Quando nel 1989 crollò il blocco comunista, qualcuno disse
che si apriva un.epoca nuova. Pareva prendere avvio un.era nella quale, al posto
del confronto tra due superpotenze sempre sull.orlo di un conflitto devastante,
tutti gli stati avrebbero contribuito alla creazione di un nuovo ordine mondiale
pressoché privo di guerre. In realtà negli ultimi anni i conflitti armati si
sono moltiplicati e hanno interessato aree sempre più vaste del nostro pianeta
e coinvolto milioni di civili, trasformati in sfollati, profughi, vittime senza
speranza.
I massacri sono diventati sempre più efferati nell.indifferenza sconcertante
dei mass-media. Il divario, poi, tra i ricchi e i poveri è aumentato tanto nelle
società a più alto tasso di sviluppo, quanto in quelle più depauperate. Lo sfruttamento
delle risorse della terra ha subito un.accelerazione inquietante, al punto da
far temere mutamenti irreversibili nell.assetto ecologico globale.
Sul piano politico generale sono diventati sempre più arroganti e incontrollabili
gli oligopoli economici, che tendono ormai a dettare l.agenda delle priorit
à alle istituzioni rappresentative.
I paesi occidentali, apparentemente collocati in un.isola di pace e sicurezza,
sono sempre più frequentemente costretti a far ricorso alla guerra per risolvere
controversie internazionali o sciogliere nodi lasciati irrisolti dalla diplomazia.
La stessa speranza che i governi potessero tagliare le spese militari in modo
da utilizzare risorse per la socialità, è stata progressivamente vanificata.
In questo complesso quadro, al di là dei diversi punti di vista sui conflitti
degli ultimi anni, deve preoccupare la costante operazione, condotta innanzitutto
sul piano informativo e culturale, che spinge a ricondurre le paure, gli allarmi,
le insicurezze presenti nel corpo sociale, a un nemico facile, identificabile
a pelle, comunque altro da noi. Ieri era l.ebreo, oggi il terrorista, che a
partire dai videogames assume le sembianze dell.arabo musulmano.
Lo stesso termine «terrorismo», coi suoi derivati, tende così a coincidere con
chiunque dissenta rispetto a una determinata linea politica o economica. Questo
atteggiamento è innanzitutto il terreno di coltura dell .odio e della discriminazione,
ma è anche la cortina fumogena alimentata ad arte dal «pensiero unico» per impedire
l.esame obiettivo dei fatti, dei torti e delle ragioni, e la riflessione sulle
nostre responsabilità negli squilibri planetari che prima o poi, come vulcani
sotterranei, potrebbero spaccare con violenza un assetto che credevamo immutabile.
In questo humus nel quale è sempre più difficile ragionare e distinguere, avendo
tutto avviluppato nella logica amico-nemico, non si riesce più a capire che
i mondi a confronto sono profondamente diversificati. Il mondo occidentale,
che per un verso si esalta nel considerarsi laico, razionale, evoluto, tende
a congregarsi come una coalizione di paesi (cristiani?) che si contrappone a
una falange macedone musulmana. Tale immagine, oltre a essere profondamente
falsa, emargina chiunque abbia posizioni intermedie, problematiche, aperte al
dialogo e al confronto pacifico e dialettico. Tutto ciò profondamente ci inquieta
e ci suggerisce . nella limitatezza dei nostri mezzi . a invitare chi ha la
facoltà di dare ordini di guerra a ripensarci, a valutare attentamente le possibili
conseguenze a lunga e breve distanza.
Siamo contrari a questa guerra perché temiamo che il desiderio di regolare antiche
questioni, e di assumere il controllo di determinate risorse minerarie, possa
scavare un fossato difficilmente colmabile tra le diverse società. Temiamo che
i fondamentalismi prevalgano a spese della ragionevolezza, la ragion di stato
a spese della democrazia. Temiamo che sentimenti di odio così a lungo coltivati
siano difficili da estinguere, soprattutto nelle nuove generazioni (e il conflitto
israelopalestinese è lì a ricordarcelo). Temiamo che anche qui a Bologna, dove
vivono comunità straniere sempre più numerose, si creino condizioni che rendano
difficile convivere e capirsi. Temiamo che l.ansia della sicurezza e la lotta
al nemico riduca gli spazi di libertà e di critica, e soprattutto ci allontani
dalla verità dei fatti e dalla lucidità di giudizio riguardo il pezzo di storia
che stiamo vivendo. E un errore storico di tale portata non resterà senza conseguenze
pratiche.
Pier Luigi Giacomoni Andrea De Pasquale