Numero 13 (Maggio-Agosto 1998) in formato PDF

Chiudere? No grazie.

Detto in confidenza, a coloro che finora ci hanno - almeno una volta - sostenuto...

Bologna, ottobre 1998.
Caro amico, questa lettera è dedicata a te e a quanti - come te - hanno la particolarità di averci almeno una volta sostenuto con il loro abbonamento.
Per questa volta, usciamo ridotti. Ciò accade perché fatichiamo a trovare il tempo (abbiamo tutti un lavoro e una famiglia), e perché abbiamo praticamente finito i soldi (stampare e spedire costa).
Ma le ragioni per cui 4 anni fa abbiamo cominciato non sono affatto finite. La distanza tra cittadini e classe politica è immutata se non accresciuta. L’abitudine degli amministratori a gestire la cosa pubblica come fosse cosa loro, senza renderne conto agli elettori, è intatta. L’intoccabilità di certi privilegi è salda, come l’esclusione dal potere (e dal guadagno) di fasce crescenti di popolazione (soprattutto giovane).
In questo quadro, il nostro giornale è certamente qualcosa di modesto, e forse velleitario. Ma pur nei limiti evidentissimi (la periodicità lunga, salita a quadrimestrale, la distribuzione infelice, ostaggio dei capricci delle poste, un taglio a volte pesante, ecc.), la cosa che ci ha stupito è il consenso talvolta raccolto intorno a qualche nostro articolo. Merito non tanto della nostra bravura, quanto della completa latitanza - sui temi seri - dei mezzi di informazione bolognesi.
Succede così che anche uno sporadico tentativo di fare il punto della situazione (sulla stazione ferroviaria, sulla sanità, sul piano traffico), fa una differenza. Succede che anche lo sforzo minimo di mettere in fila le date, i nomi di chi ha deciso, i costi dichiarati, le alternative scartate... (roba elementare per chi è pagato tutti i giorni per informare; meno per chi, come noi, si arrangia dopocena o la domenica pomeriggio) finisce per far riflettere. E far pensare a quanto sarebbe importante un giornale che scava dietro le decisioni che si vanno prendendo di giorno in giorno sulla nostra città, sulla nostra vita di cittadini.
E invece. La cronaca: serial di episodi urlati con l’aggiunta di particolari spesso idioti, inutili a spiegare i fatti, irrispettosi verso le persone coinvolte. La politica: salotto dei soliti noti, che si rilanciano l’un l’altro opinioni, dichiarazioni, polemiche. Mai un’indagine, mai una chiave di lettura acuta che colleghi nomi e interessi, mai una sintesi coraggiosa. Al massimo, un’indiscrezione di corridoio o un sussurro a lato di un’inchiesta giudiziale (quella giornalistica è ormai una specie estinta).
In tale carenza informativa, ci pesa la sproporzione tra l’esiguità delle nostre risorse e l’enormità di quanto tutti i giorni ci passa davanti agli occhi. Anche a Bologna.
Vediamo nascere cantieri come funghi in zone già costipate di traffico e palazzi. Chi ha firmato le licenze, e in base a quale idea di città? Vediamo aziende storiche del nostro tessuto industriale prima vendute a finanziarie estere poi dismesse: lavoratori in mobilità, famiglie angosciate, inutili proteste sindacali. Fatalità del mercato o responsabilità imprenditoriali? Vediamo sotto i portici serrande abbassate e cartelli di “affittasi”: le strade si fanno buie, i marciapiedi terra di nessuno. L’insicurezza regna, insieme agli ipermercati. Destino della storia o frutto di scelte reversibili? Soprattutto vediamo crescere la marginalità di troppe persone e di troppe famiglie.
Sono queste le cose che ci impediscono di chiudere. E che motivano pure il nostro rapporto elettivo ma sofferto con il mondo della solidarietà, la nostra “stima critica” per il volontariato. Perché, lo scrivemmo fino dal primo numero, è da qui che noi veniamo, ed è qui che ritorniamo per trarre un certo ossigeno: di disinteresse, di fantasia operosa, di coscienza civile. Ma insieme vediamo anche quanto sia poco efficace limitarsi a mettere le pezze ai drammi sociali, ignorando l’impatto di una decisione politica sbagliata (per ignoranza o per interesse) su quegli stessi drammi. È come mettersi a regalare cerotti in una città minacciata dalle bombe.
Ecco quindi la nostra idea originaria: rivolgersi al mondo del volontariato per richiamarlo alla solidarietà primaria, quella civile e politica. Per provare a incidere e a cambiare, anche poco, anche fra del tempo. Per questo chiediamo il vostro aiuto. Forse non ci riusciremo. Ma almeno potremo invecchiare col gusto di averci provato.



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