Giornali, promozioni e pubblicità: ma quanto ci costano?
Lo scorso 31 gennaio, passando in edicola, mi capita di chiedere La Repubblica.
Mi viene consegnato un pacco di carta contenente il giornale, con in più:
1. il Venerdì di Repubblica (160 pagine patinate a colori)
2. un fascicolo di un corso di inglese (30 pagine);
3. un pieghevole in 3 pagine di pubblicità di vini, con cartolina per ordinarli e foto dell'orologio in regalo a chiunque ordina;
4. un pieghevole (questo in 6 pagine) con semenze di fiori (da ordinare con apposita cartolina), televisore, videoregistratore, macchina caffè espresso (il tutto da estrarre a sorte tra gli ordinanti), promessa di un grill (in regalo a tutti gli ordinanti) e foto di ciondolo dorato (offerto a prezzo speciale agli stessi ordinanti);
5. un pieghevole di formato più grande, in 4 pagine, con foto di libri in offerta speciale. All'interno si capisce che la proposta è di aderire a un circolo di vendita libri per corrispondenza, dove però spicca di una sveglia che appare in ben 4 foto (in regalo a chi aderisce);
6. Segue un pieghevole di cartoncino lucido in 3 fogli, dall'aspetto più raffinato e impegnativo, che offre appartamenti in multiproprietà. Nessun regalo allegato.
7. Infine un pieghevolino in 4 pagine lievemente panciuto, contenente la pubblicità di un'automobile, un fac-simile di voucher per un week end a Londra (da estrarre a sorte presso il concessionario) e una bustina di tè (ecco il rigonfiamento!)
A casa mi è venuto spontaneo ricorrere alla bilancia: il peso di questi 7 accessori era di 443 grammi.
Ho comprato La Repubblica anche il giorno dopo (con fascicolo e audiocassetta incorporati, solo 127 grammi aggiuntivi), per vedere la tiratura del giorno precedente: 1.006.921 copie.
In complesso quel giorno sono dunque stati prodotti 446.066 chili (446 tonnellate) di carta "non voluta", o comunque propinata a un acquirente che cercava tutt'altro.
Immaginiamo (ma pecchiamo per difetto, come dimostra l'esperienza del giorno successivo) che questo sforzo produttivo impegni il quotidiano solo una volta alla settimana: in un anno avremo 22.303.300 chili di carta stampata in quadricromia e inviata direttamente a ingrossare i sacchetti dei rifiuti domestici, a colmare i cassonetti e quindi a saturare le rare e contestatissime discariche sparse sul territorio nazionale.
Giriamo la cifra allo stimato collega Ezio Mauro e ai redattori che a Repubblica si occupano di ambiente e smaltimento di rifiuti (il giorno prima sull'edizione telematica leggevamo proprio un dossier sulle ecomafie), in attesa di un loro autorevole commento.
Ma per amor di completezza possiamo citare analoghe iniziative in altri quotidiani a grande tiratura: Il Corriere, La Stampa, l'Unità, e ne dimentico certamente altri.
Ora, sempre ragionando per difetto (ed escludendo in questo modo il frequente raddoppio di supplementi settimanali e la tempesta di videocassette, il cui volume plastico e dunque costo di smaltimento è certamente maggiore) potremmo moltiplicare per 5 la massa sopra individuata: otteniamo così una cifra pari a 111.516.500 chili (centodiecimila tonnellate all'anno) di rifiuti editoriali, per intenderci equivalenti al peso di 110.000 automobili. E non abbiamo parlato dei settimanali.
Piccola conclusione politico-economica: se la legge sulla stampa concede ai quotidiani una sovvenzione a carico dello Stato per l'acquisto della carta da stampa, non sarebbe iniquo a questo punto proporre a carico degli editori un contributo straordinario almeno al pagamento della tassa comunale sui rifiuti.
A.D.P.
A 50 anni dagli eccidi: memoria e riconciliazione.
29 settembre - 5 ottobre 1944: nel territorio compreso tra il Setta e il Reno avviene il più grave eccidio compiuto in Italia nel corso del secondo conflitto mondiale.
