Ultime settimane di campagna elettorale, ma c'è ancora il tempo per un breve esame di coscienza. Il duello Gore-Bush, malgrado tutto, contiene qualche insegnamento che l'Ulivo farebbe bene a recepire.
Le lezioni che potremmo avere imparato dalle elezioni presidenziali
statunitensi del novembre- dicembre 2000 (cinque settimane per contare i voti…)
sono molte, e tutte importanti e suggestive.
La prima lezione è che, quando gli elettori percepiscono l'esistenza
di una scelta, non di una eco, avrebbe detto Barry Goldwater, il famoso senatore
repubblicano conservatore, vanno alle urne. Infatti, la partecipazione elettorale
è cresciuta significativamente, per la prima volta dal 1964. Se non si contano
coloro che, per una varietà di ragioni, non sono riusciti ad iscriversi nelle
liste elettorali, ha votato appena meno del 70 per cento degli iscritti. Dunque,
non è vero che gli americani sono un popolo di astensionisti.
La seconda lezione è che l'elettorato ha percepito differenze reali fra
i due candidati perché le differenze esistevano sia nei programmi che nello
stile e sono emerse nella campagna elettorale. Dunque, non è affatto vero che
la politica nella new economy è destinata a convergere al centro e a cancellare
tutte le diversità. Al contrario, come si sta vedendo nelle nomine e nelle prime
decisioni di Bush, è in atto una svolta conservatrice che potrà venire contrastata
soltanto se i Democratici si rimettono a organizzare la loro politica.
La terza lezione che, peraltro, noi italiani conosciamo già, è che si
possono perdere le elezioni pur ottenendo più voti. È successo all'allora Polo
delle Libertà nel 1996; è successo a Gore che, con quasi mezzo milione di voti
in più, purtroppo male distribuiti nei singoli stati, ha perso la presidenza.
La quarta lezione riguarda proprio la sconfitta. A fare perdere Gore
non è stato nessun artificio e nessuna macumba particolare. È stato Ralph Nader.
Il veterano candidato degli ecologisti ha portato via, con la solita scusa che
Gore non era abbastanza a sinistra, non era abbastanza ambientalista, non era
abbastanza abbastanza (chi più ne ha più ne metta) in quattro-cinque stati abbastanza
voti da condannare il candidato democratico alla sconfitta. La strategia del
«tanto peggio tanto meglio» è un classico della sinistra non soltanto italiana.
Il suo interprete più agguerrito e più impunito nell'Italia degli anni novanta
è stato rappresentato da Fausto Bertinotti. Con gli applausi adoranti dei suoi
seguaci di Rifondazione (culto della personalità?), Bertinotti ha già avuto
un effetto simile a quello provocato da Nader: contribuire a fare cadere il
governo Prodi e cambiare faccia e segno a tutta la legislatura che si sta chiudendo.
Il resto non merita commenti se non che Bush non è certamente il presidente
che gli elettori di Nader vorrebbero come, sperabilmente, il miliardario Berlusconi
non è il presidente operaio che gli elettori di Rifondazione dovrebbero preferire.
Comunque, a ognuno le sue responsabilità politiche e morali.
La quinta lezione riguarda il federalismo. La straordinaria confusione
della Florida, in materia di schede elettorali, di modalità di conteggio dei
voti, di poteri e di competenze fra rappresentanti dell'esecutivo, dell'assemblea
legislativa, del giudiziario (la Corte suprema statale), è perfettamente congruente
con il federalismo che concede grande discrezionalità anche politica a tutte
le entità federate. Quello che è successo in Florida poteva succedere, anzi
probabilmente è successo, anche in altri stati. Non essendo colà determinante
non è stato raccontato. Imparino, però, gli apprendisti stregoni del federalismo
italiano, che hanno anche inseguito la Lega perché sarebbe «una costola della
sinistra», che quando saranno Formigoni, Storace e Galan a decidere su una pluralità
di materie, magari anche elettorali, la confusione verrà sicuramente creata
ad arte e brandita come un'arma contro tutti i governi di centro-sinistra.
La sesta lezione è quella più importante politicamente, in special modo
alla luce della attuale campagna elettorale italiana. Gore ha perso anche, secondo
alcuni soprattutto (personalmente condivido del tutto questa interpretazione),
perché ha deliberatamente e consapevolmente deciso di non dichiararsi erede
legittimo della politica e delle politiche di Clinton; perché non ha voluto
rivendicare i meriti di otto anni di governo democratico; perché non ha fatto
campagna su un bilancio complessivo molto positivo al quale aveva contribuito.
Realizzazioni (democratiche) contro promesse (repubblicane): la teoria politica
sostiene che questo è il cardine della competizione democratica. La pratica
politica dice che molto raramente gli incumbents, i detentori delle cariche
di governo, se hanno fatto bene, perdono nel confronto con gli sfidanti. Purché,
naturalmente, gli incumbents sappiano, vogliano, possano rivendicare quanto
fatto, e perché questa rivendicazione sia credibile è indispensabile esserci
stati, al governo. A buon intenditor - ma in Italia e nell'Ulivo in particolare
gli intenditori sono pochi e nient'affatto buoni - poche parole.
La settima e ultima lezione è che Bush è perfettamente
consapevole di essere un presidente in difficoltà cosicché le sue prime azioni
oscillano fra la necessità di una politica bipartisan e l'obbligo di ricompensare
i potenti gruppi che ne hanno favorito e consentito la vittoria (ad esempio,
gli «industrialismi» e la «destra cristiana»). Insomma, non è affatto detto
che il presidenzialismo produca il più autorevole e più svincolato governante
al mondo. Al contrario, Bush è vincolato, persino al suo passato e al personale
reclutato da suo padre, e potrà essere imbrigliato dal Congresso. Chi vuole
un capo dell'esecutivo autorevole ed efficace deve guardare altrove. Se sa costruire
un sistema bipartitico può prendere ad esempio il modello Westminster; se no,
è il semipresidenzialismo francese che crea un capo di governo dotato di una
maggioranza parlamentare che, come Lionel Jospin prova alla grande, governa
molto più e molto meglio del suo presidente direttamente eletto dal popolo.
Sette belle lezioni, politiche, istituzionali, federalisteggianti, di teoria
democratica e di comportamenti di governo. Ce n'è abbastanza per concludere:
meditate, gente, meditate.
Gianfranco Pasquino - 3 febbraio 2001