Numero 19 (Primavera 2001) in formato PDF

Siamo sotto elezioni. Nel 1996 proponemmo all'Ulivo un decalogo per le candidature, che fu apprezzato, ma non adottato. Torniamo a proporlo anche oggi, nel 2001: non ci sembra invecchiato...  

Lezioni americane

Ultime settimane di campagna elettorale, ma c'è ancora il tempo per un breve esame di coscienza. Il duello Gore-Bush, malgrado tutto, contiene qualche insegnamento che l'Ulivo farebbe bene a recepire.

Le lezioni che potremmo avere imparato dalle elezioni presidenziali statunitensi del novembre- dicembre 2000 (cinque settimane per contare i voti…) sono molte, e tutte importanti e suggestive.
La prima lezione è che, quando gli elettori percepiscono l'esistenza di una scelta, non di una eco, avrebbe detto Barry Goldwater, il famoso senatore repubblicano conservatore, vanno alle urne. Infatti, la partecipazione elettorale è cresciuta significativamente, per la prima volta dal 1964. Se non si contano coloro che, per una varietà di ragioni, non sono riusciti ad iscriversi nelle liste elettorali, ha votato appena meno del 70 per cento degli iscritti. Dunque, non è vero che gli americani sono un popolo di astensionisti.
La seconda lezione è che l'elettorato ha percepito differenze reali fra i due candidati perché le differenze esistevano sia nei programmi che nello stile e sono emerse nella campagna elettorale. Dunque, non è affatto vero che la politica nella new economy è destinata a convergere al centro e a cancellare tutte le diversità. Al contrario, come si sta vedendo nelle nomine e nelle prime decisioni di Bush, è in atto una svolta conservatrice che potrà venire contrastata soltanto se i Democratici si rimettono a organizzare la loro politica.
La terza lezione che, peraltro, noi italiani conosciamo già, è che si possono perdere le elezioni pur ottenendo più voti. È successo all'allora Polo delle Libertà nel 1996; è successo a Gore che, con quasi mezzo milione di voti in più, purtroppo male distribuiti nei singoli stati, ha perso la presidenza.
La quarta lezione riguarda proprio la sconfitta. A fare perdere Gore non è stato nessun artificio e nessuna macumba particolare. È stato Ralph Nader. Il veterano candidato degli ecologisti ha portato via, con la solita scusa che Gore non era abbastanza a sinistra, non era abbastanza ambientalista, non era abbastanza abbastanza (chi più ne ha più ne metta) in quattro-cinque stati abbastanza voti da condannare il candidato democratico alla sconfitta. La strategia del «tanto peggio tanto meglio» è un classico della sinistra non soltanto italiana. Il suo interprete più agguerrito e più impunito nell'Italia degli anni novanta è stato rappresentato da Fausto Bertinotti. Con gli applausi adoranti dei suoi seguaci di Rifondazione (culto della personalità?), Bertinotti ha già avuto un effetto simile a quello provocato da Nader: contribuire a fare cadere il governo Prodi e cambiare faccia e segno a tutta la legislatura che si sta chiudendo. Il resto non merita commenti se non che Bush non è certamente il presidente che gli elettori di Nader vorrebbero come, sperabilmente, il miliardario Berlusconi non è il presidente operaio che gli elettori di Rifondazione dovrebbero preferire. Comunque, a ognuno le sue responsabilità politiche e morali.
La quinta lezione riguarda il federalismo. La straordinaria confusione della Florida, in materia di schede elettorali, di modalità di conteggio dei voti, di poteri e di competenze fra rappresentanti dell'esecutivo, dell'assemblea legislativa, del giudiziario (la Corte suprema statale), è perfettamente congruente con il federalismo che concede grande discrezionalità anche politica a tutte le entità federate. Quello che è successo in Florida poteva succedere, anzi probabilmente è successo, anche in altri stati. Non essendo colà determinante non è stato raccontato. Imparino, però, gli apprendisti stregoni del federalismo italiano, che hanno anche inseguito la Lega perché sarebbe «una costola della sinistra», che quando saranno Formigoni, Storace e Galan a decidere su una pluralità di materie, magari anche elettorali, la confusione verrà sicuramente creata ad arte e brandita come un'arma contro tutti i governi di centro-sinistra.
La sesta lezione
è quella più importante politicamente, in special modo alla luce della attuale campagna elettorale italiana. Gore ha perso anche, secondo alcuni soprattutto (personalmente condivido del tutto questa interpretazione), perché ha deliberatamente e consapevolmente deciso di non dichiararsi erede legittimo della politica e delle politiche di Clinton; perché non ha voluto rivendicare i meriti di otto anni di governo democratico; perché non ha fatto campagna su un bilancio complessivo molto positivo al quale aveva contribuito. Realizzazioni (democratiche) contro promesse (repubblicane): la teoria politica sostiene che questo è il cardine della competizione democratica. La pratica politica dice che molto raramente gli incumbents, i detentori delle cariche di governo, se hanno fatto bene, perdono nel confronto con gli sfidanti. Purché, naturalmente, gli incumbents sappiano, vogliano, possano rivendicare quanto fatto, e perché questa rivendicazione sia credibile è indispensabile esserci stati, al governo. A buon intenditor - ma in Italia e nell'Ulivo in particolare gli intenditori sono pochi e nient'affatto buoni - poche parole.
La settima e ultima lezione è che Bush è perfettamente consapevole di essere un presidente in difficoltà cosicché le sue prime azioni oscillano fra la necessità di una politica bipartisan e l'obbligo di ricompensare i potenti gruppi che ne hanno favorito e consentito la vittoria (ad esempio, gli «industrialismi» e la «destra cristiana»). Insomma, non è affatto detto che il presidenzialismo produca il più autorevole e più svincolato governante al mondo. Al contrario, Bush è vincolato, persino al suo passato e al personale reclutato da suo padre, e potrà essere imbrigliato dal Congresso. Chi vuole un capo dell'esecutivo autorevole ed efficace deve guardare altrove. Se sa costruire un sistema bipartitico può prendere ad esempio il modello Westminster; se no, è il semipresidenzialismo francese che crea un capo di governo dotato di una maggioranza parlamentare che, come Lionel Jospin prova alla grande, governa molto più e molto meglio del suo presidente direttamente eletto dal popolo. Sette belle lezioni, politiche, istituzionali, federalisteggianti, di teoria democratica e di comportamenti di governo. Ce n'è abbastanza per concludere: meditate, gente, meditate.
Gianfranco Pasquino - 3 febbraio 2001

