Una corte rurale a pochi passi dalla città, una coppia - Alfonso e Angela - che la abita insieme ad alcuni ragazzi in affido temporaneo, e intorno un'associazione, Il Piccolo Principe, nata per offrire un'accoglienza familiare a minori in situazioni di emergenza, per evitare loro il ricovero in istituto.
Come è nata questa esperienza e a che tipo di bisogno intende rispondere?
Sia io che Angela abbiamo alle spalle esperienze di affido (io sono stato presidente dell'ANFAA, Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie, fino al marzo '94).
L'idea di un "pronto soccorso affidamento minori" nasce in realtà dall'USL 27, dove un operatore cercò l'ANFAA per vedere se era possibile creare un gruppo di famiglie per affidamenti in situazioni di emergenza. Più che degli affidamenti erano degli "affibbiamenti", nel senso che non erano preparati e creavano situazioni di rischio, per i minori e per le famiglie.
Come ANFAA non fu possibile rispondere. Mentre aspettavamo di vincere qualche miliardo a una lotteria per fare cose di questo tipo, ci capitò di sentire un'omelia di don Arrigo Chieregatti, su a Malfolle: "...se uno aspetta di essere pronto per fare le cose non le fa mai". Così abbiamo cominciato a cercare una casa.
Il nostro scopo era di evitare ricoveri in istituto per affidi temporanei (in attesa cioè di reinserimento nella famiglia di origine o di affidamento ad una famiglia diversa): purtroppo nei casi di emergenza non esiste altra soluzione, e si ricorre all'istituto, che non pensiamo sia la soluzione giusta.
Siamo partiti nel '93, chiedendo un edificio al comune di Calderara, ma dopo una prima risposta positiva non ci fu seguito, per ostacoli (o scuse) burocratiche. Nel marzo '95 non avevamo ancora un luogo dove fare accoglienza.
Intanto siamo venuti a sapere di questa casa, di proprietà dell'Opera Pia de' Poveri Vergognosi, che ci è sembrata adatta: ce l'hanno data in affitto con la sistemazione a nostro carico, abbiamo avuto qualche aiuto economico da amici, abbiamo raccolto qualcosa con qualche spettacolo e qualche festa, e abbiamo speso quello che avevamo noi, anche se era poco. Poi siamo ricorsi a prestiti bancari da restituire a breve, medio e lungo termine. Ormai eravamo quasi pronti, e subito c'è stata un'emergenza che ci ha fatti partire. Quindi l'iniziativa si è concretizzata come volontariato a disposizione del servizio pubblico.
L'ospitalità presso di noi non dovrebbe superare i 6 mesi, un tempo ragionevole per trovare le sistemazioni idonee alle varie situazioni.
Il vostro interlocutore diretto nelle istituzioni chi è ?
Il servizio sociale: il comune per quello che riguarda profughi o rifugiati stranieri, oppure l'USL per i minori a loro carico.
Dal punto di vista giuridico voi chi siete per loro?
Noi siamo un soggetto atipico, che risulta difficile da collocare giuridicamente. Nonostante questo le istituzioni in linea di massima ci sembra che abbiano avuto una certa sensibilità verso questa iniziativa. C'è qualche resistenza invece da altre parti, per ragioni estranee all'attività: si tratta del fatto che io ed Angela non siamo sposati. Io vengo dal mondo cattolico e nel mondo cattolico qualcuno ha visto molto male questa mia "scelta" al di fuori dal matrimonio; e da questo vengono critiche anche al tipo di iniziativa che stiamo intraprendendo. Non ci preoccupiamo più di tanto: l'importante è che quello che stiamo facendo sia una cosa buona.
Voi vi ponete come famiglia davanti ai ragazzi...
Certo, noi siamo una coppia. A parte il punto di vista legale, come relazione siamo una coppia, e il nostro intervento si configura come affido familiare.
Qui in casa ci siete voi, ma se ho capito bene ci sono molte persone che ruotano intorno.
