Numero 18 (Estate 2000) in formato PDF

Un volontariato sospeso

Dai rapporti con la nuova amministrazione ai conflitti interni, dalla gestione dei fondi agli incroci con la politica: spunti di riflessione sullo stato del volontariato bolognese, per iniziare un dibattito aperto a tutti i lettori.

Ai lettori del Mosaico non sarà certo sfuggito il progressivo allargarsi della forbice tra le storie esemplari e virtuose raccontateci settimanalmente dalle pagine di Repubblica sul volontariato, e le feroci polemiche che lo stesso mondo (con l’aiuto, bisogna dirlo, dei media stessi e delle forze politiche) metteva in scena nelle medesime pagine con cadenza più o meno trimestrale attorno a varie tematiche come l’assegnazione dei fondi della legge «Turco» sui minori, la gestione dei campi profughi affidati alla Coop Gabbiano e, più recentemente, lo scontro tra l’associazione Piazza Grande e l’Assessore Pannuti sullo sfondo dei temi legati alla sicurezza.
Complesse sono le vicende, complessi sono i retroscena ai più sconosciuti, complessi sono i tempi che il volontariato si trova a vivere tra forti dinamiche di legittimazione sociale, esplodere della stagione del non profit, riforma delle politiche di welfare, crisi della rappresentanza, realtà e mito insieme della società civile.
Un volontariato sospeso tra i non più e i non ancora di una realtà italiana in forte cambiamento. Su questo scenario di fondo, qui sommariamente e banalmente riassunto, si muove, qui e ora, una realtà bolognese dalle forti contraddizioni e che certamente non rappresenta, almeno in senso positivo o di innovazione, uno degli spaccati più interessanti del panorama complessivo italiano che ha altrove i suoi laboratori più significativi.
«… Il volontariato emiliano-romagnolo si presenta come una realtà consolidata e stabile, anche se in fase di stagnazione e di invecchiamento… Ci si può attendere pertanto che nei prossimi anni non si assisterà in regione a fenomeni particolarmente innovativi relativamente a ruolo e funzioni del volontariato» (A. Bassi, S. Stanzani, Il Volontariato in Emilia Romagna: rapporto di ricerca, Fivol-Fondazione italiana per il volontariato, Roma 1997. La ricerca si è svolta nel periodo 1995/96 e fa riferimento a dati raccolti nel 1993).
A chi avesse avuto la pazienza di leggersi alcuni dati di ricerca, o avesse prestato attenzione ad alcuni distinguo che i gruppi più accorti avevano l’intelligenza di portare all’interno di un coro generale di plauso, non sarebbero sfuggiti i germi delle contraddizioni che di lì a qualche anno sarebbero esplose con accenti di forte virulenza.
Quali le ragioni di ciò interne al volontariato e quali quelle innescate dall’intreccio col mondo della politica? Lo spazio a disposizione impone una sinteticità e una scelta di priorità di sottolineature. Sul fronte interno si può rilevare: – l’inadeguatezza culturale di gran parte delle leadership prodotte in questi anni che ha portato a un sostanziale isolamento del volontariato rispetto agli altri pezzi del terzo settore, all’idea di un lavoro volontario eticamente superiore al lavoro retribuito, a una non congruenza tra l’essere volontario e l’essere cittadino, a una idea di ente locale quasi sempre come controparte, a una mancanza di dibattito che interpretasse il passaggio culturale avvenuto in pochi anni dal binomio volontariato/solidarietà a quello di terzo settore/impresa sociale; – la sciagurata scelta operata dal gruppo dirigente della Conferenza provinciale del volontariato di gestire anche il nascente Centro di servizio (… e relativi novecento milioni all’anno) confondendo quindi livello tecnico e politico, facilitando lo svilupparsi di interessi personali favoriti dal poter giocare più ruoli contemporaneamente (non scherzo quando dico che in riferimento a un progetto un’unica persona poteva in qualche modo sedersi su tutte e quattro le sedie attorno al tavolo di lavoro!) e finendo per rendere la Conferenza un puro accessorio del Centro di servizi. Così facendo si sono minate alle radici le ragioni e il senso dell’una e dell’altro che ovviamente, dopo alcuni anni, sono entrambi esplosi diventando ingestibili.
Rispetto al rapporto con la politica si può sicuramente dire che i nuovi assetti bolognesi hanno accelerato alcune dinamiche, già peraltro presenti. I temi collegati alla parola d’ordine sicurezza, che domina le agende dei partiti e dei candidati, sono stati ovvio terreno di scontro forse più dettato da motivi ideologici e da fenomeni di ristrutturazione dei collateralismi che da effettive necessità pratiche. Anche all’ombra dell’Ulivo comunque si è spesso corso il rischio che le dinamiche del terzo settore rispondessero spesso alle competizioni tra le diverse anime, tra alberi e cespugli.
Sostanzialmente il rapporto tra volontariato e politica rimane anche qui sempre tormentato e conflittuale, più legato a logiche di cooptazione che di confronto, forse anche perché a Bologna, più che altrove (vedi ricerca Fivol) molti dei leader del volontariato e del terzo settore in genere si impegnano, o sono stati impegnati, anche in formazioni partitiche, a volte ricoprendo anche ruoli amministrativi. Ad esempio alle ultime elezioni i vertici di Conferenza del volontariato e Centro servizi hanno espresso ben tre candidature.
La discussione sul ruolo politico del volontariato (1991-1994) è ben presto rientrata col riaggregarsi delle forze politiche (Progressisti e Polo alle politiche del ‘94); il volontariato, o pezzi di esso, è comunque interessato alla politica, il problema è che gli interessa di più il percorso che il risultato e questo a molti, nei partiti e nelle amministrazioni, preoccupa. Anche a Bologna. Prima e dopo il giugno ’99.
Andrea Pancaldi
 

In questo numero:

  • Università, rinnovo al vertice. Dopo il regno quindicinale di Roversi Monaco, la poltrona di rettore tocca a Calzolari. Da Gianni Bertoni una chiave di lettura di un’elezione nel segno della discontinuità (alle pp. 2-3).
  • La giunta dei silenzi. La rubrica “cittadini in consiglio” prosegue con le riflessioni di Marco Calandrino sui rapporti giunta-consiglio comunale, sulla disinformazione assicurata dai giornali e sul ruolo dell’opposizione, di cui Giuseppe Paruolo illustra il neonato coordinamento (alle pp. 4-5).
  • Cittadinanza attiva. L’esperienza della consulta delle Lame, nata per combattere il degrado e consentire una più efficace partecipazione dei cittadini alla vita collettiva, e la proposta di Flavio Fusi Pecci di una giornata di incontro e verifica per stabilire un rapporto continuativo fra eletti ed elettori. Perché “c’è sempre necessità e spazio per insistere e sperare” (alle pp. 6-7).
  • Convivere fra diversi. Un bilancio del lavoro svolto dal primo “gruppo di contatto” tra forze di polizia e cittadini extracomunitari, avviato sperimentalmente a Bologna tra l’autunno 1999 e la primavera 2000. Osservazioni e proposte per sconfiggere la paura e promuovere un’autentica sicurezza (alle pp. 8-9).
  • Verso la costituzione europea. La discussione intorno ad una carta europea dei diritti fondamentali nel quadro attuale di evoluzione delle istituzioni della UE tracciato da Roberto Lipparini (alle pp. 10-11).


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