Urgenza di riforma, contenimento degli sprechi, paura di svendere un pilastro dello stato sociale: quale ruolo del privato nella tutela della salute? Il parere del presidente regionale (o provinciale?) dell'Associazione Italiana Ospedalità Privata (AIOP).
C'è un luogo comune che percorre il dibattito politico e culturale del nostro Paese: o stai col pubblico o stai col privato. Questa schematizzazione viene utilizzata tanto per le privatizzazioni industriali, al punto da mettere in continua fibrillazione la coalizione di Governo, quanto sui servizi, in particolare nei settori sociale e sanitario, perni dell'attuale sistema di Welfare.
Vorrei partire da qui, convinto che una gestione pubblica o privata non è buona per convenzione o per scelta ideologica, con la premessa che, a monte di qualsiasi analisi sul modo migliore per curare, è determinante un impegno serio di prevenzione.
Le norme che hanno rimodulato il sistema sanitario (D. L. 502-517) impongono in estrema sintesi:
· l'obbligo di pareggio di bilancio in ogni singola Azienda Sanitaria Locale;
· un nuovo modo di remunerazione per le singole prestazioni (non più a retta di degenza ma valutazione forfettaria per singola tipologia);
· l'accreditamento (valutazione di idoneità all'esercizio di attività sanitaria) delle strutture pubbliche e private;
· la chiusura dei piccoli ospedali (sotto i 120 posti letto);
· la libera scelta del cittadino.
Partita nel '92, la trasformazione è ancora in corso e ha aperto, come sempre in Italia, un grande dibattito tra chi la giudica soddisfacente e chi sta già studiando come modificarla. Un dato è certo: il superamento della centralizzazione del sistema sanitario ha permesso di verificare il fabbisogno sanitario e di scoprire i deficit strutturali ed economici delle singole regioni. Emerge quindi che il nord, in particolare la nostra regione, spende più di quanto previsto, per la grande diffusione di servizi e per la numerosa popolazione anziana, mentre il sud, avendo un ridotto numero di servizi e ottenendo ugualmente fondi sulla base del numero degli abitanti, pare risparmiare.
In ogni caso tutti gli addetti ai lavori concordano sul fatto che nella sanità non si spende troppo ma si spende male. Qui si inserisce il ragionamento su pubblico e privato.
Molti tendono a ritenere che l'AIOP operi per la privatizzazione del sistema sanitario (come la proposta Pannella). Ciò non è vero.
Io sono invece convinto , proprio perché parliamo di persone e non di bulloni, che il sistema sanitario debba rimanere pubblico, ma che l'erogatore possa essere indifferentemente pubblico o privato. Questo è il presupposto per uscire in modo laico dallo stato di difficoltà in cui versa il sistema sanità, sancendo senza ambiguità il principio di parità tra strutture pubbliche e private.
Il pubblico (in specifico la regione) dovrà garantire la rispondenza delle strutture (pubbliche o private) ai requisiti di base a garanzia della qualità, ritagliandosi un ruolo di authority.
Il cittadino dovrà essere libero, in questa rete codificata e certificata, di rivolgersi alla struttura che, in concorrenza con le altre, meglio gli garantisce la qualità della prestazione. Il cittadino potrà anche decidere di optare, con spesa a proprio carico e parziale rimborso indiretto, per strutture che si presentano sul mercato a prezzi più alti rispetto a quelli praticati dal Servizio Sanitario Nazionale.
Oggi non si permette ancora al cittadino di accedere alla struttura da lui scelta in base alla certificazione del proprio medico di famiglia, che sarà il vero regolatore dell'esigenza di salute.
Dall'Emilia Romagna, e in particolare da Bologna, può uscire un messaggio di svolta chiaro, non certo verso una privatizzazione selvaggia del sistema, ma verso un servizio pubblico gestito con pari dignità da interlocutori pubblici e privati.
Per questo è indispensabile estendere a tutte le strutture sanitarie il sistema introdotto, purtroppo fino ad ora solo per il privato, nell'accordo tra AIOP e Regione Emilia Romagna. Il sistema è semplice: stabilito il budget per l'assistenza sanitaria, le strutture pubbliche e private effettuano le prestazioni, che in caso di sfondamento di budget verranno remunerate dalla regione con una tariffa ridotta.
Chi osteggia questo sistema, principalmente funzionari e medici pubblici, ritiene che tale impostazione - basata sulla penalizzazione di budget - induca a impostare la programmazione ospedaliera esclusivamente sul contenimento dei costi a scapito della qualità. Ritengo al contrario che un sistema così congegnato costringerà tutti gli attori del mondo sanitario a razionalizzare i propri interventi puntando sulla qualità.
Ciò comporterà necessariamente anche per il settore pubblico una maggiore flessibilità sul personale, che - pur nella difesa dei posti di lavoro - permetta di spostare risorse su attività più richieste abbandonando rendite di posizione non più sostenibili. In questo modo chi non avrà l'apprezzamento del cittadino dovrà chiudere o riconvertirsi. Posso portare un esempio concreto.
L'Emilia Romagna, che sta imboccando timidamente la via della sperimentazione delle intese pubblico-privato, ha deciso che nel campo della cardiochirurgia possano operare solo le strutture attualmente autorizzate: due pubbliche, quattro private.
Tali strutture sono state verificate, da una commissione per la prima volta mista pubblico-privata, sul piano tecnologico, delle procedure, dei parametri, del personale.
Questo ha comportato nuovi investimenti, razionalizzazioni, aggiornamenti. Da giugno le sei strutture rispondono in modo concertato alle esigenze dei cittadini: le liste d'attesa sono drasticamente ridotte, come i viaggi della speranza all'estero, e una volta individuate le esigenze della nostra regione, si riescono ad accogliere pazienti di altre regioni.
Tutto questo è avvenuto con il pieno rispetto dei bilanci e con la crescita complessiva di qualità delle strutture.
Il nostro settore ha dimostrato che, pur circoscritto in un modesto budget (385 su 7800 miliardi), si possono mantenere gli impegni e, attraverso un monitoraggio costante, si può valutare mese per mese il rispetto dei costi.
Negli anni '70 le strutture private erano relegate ad una funzione accessoria ai margini del sistema pubblico, e sul piano della qualità presentavano molte deficienze; ma anche gli ospedali, senza un minimo di confronto-competizione, erano altrettanto carenti.
Concludo con una domanda: ci si sarebbe mai posti in Italia il problema di umanizzare i luoghi di ricovero con il superamento delle camerate (6-8 letti), la moltiplicazione dei servizi igienici, la qualità del cibo se non ci fosse stato un privato che, cresciuto in qualità, rappresentava una alternativa?
Il monopolio è sempre un danno, fa adagiare nella mediocrità. Uno stato forte è quello che sa creare una rete di controlli di qualità sui soggetti in campo, regolando il sistema. L'alternativa sarà il sistematico ripiano dei costi della sanità, che il governo dell'Ulivo non potrà permettersi, se non a scapito della propria credibilità.
Maurizio Cevenini