Sì, per esempio domenica avevamo qui 6-7 persone ad aiutarci. Abbiamo fondato una associazione, ma oltre agli 11 soci abbiamo una cerchia più ampia di amici. Saranno una cinquantina di persone, senza le quali non sarebbe nemmeno stato possibile partire.
Cosa fanno gli altri soci?
Abitano nelle loro case con le loro famiglie, ma contribuiscono, con il loro lavoro e con le loro idee, a mandare avanti il progetto: ritagliando qualche spazio dal loro tempo e facendo quello che possono e si sentono di fare. Un domani ci sarebbe la possibilità di sistemare nel fienile un altro nucleo familiare. Ma qui in casa non vogliamo andare oltre i 4-5 ospiti, perché il rapporto rimanga di un certo tipo: non vogliamo rifare qui un istituto... Ormai nella nostra zona anche gli istituti si sono decentrati ed organizzati in piccoli gruppi o case famiglia: ma la differenza esiste lo stesso, perché noi qui siamo in casa nostra. A parte il rapporto numerico, anche nelle case-famiglia la cosa è più debole, perché di solito quella è una casa "posticcia", un luogo dove non abita veramente una famiglia: hanno sempre un'altra casa. Già è molto meglio rispetto agli istituti o ai gruppi appartamento, dove c'è un certo ricambio e dove lavorano degli operatori. La differenza è che qui noi dobbiamo mantenere un clima familiare, perché se arrivo ad avere i capelli dritti non posso a un certo punto "andare a casa mia": ci sono già. Qui siamo costretti a starci bene noi per primi.
Le istituzioni vi vengono incontro economicamente?
Certamente: nello stesso modo di quando i ragazzi vengono ricoverati in istituto, le istituzioni riconoscono delle quote giornaliere. Altrimenti, oltre agli investimenti che abbiamo fatto sulla casa (che non è nemmeno nostra, e per la quale abbiamo speso più di 200 milioni), ci sono delle spese di conduzione che non potremmo sostenere.
Quello che arriva a voi è quello che pagherebbero a un istituto?
Più o meno sì. Mi sono accorto però che come istituti c'è anche la possibilità di contrattare con il pubblico: in base alla forza del contraente le istituzioni accettano anche di versare quote diverse.
Anche per quello che riguarda l'affido c'è un contributo pubblico?
Certamente: ci mancherebbe anche che una famiglia che già si rende disponibile a questo dovesse anche affrontare da sola i costi aggiuntivi. Nell'adozione invece no, perché il minore diventa figlio a tutti gli effetti. Alcuni giudici tutelari ritengono che anche la famiglia affidataria, se vuole il minore, deve mantenerselo... ma per nostra fortuna non sono qui in Emilia Romagna. Perché dove prevalgono queste idee ci sono pochissimi affidi...
L'ultima domanda è sulla casistica di queste urgenze.
Può andare dal minore che resta orfano per un incidente stradale al caso seguito da anni dal servizio sociale che a un certo punto esplode.
Ci sarebbe anche la possibilità dell'alternativa alla detenzione, ma dovremmo avere già pronti i laboratori e la recinzione... Poi cerchiamo di adattarci alle esigenze dei vari casi.
Dobbiamo soprattutto guardare alla compatibilità se per caso abbiamo dei minori che hanno subito violenza o che stanno
tentando di uscire dalla prostituzione, e magari ne arriva un altro che ha tendenze violente, il recupero diventa difficile.
La vostra disponibilità é sull'arco dell'intero anno, giorno e notte?
Sì almeno per adesso: poi se arriveremo ad aver bisogno di sostituzioni, vedremo se c'é qualche socio... Al limite, dopo qualche anno, ci faremo un mesetto di vacanza. Qui, dico la verità mi sembra già di essere in vacanza, perché siamo vicini alla città però c'é silenzio, c'é pace, la campagna, gli alberi... Non a caso sono 3 anni che non andiamo in ferie.
a cura di Elena Manfredini