Nella regione africana dei Grandi Laghi si ripete un copione tragico: in primo piano gli scontri armati, gli esodi disperati, le rappresaglie tra gruppi locali, dietro le quinte una maglia di interessi e manovre cui i conflitti sono funzionali. Il ruolo delle Organizzazioni Non Governative, tra compromesso e denuncia.

ONG, un impegno nel dilemma

Un altro dramma si è consumato in queste ultime settimane nella Regione dei Grandi Laghi: circa un milione di profughi rwandesi sono stati rimpatriati "a forza" dallo Zaire e dalla Tanzania.
Nella regione del Kivu (Est Zaire, al confine con Uganda, Rwanda e Burundi), i banyamulenge (popolazione a predominio tutsi, emigrata circa 2 secoli orsono dal Rwanda e stanziatasi sugli altipiani orientali dello Zaire) in poche settimane hanno spazzato via i campi profughi installati in questa zona sin dal 1994, costringendo i rifugiati a rientrare in Rwanda o a fuggire, disperdendosi nelle foreste; poi - con l'appoggio degli eserciti rwandese, burundese e ugandese - hanno assunto il controllo di una vasta area del territorio zairese.
Il Governo tanzano, con l'improvviso ed "autorevole" intervento di un alto funzionario dello HCR (l'Alto Commissariato Onu per il rifugiati) proveniente da Washington, nel dicembre scorso ha attuato in pochi giorni una sbrigativa operazione di rimpatrio dei profughi rwandesi, rimpatrio presentato, con un'ipocrisia che sfiora l'impudenza, come "volontario": in realtà gran parte dei profughi hanno tentato una disperata fuga verso il Kenya ed il Malawi, ma ben presto sono stati ripresi dall'esercito tanzano e "riaccompagnati" al confine.
Coloro che hanno opposto resistenza, sono stati arrestati e consegnati all'esercito rwandese; coloro che, invece, si sono dispersi in territorio tanzano, sono tuttora oggetto di capillari ricerche e rastrellamenti in vista del loro rimpatrio. Non si conosce con precisione il destino di queste persone, anche se, purtroppo, lo si può immaginare.
Tutto questo è avvenuto con il silenzio e l'inerzia dell'ONU e degli Stati Uniti; i Paesi dell'Unione Europea hanno forse fatto qualche tentativo in più per arrivare alla decisione di organizzare un intervento umanitario, ma di fatto nessuno si è mosso.
I mass-media, dal canto loro, non hanno fatto nulla - come al solito - per far comprendere alla gente che cosa stava succedendo davvero e perché: le notizie e le immagini, quando passano sulla stampa e nei telegiornali, raggiungono l'obiettivo di "emozionarci" (l'orrore della guerra, la compassione per i bambini abbandonati, lo sconcerto nel vedere enormi masse umane in cammino), ma non ci aiutano in alcun modo a capire, a saper leggere gli avvenimenti e a discernere le cause.
Paradossalmente, questo modo di presentare le cose conduce coloro che non hanno la possibilità o la voglia di cercare fonti alternative di informazione a convincersi che gli africani sono "cattivi" e "si ammazzano tra di loro" e che l'unica ineluttabile maniera per risolvere i conflitti è l'intervento forte e deciso dei "buoni", che arrivino con gli aerei, i blindati e i marines per "ristabilire" la pace e la giustizia.
In questo scenario, cosa hanno fatto e cosa possono fare le organizzazioni umanitarie, le ong? Purtroppo, ben poco.
Nella gestione e nella direzione dei campi profughi lo HCR "detta legge" e non c'è alcuna possibilità di assumere posizioni dissenzienti dalla linea imposta dai vertici (che siano a Ginevra o a New York cambia poco).
Com'è agevole capire, HCR vuol dire ONU ed ONU vuol dire, soprattutto, Stati Uniti. È evidente, quindi, che l'ONU, priva di risorse e di effettivo potere autonomo, non possa adottare decisioni in contrasto con quanto "desiderano" gli Stati Uniti (i più potenti "azionisti" dell'ONU) ed è sin troppo ovvio che tali decisioni, alla fin fine, si allineino agli interessi strategico-economici americani.
Le ong hanno un modesto ruolo politico, hanno scarso accesso ai media, spesso la loro stessa esistenza e capacità operativa dipendono dai contributi di quegli stessi Governi a cui fanno capo quei precisi interessi economici di cui s'è parlato (o comunque di Governi di Paesi "alleati") e, in ultima analisi, hanno possibilità di operare soltanto dietro autorizzazioni e permessi che, in caso esse assumano posizioni troppo "scomode" e dissenzienti, possono essere agevolmente sospesi o ritirati.
E qui nasce il dilemma di fronte al quale, presto o tardi, le o.n.g. che operano in questi Paesi si trovano davanti: stare a fianco dei poveri e dei diseredati, cercare di fare qualcosa insieme a loro, manifestare almeno solidarietà e vicinanza nei momenti più duri e drammatici della loro vita, accettando il difficile compromesso di un parziale silenzio e di una diplomatica prudenza, oppure denunciare con coraggio quello che sta accadendo, alzare la voce a difesa dei diritti umani violati, dire con chiarezza quali sono le reali ragioni della guerra e gli interessi che ci stanno dietro, rischiando con ogni probabilità l'emarginazione e l'impossibilità concreta di operare a favore di quelle popolazioni?
Difficile dare risposte univoche.
In realtà, è meno ingenuo ed illusorio di quanto possa apparire a prima vista rispondere che occorre fare tutt'e due le cose: stare là, insieme alla gente, perché solo così si può parlare di condivisione, di solidarietà e di cooperazione, ma - allo stesso tempo - prendere coscienza che è altrettanto doveroso operare nei Paesi del Nord, vigilando sull'informazione ufficiale, ragionando con la propria testa, raccogliendo e diffondendo fonti alternative di informazione, operando incessantemente perché nasca un'autentica cultura della mondialità, unendo le forze perché possa crescere un movimento di opinione capace di acquisire un suo peso nei processi decisionali dei nostri Paesi.

Stefano Carati

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