La pianificazione urbanistica a Bologna, tra buoni
propositi e ricorrenti scorciatoie. Il caso attuale dei "programmi integrati":
perplessità legittime e domande aperte.
Qualità urbana
o manovre politiche?
Il Comune di Bologna ha deciso la scorsa primavera di indire un bando affinché
chiunque ne avesse l'intenzione potesse proporre al Comune stesso di introdurre
aree (prevalentemente dismesse con originaria funzione produttiva) all'interno
dei Programmi Integrati perché divenissero edificabili a scopo per
lo più residenziale. Un programma integrato è uno strumento
urbanistico, introdotto nel 1992 (quando al governo era ancora il pentapartito)
con un iter attuativo semplificato rispetto a quello del Piano Regolatore
(PRG), in particolare riguardo ai controlli di compatibilità con
l'intero sistema urbano, sotto il profilo ambientale-urbanistico e della
mobilità (spazi verdi, posto auto, ecc.).
L'evidente finalità era quella di introdurre strumenti che permettessero
interventi in contrasto con la strumentazione urbanistica vigente: ma grazie
ad una tempestiva sentenza della Corte Costituzionale, che dichiarò
non valida la mancanza di collegamento con la pianificazione generale (individuando
cioè un pericolo di speculazione edilizia), il ricorso a tale strumento
urbanistico è ora possibile solo in collegamento con gli strumenti
di pianificazione vigenti, anche se con procedure semplificate rispetto
all'iter ordinario.
Il Comune di Bologna ha un PRG vigente dal 1989 che introdusse 10.000
nuovi alloggi edificabili nelle grandi zone di espansione urbana, senza
contare le tante piccole aree anch'esse edificabili. Di questi solo
il 30% è stato costruito in questi 8 anni, mentre i rimanenti 7.000
sono ancora lì in attesa, in quanto sembra che non ci sia un effettivo
riscontro del mercato immobiliare. Perché allora introdurre altre
aree edificabili se ancora ne esistono tante da poter soddisfare il fabbisogno
della città per almeno un altro decennio? L'unica spiegazione plausibile
è nel fatto che la procedura per l'edificazione degli alloggi previsti
dal PRG è più lunga e onerosa per i costruttori; questo proprio
perché vengono richiesti controlli e standard di qualità
urbana che i programmi integrati possono non prevedere.
Ma la città di Bologna sta attraversando un processo di degrado
della qualità urbana, e dunque perché si indirizzano le energie
alla ricerca di ulteriori aree edificabili e non al recupero e miglioramento
di quell'alto livello urbano e sociale a cui i bolognesi hanno sempre teso?
Il che peraltro potrebbe essere la vera soluzione affinché Bologna
non perda ogni anno 5.000 residenti a vantaggio degli altri comuni della
Provincia. La risposta va cercata negli interessi di carattere sia politico
che economico che sono coinvolti in quello che viene presentato come un
intervento di riqualificazione urbana.
Complessivamente le proposte arrivate sono quantificabili in 3.000
nuovi alloggi, ma solo 600 di questi entreranno nei programmi integrati,
mentre gli altri 2.400 probabilmente verranno messi in piano con un "accordo
di programma" (altro strumento non completamente sintonico con la pianificazione
urbanistica). Sono molte quindi le aree su cui si concentra l'interesse
di costruttori e di cooperative edilizie, che aspirano a vederle rientrare
fra quelle che verranno selezionate dal Comune. Il tema richiederebbe grande
trasparenza procedurale, per fugare sospetti di accordi o scambi sottobanco,
e invece non pare che questa sia una preoccupazione molto sentita. Ma così
si lascia spazio a voci e sospetti che, ad esempio, indicano proprio nella
decisione su quali aree fare partire per prime il vero motivo dello scontro
fra i due grandi patron dei programmi integrati, e cioè l'assessore
all'urbanistica Grassi e il presidente della commissione consiliare Benecchi.
Bologna soffre sempre di più per l'inquinamento atmosferico
ed acustico, per il degrado degli spazi comuni, per la mancata attuazione
di aree verdi previste dal PRG, per uno stato di congestione dell'intera
rete stradale che vede nel centro storico ormai il luogo del più
completo laissez faire, di progetti iniziati e mai finiti o attuati in
maniera discutibile (vedi le piste ciclabili): si è di fronte ad
un sistema urbano che si sta sfilacciando verso un caos metropolitano non
certo europeo.
D'altra parte, i nostri politici sanno che l'importante a Bologna è
farsi candidare, perché poi lo "zoccolo duro" è tale da assicurarne
l'elezione, e quindi è oggettivamente presente per gli amministratori
la tentazione di non cercare tanto l'interesse comune, quanto l'appoggio
di forze economiche che sostengano la loro ricandidatura. Una formula solo
apparentemente sicura, in quanto a forza di insistere si finisce
per rischiare anche qui un "effetto Grosseto", città rossa per eccellenza
che alle ultime amministrative ha visto la vittoria del centro-destra.
Cosa si sta facendo per fugare il dubbio che quello dei programmi integrati
sia una manovra per trovare appoggi per le candidature per le prossime
elezioni amministrative a scapito dell'interesse comune? Da una parte
vi sono i costruttori che oltre alle aree del PRG vogliono altre aree edificabili
di più facile e remunerativa attuazione, e dall'altra le necessità
emergenti della città. Cosa intendono fare il sindaco Vitali e la
Giunta Comunale: puntare a gestire politicamente la città pezzo
per pezzo secondo interessi specifici con finalità poco trasparenti?
O invece assumersi la responsabilità di affrontare un processo di
riqualificazione dell'intero sistema urbano?
Se il ricorso ai "programmi integrati" vuole essere davvero una scelta
strategica per velocizzare processi di riqualificazione di aree degradate,
occorre correggere una fondamentale manchevolezza nella metodologia finora
seguita: la delibera consiliare non ha individuato quali fossero le aree
degradate, ma ha lasciato ai singoli privati il compito di farlo. Dunque
il Comune ha rinunciato a fare la sua parte evitando di indicare a priori
le aree degradate, astenendosi persino di stabilire quali dovessero essere
i livelli di qualità a cui i progetti dovevano corrispondere! Solo
una volta stabilite sia le aree (in base anche ad una valutazione sull'intero
sistema urbano), che i servizi pubblici e i criteri generali di qualità
per un vivere migliore, si può lasciare al libero mercato la possibilità
di fare proposte operative. Ma non è ammissibile l'idea di lasciare
ai privati, che giustamente curano i propri interessi, il compito di individuare
le aree e i criteri per la loro riqualificazione, mentre chi gestisce la
cosa pubblica rinuncia ad assumersi la responsabilità di affrontare
un processo di riqualificazione del sistema urbano con l'indicazione chiara
di quali debbano esserne i requisiti.
Torna al sommario del numero
11
Scarica tutto il numero 11 in formato PDF