la maggioranza assoluta dei voti diventi re per quattro anni. A lui spetta formare il governo e ottenere la fiducia parlamentare. Se la camera lo sfiducia, si torna a votare. La conseguenza di questo meccanismo è che i piccoli partiti crescono a danno dei maggiori. La ragione sta nel fatto che, mentre in passato, per influire sulla formazione del governo l'elettore doveva far convergere il proprio voto sui grossi schieramenti, ora può liberamente votare i piccoli e ciò ha dato la spinta a forze politiche non presenti in passato o che avevano avuto poca importanza. Così, mentre per la corsa alla Presidenza del Consiglio Benjamin Nethanyahu batte di un punto percentuale il leader laburista Peres, nelle elezioni parlamentari i due maggiori schieramenti perdono complessivamente 18 seggi e le formazioni religiose raddoppiano passando da 12 a 24 deputati. Di questa realtà Bibi Netyhanyahu deve prendere atto al momento della costituzione della sua amministrazione, anche se il vincolo secondo il quale la caduta del Premier porta dritti a nuove elezioni, congela le posizioni degli alleati, a meno che non si giunga ad un esecutivo di grande coalizione tra le due forze politiche maggiori. Tale eventualità per il momento non è da escludere ma è legata ad avvenimenti in fase di evoluzione.
Un esempio del mutato clima è rappresentato dai rapporti con la Siria: in base a quanto ultimamente si è appreso, Yitzhak Rabin aveva promesso al leader siriano Assad di ritirarsi dal Golan, un'altura di importanza militare ed economica situata alla frontiera tra i due paesi. Il nuovo governo di centro-destra però si è rimangiato l'offerta e ciò ha irritato il Presidente siriano che ha fatto affluire truppe nella regione. In un clima simile non si può escludere che possa esplodere un conflitto armato coi siriani, anche se ciò sarebbe una catastrofe per tutta l'area.
L'anno scorso, in occasione dell'assassinio di Rabin, emerse in tutta evidenza la spaccatura tra gli israeliani: da un lato una destra che con toni polemici esagerati, incitava alla violenza, arrivando a far circolare una bara con l'effige di Rabin, dall'altro una sinistra laica lanciata verso l'obiettivo della pace con gli Arabi. Il delitto di Tel Aviv ha fatto esplodere questo conflitto che tuttora pare irrisolto. Tale frattura è in parte dovuta alle rinunzie che il processo di pace impone, in parte dipende dal conflitto tra la componente laica e la frazione religiosa della società. Sul piano economico Israele è oggi un paese affetto da un inflazione crescente, anche se non catastrofica come dieci anni fa (12% su base annua), da un insoddisfacente funzionamento di taluni servizi come sanità e istruzione, e da una necessità di ridurre le spese dell'apparato amministrativo. Nel Paese, tuttavia, le questioni economiche non hanno tutta quella importanza che hanno altrove, perché il vero problema è il processo di pace: se le trattative procederanno, anche l'economia ne trarrà giovamento, se, al contrario, gli eventi precipiteranno, anche l'apparato economico entrerà in crisi.
Uno dei grandi capolavori degli accordi di Oslo è stato quello di posporre la questione di Gerusalemme, città santa tanto per gli Ebrei, quanto per gli Islamici. Tale capolavoro ha resistito fino a quando non è entrato in carica il nuovo governo di destra. Infatti, i nuovi dirigenti hanno risollevato una serie di questioni, non ultima la faccenda delicata del tunnel vicino alla spianata delle moschee. Il tunnel, in effetti, era in fase di restaurazione da molto tempo, ma i governi precedenti, rendendosi conto del rischio che rappresentava la sua inaugurazione, avevano rinviato il suo pieno ripristino. La sua apertura al pubblico decisa dalle autorità israeliane ha fornito il pretesto per scatenare una violenta protesta popolare da parte araba. Yasser Arafat aveva in particolare bisogno di riaffermare la propria leadership nei territori e non ha esitato a infiammare gli animi accusando il governo di voler minare le fondamenta delle grandi moschee che sorgono nelle immediate vicinanze dello scavo. Risultato: più di settanta morti e, ciò che è più grave, la rinascita di un clima di sospetto che non consente, almeno nell'immediato, la ripresa di un dialogo sereno tra le parti. Quanto ai territori, la situazione si presenta gravissima: da mesi essi sono chiusi e ciò vuol dire che i palestinesi che lavorano in Israele non possono svolgere alcuna attività. In breve: gli uomini rimangono a casa; diventano cattivi con le loro mogli; i bambini non ricevono istruzione; l'integralismo islamico fa proseliti. Si comprende allora quanto sia importante il raggiungimento di un accordo su Hebron, l'ultima città dei territori ancora in mano israeliana al fine di riacquietare gli animi e ristabilire un clima di fiducia reciproca. Tutti gli osservatori ritengono che Hebron dovrà essere ceduta da Israele all'ANP (Autorità Nazionale Palestinese), ma Nethanyahu vuole precise garanzie per la sicurezza dei 400 coloni che vi abitano. I Palestinesi, dal canto loro, domandano il puro e semplice rispetto degli accordi di Oslo. Ma le cose non sono così
semplici. Nethanyahu, che durante la campagna elettorale aveva promesso che non avrebbe ceduto Hebron ai palestinesi ed avrebbe difeso la comunità ebraica ivi residente, non vuole rimangiarsi troppo rapidamente la parola data. Arafat, dal canto suo, ha bisogno di un successo negoziale significativo per non esporsi al rischio di critiche al suo interno. In questo quadro diventa indispensabile un intervento mediatorio degli Stati Uniti, paese chiave nella regione, ma a Washington sembrano prevalere in questo momento preoccupazioni legate a questioni interne.
La vicenda mediorientale è in continua evoluzione e l'analisi qui formulata potrebbe presto invecchiare, tuttavia si possono fissare i seguenti punti: 1) può darsi che si formi un governo di larga coalizione con la presenza di ministri del Likud (31 seggi) e del Partito Laburista (35 seggi). Un tale governo, guidato da Benjamin Nethanyahu, potrebbe meglio dell'attuale, ottenere risultati più incoraggianti sia sul piano interno che su quello internazionale. 2) Se sarà scongiurato il rischio di un conflitto con la Siria potrebbe rimettersi in moto la trattativa per la regolazione della questione del Golan. 3) Se le forze estremiste sia nel campo ebraico che nel campo islamico fossero in parte neutralizzate, il problema della sicurezza della popolazione civile diverrebbe meno impellente, creando un clima più favorevole alle intese. Ciò in parte dipende dal corretto funzionamento delle strutture di intelligence sia israeliane che palestinesi. 4) Se si raggiungeranno accordi soddisfacenti per entrambe le parti su Hebron, si ristabilirà una comunicazione ed una fiducia tra ANP e Israele, essenziale per il mantenimento di un clima di coesistenza pacifica e di sviluppo economico nella regione. Tutte queste, oltre che ipotesi, sono anche speranze che, qualora non dovessero realizzarsi, potrebbero far sprofondare l'area mediorientale in una nuova gravissima crisi dalle conseguenze imprevedibili.
Pier Luigi Giacomoni