In questo numero:

  • Ancora sulle elezioni negli Stati Uniti: uno sguardo al meccanismo del voto e una panoramica sulle prospettive di politica internazionale della nuova amministrazione Bush (Michele Testoni e Roberto Lipparini alle pp. 2-3).
  • Come coniugare immigrazione e integrazione?. Il dibattito innescato dalle posizioni del card. Biffi e l'esperienza concreta di una scuola elementare (Giancarlo Funaioli e Maria Grazia Carati alle pp. 4-5).
  • L'impegno politico, se orientato all'ispirazione cristiana, non può rinunciare al confronto all'interno della comunità ecclesiale: una lettera-appello all'arcivescovo di Bologna e la riflessione di "Agire politicamente" (Andrea De Pasquale e Piergiorgio Maiardi alle pp. 6-8).
  • Quando la merce è il denaro: un'intervista al prog. Gianni Vaggi (economista dell'università di Pavia) descrive il contesto e i possibili sviluppi della cosiddetta "finanziarizzazione dell'economia" (Pierluigi Giacomoni alle pp. 9-11).
  • Inoltre: l'ultimo vertice europeo di Nizza; gli astrofisici italiani e la "istantanea" del Big Bang; un quartiere "speciale" e un consigliere al primo mandato; un sogno "elettrico" per Bologna. E infine: l'inevitabile appello al lettore-elettore.


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