Quello che è accaduto di là dall'Adriatico, non può essere liquidato come un episodio eccezionale, frutto di ostilità ataviche e odii razziali da cui sentirci esenti. Da un viaggio a Sarajevo, una riflessione per non dimenticare.

Bosnia: profezia per l'Europa?

Arrivando nella Federazione di Bosnia ed Herzegovina dal confine sud-ovest con la Croazia si ha subito l'idea di entrare in un'altra dimensione, che forse solo chi ha più di sessanta anni può ricordare. Le guardie di frontiera sono solo croate; non ci sono "rappresentanti legali" dello Stato di Bosnia ed Herzegovina. Si capirà, proseguendo il viaggio, che lo "Stato Sovrano" ha la dimensione del villaggio, al massimo della contea. In sequenze sempre diverse si incontrerà un villaggio croato, con le macchine della polizia bianche e blu e le chiese cattoliche ancora funzionanti, un villaggio distrutto e abbandonato, un villaggio musulmano, con le macchine della polizia bianche e verdi e i minareti in ottimo stato, un cimitero di guerra, un campo IFOR (Implementation Force della NATO), una landa desolata e disabitata perché troppo vicina alla linea di tiro dei Serbi. L'accavallarsi di queste realtà è reso ancor più drammatico dalla limitatezza dello spazio in cui avviene; è facile arrivare in un paese a dieci chilometri dal precedente ed essere come su un altro pianeta, altra lingua, altre bandiere, altri abitanti. E' vero, anche i tratti somatici rivelano le origini etniche dei diversi abitanti della Bosnia, ma a guardare bene nel profondo dei loro occhi si scopre la verità di quello che accomuna quelle popolazioni e che rende inconcepibile il conflitto appena (si spera) concluso: tutti, croati, serbi, musulmani, Bosniaci hanno negli occhi il desiderio di una vita migliore.
Proprio per questo occorre ricordare sempre che la guerra in Bosnia non è stata guerra di etnia e/o di religione; le cause scatenanti sono state la crescente povertà del Paese e la volontà politica di un pugno di avventurieri che hanno cercato di mantenere o raggiungere il potere sul territorio e sulla popolazione.
Se si guarda con attenzione, si noterà che la classe dirigente di Slovenia, Serbia, Croazia e Bosnia è la stessa esistente prima della caduta del Muro di Berlino. Non c'è stato ricambio; quello che in altri Stati è avvenuto in maniera più o meno democratica, in ex Yugoslavia non è avvenuto affatto.
Questa considerazione risponde parzialmente alla domanda "chi ha avuto interesse nella guerra in Bosnia" perché la comunità internazionale ha una parte enorme di responsabilità. La mancanza di unità di intenti e di fermezza fra Stati Europei, grandi Superpotenze e Stati Arabi all'inizio del periodo delle tensioni ha permesso il degenerare degli scontri in una guerra civile. Purtroppo, avendo visto come ora si muovono sul campo le associazioni umanitarie di diversa estrazione e gli Stati stranieri, può sorgere il lecito sospetto che anche nella fase iniziale del conflitto, ogni "attore esterno" fosse guidato più da interessi personali che da una reale volontà di affermazione della democrazia e della pace in ex Yugoslavia.
Questa breve retrospettiva generale porta la riflessione all'oggi. È da rilevare con piena coscienza che il baricentro delle tensioni e dei possibili conflitti si sta spostando nell'aerea europea e la guerra in Bosnia è il segnale preoccupante di un mutamento generale degli equilibri internazionali. In Bosnia si sono dati appuntamento i più grandi problemi del nostro tempo: la fine dell'utopia comunista e la relativa insufficienza del modello occidentale che le si contrapponeva, l'emergere della questione del fondamentalismo islamico come unica strada per incanalare la protesta del mondo nord-africano e medio-orientale, l'Europa vista e sognata come Eden di benessere da raggiungere a tutti i costi, la reale mancanza di una politica Europea comune fra gli Stati Membri e comunque una loro incapacità ad affrontare situazioni di crisi così profonde. Sulla Bosnia si sono concentrati gli interessi "più alti" della politica internazionale e, come si è visto, gli effetti sono stati devastanti.
Se si pensa alla Bosnia come un esempio di quello che può accadere in altre aree c'è di che preoccuparsi poiché le soluzioni trovate non risolvono i problemi. Gli accordi di Dayton sanciscono di fatto la separazione etnica e, oltre a non rendere giustizia alle popolazioni, innescano potenziali conflitti che si sposteranno dal livello interno ad uno Stato al livello di conflitti tra Stati diversi, con maggiori rischi di estensione.
Nel mio viaggio in Bosnia di quest'estate, per una missione umanitaria, ho potuto vedere, dietro alle dichiarazioni di vendetta, dietro al dolore per il troppo sangue versato, anche l'emergere di un desiderio di pace, di convivenza democratica, di un Paese in cui le differenze non siano degli ostacoli ma delle opportunità per migliorare. I volti delle persone che ho incontrato dicevano di non sapere nulla di grandi progetti politici e di interessi economici, esprimevano stanchezza e dolore per la guerra, per i parenti caduti, per le case distrutte, per le umiliazioni subite, non erano tanto diversi dal viso di mio nonno quando mi raccontava della II Guerra Mondiale. Per questo è essenziale non dare per risolta la questione Yugoslava, primo perché in effetti quella attuale è una non-soluzione, poi perché non si ripetano più gli orrori della guerra e infine perché sull'esempio di una Bosnia pacifica, democratica e tollerante, come può ancora diventare, si possano affrontare le svolte epocali che ci attendono in Europa e nel Mondo.

Marco Iachetta

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