Dietro ai conflitti esplosi nell'Africa centrale si coglie una ridefinizione delle zone di influenza che vede in America e in Europa i principali attori. Ma mentre sullo scacchiere politico internazionale si gioca una partita di potere, la violenza e gli stenti condannano a morte migliaia di profughi.

Africa: sangue, oro e volontà di potenza

Nella vicenda del conflitto nei grandi laghi sono compresi pesanti interferenze occidentali e radicate contrapposizioni locali. In queste settimane gli specialisti più affermati hanno tentato di disegnare un quadro plausibilmente completo e comprensibile, ma la complessità della partita in atto è tale da scompaginare rapidamente tutte le schematizzazioni di comodo.

Un rapido riassunto

All'esordio degli anni Novanta il piccolo Rwanda fu sconvolto da una nuova guerra civile: dal vicino territorio ugandese i miliziani Tutsi del Fronte Patriottico Ruandese (FPR) si infiltrarono, minacciando di rovesciare il quasi trentennale regime Hutu. L'esplodere di questo conflitto incrinò il granitico consenso che circondava il regime di Juvenal Habyarimana e aprì la strada dapprima ad una timida democratizzazione, poi all'aperto scontro tra i falchi e le colombe. Quando il 6 aprile 1994 il capo dello Stato morì precipitando con l'aereo nei pressi della capitale Kigali, la violenza esplose. I primi a farne le spese furono i moderati, poi la popolazione civile. In meno di tre mesi almeno un milione di persone furono orribilmente massacrate da bande eccitate dalla propaganda di stazioni radio e da dirigenti irresponsabili. Ciò non impedì al FPR di risultare alla fine vincitore e arbitro della situazione, né l'intempestivo intervento francese, mediante l'operazione Tourquoise, riuscì ad arginare la disfatta dell'esercito governativo. Oltre ai morti, centinaia di migliaia di persone (si dice fino a 2 milioni) cercarono riparo all'estero: i più fortunati in Europa, i più disgraziati in campi di raccolta per profughi nelle adiacenze della frontiera.

Gli sviluppi

I fatti di questi ultimi due anni hanno dimostrato che era illusorio pensare che la vittoria del FPR e l'instaurazione di un regime Tutsi a Kigali fosse risolutivo delle questioni in campo. In realtà si trattava solo del primo round di una partita ben lungi dal concludersi. Presto si è compreso che il vero obiettivo non era tanto il ribaltamento della leadership ruandese, quanto la ridefinizione degli equilibri geopolitici in tutta la regione, e in particolare nel ricchissimo e strategico Zaire.
Nella logica della globalizzazione nessun paese è insignificante e ogni vuoto di potere va rapidamente riempito con un potere nuovo. Gli attori principali di questa partita sono gli Stati Uniti d'America e la Gran Bretagna, schierati dietro ai dirigenti di Kampala (Uganda) e Kigali, e la Francia impegnata a sostenere l'intangibilità della propria area di sfruttamento. Questo contrasto si era già manifestato nel luglio 1994 quando Parigi aveva inviato i propri soldati nel tentativo di puntellare il traballante regime ruandese. In una fase successiva esso si è riacutizzato allorché a Washington ha voluto silurare il Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Ghali, quindi è esploso in tutta la sua gravità nei campi di battaglia della regione del Kivu.
Pare non casuale che la lotta consumatasi al Palazzo di Vetro tra americani e francesi, con questi ultimi in veste di sfortunati difensori del francofono Ghali, per la designazione di un nuovo Segretario, si sia sviluppata nelle settimane in cui i Banyamulenge sostenuti da Uganda, Rwanda e Burundi sferravano il loro simultaneo attacco all'evanescente esercito zairese e ai profughi Hutu insediatisi nelle zone intorno a Goma e Bukavu. Così come non pare casuale che nelle stesse settimane le autorità tanzaniane decidessero di attuare con intransigenza il rimpatrio dei profughi residenti sul loro territorio.
Le tessere di questo complesso mosaico si saldano considerando che nelle stesse settimane in cui nel Kivu si sviluppava il conflitto e a New York giungeva alle sue fasi risolutive il confronto su chi avrebbe occupato la poltrona di Segretario Generale, il capo della diplomazia nordamericana Warren Christopher faceva una tournée in Africa per rompere l'unanimità di facciata costruitasi intorno a Boutros Ghali e per consolidare in funzione antifrancese ed antislamica una coalizione di Stati africani avente come punti di forza l'Uganda ed il Sud Africa.

La posta in palio

Perché la grande politica si interessa dopo anni di oblio dell'Africa? In questa sede pare possibile solo una rapida elencazione di fattori, nessuno dei quali esclusivo. Dalla fine della guerra fredda è in corso in tutto il mondo un rimescolamento delle alleanze. Se prima del 1989 i Paesi si dividevano in aree di interesse ispirate ai due blocchi contrapposti, oggi vale soprattutto il richiamo economico. Il riferimento non è solo alle risorse che ciascun Paese detiene, ma anche alle infrastrutture che in esso si possono impiantare.

Da parte occidentale, soprattutto americana, vi è il poi timore del radicalismo islamico. Washington vuole a tutti i costi ostacolare l'espansionismo musulmano (rappresentato nell'area da Sudan e Libia) verso sud e ha deciso di utilizzare, come già in passato con l'Iraq, il regime ugandese agevolandone le mire egemoniche nella regione.

Chi perde comunque

È ormai diffusa la convinzione che il regime del maresciallo Mobutu Seseseko sia al tramonto e che sul suo Zaire possano avere libero sfogo diversi appetiti. In questo quadro può legittimamente prendere corpo un'ipotesi di revisione delle frontiere che preveda una "balcanizzazione" del territorio zairese e un certo ampliamento dell'area di influenza di Uganda, Ruanda e Burundi, comprendendo anche terre abitate da tempo da popolazioni come Banyamulenge ed i Banyarwanda. Si tratta in entrambi i casi di genti riconducibili agli attuali abitanti dei tre paesi interessati. Ciò permetterebbe in un sol colpo di incrementare la superficie abitabile in zone in espansione demografica e di allentare la pressione di coloro che, da poco tempo espulsi, vorrebbero far rientro a casa propria, ottenendo una rivincita per la recente sconfitta subita.
È interesse infine dei regimi al potere in tutta la regione mantenere aperta l'opzione militare anche per evitare il riacutizzarsi dei conflitti interni agli stati, tra un'élite dominate che non esita ad usare mezzi sbrigativi e brutali ed un'opposizione democratica che domanda libertà e giustizia. Tanto in Ruanda, quanto in Burundi, infatti, non passa giorno che non vengano denunciati eccidi, sparizioni, arresti, torture ed esecuzioni extragiudiziali, mentre i processi in atto per punire i responsabili del genocidio vengono condotti in modo che Amnesty International definisce assolutamente insoddisfacente.
In questa situazione complessa e in continua evoluzione, rimane irrisolta la questione profughi. Una parte di essi sono stati fatti rientrare, un'altra parte vaga nelle foreste nella speranza di non morire. Coloro che sono rimpatriati, secondo recenti testimonianze, sono stati rinchiusi in campi di raccolta, esposti a ogni genere di soprusi, mentre un'altra é finita nelle immonde prigioni, in attesa di processi che non arriveranno mai, o più probabilmente della morte nell'abbrutimento.

Pier Luigi Giacomoni

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