Detto in confidenza, a coloro che finora ci hanno - almeno una volta - sostenuto...
Bologna, ottobre 1998.
Caro amico, questa lettera è dedicata a te e a quanti - come te - hanno la particolarità
di averci almeno una volta sostenuto con il loro abbonamento.
Per questa volta, usciamo ridotti. Ciò accade perché fatichiamo a trovare il
tempo (abbiamo tutti un lavoro e una famiglia), e perché abbiamo praticamente
finito i soldi (stampare e spedire costa).
Ma le ragioni per cui 4 anni fa abbiamo cominciato non sono affatto finite.
La distanza tra cittadini e classe politica è immutata se non accresciuta. L’abitudine
degli amministratori a gestire la cosa pubblica come fosse cosa loro, senza
renderne conto agli elettori, è intatta. L’intoccabilità di certi privilegi
è salda, come l’esclusione dal potere (e dal guadagno) di fasce crescenti di
popolazione (soprattutto giovane).
In questo quadro, il nostro giornale è certamente qualcosa di modesto, e forse
velleitario. Ma pur nei limiti evidentissimi (la periodicità lunga, salita a
quadrimestrale, la distribuzione infelice, ostaggio dei capricci delle poste,
un taglio a volte pesante, ecc.), la cosa che ci ha stupito è il consenso talvolta
raccolto intorno a qualche nostro articolo. Merito non tanto della nostra bravura,
quanto della completa latitanza - sui temi seri - dei mezzi di informazione
bolognesi.
Succede così che anche uno sporadico tentativo di fare il punto della situazione
(sulla stazione ferroviaria, sulla sanità, sul piano traffico), fa una differenza.
Succede che anche lo sforzo minimo di mettere in fila le date, i nomi di chi
ha deciso, i costi dichiarati, le alternative scartate... (roba elementare per
chi è pagato tutti i giorni per informare; meno per chi, come noi, si arrangia
dopocena o la domenica pomeriggio) finisce per far riflettere. E far pensare
a quanto sarebbe importante un giornale che scava dietro le decisioni che si
vanno prendendo di giorno in giorno sulla nostra città, sulla nostra vita di
cittadini.
E invece. La cronaca: serial di episodi urlati con l’aggiunta di particolari
spesso idioti, inutili a spiegare i fatti, irrispettosi verso le persone coinvolte.
La politica: salotto dei soliti noti, che si rilanciano l’un l’altro opinioni,
dichiarazioni, polemiche. Mai un’indagine, mai una chiave di lettura acuta che
colleghi nomi e interessi, mai una sintesi coraggiosa. Al massimo, un’indiscrezione
di corridoio o un sussurro a lato di un’inchiesta giudiziale (quella giornalistica
è ormai una specie estinta).
In tale carenza informativa, ci pesa la sproporzione tra l’esiguità delle nostre
risorse e l’enormità di quanto tutti i giorni ci passa davanti agli occhi. Anche
a Bologna.
Vediamo nascere cantieri come funghi in zone già costipate di traffico e palazzi.
Chi ha firmato le licenze, e in base a quale idea di città? Vediamo aziende
storiche del nostro tessuto industriale prima vendute a finanziarie estere poi
dismesse: lavoratori in mobilità, famiglie angosciate, inutili proteste sindacali.
Fatalità del mercato o responsabilità imprenditoriali? Vediamo sotto i portici
serrande abbassate e cartelli di “affittasi”: le strade si fanno buie, i marciapiedi
terra di nessuno. L’insicurezza regna, insieme agli ipermercati. Destino della
storia o frutto di scelte reversibili? Soprattutto vediamo crescere la marginalità
di troppe persone e di troppe famiglie.
Sono queste le cose che ci impediscono di chiudere. E che motivano pure il nostro
rapporto elettivo ma sofferto con il mondo della solidarietà, la nostra “stima
critica” per il volontariato. Perché, lo scrivemmo fino dal primo numero, è
da qui che noi veniamo, ed è qui che ritorniamo per trarre un certo ossigeno:
di disinteresse, di fantasia operosa, di coscienza civile. Ma insieme vediamo
anche quanto sia poco efficace limitarsi a mettere le pezze ai drammi sociali,
ignorando l’impatto di una decisione politica sbagliata (per ignoranza o per
interesse) su quegli stessi drammi. È come mettersi a regalare cerotti in una
città minacciata dalle bombe.
Ecco quindi la nostra idea originaria: rivolgersi al mondo del volontariato
per richiamarlo alla solidarietà primaria, quella civile e politica. Per provare
a incidere e a cambiare, anche poco, anche fra del tempo. Per questo chiediamo
il vostro aiuto. Forse non ci riusciremo. Ma almeno potremo invecchiare col
gusto di averci provato.