Bologna, primavera del 1976. Sono prossime le elezioni politiche che avrebbero aperto la strada ai governi di unità nazionale formati dalla Democrazia cristiana e sostenuti in Parlamento dal Partito comunista. (1) "Non è opportuno", formula con la quale nel 1874 Pio XI proibì la partecipazione dei cattolici alle elezioni e alla vita politica del neonato Stato italiano, avvertito come nemico per aver sottratto territori e sovranità allo Stato Pontificio.
In una quinta liceo, una studentessa - si chiama Isabella - presenta la "ricerca" di storia, in vista dell'esame. È una ragazza sveglia. Ha già consumato l'impegno politico nel "collettivo", e ora percorre con giovanile fermezza un'esigente cammino di fede. Inizia a parlare. I compagni la ascoltano con rispetto. Ha lo sguardo acceso, il sorriso le illumina spesso il volto. Parla di un uomo - Giuseppe Dossetti - che era stato molto importante nella DC del dopoguerra, ma poi si era ritirato dalla politica. "Ma come? Un democristiano non attaccato al potere?". I compagni bisbigliano dubbiosi.
Racconta che l'uomo tornò in politica per obbedienza al suo vescovo. "Che? I vescovi decidono i candidati nelle liste?". Che partecipò alle elezioni comunali di Bologna come capolista non iscritto nelle liste della DC, nel 1956, "contro" il PCI del sindaco in carica, Giuseppe Dozza; che nei momenti di divergenza cercava di placare l'irruenza del segretario DC di allora, Fanfani, dicendogli: "Calmati, Amintore, siediti e diciamo un'Ave Maria..."; che presentò un programma di forte riforma, basato sul decentramento amministrativo. "Come i comunisti qualche anno fa, quando hanno fatto i quartieri...". Che perse anche perché l'elettorato tradizionalmente moderato, alcuni ceti imprenditoriali, ebbero paura di quel programma troppo innovatore, sentendosi alla fine più rassicurati dal tradizionale "nemico" Dozza. "Allora... un democristiano più a sinistra dei comunisti?!". Che presto si dimise da consigliere comunale e fu ordinato sacerdote.
La classe ascolta. Ammirata e perplessa: per molti di loro, nelle analisi un po' rozze che si assumono rapidamente a 18 anni, la DC è l'erede naturale del partito fascista, Fanfani lo sconfitto della recente battaglia per l'abrogazione della legge sul divorzio (appunto: la DC e l'MSI contro "gli altri"). Nel microcosmo politico che è la loro scuola, il leaderino dei giovani DC - si chiama Pierferdinando - ha già i modi scaltri e le parole grigie degli uomini cui si riferirà: Bisaglia, Forlani...
Ho ricordato Isabella e l'impressione che il suo racconto ci trasmise sollecitato da un'espressione che il card. Biffi, nell'omelia ai funerali di don Giuseppe Dossetti, lo scorso 18 dicembre, utilizza per introdurre un proprio personale ricordo del monaco scomparso. «Incantatore della nostra giovinezza», lo definisce. E spiega anche in che cosa era consistito l'"incanto", il suo incanto: nella prospettiva di una fede piena e di una rigorosa militanza cristiana poste al servizio, finalmente, della storia d'Italia. Cioè a dire: nel superamento definitivo dell'ottocentesco non expedit.(1)
Una spiegazione certamente verosimile - oltre che vera - nella vicenda personale del ragazzo e del credente Biffi, negli anni 40. Per la ragazza e credente Isabella, trent'anni dopo, anch'essa incantata da Dossetti, il problema pare diverso: non se un cattolico può fare politica ma quale politica può fare un cristiano, e con chi. Per l'una e per l'altro, tuttavia, la domanda sottostante è la stessa - una domanda della giovinezza, che rimane per tutta la vita: quale rapporto tra fede e impegno politico? O meglio: è possibile una traduzione politica immediata della radicalità del Vangelo e dell'identità ecclesiale?
La risposta - e l'incanto - di Dossetti sono avvolti nelle anse della sua complessa biografia.
Guido Mocellin
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