Piazza di Vado, di fronte alla chiesa, 29 settembre 1996: scoprimento, per iniziativa dell'amministrazione del comune di Monzuno, di una statua intitolata alla libertà. Sono presenti numerosi cittadini, insieme ad amministratori locali e regionali, parlamentari, esponenti del movimento partigiano.
Si ricorda qualcosa di tristemente analogo a quanto avvenne in altre parti del continente europeo tra il '39 e il '45, frutto di una furia annientatrice che non solo non si fermò di fronte agli inermi, ma arrivò ad assumere proprio i più indifesi come bersaglio ossessivo di un disegno preordinato.
La storia è cosparsa di sangue, eppure quegli anni rappresentano una pagina di fronte alla quale la capacità stessa di capire rischia di girare a vuoto, con un senso sgradevole di vertigine, senza risposte plausibili.
Golo Mann, uno dei tre figli di Thomas insieme a Klaus e Erika, ha sintetizzato con l'espressione "mal di Germania" il senso di angoscia di fronte alla colpa, e ha scritto che "dove qualcosa è stato possibile, tutto è nuovamente possibile". La storia può ripertersi: a dispetto dei facili ottimismi o dell'idea di un superamento definitivo di quell'impulso di morte che sembra spesso, sotterraneamente, turbarla. Anche l'Italia ha vissuto un tempo che è stato di barbarie; e se la cultura ha un senso, esso in parte risiede nel continuare a interrogarsi su quanto è accaduto, senza smettere di ricordare e di riflettere. Senza paura di esprimere, se occorre, parole ferme di condanna.
Nel corso degli ultimi anni è cresciuta una scuola di pensiero ispirata al cosiddetto "revisionismo storico" (di cui ha avuto modo di dar conto, già dieci anni fa, un libro curato per Einaudi da Gian Enrico Rusconi dal titolo Germania: un passato che non passa). Un indirizzo di studi che, nel campo della storiografia, non è riuscito sin qui a rimuovere i fatti, considerati in tutta la loro grave e penosa consistenza. Fatti che rimangono e continuano a dirci che quanto è accaduto tra il '33 e il '45, in Europa, costituisce "qualcosa di unico, nel suo genere, nella storia". Proprio questa "unicità" conferisce alla lotta di liberazione un significato che va al di là delle questioni sin qui considerate prevalenti (quelle, cioè, "politiche" "ideologiche" "militari"). Le affida la capacità di riempire di contenuti fecondi il periodo in cui, nel nostro secolo, si è affermato con forza il senso della civiltà, della "civiltà moderna", con i suoi valori di libertà, uguaglianza, giustizia, solidarietà.
Diversamente ogni lettura edificante rischierebbe di essere incomprensiva, o parziale. Non coglie quanto è realmente accaduto. Da una parte e dall'altra. Giacchè il nostro è stato ed è, nonostante le idee di progresso e i buoni sentimenti, un secolo tragico. Possiamo ancora dubitarne? E tuttavia: lo stabilire tra gli eventi storici le necessarie relazioni non autorizza a considerare vittime e carnefici sullo stesso piano. Su questo la nostra democrazia ha una precisa responsabilità (e noi con essa). La confusione non giova né al senso della giustizia, né a un giudizio storico che voglia dirsi pacato e maturo.
Sì dunque alla ricerca e al dibattito appassionato delle idee, no alla disputa giudiziaria sulla storia, specie se è politicamente orientata da tentativi di revanche.
In un'epoca che si allontana dalle grandi ideologie e da non pochi pregiudizi, dobbiamo cominciare piuttosto a guardare a chi lottò per la liberazione senza visioni precostituite come a persone in carne ed ossa, donne e uomini che ebbero il coraggio, o che condivisero il destino, di essere dalla parte giusta contro l'indifferenza colpevole o il cinismo dell'attesa.
Verso gli altri, quelli che stavano dall'altra parte, di fronte alla distanza segnata dagli ultimi cinquant'anni, è diffusa e autentica un'attesa di riconciliazione che, quanto più sa tenere ferma la misura delle distinzioni, tanto più può aiutarci a creare un senso più alto di appartenenza, al di là delle opzioni ideali, per favorire il conseguimento di quel "clima della convivenza", che dobbiamo tutti costruire oggi, nonostante le drammatiche ostilità di cinquant'anni fa.
Marco Macciantelli