Dai rapporti con la nuova amministrazione ai conflitti interni, dalla gestione dei fondi agli incroci con la politica: spunti di riflessione sullo stato del volontariato bolognese, per iniziare un dibattito aperto a tutti i lettori.
Ai lettori del Mosaico non sarà certo sfuggito
il progressivo allargarsi della forbice tra le storie esemplari e virtuose raccontateci
settimanalmente dalle pagine di Repubblica sul volontariato, e le feroci polemiche
che lo stesso mondo (con l’aiuto, bisogna dirlo, dei media stessi e delle forze
politiche) metteva in scena nelle medesime pagine con cadenza più o meno trimestrale
attorno a varie tematiche come l’assegnazione dei fondi della legge «Turco»
sui minori, la gestione dei campi profughi affidati alla Coop Gabbiano e, più
recentemente, lo scontro tra l’associazione Piazza Grande e l’Assessore Pannuti
sullo sfondo dei temi legati alla sicurezza.
Complesse sono le vicende, complessi sono i retroscena ai più sconosciuti, complessi
sono i tempi che il volontariato si trova a vivere tra forti dinamiche di legittimazione
sociale, esplodere della stagione del non profit, riforma delle politiche di
welfare, crisi della rappresentanza, realtà e mito insieme della società civile.
Un volontariato sospeso tra i non più e i non ancora di una realtà italiana
in forte cambiamento. Su questo scenario di fondo, qui sommariamente e banalmente
riassunto, si muove, qui e ora, una realtà bolognese dalle forti contraddizioni
e che certamente non rappresenta, almeno in senso positivo o di innovazione,
uno degli spaccati più interessanti del panorama complessivo italiano che ha
altrove i suoi laboratori più significativi.
«… Il volontariato emiliano-romagnolo si presenta come una realtà consolidata
e stabile, anche se in fase di stagnazione e di invecchiamento… Ci si può attendere
pertanto che nei prossimi anni non si assisterà in regione a fenomeni particolarmente
innovativi relativamente a ruolo e funzioni del volontariato» (A. Bassi,
S. Stanzani, Il Volontariato in Emilia Romagna: rapporto di ricerca, Fivol-Fondazione
italiana per il volontariato, Roma 1997. La ricerca si è svolta nel periodo
1995/96 e fa riferimento a dati raccolti nel 1993).
A chi avesse avuto la pazienza di leggersi alcuni dati di ricerca, o avesse
prestato attenzione ad alcuni distinguo che i gruppi più accorti avevano l’intelligenza
di portare all’interno di un coro generale di plauso, non sarebbero sfuggiti
i germi delle contraddizioni che di lì a qualche anno sarebbero esplose con
accenti di forte virulenza.
Quali le ragioni di ciò interne al volontariato e quali quelle innescate dall’intreccio
col mondo della politica? Lo spazio a disposizione impone una sinteticità e
una scelta di priorità di sottolineature. Sul fronte interno si può rilevare:
– l’inadeguatezza culturale di gran parte delle leadership prodotte in questi
anni che ha portato a un sostanziale isolamento del volontariato rispetto agli
altri pezzi del terzo settore, all’idea di un lavoro volontario eticamente superiore
al lavoro retribuito, a una non congruenza tra l’essere volontario e l’essere
cittadino, a una idea di ente locale quasi sempre come controparte, a una mancanza
di dibattito che interpretasse il passaggio culturale avvenuto in pochi anni
dal binomio volontariato/solidarietà a quello di terzo settore/impresa sociale;
– la sciagurata scelta operata dal gruppo dirigente della Conferenza provinciale
del volontariato di gestire anche il nascente Centro di servizio (… e relativi
novecento milioni all’anno) confondendo quindi livello tecnico e politico, facilitando
lo svilupparsi di interessi personali favoriti dal poter giocare più ruoli contemporaneamente
(non scherzo quando dico che in riferimento a un progetto un’unica persona poteva
in qualche modo sedersi su tutte e quattro le sedie attorno al tavolo di lavoro!)
e finendo per rendere la Conferenza un puro accessorio del Centro di servizi.
Così facendo si sono minate alle radici le ragioni e il senso dell’una e dell’altro
che ovviamente, dopo alcuni anni, sono entrambi esplosi diventando ingestibili.
Rispetto al rapporto con la politica si può sicuramente dire che i nuovi assetti
bolognesi hanno accelerato alcune dinamiche, già peraltro presenti. I temi collegati
alla parola d’ordine sicurezza, che domina le agende dei partiti e dei candidati,
sono stati ovvio terreno di scontro forse più dettato da motivi ideologici e
da fenomeni di ristrutturazione dei collateralismi che da effettive necessità
pratiche. Anche all’ombra dell’Ulivo comunque si è spesso corso il rischio che
le dinamiche del terzo settore rispondessero spesso alle competizioni tra le
diverse anime, tra alberi e cespugli.
Sostanzialmente il rapporto tra volontariato e politica rimane anche qui sempre
tormentato e conflittuale, più legato a logiche di cooptazione che di confronto,
forse anche perché a Bologna, più che altrove (vedi ricerca Fivol) molti dei
leader del volontariato e del terzo settore in genere si impegnano, o sono stati
impegnati, anche in formazioni partitiche, a volte ricoprendo anche ruoli amministrativi.
Ad esempio alle ultime elezioni i vertici di Conferenza del volontariato e Centro
servizi hanno espresso ben tre candidature.
La discussione sul ruolo politico del volontariato (1991-1994) è ben presto
rientrata col riaggregarsi delle forze politiche (Progressisti e Polo alle politiche
del ‘94); il volontariato, o pezzi di esso, è comunque interessato alla politica,
il problema è che gli interessa di più il percorso che il risultato e questo
a molti, nei partiti e nelle amministrazioni, preoccupa. Anche a Bologna. Prima
e dopo il giugno ’99.
Andrea Pancaldi