La dialettica D'Alema - Cofferati al
congresso del PDS può essere assunta a simbolo di un dibattito che
attraversa il paese e le forze politiche - in particolare quelle di governo
- sulla riforma dello stato sociale e del mercato del lavoro. È
un tema che pone un problema di identità per la sinistra, e in generale
per chi fa una politica di ispirazione solidaristica, su cui vorremmo
porre alcuni interrogativi.
La questione dello stato sociale non
è che la punta di un iceberg ben più vasto, alla cui base
stanno temi come la crescente distanza tra redditi alti e bassi e la conseguente
necessità di redistribuzione delle risorse, il formarsi di ceti
sociali chiusi e dunque l'esigenza di maggior ricambio e di permeabilità
fra fasce sociali. La sociologia parla di inclusività ed esclusività,
concetti che hanno sostituito quello di classe sociale: chi è dentro
certi circuiti e reti di relazioni è in qualche modo garantito,
mentre gli altri sono tagliati fuori e non possono aspirare a posizioni
diverse da quelle offerte dal loro ambiente.
Il tutto va poi collocato nel contesto
di globalizzazione, per cui quando la concorrenza si fa internazionale,
le industrie tendono a cercare manodopera o addirittura a migrare nei paesi
dove questa costa pochissimo e ai lavoratori non è data alcuna tutela
(d'altronde quando facciamo la spesa abbiamo forse dei dubbi nello scegliere
una maglia o una radio made in Taiwan, se costa meno?)
Si tratta di problemi e scenari inediti,
per cui occorrono idee e soluzioni nuove, e per cui occorre anche il coraggio
di rimettere in discussione posizioni finora considerate immodificabili,
per ragioni ideologiche o di comodo. Che non ci sia una grande spinta in
questo senso in molti ambienti politici e sindacali vicini alla maggioranza
è dimostrato anche dall'accoglienza fredda quando non ostile riservata
al documento conclusivo della "commissione Onofri", al quale, pur senza
entrarvi nel merito, occorre riconoscere il pregio di mettere il dito nella
piaga, contribuendo a chiarire il problemi e a sollecitare il necessario
dibattito.
Il punto chiave è se l'obiettivo
di una politica "di sinistra", ispirata alla promozione dell'uguaglianza
e alla pratica della solidarietà, debba tendere a consolidare le
posizioni acquisite o al contrario debba combattere l'immobilismo sociale,
favorendo il ricambio e la permeabilità tra strati sociali e la
redistribuzione delle risorse. In questo senso è "di destra" l'osservazione
che una imprenditorialità diffusa rappresenta un motore di opportunità
e di "rimessa in gioco" della ricchezza? E che l'attuale quadro fiscale,
creditizio e di mercato del lavoro scoraggia l'iniziativa, il rischio,
le assunzioni? Parole come flessibilità e semplificazione vanno
lasciate esclusivamente ad interpretazioni liberistiche?
In questo quadro va letto anche il
tema privatizzazioni. Con la gestione pubblica, intere aree di attività
economica vengono a dipendere direttamente dal personale politico, e questo
restringe gli spazi di concorrenza e di mercato. Di quel mercato che, opportunamente
regolato e posto nelle condizioni di essere davvero il luogo ove si confrontano
impegno, capacità e valore professionale, rappresenta un prezioso
meccanismo di redistribuzione. In proposito il frutto peggiore di Tangentopoli
non sono tanto i miliardi rubati, ma la cultura immessa nel circuito economico
e imprenditoriale per cui il miglior mezzo per farsi strada, vincendo appalti
o ottenendo finanziamenti, è la ricerca di appoggi e clientele,
e non gli investimenti in capacità di lavoro, tecnologie e competenze.
Certo, privatizzare non deve significare svendere un pezzo di patrimonio
pubblico ai grandi gruppi, ma allora il punto non è se privatizzare,
ma piuttosto come.
Quanto alle pensioni, esse pongono
un problema non solo finanziario, ma anche di solidarietà intergenerazionale,
fra istanze dei giovani (tendenzialmente in minoranza) che chiedono opportunità
lavorative, e degli anziani (tendenzialmente in maggioranza), portati a
difendere il posto garantito o la pensione. Qui come altrove occorre trovare
soluzioni equilibrate e originali, purché si intervenga: altrimenti
si consolida una sostanziale dicotomia tra i garantiti e gli esclusi. Ed
è questo il terreno più fertile per chi da destra non desidera
altro che l'occasione buona per smantellare tutto.
Insomma, una volta stabilite nei vari
campi le soglie minime ma garantite di effettiva tutela e di intervento
pubblico, ci chiediamo in sostanza se sia ancora una scelta di equità
e giustizia sociale difendere la situazione esistente, con meccanismi che
premiano rendite di posizione e non permettono di punire chi fruisce di
esenzioni e tutele senza averne diritto. O se invece non sia più
solidale passare al vaglio di regole e controlli più severi un settore
altrimenti preda di clientelismi e parassitismi.
Azzardiamo una conclusione più
generale. Forse la nostra società vive una crisi di selettività:
innanzitutto "verso l'alto", dacché la scuola ha cessato di essere
un parametro di valutazione di capacità e merito, alla pari dei
concorsi pubblici, mentre i circuiti privati applicano logiche familiari
e amicali, e quelli politici logiche clientelari. Ma anche "verso il basso",
dove le varie tutele sociali (pensioni, esenzioni, casse integrazioni,
agevolazioni) operano "a pioggia", spesso a favore non di chi ne ha bisogno,
ma di chiunque le voglia sfruttare. A sinistra qualcuno può anche
essere contrario alla selettività: ma cosa propone in alternativa?